Esclusivo | Storia della mozione 5 Stelle sulle pensioni d’oro

Leggi la seconda parte: https://yespolitical.com/2014/01/12/tetto-alle-pensioni-doro-e-i-confini-della-costituzionalita/

A calvalcare l’indignazione son buoni tutti. Vi ricordate il Popolo Viola? Esiste ancora un blog, tenuto da uno dei fondatori del movimento, tale Franz Mannino, con un profilo – diciamo così – schiettamente anti-casta. Due giorni fa, durante la seduta n. 147 della Camera sono state discusse alcune mozioni relative a “iniziative volte all’introduzione di un prelievo straordinario sui redditi da pensione superiori ad un determinato importo” (Resoconto Stenografico, seduta n. 147 del 08/01/2014). Sì, parlo delle mozioni sulle Pensioni d’Oro.

Il blog viola urla allo scandalo. Vi era una mozione 5 Stelle, la Mozione n. 1-00194 di Sorial Girgis Giorgio (M5S) ed altri, che “consisteva nell’applicare un prelievo alle pensioni d’oro ricavando un miliardo e 140 milioni per aumentare le pensioni minime di 518 euro all’anno” (violapost). Ben in 337 hanno votato contro questo sacrosanto provvedimento. E giù la lista dei votanti, frutto di “un lavoraccio” perché “in questa forma [la lista] non troverete da nessun’altra parte”. L’equazione è molto semplice: un 5 Stelle ha proposto di tagliare le pensioni d’oro, il Pd ha votato contro. Ergo, i piddini sono pervasi dai lobbisti e difendono il privilegio. “Conservate quest’elenco e tiratelo fuori al momento del voto”, ammoniscono i violacei.

Leggendolo, ho notato una incongruenza: una mozione non contiene una norma, una mozione è un atto di indirizzo che – se votato dall’aula – impegna il governo a fare una determinata operazione, che può essere molto semplicemente prendere in esame un problema e studiarne alcune soluzioni normative. E’ pertanto un provvedimento di portata inferiore rispetto, per esempio, ad un emendamento, laddove invece i parlamentari che lo hanno firmato intendono apportare una modifica sostanziale ad un articolo di un progetto di legge.

Intanto, però, quel giorno le mozioni sul medesimo argomento erano ben sette:

  1. mozioni Sorial ed altri n. 1-00194
  2. Giorgia Meloni ed altri n. 1-00255
  3. Di Salvo ed altri n.1-00256
  4. Tinagli ed altri n. 1-00257
  5. Gnecchi ed altri n. 1-00258
  6. Fedriga ed altri n. 1-00259
  7. Pizzolante ed altri n. 1-00260

Su ben sei mozioni, fra cui la Sorial, la rappresentante del governo, Maria Cecilia Guerra, Viceministro del lavoro e delle politiche sociali, ha espresso parere contrario. Su una, la mozione Gnecchi, ha invece dato invece parere positivo. Concentriamoci su quest’ultima, e sulla mozione Sorial, che trascrivo di seguito per la parte in cui si cita l’attività richiesta al governo:

Mozione Sorial, impegna il governo a:

  • a valutare l’opportunità di assumere iniziative per prevedere, per un periodo limitato di tre anni, sui redditi da pensione lordi annui un contributo solidale supplettivo;
  • a valutare l’opportunità di revisionare i trattamenti pensionistici erogati per prestazioni lavorative di elevato importo, al fine di adeguare i trattamenti medesimi all’effettiva contribuzione da parte del lavoratore beneficiario in quiescenza, riducendo la quota di trattamento acquisita in base al sistema retributivo, fissando per ciascuna forma di sistema un tetto massimo di pensione erogabile.

Viste così, le richieste sembrano proprio ineccepibili. Però vi invito lo stesso a leggere la mozione Gnecchi. Vi chiederei di rivolgere la vostra attenzione al preambolo del documento:

il Governo e il Parlamento hanno opportunamente introdotto, con la recente legge di stabilità, significative misure che si muovono proprio nella direzione di affrontare i problemi di equità sociale connessi con l’esistenza di importi pensionistici di ammontare particolarmente elevato in assenza – in molti casi – di un’effettiva ragione giustificatrice. Sotto questo aspetto, meritano di essere segnalati: il comma 486, che ha introdotto per un triennio un contributo di solidarietà a carico dei trattamenti di più elevato ammontare, anche al fine di sostenere iniziative in favore dei lavoratori cosiddetti «esodati»; il comma 489, il quale ha introdotto un limite alla cumulabilità dei redditi da pensione percepiti da ex dipendenti pubblici con ulteriori fonti di reddito pure poste a carico della finanza pubblica (Mozione 1-00258).

Sorprendente, non è vero? Sorial chiedeva al governo di valutare l’introduzione di un prelievo aggiuntivo per tre anni che però è già stato approvato nella legge di Stabilità 2014 (qui il testo; scorrete con la ricerca sino ai commi 486 e 489). Il secondo punto della richiesta di Sorial risulterebbe invece compreso nella frase che Gnecchi ha voluto così formulare, e che ha incontrato il favore del governo:

a monitorare gli effetti e l’efficacia delle citate misure introdotte con la legge di stabilità;
a valutare, agli esiti di questo monitoraggio, l’adozione di interventi normativi che, nel rispetto dei principi indicati dalla Corte costituzionale, sempre in un’ottica di solidarietà interna al sistema pensionistico, siano tesi a realizzare una maggiore equità per ciò che concerne le cosiddette «pensioni d’oro» e correggano per queste ultime eventuali distorsioni e privilegi derivanti dall’applicazione dei sistemi di computo retributivo e contributivo nella determinazione del trattamento pensionistico (Mozione 1-00258).

In pratica, anche se con parole meno chiare, la Mozione Gnecchi (che, ripeto, è un atto di indirizzo!) chiede al governo di “correggere le distorsioni e i privilegi derivanti dall’applicazione dei sistemi di computo retributivo e contributivo”. Va da sé che la richiesta di Sorial è legittima, ma non è uno scandalo se l’aula decide di rimandare la discussione in Commissione Lavoro, come specificato nel dibattito da Cesare Damiano (“Il Governo è appena intervenuto sulle «pensioni d’oro». Noi, con la nostra mozione, diciamo che siamo pronti a discutere – lo faremo in Commissione lavoro, ci sono molte proposte di legge“).

Sia chiaro: l’apposizione di un tetto alle pensioni d’oro è un atto doveroso. Tuttavia, sono in essere alcuni ostacoli di carattere costituzionale sui quali la Consulta si è già espressa ribadendone la effettività (“la giurisprudenza costituzionale guarda con sfavore forme di prelievo coattivo di ricchezza che vadano a colpire solo talune fonti di reddito“, scrive Gnecchi), che dovrebbero essere presi in considerazione prima di introdurre un nuovo intervento su tale materia.

Detto ciò, resta da capire perché, per ogni voto e per voti su mozioni di indirizzo, si dovrebbero fare liste di parlamentari indegni. Non vi era solo la mozione Sorial, in discussione. E non solo la mozione Sorial non è stata approvata. Inoltre, anche se fosse stata approvata, non avrebbe modificato alcunché nella legislazione vigente (Art. 1, commi 486 e 489 della Legge di Stabilità), che già prevede – per il prossimo triennio – un prelievo regolativo sulle pensioni d’oro nonché il divieto di cumulo con altri trattamenti retributivi. L’atto avrebbe semplicemente rimandato la questione al governo, il quale avrebbe poi ‘tirato’ le proprie conclusioni.

Potete ben capire che, procedendo in questo senso, ovvero gridando allo scandalo sempre mettendo in un unico calderone voti su semplici mozioni, voti su emendamenti e voti chiave, non si comprende proprio nulla. A che serve tenere a memoria la lista dei votanti, se semplicemente lo scandalo non c’è?

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Civati: ‘se Matteo cambia verso, io il verso non lo cambio’

Intervista a La Stampa di Giuseppe Civati. Inevitabile parlare di Renzi e della sua nuova, nuovissima, anzi vecchia, posizione sul governo Letta. Se Matteo cambia verso, dice Civati, suo avversario nella corsa alla segreteria PD, allora io il verso non lo cambio.

Lo schiaffo di Palazzo Grazioli

Così Alfano non c’era alla riunione del PdL. E’ arrivato a Palazzo Grazioli ben dopo la mezzanotte. L’incontro con Berlusconi è durato non più di venti minuti. Una visita, null’altro, per comunicare che un manipolo di senatori farà la scissione. Silvio, Dudù, Francesca, l’aria improvvisamente impietrita. Alfano, e quella spocchia da azzeccagarbugli abbronzato. Abbiamo dirazzato, Silvio.

E’ la prima volta forse che la trama di relazioni di Silvio Berlusconi trova un limite, anzi, la prima volta che viene lentamente sgretolata ai bordi. L’ex Cavaliere ha scoperto che un’altra affinità, un’affinità rimasta sommersa per quasi venti anni, lega questi uomini al Presidente Letta. Fabrizio Cicchitto, Maurizio Lupi, Carlo Giovanardi, lo stesso Alfano, hanno percepito il ritorno di un comune sentire. E così tradiscono il padre padrone del loro partito, l’ormai vecchio avvizzito e degenerato fondatore del Predellino, in vista forse di una qualche ricompensa politica: avere un ruolo da protagonista nell’epoca post-berlusconiana. Che poi questo coincida con il ritorno del Grande Centro, o della Balena Bianca, poco importa. In fondo – questo è il loro segreto – sono sempre stati, intimamente, duplici e democristiani.

In tutto questo scenario, il Partito Democratico è arrivato al capolinea: ora il PD dovrà scegliere se essere la carne sacrificale per il risorgimento della DC o scegliersi la propria parte e una identità, risolvendo per sempre quell’ambiguità di fondo che lo ha contraddistinto sin dalla prima ora. Sarebbe bello che, ad operare questa scelta, fossero non i gerarchi chiusi in una riunione stile ‘caminetto’, ma gli iscritti e gli elettori, e non necessariamente in questo ordine. Sarebbe bello, ma potrebbe non accadere. E’ appunto per tale ragione che occorre esserci. C’è una differenza sostanziale fra i Democratici e Alfano, Giovanardi, Lupi, Cicchitto. E non serve che ve la spieghi. Bisogna solo farla rispettare.

Senato, gli equilibri cambiano (secondo il @Corriereit)

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L’infografica degli amici del Corriere della Sera prevede una pattuglia di 28 senatori pronti a sacrificarsi per Letta. Sarà vero?

Petizione al Governo Italiano: Abbassate le imposte sui redditi da lavoro

Firma la Petizione. Mancano almeno 5000 firme. Aiuta i promotori a far pressione sul Governo Letta. Clicca qui.

A:
Segreteria del Consiglio dei Ministri
Roberto Speranza
Luigi Zanda
Stefano Fassina
Ministero dell’Economia e delle Finanze
Presidente del Consiglio Enrico Letta
Segreteria Generale del Governo Italiano
Governo Italiano – Rapporti con il Parlamento
Governo Italiano – Ufficio Stampa
Governo Italiano – Ufficio di Presidenza
Ministero del Tesoro – Ufficio Stampa
Ministero del Tesoro – Relazioni con il Pubblico
Vi chiediamo di adoperarvi per abbassare le imposte sui redditi da lavoro per guadagnare agli occhi dei contribuenti onesti – sui quali tutto il peso è gravato in questi anni – la credibilità necessaria a combattere l’evasione fiscale.
Se esistono le risorse per tagliare l’Imu sulla prima casa o per evitare l’aumento dell’Iva, allora esistono le risorse per tagliare le aliquote sull’imposta sui redditi. Riteniamo che la seconda soluzione sia di gran lunga preferibile alla prima.
Oltre al dramma della disoccupazione, oggi moltissimi italiani faticano ad arrivare a fine mese malgrado lavorino regolarmente, per via di contratti incerti, compensi insufficienti e un carico fiscale che pesa su di loro in modo eccessivo: per questi motivi, chiediamo di iniziare dalla riduzione dell’aliquota sul primo scaglione, quello che coinvolge i redditi fino a 15.000 euro lordi. Così facendo sosterremo il reddito di tutte le famiglie italiane, e non solo di quelle proprietarie, e riusciremo a diminuire il cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro per le imprese.Per queste ragioni è necessario ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro, subito!

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

Il discorso di Walter Tocci sulla Riforma dell’articolo 138 della Costituzione

Questo ha detto Walter Tocci, stamane al Senato. Un discorso condivisibile, che mette l’accento non su generici allarmi di ‘attacco alla Carta Costituzionale’ ma al contrario mette in discussione tutto l’impianto argomentativo che ha indotto il governo a procedere con una riforma dell’articolo 138. Per Tocci, “si ricorre all’ingegneria istituzionale per obbligare il politico a fare ciò che non gli riesce spontaneamente”, ergo la modifica istituzionale è un paravento che nasconde la reale intenzione di non far niente.

Su questo blog ho avuto parole di critica verso gli allarmisti, verso i professionisti dell’indignazione. Il progetto di legge costituzionale n. 813 è pura scena. Istituisce un comitato fatto di parlamentari (una ‘bicamerale’ a tutti gli effetti) che dovrà preparare dei pacchetti di riforme istituzionali non meglio precisate entro diciotto mesi da quando lo stesso entrerà in funzione. Tutte le riforme istituzionali che il Comitato riuscirà a produrre (quale è il minimo sindacale? Due? Tre riforme?) attraverseranno il Parlamento ad una velocità sinora sconosciuta (1 mese di intervallo fra le due votazioni nello stesso testo) e però dovranno passare il vaglio del referendum popolare anche se validate dal voto dei due terzi. Ebbene, mai queste leggi avranno il voto dei due terzi; mai potranno passare lo scoglio del referendum in una situazione politica così precaria e frammentata (il governo delle larghe intese non sopravviverà a lungo, soprattutto dopo l’accelerazione della deriva giudiziaria per Berlusconi). Questo progetto di legge non è osceno perché sbagliato; è osceno poiché politicamente insostenibile e senza futuro. E’ osceno poiché reca in sé la pretesa di essere rappresentanza di una volontà popolare ma è invece frutto dell’opera di partiti sostenuti da meno della metà del corpo elettorale. 

Leggete bene questo eccezionale discorso.

Vorrei ribaltare un famoso incipit dicendo che tutto, fuorché la cortesia, mi porta contro questa proposta di legge. Il mio dissenso comincia dal titolo, si alimenta dal testo e diventa totale sull’idea stessa di toccare la Costituzione.

Per rispetto del mio partito non voterò contro, ma, nel rispetto dell’articolo 67, non posso votare a favore. D’altronde, c’è già troppo unanimismo: si propagano luoghi comuni che sembrano veri solo perché ripetuti con sicumera dall’inizio, trent’anni fa. Il mondo è cambiato, ma l’agenda è rimasta sempre la stessa.

L’entusiasmo iniziale delle bicamerali si è tramutato in una vera ossessione a modificare le istituzioni, una malattia solo italiana, che non trova paragoni in nessun altro Paese occidentale. È difficile credere che la nostra Carta costituzionale sia tanto più difettosa delle altre da meritare questo accanimento terapeutico. È più probabile che il malanno dipenda dagli improbabili costituenti.

Siamo chiamati a dichiarare che la revisione della Costituzione è oggi una suprema esigenza nazionale. Mi chiedo perché, per che cosa e in nome di chi.

La domanda sul perché riguarda la decisione. Si ricorre all’ingegneria istituzionale per obbligare il politico a fare ciò che non gli riesce spontaneamente, ma questo cadornismo applicato all’ordinamento è sempre fallito: il bipolarismo doveva eliminare la corruzione; il federalismo doveva promuovere lo sviluppo locale; il maggioritario doveva garantire la stabilità. Per dirla con don Abbondio, chi non ha la volontà politica, non se la può dare con gli artifici istituzionali.

Eppure questa illusione è dura a morire. Ha sostenuto strategie politiche, ha animato i talk show, ha creato perfino il nuovo ordine professionale degli ingegneri istituzionali, costituito dai parlamentari esperti del tema – ai quali va comunque la mia stima personale – dai giuristi, che ne hanno fatto una carriera accademica, e dagli editorialisti, che ne hanno fatto una fortuna mediatica.

L’ordine degli ingegneri si pone solo domande tecniche, ma il dato saliente del trentennio è la crisi dei partiti. La causa politica dell’ingovernabilità è stata trasferita in capo alle istituzioni. Se non si decide, non è colpa mia, ma dello Stato che non funziona: questo è il motto del politico, a tutti i livelli. Lo sviamento, però, non è stato innocuo: è servito come alibi alla politica per non affrontare i suoi problemi, che si sono di molto aggravati. Le istituzioni sono state stravolte per finalità di parte, invece di essere curate nella loro essenza.

La promessa era di riformare lo Stato per migliorare i partiti, ma sono peggiorati entrambi; mai erano giunti tanto in basso nella stima dei cittadini.

È tempo di fare sobriamente la nostra parte, lasciando in pace le istituzioni. L’unica riforma veramente necessaria è cambiare i nostri partiti per renderli adeguati al compito di governo del Paese.

La domanda sul che cosa si è ridotta ad un mantra: il mondo cambia e bisogna decidere in fretta. Ma in quest’Aula sappiamo bene che le leggi più brutte sono proprio quelle più frettolose: il “porcellum” fu approvato in poche settimane; le leggi ad personam di gran carriera; diversi decreti di Monti, approvati con lo squillar di trombe, sono oggi smontati dal Governo Letta. Il decisionismo senza idee ha prodotto un’alluvione normativa che soffoca l’economia e la vita quotidiana dei cittadini.

Aveva ragione Luigi Einaudi a fare l’elogio della lentezza parlamentare come antidoto all’ipertrofia normativa. Non è la velocità ma la qualità che manca al procedimento legislativo.

La causa è nello strapotere dei governi che da tanti anni propongono solo leggi omnibus, con centinaia di commi disorganici, improvvisati, spesso modificati prima di essere applicati. Questa peste normativa distrugge l’amministrazione dello Stato, crea i contenziosi, le interpretazioni fantasiose e la paralisi attuativa. Bisognerebbe restituire al Parlamento la piena sovranità legislativa, ma questa autoriforma dovremmo farla noi, cari colleghi, senza delegarla all’ordine professionale degli ingegneri istituzionali, dovremmo attuarla con l’orgoglio di parlamentari: poche leggi l’anno, in forma di codici unitari, delegando funzioni al Governo e aumentando i poteri di controllo. Stabilire che non si legiferi senza prima valutare i risultati delle leggi precedenti. Dare alle Commissioni parlamentari poteri di inchiesta: un dirigente di Finmeccanica deve temere un’audizione come un manageramericano quando va in Senato.

Alla terza domanda (in nome di chi?) si risponde: nell’interesse nazionale. Eppure, ogni volta che abbiamo modificato la Costituzione ce ne siamo dovuti pentire: il Titolo V ha creato conflitti permanenti tra Stato e Regioni; dopo lo ius sanguinis del voto all’estero oggi si passa ad invocare lo ius soli per i figli degli immigrati; prima si blocca il pareggio di bilancio e poi si esulta per la deroga concessa dall’Europa.

D’altro canto, basta leggere il testo per notare la differenza. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei Padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi, come un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte da noi.

Fortunatamente i cittadini hanno evitato i guai peggiori bocciando la legge costituzionale ideata dagli stessi autori del “porcellum”. L’unico baluardo è venuto dai presidenti di garanzia come Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Mi sconcerta la leggerezza con la quale si ritiene possibile demolire questo ultimo bastione. In Italia la personalizzazione si è sempre presentata come patologia e non come responsabilità delle leadership. Non scherziamo col fuoco: il presidenzialismo non sarebbe un emendamento, ma un’altra Costituzione.

Dovremmo avere un senso del limite. I nostri partiti rappresentano oggi a malapena la metà del corpo elettorale, l’altra metà ha manifestato in tutti i modi il disagio e la sfiducia. Noi non siamo quindi in grado, in questo momento, di rappresentare l’unità nazionale. Non è saggio usare la revisione costituzionale per santificare un Governo privo del mandato elettorale. Questo è il vulnus che segna la modifica del 138. Il procedimento lega la sorte del Governo ai tempi e ai modi della revisione costituzionale. Porre un vincolo di maggioranza come inizio e come fine nella della riforma è una forzatura politico-costituzionale senza precedenti in Italia e in Europa. I Governi passano, le Costituzioni rimangono, non dimentichiamolo.

Dovremmo prendere atto che la nostra generazione non è capace di fare queste riforme, che possa farlo oggi al minimo storico del consenso elettorale è un ardimento senza responsabilità, è una dismisura contro lo spirito costituzionale. Lasciamo alle generazioni successive il compito di rielaborare l’eredità ricevuta dai Padri costituenti. Non tutte le generazioni hanno l’autorevolezza per cambiare la Costituzione.

Dovremmo prenderne atto con umiltà, con l’umiltà di cui parla Papa Francesco, che dovrebbe sempre accompagnare l’esercizio del potere. La nostra umiltà è il migliore contributo che possiamo portare oggi alla Carta costituzionale. (Applausi dai Gruppi PD, M5S e Misto-SEL e della senatrice De Pin).

Deroga articolo 138 della Costituzione: gli sviluppi in Commissione

Dicevo la scorsa settimana che l’allarmismo sull’annunciata deroga all’articolo 138 della costituzione, improvvisamente riproposto dal blog di Grillo dopo alcuni giorni di silenzio da parte dei media, era ingiustificato. Così era, così è, ma devo aggiornarvi sugli sviluppi del dibattito al Senato in I Commissione Affari Costituzionali.

Fino a ieri, lo spettro della deroga era contenuto all’interno di una mozione parlamentare che impegnava il governo ad inserire, nel progetto di legge costituzionale che dovrebbe istituire un Comitato per le Riforme Istituzionali, una deroga al limite dei tre mesi contenuto nel citato articolo 138, al primo comma (distanza di tre mesi fra le due deliberazioni). Leggendo il resoconto della riunione della I Commissione, avvenuta ieri 02/07/2013, dove erano in esame gli emendamenti all’articolo 4 del disegno di legge costituzionale 813, si scopre che l’impianto dell’articolo 138 è rimasto praticamente integro con alcune piccole variazioni che possono essere problematiche.

L’articolo 4, al comma 4, prevede una riduzione della distanza temporale fra le due pronunce del legislatore rispetto al testo originale dell’articolo 138 – non quindi una deroga, ma una abbreviazione dei tempi (una deroga, di fatto, dovrebbe comportare una riduzione della rigidità ascritta nella costituzione, mentre il ddl costituzionale, con l’articolo 5, rafforza la rigidità estendendo il referendum popolare anche alle riforme votate con maggioranza qualificata dei due terzi). Ma, mentre nel testo originale era previsto il termine minimo di un mese, l’emendamento 4.14, che ha incontrato il parere favorevole della relatrice del documento Anna Finocchiaro, riduce ulteriormente questo termine a quarantacinque giorni. La modifica rimane limitata alla permanenza in ‘vita’ del Comitato per le riforme, il quale decadrà il giorno dopo aver prodotto le suddette riforme (o con lo scioglimento di una o di entrambe le Camere). L’abbreviazione dei tempi della doppia deliberazione, quindi, non è permanente, ma transitoria e limitata. Va da sé che tale modifica non cambia la procedura del passaggio del provvedimento da una Camera all’altra, le quali continuano ad essere obbligate a completarne l’esame entro tre mesi.

In realtà, l’allarme dovrebbe provenire da altri piccoli dettagli che passano quasi inosservati nel testo del resoconto parlamentare. Anna Finocchiaro, nell’esprimersi “favorevolmente sull’emendamento 4.14”, pone la condizione per l’approvazione che sia “riformulato sopprimendo le parole sul medesimo testo“. Può quindi, in virtù di questo emendamento, un ddl costituzionale prodotto dal Comitato essere approvato alla seconda votazione alla Camera o al Senato in un testo modificato rispetto alla prima deliberazione?

Riassumo nuovamente:

  1. parlare di deroga all’articolo 138 è improprio perché il ddl costituzionale S-813 modifica solo l’elemento temporale della doppia deliberazione, ma non la elimina;
  2. tali modifiche sono temporanee, poiché il legislatore le ha agganciate alla ‘vita’ del Comitato per le riforme, che a sua volta viene dismesso in caso di conclusione dei lavori, o di scioglimento delle Camere;
  3. l’articolo 5 (Referendum) continua a essere previsto anche per i ddl costituzionali approvati con maggioranza qualificata dei due terzi e di fatto costituisce un rafforzamento della rigidità della costituzione;
  4. l’unica modifica importante è l’eliminazione dall’emendamento 4.14 della dicitura ‘sul medesimo testo’, il che implica che le due deliberazioni possono avvenire su testi differenti.

PS:  Vorrei farvi notare che il Comitato per le riforme viene istituito con legge costituzionale giocoforza seguendo il dettato costituzionale dell’articolo 138, pertanto sarà operativo fra almeno sette mesi…

[seguirà aggiornamento]