Ho visto un Caimano

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La Superballa choc non sarà mai realtà come nemmeno la maggioranza di centrodestra. Perderanno anche in Lombardia. No, dico, se lo volete, si può. Basta fare una cosa semplice. Una cosa che abbiamo già fatto quel giorno di Novembre del 2011. Voltare pagina.

La paura del pareggio deve esser messa fra le cose che furono. Come il processo per Ruby, per esempio. Il Caimano è soltanto un uomo anziano truccato, un uomo che blatera e non sa più cosa dice. Parla di Consigli dei Ministri e di decisioni da prendere, ma non sa o non vuole accorgersi o piuttosto vuol far credere un’altra cosa. La sua coalizione è destinata a finire il giorno dopo le elezioni. Non governeranno mai più. Non tanto perché non vinceranno le elezioni – mancano venti giorni e devono recuperare otto punti percentuali alla Camera (Mentana La7/ EMG, 04/02/13), non saprei al Senato – ma piuttosto perché sono divisi su tutto, leghisti e pidiellini. La XVI Legislatura ha segnato una frattura insanabile nel centrodestra. Non è più tempo di scambi di favori. Berlusconi è in realtà molto debole e sta nascondendo questa debolezza ‘sparandole grosse’. Non sono stati in grado di definire il leader della coalizione; le ricette economiche di Berlusconi vengono smentite nottetempo da Tremonti; il ‘carnevale’ nel PdL è solo sospeso, appena passerà il periodo elettorale, torneranno a farsi le scarpe l’un l’altro e i vari capi bastone esclusi dalle liste avranno modo di rifarsi con lo scalpo di qualche intoccabile vicino a B. o ad Alfano. E’ fango, un fango nerissimo che puzza e che trasborda dagli schermi tv. Ad ogni ora.

Nella Lega, l’epurazione di Maroni ha messo fuori gioco i bossiani e il Cerchio Magico, eppure i conti non sono stati tutti ‘saldati’. Maroni ha impiegato la ramazza, si è mascherato da moralizzatore ma era seduto insieme a chi ha estromesso, era seduto insieme a Berlusconi, insieme a Formigoni. Ha permesso il salvataggio di Cosentino, esattamente come gli altri. Ha collaborato fino all’ultimo istante. Ha poi finto la scissione dal PdL, ha accettato una nuova alleanza al solo scopo di ottenere il Pirellone (O Palazzo Lombardia). La sua idea, quella del 75% di tasse trattenute in Regione, durerà come le sedi dei ministeri a Monza, le cui targhe furono presentate nel Giugno 2011, a Pontida, alla presenza di Bossi, Calderoli, Roberto Cota e da un sorridente Roberto Maroni. Giusto per ricordare.

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Mps, Monti bond e la campagna elettorale

MPS

Infografica ANSA

Lo scandalo Mps ha radici molto profonde. Il sindaco di Siena, Ceccuzzi (PD), si dimise a metà Maggio 2012 dopo esser stato sfiduciato sul voto della legge di bilancio da parte della fazione PD facente capo ai ‘popolari’ della ex Margherita, per intenderci la corrente di Franco Marini. In realtà, la crisi del ‘sistema Siena’ comincia a fine 2011 quando emersero “tutte le difficoltà della Fondazione Mps, schiacciata da un indebitamento allora pari a circa un miliardo di euro e con la quasi totalità delle azioni del MONTE date in pegno alle banche a fronte dei prestiti” (Archivio La Stampa). I mercati finanziari, a inizio 2013, invece tendevano a scommettere sul risanamento di Mps da parte del nuovo management guidato da Alessandro Profumo.

09-01-13: Banca Mps ha chiuso le contrattazioni odierne a quota 0,29 euro, in rialzo del 4,45%, a fronte di un progresso limitato all’2,21% per il Ftse Mib. Segno evidente che, dopo la pausa di riflessione di ieri (-1,24%) hanno ripreso vigore gli acquisti.
Di sicuro, un peso in questo rally lo ha avuto il ritorno di fiducia sulla società grazie al calo del rendimento del Btp, sceso oggi sotto il 4,30% nella versione decennale: a fine settembre la banca registrava titoli di Stato per 25 miliardi di euro, con una forte esposizione sulle scadenze lunghe (huffpost.it).

E’ normale che il calo dello Spread Btp-Bund abbia giovato a Mps, avendo in pancia tutta quella scorta di titoli del Tesoro. Venticinque miliardi di euro che Mps ha dato allo Stato mentre sono 3,9 i miliardi ritornati con i Monti-bond. Il prestito del governo è stato votato a Dicembre con un emendamento alla legge di Stabilità. In precedenza, Mps aveva usufruito anche dei Tremonti-bond, per una cifra pari a 1,9 miliardi di euro. Si tratta di due strumenti diversi, frutto di provvedimenti normativi diversi. In particolare, i Tremonti-bond hanno la caratteristica di poter essere ripagati in forma ‘ibrida’, a scelta con azioni oppure obbligazioni. A seconda delle richieste della banca. E sono perpetui.

Questi aspetti, nei Monti-bond, vengono inizialmente recepiti. Il 17 dicembre scorso, Mario Draghi fa pervenire il proprio parere, nella veste di presidente della BCE, al governo e al ministro Grilli. La censura di Draghi, però, colpisce esattamente quella parte di normativa che i Monti-bond ereditano dai Tremonti-bond: appunto, la perpetuità e la caratteristica ibrida.

L’Eurotower non ha mancato di rilevare entrando nel merito dell’emendamento governativo alla legge di Stabilità per esprimersi a favore della trasformazione degli interessi dei Monti bond, il veicolo dell’aiuto di Stato, in nuove azioni della banca senese invece che in nuove obbligazioni […] il vantaggio del mancato ingresso dello Stato nella banca per gli attuali soci di Mps e, in particolare, il suo principale azionista, la Fondazione Mps di emanazione piddina, che non dovranno diluire le loro quote. A tutto svantaggio, oltre che del contribuente, dello stesso istituto di credito che, emettendo più bond, moltiplicherebbe gli interessi da pagare, limitando la capacità di generare capitale, in una spirale più simile a una catena di Sant’Antonio che a un risanamento (Wall Street Italia).

In sostanza, lo Stato emette il bond pro-Mps, la quale incassa subito promettendo di pagare interessi con tassi crescenti nell’arco degli anni. Solo per il 2012 si parla di 500 milioni di euro. Che Mps può non pagare effettivamente, ma lo farà emettendo un altro titolo di credito che lo Stato non incasserà mai, eccetera. Questa è la ‘formula alluga debito’ di cui parla Draghi e che invece Tremonti spiega in tv come una idea geniale. Il governo ha così corretto il tiro sulla base delle indicazioni della Bce e il Monti-bond prevede che:

Gli eventuali interessi eccedenti il risultato dell’esercizio, come definito al comma 3, sono composti mediante assegnazione al Ministero di azioni ordinarie di nuova emissione valutate al valore di mercato (art. 357, c. 3 – Legge 24.12.2012 n° 228 , G.U. 29.12.2012, altresì detta Legge di Stabilità 2013).

Una parte degli interessi viene monetizzata, l’altra parte, quella eccedente il risultato dell’esercizio, viene trasformata in azioni. Se il risultato dell’esercizio è negativo, tutto l’ammontare degli interessi viene trasformato in azioni ordinarie. Che passano nella mani del Tesoro. Questa è di fatto una ‘nazionalizzazione’ della Banca Mps. Tremonti ieri sera a La7 criticava i Monti-bond ma si diceva favorevole alla nazionalizzazione di Rocca Salimbeni. Una asincronia che è difficilmente spiegabile se non con una intenzione chiara di usare questo argomento per la campagna elettorale. Che Tremonti vuole costruire tutta intorno alla critica a Mario Draghi e a Mario Monti.

Osservate attentamente la scansione temporale. Mentre il governo inserisce l’emendamento salva-Mps nella legge di Stabilità e lo sottopone alla lettura di un Parlamento che subodora le elezioni anticipate, il duo Profumo-Viola, il 13 dicembre scorso, si fa inviare da Nomura la registrazione della conference-call avvenuta il 7 Luglio 2009 fra i vertici di Mps e di Nomura circa l’operazione di ristrutturazione del debito – in termine tecnico uno ‘swap’ – della Banca senese. Tutto ciò lo scrive il Fatto Quotidiano il 22 Gennaio 2013. Il medesimo giorno, Mussari si dimette dalla presidenza dell’ABI.

L’amministratore delegato, Fabrizio Viola, e il presidente, Alessandro Profumo, hanno scoperto solo il 10 ottobre 2012 un contratto segreto risalente al luglio 2009 con la banca Nomura relativo al derivato Alexandria. Quel contratto impone subito una correzione nel bilancio 2012 da 220 milioni, ma i consulenti di Pricewaterhouse ed Eidos stanno studiando per quantificare il buco reale che è certamente più alto: un autorevole ‘uomo del Monte’, sotto garanzia di anonimato, parla al Fatto di 740 milioni di euro. Il contratto (Mandate agreement) di 49 pagine in inglese è rimasto nascosto per tre anni e mezzo in una cassaforte del direttore generale Antonio Vigni, che lo firmò assieme all’ex capo della finanza Gianluca Baldassarri (Il Fatto Q).

Appena scoperto il contratto truffa, Viola chiede al governo di aumentare il prestito da 3,4 a 3,9 miliardi di euro. Il Monti-bond viene approvato in tutta fretta – con un emendamento! –  e Monti cerca addirittura di forzare la mano al Parlamento chiedendo la questione di fiducia (ottenuta in entrambi i rami del Parlamento, con quel giallo – quello della tentata sfiducia del segretario del PdL, Alfano, poi ritirata in maniera goffa con un cambio di rotta finora rimasto inspiegabile).

Draghi, per bocca della Bce – che con la nascita della Vigilanza bancaria unica che si appresta a diventare il principale organo di controllo anche delle banche italiane – fa sapere a Monti e Grilli che il governo avrebbe dovuto consultare Francoforte e tenere conto di questo parere prima di introdurre l’emendamento sui Monti bond nella Legge di stabilità (Wall Street Italia).

Draghi interviene pesantemente in questa vicenda. Nel correggere il governo sul provvedimento dei bond. E ora viene coinvolto nella polemica politica per la ‘mancata sorveglianza’. Ma anche Mario Monti sapeva. Grilli pure. Chi ha suggerito lo scoop a quelli de Il Fatto? Il governo? Monti non avrebbe di certo interesse a rivelare una vicenda che metterebbe in dubbio l’operato di Draghi in seno a Bankitalia.

Allora chi? I vertici di Mps? Profumo? Viola? E a che scopo?

Maroni e il finto rinnovamento della Lega Nord

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Una furbizia. A parte l’epurazione dei fedeli al Cerchio Magico (ovvero l’esclusione dei Bricolo, Lussana e co.), le liste elettorali della Lega Nord apportano solo apparentemente un rinnovamento della pattuglia dei deputati e dei senatori del Carroccio. Con una furbizia, appunto, che nel prosieguo di questo post vi svelerò.

Innanzitutto vediamo la composizione per genere e per età delle liste elettorali:

Liste Senato    
Uomini 116 72%
Donne 45 28%
161
Età media 55,0  
Uomini 55,3
Donne 54,1
Liste Camera    
Uomini 225 66%
Donne 117 34%
342
Età media 44,8  
Uomini 44,5
Donne 45,2

Le donne in lista superano di poco il 30% alla Camera mentre al Senato in proporzione sono ancora meno. L’età media è più alta per le donne alla Camera. Si direbbe che, rispetto alla XVI Legislatura, la percentuale di donne aumenterà: fra i parlamentari uscenti, le donne erano il 13% della delegazione al Senato e il 17% alla Camera. Si devono però considerare le posizioni in lista che – come sappiamo – non sono tutte ‘eleggibili’. Raggruppando per categorie di posizionamenti, si verifica quanto segue:

Posizione in lista delle Donne al Senato    
1-5 12/46 26,1%
6-15 17/60 28,3%
16-25 9/36 25,0%
26-35 5/10 50,0%
36-45 2/9 22,2%
Posizione in lista delle Donne al Camera    
1-5 12/70 17,1%
6-15 48/128 37,5%
16-25 34/73 46,6%
26-35 18/46 39,1%
36-45 5/25 20,0%

Ammesso che le posizioni eleggibili per la Lega Nord non andranno molto oltre la quinta/decima posizione, si comprende come la percentuale di donne alla Camera è destinata a rimanere quella attuale, mentre ci sono alcune possibilità di incremento per il Senato. E’ necessario rimarcare che due sole donne sono state designate capolista (Viale Sonia, capolista alla Camera in Liguria; Sergio Divina, capolista ma anche unica candidata al Senato per il Trentino AA). La modalità di selezione dei capilista è quella che conoscete. Al Senato, per esempio, il nome di Giulio Tremonti è primo in sei liste su dieci (più che doppia candidatura, in questo caso parlerei di sestupla); alla Camera è il nome di Roberto Cota a comparire capolista ben due volte (oltre alla doppia candidatura, dietro al suo nome si cela la fregatura che Cota, un giorno dopo al voto, rinuncerà al seggio alla Camera per poter continuare a fare il governatore del Piemonte – più che candidatura civetta si tratta di un vero e proprio raggiro).

Rispetto alla composizione della delegazione al Senato e alla Camera, le liste apporterebbero un certo grado di rinnovamento poiché non tutti gli attuali senatori sono stati ricandidati, e così non tutti gli attuali deputati. Senza ulteriore approfondimento, potrei dirvi che:

Senato    
Senatori in carica 22
Riproposti in lista 9
candidati alla Camera 1
Posizione in lista dei senatori ricandidati    
1-5 3/9 33,3%
6-15 3/9 33,3%
16-25 3/9 33,3%
26-35 0 0,0%
36-45 0 0,0%
Tasso di sostituzione Senato   54,55%
Camera    
Deputati in carica 58
Riproposti in lista 20
candidati al Senato 14
Posizione in lista dei deputati ricandidati    
1-5 18/20 90,0%
6-15 2/20 10,0%
16-25 0  
26-35 0  
36-45 0  
Tasso di sostituzione Camera   58,62%

In realtà, le posizioni eleggibili al Senato sono state riempite degli attuali deputati: dei 58 deputati in carica, ben 20 vengono ricandidati alla camera, ma altri 14 vengono dirottati al Senato. Ne consegue che, se la Lega dovesse difendere tutti gli attuali 22 posti al Senato (fatto ipotetico e attualmente poco probabile), circa 6 sarebbero certamente gli ex senatori ricandidati e collocati in posizione eleggibile;  tutti gli altri sarebbero ex deputati della XVI Legislatura. Cioè, il Carroccio rinnova al Senato praticamente con un trucchetto: infatti, dei 14 ex deputati ricandidati al Senato, almeno una decina sono collocati in posizione eleggibile:

Posizione in lista dei ricandidati al Senato    
1-5 9/14 64,3%
6-15 4/14 28,6%
16-25 1/14 7,1%
26-35 0  
36-45 0  

Ne consegue pertanto che il gruppo parlamentare leghista al Senato sarà fatto tutto di senatori e deputati dell’ultima tremenda XVI Legislatura. Praticamente il tasso di sostituzione è pari a zero. Questo mentre alla Camera, prevedendo una forte riduzione della numerosità del gruppo, gli artefici delle liste della Lega hanno ben pensato di sistemare tutti gli ex deputati in posizione eleggibile (1-5, 90%).

Attenti, quindi, a quanti vi parlano delle ramazze di Maroni. Esse sono state impiegate per eliminare l’avversario interno, nulla di più.

La Consulta fa a pezzi la Manovra d’Agosto 2011

Il decreto n. 138/2011 fu scritto dall’ex governo Berlusconi e dal suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel caotico Agosto 2011, il mese in cui lo spread fra Btp e Bund influì per la prima volta sulla politica italiana. In un mese il decreto diventò legge, con una deliberazione parlamentare lampo e una discussione pubblica azzerata. Le Regioni venivano colpite nella composizione numerica dei consigli regionali e degli assessori dall’articolo 14 di detto decreto. Il comma 1 prevedeva una riduzione di entrambe le figure, anche per le Regioni a statuto speciale, per le quali la mancata attuazione di predetta riduzione comportava il non rispetto degli obblighi di cui all’articolo 27 della legge 42/2009, il cosiddetto “Federalismo Fiscale” (nella fattispecie il rispetto del Patto di Stabilità interno):

L’art. 14, comma 2, del decreto-legge n. 138 del 2011, in base al quale l’adeguamento ai parametri previsti dal comma 1 del medesimo articolo è «condizione per l’applicazione» dell’art. 27 della legge n. 42 del 2009 ed «elemento di riferimento per l’applicazione di misure premiali o sanzionatorie previste dalla normativa vigente» […]  La disciplina relativa agli organi delle Regioni a statuto speciale e ai loro componenti è contenuta nei rispettivi statuti. Questi, adottati con legge costituzionale, ne garantiscono le particolari condizioni di autonomia, secondo quanto disposto dall’art. 116 Cost. L’adeguamento da parte delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome ai parametri di cui all’art. 14, comma 1, del decreto-legge n. 138 del 2011 richiede, quindi, la modifica di fonti di rango costituzionale. A tali fonti una legge ordinaria non può imporre limiti e condizioni. (Corte Costituzionale, sentenza 198/2012).

La norma è stata dichiarata illegittima poiché viola (ed è piuttosto palese) la gerarchia delle fonti del Diritto.

Invece, lo statuto delle Regioni non Autonome non ha rango di fonte costituzionale. La Regione Emilia-Romagna (seguita da Umbria, Campania, Veneto, Lombardia, Calabria) ha impugnato l’articolo 14 c. 1 ritenendolo lesivo degli artt. 3, 77, 97, 100, 103, 117, commi secondo, terzo e sesto, 119, 121 e 123 della Costituzione. Secondo le Regioni Ordinarie, il comma 1 viola:

  1. nel prevedere il numero massimo di consiglieri e assessori regionali, la riduzione degli emolumenti dei consiglieri, nonché l’istituzione di un Collegio dei revisori dei conti, l’art. 117, terzo comma, Cost., perché detterebbe una disciplina di dettaglio in materia di competenza concorrente;
  2. l’art. 119 Cost, in quanto stabilirebbe le modalità con cui le Regioni devono raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica fissati dal patto di stabilità;
  3. l’art 117, quarto comma, Cost., perché invaderebbe l’ambito riservato alla potestà legislativa regionale residuale;
  4. l’art. 123 Cost., in quanto lederebbe la potestà statutaria delle Regioni;
  5. l’art. 122 Cost., perché attribuirebbe al legislatore statale una competenza ulteriore rispetto alla determinazione della durata degli organi elettivi e dei principi fondamentali relativi al sistema di elezione e ai casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale, nonché dei consiglieri regionali.

Ebbene, per il comma 1 la questione è risultata infondata. Secondo la Consulta, la norma impugnata tende a far rispettare il principio del rapporto fra elettori/eletti:

La disposizione censurata, fissando un rapporto tra il numero degli abitanti e quello dei consiglieri, e quindi tra elettori ed eletti (nonché tra abitanti, consiglieri e assessori), mira a garantire proprio il principio in base al quale tutti i cittadini hanno il diritto di essere egualmente rappresentati. In assenza di criteri posti dal legislatore statale, che regolino la composizione degli organi regionali, può verificarsi – come avviene attualmente in alcune Regioni, sia nell’ambito dei Consigli che delle Giunte regionali – una marcata diseguaglianza nel rapporto elettori-eletti (e in quello elettori-assessori): i seggi (nel Consiglio e nella Giunta) sono ragguagliati in misura differente alla popolazione e, quindi, il valore del voto degli elettori (e quello di scelta degli assessori) risulta diversamente ponderato da Regione a Regione […] Questa Corte ha già chiarito che «il principio di eguaglianza, affermato dall’art. 48, si ricollega a quello più ampio affermato dall’art. 3», sicchè «quando nelle elezioni di secondo grado l’elettorato attivo è attribuito ad un cittadino eletto dal popolo in sua rappresentanza, non contrasta col principio di eguaglianza, ma anzi vi si conforma, la norma che faccia conto del numero di elettori che gli conferirono il proprio voto, e con esso la propria fiducia» (sentenza n. 96 del 1968). Principio analogo vale per gli assessori (Corte Cost., cit.).

Invece l’istituzione di un collegio di Revisori dei Conti è legittimo in quanto “mira a introdurre per le amministrazioni regionali un sistema di controllo analogo a quello già previsto, per le amministrazioni locali, dalla legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2006), «ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica e del coordinamento della finanza pubblica» (art. 1, comma 166)” (ibidem).

Insomma, le Regioni ordinarie dovranno ridurre i propri consiglieri e i propri assessori e dovranno istituire organi che tengano sotto controllo i bilanci regionali. Unica eccezione, le regioni a Statuto speciale non possono essere sottoposte al vincolo di cui al comma 2 dell’articolo 14 in quanto la medesima disposizione è incoerente rispetto la gerarchia delle fonti del Diritto e rispetto la normativa che intende condizionare (gli Statuti delle Regioni autonome hanno rango costituzionale).

Leggi il dispositivo della sentenza 198/2012

Il testo del #maxiemendamento alla legge di stabilità

Venticinque articoli, venti pagine. Queste le principali modifiche: abolizione delle tariffe minime per i professionisti, smantellamento dei processi civili arretrati, no patrimoniale, riduzione dei tagli all’editoria (Lavitola ringrazia).

[Lo leggo e poi commento].

Via Europa Quotidiano

 

Arresto Milanese: cosa deciderà la Camera

Segui la diretta streaming dalla Camera – ore 10 dibattito, ore 12 circa il voto

Si voterà a scrutinio segreto e con voto elettronico. Ergo, fra i banchi della Camera, domani mattina verso mezzogiorno, sarà tutto un fiorire di trame incrociate. Da una parte l’ufficialità della presa di posizione di PdL e della segreteria leghista, propense per il no all’arresto, dall’altra i frondisti maroniani e i i delusi del PdL, facenti capo a Crosetto – sì, l’uomo che disse della manovra tremontiana di Luglio che era roba da psichiatria – forse pronti a vendicarsi delle lacrime e sangue patite durante l’estate.

C’è spazio per la dietrologia: colpire Milanese per colpire Tremonti e quindi a sua volta colpire di sponda i leghisti del cerchio magico. Mille le domande di queste ore: davvero l’opposizione resterà compatta? L’Udc non sarà tentata di votare contro l’arresto in nome del tanto sbandierato garantismo e forse per aprire un ponte con il PdL in vista di un soccorso scudo-crociato quando verrà meno l’alleanza con la Lega? Tremonti resterà al suo posto se l’aula non difende Milanese? E Berlusconi si dimetterà, come chiesto da Bersani stasera, subito prima del voto? Oppure, come è più probabile, mostrerà fiero il suo ghigno all’aula annichilita?

Cancellata la manovra d’agosto, tutto da rifare

Il vertice di Arcore di oggi è il capolinea della vergogna: tutte le chiacchiere ferragostane sul contributo di solidarietà, sulla cancellazione dei comuni sotto i mille abitanti, sulla riduzione mediante accorpamento delle province, acqua passata. Bossi e Berlusconi hanno cancellato ogni norma, tranne quelle sulle festività e sul diritto a licenziare. Ne consegue che la manovra non ha più alcun senso. Non sono state prospettate misure che sostituiscano le predette norme in fatto di tagli alla spesa, quindi sarà impossibile, stando a quanto sentito stasera, approvare il decreto di ferragosto negli stessi saldi. Tanto per dire: l’intervento sulle pensioni – l’abolizione della facoltà di riscatto degli anni di studio universitario o di leva militare obbligatoria – è ridicolo e i suoi effetti sulla spesa pubblica sono tutti da dimostrare (questo perché per riscattare gli anni della laurea bisogna pagare all’INPS una discreta somma che ora nessuno si sognerà più di dare).

Il taglio delle Province verrà inserito invece in una legge costituzionale: le province verranno declassate a organismi istituzionali di secondo livello. Non saranno più organi elettivi bensì nominativi (con responsabilità in capo alle Regioni). Risultato: dalle province ai poltronifici. Nessuno può dire oggi se questa riforma apporterà benefici al bilancio pubblico mentre è quasi certo che incrementerà la corruttela e il clientelismo.

I mancati tagli ai comuni non trovano alcun contrappeso: non verrà apportato alcun aumento all’IVA. Mentre il dimezzamento dei parlamentari verrà inserito anche esso in una legge di riforma costituzionale. Ergo: non ci sarà alcuna modifica ai privilegi di casta. Nulla. Niente di niente. E’ un decreto svuotato del suo contenuto. Dalla fretta di ferragosto si è passati alla più classica delle retromarce. Nessuno cita più la lettera di Trichet. Nessuno ricorda le minacce di Berlino e di Parigi. Il peggio sembra passato e invece il peggio è in questo governo che non è in grado di difendere le proprie – impopolari e ingiuste – scelte. Oggi il cuore non gronda più sangue: salvati i redditi alti (anche i calciatori tirano un sospiro di sollievo), non una parola contro l’evasione e l’elusione, salvo una promessa di un futuro intervento di “nuove misure fiscali finalizzate a eliminare l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali elusive” (via La Repubblica.it).

Il governo scherza con il fuoco. La BCE sta a guardare ma ben presto farà tremare le fondamenta di Palazzo Grazioli. Potete giurarci.

Per concludere, un’osservazione: declassamento delle province a organi di secondo grado di natura nominativa e dimezzamento dei parlamentari (ripeto, non del loro stipendio né dei loro privilegi) equivale a dire meno democrazia per tutti.