Autoriciclaggio, verso l’approvazione?

Hanno scritto proprio questo: il PD ha “trovato la formula”. Perché forse non era abbastanza chiaro che, per approvare la norma sul reato di autoriciclaggio, bastava un emendamento. Eppure è dal 2012 che i vari governi, con varie spiegazioni, rimandano l’introduzione della nuova fattispecie di reato. A fine Maggio era lo stesso capogruppo alla Camera, Zanda, a riferire che il governo avrebbe presentato un proprio testo, senza peraltro ricordarsi delle diverse proposte provenienti da Pietro Grasso e da Civati-Ricchiuti, entro il 10 di questo mese.

Dopo gli scandali Expo e Mose, l’intervento emendativo – che evocavamo da queste pagine – presentato come modifica al Ddl Anticorruzione (Atto Senato nn. 19, 657, 711, 846, 847, 851, 868), verrà presto approvato. Lo ha annunciato il ministro della Giustizia Orlando, poche ore fa. Dice Orlando che “la nostra legislazione è tra le più avanzate nella lotta all’economia criminale”, ma deve “acquisire una dimensione europea” (ANSA). Già, la dimensione europea delle già ricordate “Direttive Europee, n. 2005/60/CE e n. 2006/70/CE (l’Europa non è solo burocrazia)“, o piuttosto quella internazionale della “raccomandazione del Fondo Monetario Internazionale del 2006“, delle “linee guida sulla trasparenza nei pagamenti dell’OECD“, o quella italianissima delle “pronunce della Banca d’Italia e della Procura Nazionale Antimafia“, nonché la “Convenzione penale sulla corruzione, sottoscritta a Strasburgo il 27 gennaio 1999 (che l’Italia ha ratificato solo nel 2012)” – (civati.it). Un quadro giuridico decisamente chiaro che punisce l’autoriciclaggio e che il nostro paese ha sinora rifiutato.

Ad Aprile era stato presentato un Disegno di Legge, l’Atto Camera N. 2254, a firma di Civati, Mattiello, Zampa, Decaro, Pastorino e altri, il quale ripropone lo schema della Voluntary Disclosure (per il rientro volontario di capitali detenuti all’estero), altre norme per il potenziamento della lotta all’evasione fiscale ed anche la modifica agli articoli 648-bis e 648-ter del Codice Penale in materia di autoriciclaggio. La novella legislativa intende “estendere la punibilità per riciclaggio all’autore, anche in concorso, del reato da cui provengono il denaro, i beni o le utilità che ne costituiscono oggetto (reato presupposto)” – (vedi preambolo Atto Camera N. 2254).

[…] la clausola di riserva riduce sensibilmente l’operatività in concreto della fattispecie. Per effetto della stessa, infatti, è esclusa la punibilità per riciclaggio non solo dell’autore del reato presupposto che provveda direttamente a sostituire o trasferire i proventi o comunque a ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa; ma anche e soprattutto dell’autore in via principale della condotta di riciclaggio il quale, per il fatto di avere anche in minima parte contribuito alla commissione del reato presupposto, concorre solo in quest’ultimo reato, andando così immune dal riciclaggio. Sul piano criminologico, quest’ultima condotta appare sempre più diffusa in connessione con reati di appropriazione indebita, evasione fiscale e corruzione. Non è, infatti, infrequente che esponenti o titolari di aziende si accordino con terzi «riciclatori» nel senso di utilizzare mezzi di questi ultimi, come società di comodo che emettono fatture per prestazioni inesistenti, allo scopo e con l’effetto di sottrarre all’azienda e a tassazione, e in seguito riciclare, denaro o beni sociali da destinare a proprio uso personale, per finalità corruttive o altro.

Il governo ha voluto far propria la materia quando questo Ddl era fermo alla Camera, mentre al Senato il testo Grasso-D’Ascola era ingolfato da 100 emendamenti. Mentre il testo proposto  da Civati e altri è molto semplice e produce la soppressione della clausola di salvaguardia contenuta nei sopracitati articoli del Codice Penale (“Fuori dei casi di concorso nel reato”, ovvero la prima proposizione dell’articolo 648-bis), il testo del governo mantiene la clausola per aggiungere l’autoriciclaggio al comma 2 e prevedere quindi la possibilità di stabilire pene diverse per lo stesso reato: se volete, l’aspetto principale che rende preferibile la formulazione Civati. Se il riciclatore opera per sé medesimo, rischia da tre a otto anni; se opera per il vantaggio altrui, da quattro a dodici. E’ previsto l’aggravio di pena se il reato è commesso nell’ambito di attività bancaria o finanziaria. Giustamente, invece, verrà ripristinata l’estensione della norma di cui al 648-ter, in cui la provenienza illecita era stata sostituita dal Senato, in senso troppo restrittivo, con la sola “provenienza da riciclaggio”, escludendo dalla punibilità tutti gli altri reati presupposto della norma (non tipizzati e riassunti sotto la formula “denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto”).

L’attesa è quindi per il 10 Giugno, quando inizierà la discussione in Commissione Giustizia al Senato.

DL Stabilità, colpita anche la spesa per intercettazioni

Mentre la politica sta implodendo – sì, penso che sia questo il termine più corretto per descrivere lo psicodramma nazionale – il governo procede imperterrito, come un rotativa di stampa, a produrre nuove norme correttive di quelle adottate sinora tanto che risulta quasi impossibile star dietro ai cambiamenti e forse ci vorranno mesi, per non dire anni, a capire e comprendere in profondo gli effetti di questo stravolgimento.

Il DL Stabilità ha occupato le prime pagine dei giornali per quella odiosa norma che riduce le detrazioni fiscali anche per l’anno corrente, il che significa per molti, parlo in special modo per i sostituti d’imposta, dover stornare a Gennaio, in sede di conguaglio, la parte di imposta non versata poiché coperta dalla detrazione. Ma il disegno di legge è una costellazione di norme, spesso da leggere in combinato con quelle oggetto di emendamenti e aggiunte o modifiche di singole parole. Per cui colpisce quel che emerge dalla lettura del comma 11 dell’articolo 3 intitolato “Riduzione delle spese rimodulabili ed ulteriori interventi correttivi dei Ministeri”.

Il decreto 259/2003 è noto con il nome di Codice delle comunicazioni elettroniche. Il comma 2 dell’art. 96 fa riferimento a una sorta di listino prezzi stabilito dal Ministero delle Comunicazioni, contenuto nel D.M. 26 aprile 2001, che è relativo alle intercettazioni effettuate da soggetti specializzati per conto delle autorità giudiziarie. La norma, come ridisegnata dal governo Monti, cancella di fatto il listino prezzi del 2001 e demanda ad un decreto del Ministro della giustizia e del Ministro dello sviluppo economico, da adottare con il concerto del Ministro dell’economia e delle finanze, il compito di determinare le prestazioni obbligatorie a carico degli operatori e il ristoro dei costi, nelle forme di un canone annuo forfettario. E’ di fatto la tanto temuta riduzione di spesa per le intercettazioni. Il comma 12 specifica che l’abrogazione del listino prezzi del 2001 avrà effetto solo nel momento in cui il Ministero della Giustizia approverà il decreto suddetto, questo al fine di evitare un blocco delle attività investigative da parte dei fornitori delle procure. In ogni caso, il taglio che si prefigura non è affatto chiaro ed è soggetto al vaglio del MEF. Ma è implicito che tale modifica abbia lo scopo di raggiungere evidenti obiettivi di spesa, anche se non specificati.

Non credo sia il caso di dare la stura ai profeti dell’indignazione, ma credo che la propensione del governo a tagliare tutto quanto sia tagliabile sia un fatto preoccupante tanto quanto quello di aumentare le tasse ad ogni decreto di carattere economico. Ma quel che più impressiona e che ciò stia avvenendo in un clima di generale caos nella classe politica, distratta dal mercimonio del denaro pubblico a tal punto da non accorgersi che l’erosione della spesa stia oramai procedendo verso il nocciolo delle funzioni vitali della Macchina-Stato. E Monti e soci sono al punto di recidere la giugulare del paese, che è poi l’attività investigativa delle procure chiamate a far giustizia anche di questa marmaglia che passa sotto al nome di Casta. Senza una magistratura inquirente e una giustizia funzionanti, non riusciremo mai a bonificare il terreno pubblico della competizione politica. E resteremo in una sorta di stato comatoso, estremamente bisognosi di un governo tecnico. Bis, magari.

La disinformazione corre sulle Auto Blu

Di questa vicenda dell’acquisto di auto da parte della Consip, una società del Ministero dell’Economia e Finanze che si occupa fra l’altro del Programma per la razionalizzazione degli acquisti nella P.A., resterà solo che il governo Monti ha acquistato 400 nuove auto blu. Sarà un caso, ma in questo periodo di forte discredito vissuto dal sistema partitico, alcuni giornali, fra cui l’Espresso ed a ruota Il Giornale e Libero, sparano titoloni a cinque colonne sulle Auto Blu di Monti.

Peccato che non si tratti di auto blu, nemmeno di auto vere e proprie. Il bando di gara lanciato dalla Consip prevede la stipula di una convenzione, ovvero di un accordo all’acquisto opzionale, nella fattispecie di auto e servizi. E’ tutto scritto e in chiaro. Tanto più che la vicenda era stata sollevata da una interrogazione parlamentare a firma di Antonio Di Pietro, a cui il viceministro Grilli ha fornito una risposta schiettamente tecnica nella seduta della Camera del giorno 11 Aprile 2012. Da allora sono passati quindici giorni senza che alcun giornale scrivesse una sola riga sulla vicenda. Ieri, come ci ricorda il Corriere della Sera, gli articoli online de Il Giornale e L’Espresso hanno innescato l’ennesima “rivolta del web”.

Nelle ultime ore è arrivata la risposta direttamente dal Presidente del Consiglio nella sua veste di Ministro dell’Economia:

Il Governo non acquisterà nuove “auto blu” nel 2012 e auspica, per le amministrazioni territoriali, l’adozione di un’analoga impostazione. Il bando di gara della Consip non determina automaticamente l’acquisto di nuove autovetture. Con l’aggiudicazione delle convenzioni, Consip stipula soltanto un accordo quadro che può essere utilizzato dalle pubbliche amministrazioni per soddisfare le necessità di spostamento sul territorio. Il bando è pensato soprattutto per le esigenze delle Forze dell’Ordine e di quelle che svolgono servizi di utilità sociale che, più di altre, hanno bisogno di mezzi operativi. Attualmente, infatti, il 61% del parco auto ha tra i 5 e oltre 10 anni. Gli elevati e continui costi di manutenzione rendono l’utilizzo di queste vetture, oltre che inquinante per l’ambiente, particolarmente diseconomico (governo.it).

Non pensate che ci sia una incongruenza di fondo nel protestare – imbeccati da Nicola Porro e Belpietro! – contro l’acquisizione di auto da parte della Pubblica Amministrazione, peraltro mediante bando di gara, auto che al massimo avranno una cilindrata di 1600, e indignarsi perché Polizia e Carabinieri devono pagarsi la benzina? Questo abbiamo fatto. Come soldatini ammaestrati, pigiamo il tasto del mouse e ci facciamo trascinare nella corrente del qualunquismo. Sappiate che avete fatto il gioco di quell’area politica che vuole perpetuare il ladrocinio del denaro pubblico attraverso i rimborsi elettorali. Queste auto nulla avranno a che vedere con le Maserati del Ministero della Difesa, sulle quali invece nessuna testata giornalistica di quelle citate poc’anzi (tranne l’Espresso) ha sprecato dell’inchiostro. Queste auto sono sicuramente più legittime dei diamanti di Belsito e “Family”. Sappiatelo.

Governo e #ABC verso la rottura sul Beauty Contest?

Scommetto che sarà il principale titolo dei quotidiani, domani mattina.

Angelino Alfano ha intenzione (o mandato?) di minacciare il rovesciamento del tavolo sulla Riforma Lavoro se il beauty contest non viene mantenuto. L’obiettivo minimo è ottenere una compensazione per Mediaset. Altrimenti volano gli stracci. Il Ministro Passera è stato messo nel mirino, il reo (confesso!) di questo terribile tradimento. «Siamo serenamente fermi all’impostazione discussa e data dal governo», è la risposta di Bersani.

Attendiamo sviluppi.

Questa la parte del comunicato del governo sul Beauty Contest. Anche questa parte, nel suo piccolo, è una rivoluzione.

Politica industriale sullo spettro radio
Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, ha approvato la presentazione di un emendamento al decreto di semplificazione fiscale in Parlamento che prevede l’annullamento della procedura di gara – nota come beauty contest– per l’assegnazione gratuita delle frequenze derivanti dal cosiddetto “dividendo digitale”.

Con questa decisione – che tiene conto di diversi Ordini del giorno approvati dalla Camera e del mutato contesto economico-sociale rispetto a quando il beauty contest era stato avviato – il Governo intende valorizzare economicamente una risorsa preziosa quale quella delle frequenze, puntando inoltre al consolidamento dell’industria televisiva e allo sviluppo del comparto TLC. Si pongono così anche le basi per la chiusura della procedura di infrazione comunitaria da tempo aperta contro l’Italia e si creano le condizioni per aumentare ulteriormente il pluralismo, la trasparenza e l’apertura del mercato.
I singoli lotti messi a gara saranno composti da reti di più frequenze, modulabili per macroaree di diffusione. Alcune di queste frequenze, posizionate sopra la banda 700,  saranno assegnate per un periodo di tempo più limitato in quanto, coerentemente con le future decisioni comunitarie, potranno essere destinate a servizi diversi da quelli televisivi e dunque riassegnate, tramite ulteriori aste,  a operatori di TLC.
I lotti di frequenze saranno assegnati tramite aste a titolo oneroso. Il bando della prima asta sarà emanato dal Ministero dello sviluppo economico entro i prossimi 120 giorni e sarà basato su regole stilate dall’Agcom, sentiti i competenti uffici della Commissione europea.
Con questo sistema di assegnazione, lo spettro nazionale sarà maggiormente valorizzato e sfruttato in maniera più efficace, consentendo l’adozione delle più avanzate tecnologie trasmissive presenti sul mercato.
Nello specifico, questi i principali aspetti dell’emendamento:
Il bando. Il Ministero dello sviluppo economico emanerà entro 120 giorni il bando della nuova gara per l’assegnazione delle frequenze.
Le regole. Le regole della gara dovranno essere elaborate dall’Agcom, sentiti i competenti Uffici della UE e attenendosi ai seguenti criteri e principi direttivi:

  • aggiudicazione all’offerta economica più elevata, anche mediante rilanci competitivi;
  • partecipazione alla gara riservata agli operatori di rete, assicurando la separazione verticale tra i fornitori di programmi e gli stessi operatori di rete, che dovranno consentire l’accesso ai fornitori di programmi a condizioni eque e non discriminatorie. In questo modo sarà più facile e meno oneroso accedere al mercato televisivo;
  • fissazione dei criteri e delle priorità per favorire i fornitori di programmi nuovi entranti e l’innovazione tecnologica;
  • composizione ottimale dei diversi lotti messi a gara e modulazione della durata dei diritti d’uso delle singole frequenze, così da garantire la tempestiva destinazione delle frequenze secondo la disciplina dello spettro radio stabilita dalla Commissione europea e dagli organismi internazionali competenti, con particolare riguardo agli obiettivi della agenda digitale nazionale ed europea.

Valorizzazione dello spettro. L’Autorità e il Ministero dovranno adottare ogni azione utile a garantire la concorrenza, l’uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio, in riferimento anche agli indirizzi dettati dalla Conferenza mondiale di Ginevra 2012 e dall’Unione Europea nell’ambito degli obbiettivi dell’agenda digitale. In questo modo il sistema trasmissivo nazionale potrà rispondere efficacemente ai crescenti bisogni di banda larga e di comunicazione tramite la rete.
Riordino dei contributi di concessione. Si prevede entro la fine del 2012 il riordino dei contributi per l’utilizzo delle frequenze televisive, che saranno progressivamente applicati per favorire l’ottimale utilizzo delle frequenze.
Nuova capacità trasmissiva. Vengono previste misure atte a favorire l’introduzione di nuovi standard televisivi DVB-T2, MPEG—4 e successive evoluzioni, attraverso i quali sarà possibile aumentare la quantità e la qualità della trasmissione televisiva. Per questo motivo, a partire dal 1° gennaio 2015 le aziende produttrici di televisori saranno obbligate a utilizzare solo sintonizzatori digitali in grado di ricevere i nuovi standard. Le nuove tv, dal 1° luglio 2015, saranno le uniche a poter essere commercializzate. Gli standard DVB-T2 e MPEG-4 necessitano inoltre di un numero più limitato di frequenze e ciò consentirà la trasmissione di una quantità più ampia e avanzata di contenuti.
Abrogazione del Beauty Contest. Sono abrogati gli attuali riferimenti di legge alle parti della delibera n. 181/09 dell’Autorità incompatibili con la nuova disciplina, fermi restando i limiti di concentrazione previsti dalla medesima direttiva per ciascun operatore. Di conseguenza viene annullato il bando che ha indetto la gara “beauty contest”, rinviando ad un decreto interministeriale la definizione dei criteri e delle modalità per l’attribuzione di un indennizzo ai partecipanti.

Pareggio di Bilancio in Costituzione passa in sordina alla Camera

La Camera approva, in sordina, mentre l’opinione pubblica discetta di eliminazione dei vitalizi dei parlamentari, la nuova norma costituzionale che introduce fra i principi fondamentali dello Stato quello del pareggio di bilancio. Eppure, considerati i tempi che corrono, una maggior attenzione a una norma di tale portata andrebbe posta.

L’iniziale proposta di legge del governo è stata affiancata da ulteriori proposte, una anche a firma del PD (primo firmatario il segretario, Bersani) e tutto questo innovativo corpus normativo è divenuto nella trattazione in Commissione un unico faldone, da oggi ufficialmente approvato in prima lettura dalla Camera.

Il principio del pareggio di bilancio è molto semplice da capire e si potrebbe risolvere in un comma, molto breve, che modifichi l’art. 81 della Costituzione. E così dovrebbe essere:

PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE

Art. 1.

1. All’articolo 81 della Costituzione sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

«L’equilibrio annuale di bilancio deve essere raggiunto senza ricorso al debito pubblico. Le entrate derivanti dal debito pubblico devono essere destinate esclusivamente a spese di investimento. La legge ordinaria definisce le procedure per l’attuazione delle disposizioni dei commi quinto e sesto e individua gli investimenti da effettuare nel corso di ogni singolo esercizio finanziario».

I vincoli introdotti sono in realtà ben più del solo pareggio di bilancio. Si tratta di:

  1. pareggio di bilancio senza ricorso al debito;
  2. entrate derivanti dal debito pubblico impiegate esclusivamente per gli investimenti;
  3. gli investimenti da effettuare sono individuati mediante legge (riserva di legge).

In sede di disciplina attuativa dei principi costituzionali, dovranno però essere definiti con maggior precisione:

– la platea dei soggetti istituzionali tenuti a rispettare il vincolo di bilancio (ci saranno dei soggeti esclusi? se sì, quali?);

– il carattere consolidato (per tutta la PA) o individuale (per i singoli enti) del vincolo stesso;

– gli aggregati contabili da prendere in considerazione, riguardanti sia i saldi di bilancio (saldo nominale o strutturale, inclusione o esclusione delle partite finanziarie, possibilità o meno di poste fuori bilancio) che il debito (inclusione o esclusione dei debiti di fornitura);

– i criteri contabili da utilizzare (competenza giuridica o economica, cassa o competenza mista);

– l’arco temporale di riferimento (il singolo esercizio o un arco pluriennale di durata da definire con riferimento agli enti territoriali).

Va da sè che la formulazione del terzo comma dell’art. 81 della Costituzione parla di equilibrio annuale dei bilancio e solo in via interpretativa lo possiamo definire pareggio. Ma si tratta di pareggio contabile  o di sostenibilità? Ovvero, il criterio dell’equilibrio ha delle sfumature oppure indica inequivocabilmente l’equilibrio delle entrate e delle uscite? Nei lavori preparatori della Camera viene fornita la seguente spiegazione:

Qualora il termine “equilibrio” debba essere inteso come pareggio contabile, ne conseguirebbe che, in presenza di uno stock di debito e di una conseguente componente di spesa per interessi, il saldo primario dovrebbe essere necessariamente in avanzo di un ammontare sufficiente a pareggiare la spesa per interessi, in modo tale da annullare il deficit e garantire il pareggio. L’assenza di un deficit comporterebbe l’invarianza nel tempo dello stock nominale di debito. In presenza di una condizione di crescita, anche moderata, del PIL, ne conseguirebbe la tendenza alla progressiva riduzione del rapporto debito/Pil. Tale tendenza non potrebbe arrestarsi nemmeno quando il predetto rapporto dovesse scendere sotto una determinata soglia (ad esempio quella del 60% definita in sede comunitaria), in quanto l’obbligo di equilibrio di bilancio sancito in costituzione (qualora esso vada inteso come pareggio contabile) non verrebbe meno. L’adozione del vincolo del pareggio, riferito al saldo complessivo di bilancio, implicherebbe quindi l’adozione implicita dell’obiettivo di progressivo annullamento del rapporto debito/Pil (Atto Camera C. 4620/4205/4525/4596/4607, scheda di lettura n. 551).

In sostanza, l’obiettivo posto dalla nuova norma costituzionale è realizzare costantemente un avanzo primario al fine di abbattere il debito. Allo stesso tempo non è specificato quali debbano essere i mezzi per realizzare questo avanzo primario. Naturalmente un ente pubblico può indebitarsi garantendo l’equilibrio. Ma se lo fa mettendo a bilancio entrate che non è sicuro di avere? Il problema potrebbe essere scoperto solo in fase di bilancio consuntivo, quando emergerebbe il vero buco di bilancio e il fallimento dell’obiettivo dell’equilibrio sancito costituzionalmente. E poi? Cosa succede all’amministratore che bara sul bilancio?

Nella nostra normativa è già presente la fattispecie dei “grave dissesto finanziario”, che può comportare la rimozione, per esempio, del presidente della regione, cui si applicano per un periodo decennale la sanzione dell’incandidabilità ed altre sanzioni interdittive (decreto legislativo 6 settembre 2011, n.149, recante la disciplina dei meccanismi sanzionatori e premiali relativi a regioni, province e comuni). Il nuovo testo dell’art. 81 prevede comunque che “a garanzia del corretto perseguimento del principio dell’equilibrio di bilancio”, debbano essere assicurate “verifiche a consuntivo e le eventuali misure di correzione”. Il legislatore sembra riferirsi a “quel complesso di procedure, già previste dalla legislazione in materia di contabilità e finanza pubblica, che prevedono attività di monitoraggio degli effetti finanziari di norme in vigore nonché degli andamenti complessivi di finanza pubblica e, in esito a tali procedure, meccanismi correttivi da porre in essere nel caso in cui si registrino oneri che eccedano le previsioni originarie ovvero scostamenti rispetto ad equilibri sanciti con gli strumenti di programmazione” (Scheda di lettura n. 551).

Si richiamano inoltre le previsioni del comma 13 del medesimo art. 17 della legge n. 196/2009, riguardanti, più in generale, le attività di monitoraggio poste in essere dal Governo rispetto agli andamenti complessivi di finanza pubblica. Il Ministro dell’economia e delle finanze, allorché riscontri che l’attuazione di leggi rechi pregiudizio al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, assume tempestivamente le conseguenti iniziative legislative al fine di assicurare il rispetto del vincolo costituzionale di copertura finanziaria delle leggi. La medesima procedura è applicata in caso di sentenze definitive di organi giurisdizionali e della Corte costituzionale recanti interpretazioni della normativa vigente suscettibili di determinare maggiori oneri (ibidem).

Si tratta del commissariamento? Che fu minacciato da Tremonti quando la sanità pugliese sembrava essere al tracollo? E’ possibile che questa attività di monitoraggio sia lasciata al governo? Oppure è necessaria una autority indipendente che attui le verifiche e denunci il comportamento illegittimo alla Corte dei Conti?

Filippo Patroni Griffi, nuovo ministro: ci fu per lui una leggina ad personam

dal sito del senatore Pietro Ichino 03/03/2011

La nuova disposizione consente ai membri della Civit che sono anche dipendenti pubblici di restare in ruolo e svolgere contemporaneamente le due funzioni
Comma 12-decies inserito dalla legge di conversione nell’articolo 2 del decreto-legge 29 dicembre 2010 n. 225

“Al fine di garantire, senza pregiudizio per le amministrazioni di provenienza, la prosecuzione della attività di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, al comma 3, ultimo periodo, del medesimo articolo 13, dopo le parole: “sono collocati fuori ruolo” sono inserite le seguenti: “, se ne fanno richiesta.” La facoltà di essere collocati fuori ruolo, su richiesta, prevista dall’articolo 13, comma 3, ultimo periodo, del citato decreto legislativo n. 150 del 2009, come modificato ai sensi del presente comma, si applica anche ai componenti in carica alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto che continuano a operare fino al termine del mandato.”

TRADUZIONE IN ITALIANO

Le “attività di cui all’articolo 13 del d.lgs. n. 150/2009″ sono le funzioni della Civit, cioè della Commissione per la Valutazione, l’Integrità e la Trasparenza, istituita dalla legge Brunetta come chiave di volta del nuovo sistema della valutazione indipendente delle amministrazioni pubbliche. L’idea originaria, che si esprimeva nella formulazione dell’articolo 13 in vigore fino a ieri, era che i cinque membri si dedicassero al lavoro della Commissione a tempo pieno: per questo la norma disponeva che, “se dipendenti della pubblica amministrazione o magistrati in attività di servizio”, essi venissero “collocati fuori ruolo” o “in aspettativa senza assegni” automaticamente. Ora, invece, il Governo ha ritenuto opportuno consentire che i membri della Civit dipendenti da amministrazioni pubbliche possano optare per rimanere in ruolo, riducendo evidentemente il proprio impegno per la Civit a un tempo parziale.

Questa innovazione riguarda oggi soltanto uno dei membri della Commissione, il dott. Filippo Patroni Griffi (perché il presidente Antonio Martone, già magistrato di Cassazione, è ora pensionato; mentre Luciano Hinna e Luisa Torchia, professori universitari, erano e restano nella posizione del docente in aspettativa senza assegni, senza possibilità di opzione per il cumulo delle due attività). Nel caso specifico il dott. Patroni Griffi godeva già, in base alla disciplina previgente, del cumulo dei due trattamenti economici: in questo caso, dunque, il beneficio per l’interessato recato dalla nuova norma non è di carattere economico. Ma la nuova norma disattende l’intendimento originario, nel senso dell’impegno a tempo pieno per i membri della Commissione: in futuro il cumulo di attività – oltre che di trattamenti economici – diverse potrà riguardare anche un numero maggiore di commissari. Per altro verso, la nuova norma non corrisponde a equità, dal momento che al minore impegno nella funzione propria della Civit non corrisponde una riduzione del relativo compenso.

Va osservato, infine, che l’incompatibilità sancita dal testo originario della legge aveva anche la funzione di garantire l’indipendenza della Civit: un commissario non può avere, verso l’amministrazione presso cui continua a svolgere la propria attività, la stessa indipendenza e libertà d’azione che avrebbe se invece quell’attività fosse interrotta.

Il testo del #maxiemendamento alla legge di stabilità

Venticinque articoli, venti pagine. Queste le principali modifiche: abolizione delle tariffe minime per i professionisti, smantellamento dei processi civili arretrati, no patrimoniale, riduzione dei tagli all’editoria (Lavitola ringrazia).

[Lo leggo e poi commento].

Via Europa Quotidiano