Merkel for President

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Angela Merkel è la persona giusta per guidare la Germania e l’Europa, politicamente pochi possono competere con lei (The Economist).

A tre settimane dal voto, Angela Merkel non è ancora in grado di formare il nuovo esecutivo. Nelle ultime ore ha cercato di sondare l’orientamento del Grunen (i Verdi) mentre è previsto un incontro fra la rieletta Cancelliera e il presidente della SPD, Sigmar Gabriel. Gabriel ha dichiarato che la Grosse Koalition CDU-SPD si farà solo se il nuovo governo metterà al primo posto la stabilizzazione dell’Europa senza appesantire sempre i contribuenti, la riorganizzazione del mercato del lavoro con buoni salari e la garanzia di una pensione decente dopo decenni di lavoro; il rilancio degli investimenti per infrastrutture e istruzione. Non vogliamo andare al governo solo per ottenere qualche ministero, ha detto.

La Cancelliera, durante la campagna elettorale, ha parlato poco dell’Unione europea. In verità ha mostrato due facce: una, interna, verso i tedeschi, accomodante e più attenta alle politiche sociali; una esterna, verso i Paesi dell’Eurozona, molto liberista, in cui ha preferito puntare a politiche di austerità e rigore senza dare spazio ad un piano di sviluppo europeo per rilanciare la sviluppo e l’occupazione. Merkel ha parlato poco di Europa, mentre i partner europei erano attentissimi al dibattito in Germania ed in ansia per i risultati elettorali tedeschi, pensando ad un risvolto anche nei loro confronti. Molti cittadini europei avrebbero voluto votare in Germania, come hanno evidenziato alcune iniziative come “Egality Now” and “I vote in Germany” volte a far sentire la voce dei cittadini europei sulle elezioni tedesche.

Ma Merkel ha dato molta importanza soprattutto al fattore “fiducia”: il suo messaggio è stato che la Germania è un paese rigoglioso dove la disoccupazione è diminuita e la crisi dell’euro è stata controllata.

Molti parlano della Merkel come di una donna politica tenace, superiore a Obama, a Cameron e allo stesso Hollande. Potrebbe ora sollecitare riforme che portino l’economia europea alla competitività ma, nonostante ciò, esiste un rovescio della medaglia: la Germania, sebbene la sua economia sia forte, ha diverse fragilità interne, fra cui la limitata crescita della popolazione, l’eccessivo affidamento sulle esportazioni, la bassa crescita della produttività, i troppi lavori sottopagati.

L’occupazione , dopo una serie di regolamenti iniziati nel 2002 e favoriti da alcune piccole riforme (Agenda 2010), ha raggiunto un buon livello con un apparente aumento dei posti di lavoro. In realtà i veri contratti di lavoro non arrivano al 50%.

I “mini jobbers”, cioè coloro che devono accontentarsi dei contratti da 450 euro al mese, sono in forte aumento. Prevale il lavoro a tempo determinato con salari minimi, tanto che viene favorito il lavoro in nero. Anche internamente alla Germania i servizi devono essere più competitivi, la formazione ha bisogno di più risposte, le infrastrutture e la ricerca hanno bisogno di più investimenti. Anche i prezzi dell’energia devono essere tagliati e il settore pubblico diventare più produttivo.

Per quel che riguarda il capitolo Europa, la Merkel deve comunque impegnarsi a rendere più forte l’intera Unione europea, a partire dall’unione fiscale.

La cancelliera è la sola leader in Europa ad essere rimasta al potere dopo la crisi economico –finanziaria iniziata nel 2008 e che ha portato alla stagnazione di tante economie europee: Spagna, Francia, Portogallo, Italia e Grecia. Ma il rigore nei confronti di questi paesi Paesi non ha portato ad un risanamento del bilancio e tanto meno allo sviluppo economico.

Per citare il caso della Grecia, proprio in questi giorni i giornali riportano i verbali della drammatica riunione del 9 maggio 2010 in cui il Fondo Monetario internazionale (FMI) ha dato via libera al primo piano di aiuti per il Paese.

Quei verbali, pubblicati dal Wall Street journal, contenuti in documenti classificati come riservatissimi e segreti, parlano chiaro: più di 40 paesi, tutti non europei e pari al 40% del board, erano contrari al progetto messo sul tavolo dai vertici del FMI. Il motivo? Era “ad altissimo rischio”, come ha messo a verbale il rappresentante brasiliano, perché “concepito solo per salvare i creditori, nella gran parte banche del Vecchio continente e non la Grecia” (Investire oggi).

In realtà, basta guardare i numeri della recessione, ancora in corso in taluni paesi del sud Europa, per capire che la vittoria della Merkel non è affatto un buon segnale sia per l’ Eurozona, che tanto spera in nuove riforme che rilancino la competitività, sia per il sistema Italia che dovrà, secondo la Merkel, promuovere misure strutturali per la crescita, ridurre le tasse e la disoccupazione.

La Merkel dà priorità alle politiche di austerità in primis nei confronti dei paesi UE, giustificando l’ insofferenza alle riforme imposte a questi paesi: queste politiche, invece di portare ad una reale diminuzione del debito pubblico, stanno portando ad una vera stagnazione economica.

La Germania dimentica di essere stata il “debitore” più inadempiente del XX secolo. La Germania di Weimar aveva grossi debiti con gli USA e, dopo la fine della 2° guerra mondiale , non ha pagato quasi nulla per restituire ai Paesi Europei (1940-1944) le risorse economiche che la Germania nazista aveva prelevato. La Grecia intende presentare un conto da 220 miliardi di euro (Il Sole 24 Ore).

Neppure bisogna tacere il fatto che il salvataggio di importanti banche interne ha fatto aumentare considerevolmente il debito pubblico tedesco, che risulta essere oggi il terzo debito lordo più alto al mondo.

Anche l’asimmetria nel campo occupazionale tra i vari Paesi dell’Unione, specie quelli del sud Europa, Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro, è una delle cause dell’attuale impasse politico europeo: i poteri finanziari tedeschi, falchi dell’austerità, hanno esteso la depressione dell’occupazione e dei redditi soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, creando enormi squilibri tra Paesi della zona euro.

Un “falco” tedesco è certamente il ministro all’economia,  Wolfgang Schäuble. La politica economica europea che ha sposato impone solo rigore e, sul lato degli investimenti, il nulla. Così la struttura economica europea ne ha risentito. Ora si spera che, col semestre di presidenza italiano nel 2014, si ponga l’accento più sugli investimenti che non sul rigore. La vittoria della Merkel potrebbe significare la vittoria della linea di rigore duro ma ciò sarà più difficile con la presidenza italiana.

Gli italiani, anche i moderati come Letta, sanno cogliere gli aspetti profondi della politica europea e non possono non comprendere che la costruzione europea è in uno stallo proprio per il fatto che alcuni paesi sono sull’orlo del disastro. Bisogna rilanciare l’Europa. Il nuovo governo tedesco, basato sul compromesso tra CDU-SPD saprà porvi rimedio?

I Turchi, gruppo etnico molto consistente i Germania, terranno sotto pressione la Merkel, avendo votato in maggioranza SPD, e potranno influire sull’atteggiamento tedesco nei confronti della Turchia, quale sempiterno candidato membro dell’Unione Europea. La riforma del sistema finanziario e quella della politica monetaria e fiscale sono indispensabili per dare il via ad un piano di investimenti pubblici e privati. La “dottrina” dell’austerità espansiva ha accentuato la crisi, provocando un tracollo dei redditi , anziché favorire la fiducia dei mercati e l’espansione della crescita, anziché portare ad un – per ora solo accennato – nascente dinamismo dei paesi della UE, ha accentuato la crisi e reso più opaca la situazione attuale. La riduzione dei redditi ha innescato ulteriori difficoltà nel rimborso dei debiti, sia pubblici che privati e di ciò è consapevole lo stesso Fondo monetario internazionale. Ma quali strumenti potranno essere utilizzati?

Merkel è contraria agli Eurobond, per i quali la Germania dovrebbe offrire le maggiori garanzie, avendo il miglior bilancio nell’Eurozona; viceversa, sostiene la necessità di “riforme strutturali” in tutti i Paesi della UE. Tali riforme dovrebbero ridurre costi e prezzi e aumentare la competitività e quindi le esportazioni, ma una caduta dei prezzi e dei salari con conseguente crollo dei redditi porta con sé il rischio concreto di nuove crisi bancarie e la “desertificazione” produttiva di intere regioni europee. Merkel dovrà cedere su qualche punto per far sì che la situazione dell’UE non giunga al collasso. La sua politica è in grado di lavorare molto bene sui compromessi e parte da una posizione di forza rispetto ai partner europei . Hollande, Letta – per non parlare di spagnoli e greci – non hanno il suo consenso. Ma hanno un disperato bisogno che la Merkel lanci a loro un ancora di salvezza. Lei darà questo aiuto ma soprattutto per i suoi fini strategici. Per molti anni gli stati dell’Eurozona hanno goduto di benefici del welfare state senza affrontare il tema della sostenibilità dei costi nel tempo. Spetta a tutti i Paesi lavorare con tenacia e rigore affinché l’Europa mantenga, anzi rafforzi il suo ruolo politico ed economico nell’attuale sempre più vasto e complesso panorama mondiale: l’Unione Europea ha ancora molta strada da fare e ha bisogno dell’impegno e della collaborazione di tutti gli Stati perché si rafforzi in termini di ‘democrazia delle decisioni’ e di rispetto delle diversità e della storia di ciascuno. Non deve prevalere un paese sugli altri, né deve essere ascoltata solo la voce della “finanza”. Diritti e doveri degli Stati e dei singoli cittadini sono l’obiettivo da difendere e su cui misurare i successi dell’Unione.

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Elezioni in Germania: il punto sui sondaggi a tre giorni dal voto

Mancano tre giorni alle elezioni politiche tedesche. Fino a qualche mese fa, si faceva dipendere da questo evento la persistenza delle politiche di austerità monetarie della empasse nella evoluzione di una dinamica politica europea. Ma i sondaggi, e una candidatura socialdemocratica poco efficace, hanno spento qualunque entusiasmo: Angela Merkel resterà al proprio posto, guiderà la Germania per altri quattro anni. Lo scorso fine settimana, le elezioni regionali nel Land della Baviera hanno confermato il trend di crescita per la CSU (i cristiano-sociali), alleati della CDU al governo. Viceversa, mentre la SPD non sfonda, il partito liberale è crollato e non ha rappresentanza alcuna nel parlamento regionale. Pertanto sono sorti dubbi molto forti circa il mantenimento dell’attuale coalizione di governo e taluni analisti si sono spinti sino a ipotizzare il ritorno di una Große Koalition.

Un recente sondaggio, eseguito dalla ARD-DeutschlandTREND nei giorni 10-12 Settembre, disegna un paese che al 71% è contento della situazione economica (+5% rispetto alla precedente rilevazione), una convinzione che è tornata ai livelli massimi dalla fase di ripresa che il paese ha vissuto nel 2011:

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Nonostante ciò, la misura della soddisfazione del governo è relativamente bassa: i soddisfatti e i molto soddisfatti sono diminuiti del 5% (complessivamente: soddisfatti 47%; non soddisfatti 53%). Fra gli elettori della CDU, la soddisfazione rispetto all’operato del governo sale all’86%, mentre è minima fra gli elettori della Linke, dei Verdi e della SPD (16%; 26%; 27%). Il grafico che segue mostra il miracolo di Angela Merkel: aver riportato la fiducia nel governo a livelli più che accettabili, in poco più di un anno.

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Sia l’elettorato della SPD che quello della CDU ha già deciso come voterà (entrambi solo il 16% di indecisi), mentre fra gli elettori dei Liberali (FDP), dei Verdi (Grüne) e della Linke gli indecisi sono circa un terzo del proprio elettorato storico.

Merkel mantiene diciassette punti di vantaggio sullo sfidante della SPD, Steinbruck (che vi ricordo fu scelto dal partito senza la benché minima partecipazione dell’elettorato – niente primarie, niente apertura a giovani candidati; la sua fu una selezione dettata dall’organigramma partitico, null’altro).

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La convinzione degli elettori della CDU verso Angela Merkel è quasi totale: il 96% preferisce lei a qualsiasi altro candidato; viceversa, gli elettori della SPD sono meno convinti del proprio candidato (solo l’80% intende votarlo). In ogni caso, l’ultimo mese di campagna elettorale ha visto un inversione di tendenza per quanto concerne l’intenzione di voto del candidato cancelliere: Merkel ha perso più di dieci punti (Ago: 60%; Set: 49%); Steinbruck ha guadagnato qualche punto, ma molti voti sono sfociati nell’indecisione (Steinbruck: +7%; Indecisi +3%).

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Leggi l’analisi completa (via @electionista): deutschlandtrend1874

Come deciderà la Giunta per le Elezioni sull’ineleggibilità di Berlusconi

Posso anticiparvi le conclusioni della Giunta per le elezioni per il caso della ineleggibilità di B. Il cavillo è stato più volte raccontato da giornalisti illustri. Più volte. La legge del 1957 è stata aggirata nel 1994, nel 1996, nel 2006. Eccetera. Andrebbe rivista nel senso di una maggiore specificazione delle figure responsabili di società concessionarie ritenute influenti nei meccanismi decisionali delle stesse. Naturalmente nessuno finora ci ha pensato. E pertanto non mi spiego come si possa pensare di poter ottenere un esito diverso dal 1994, dal 1996 e dal 2006, e proprio ora, con una Große Koalition così perversa come quella fra PD e Pdl.

Ribadisco un concetto: se davvero i 5 Stelle e Grillo volevano metter fuori gioco il Caimano, avrebbero dovuto accettare un governo (temporaneo, molto temporaneo) con PD e Sel. Hanno invece operato per distruggere questa prospettiva e in questi giorni lavorano all’esclusivo scopo di incrementare il consenso a discapito dei Democratici. L’ineleggibilità è impiegata come grimaldello per istigare il malcontento dell’elettorato di sinistra. Ritengo questo teatrino semplicemente disgustoso.

Invece, sul caso Zanda, non ho trovato parole migliori di quelle di Pippo Civati: “Sono molto freddo su questo punto. La vera questione e’ costruire un sistema di norme che impediscano la candidabilità per il futuro. Dire che adesso Berlusconi non e’ eleggibile come ha fatto Zanda in un cortocircuito totale, visto che siamo alleati, e’ una comica totale. Sarei un po’ piu’ razionale” (via http://www.italiachiamaitalia.it).

Impedire la candidabilità per il futuro. Eh. Il futuro.

Per ripassare:

Seduta della Giunta per le elezioni della Camera dei Deputati, XIII Legislatura, seduta del 17 ottobre 1996.

La Giunta, nella seduta del 20 luglio 1994, esaminò i ricorsi proposti avverso l’eleggibilità dell’onorevole Silvio Berlusconi. Il relatore del tempo ebbe a riferire che il Comitato per le eleggibilità e le incompatibilità aveva valutato all’unanimità infondati i ricorsi, ritenendo che l’articolo 10 del testo unico non fosse applicabile all’interessato in quanto l’inciso «in proprio» doveva intendersi «in nome proprio», e quindi non applicabile all’onorevole Berlusconi, atteso che questi non era titolare di concessioni radiotelevisive in nome proprio e che la sua posizione era riferibile alla società interessata solo a mezzo di rapporti di azionariato. Nella discussione si evidenziò, da parte di vari componenti, che in materia di diritti soggettivi pubblici e, in particolare, di elettorato passivo, non sono consentite interpretazioni estensive e che l’espressione «in proprio», di cui alla norma di legge, non si riferisce al fenomeno delle società e tantomeno può essere richiamato nei casi di partecipazioni azionarie indirette. Tali posizioni risultavano coerenti con le sentenze della Corte costituzionale. La Giunta di allora, di conseguenza, respinse a maggioranza i ricorsi proposti. Osserva che, ad oggi, il Comitato per le eleggibilità e le incompatibilità, in sede di esame preliminare di alcuni dei reclami presentati, ha convenuto a maggioranza sui principi richiamati ed ha quindi preso atto dell’insussistenza di ipotesi di ineleggibilità per i ricorsi ex articolo 10, commi 1 e 3, del citato testo unico, in considerazione dell’assenza di titolarità «in proprio» delle posizioni giuridiche interessate dalla norma. Il Comitato ha preso altresì atto della non ricorrenza, per i deputati interessati, dei presupposti di fatto per configurare ipotesi di ineleggibilità. Per tali motivi comunica che il Comitato propone l’archiviazione per manifesta infondatezza dei reclami presentati avverso l’eleggibilità dei deputati Berlusconi, Berruti, Dell’Utri, Martusciello, Previti e Sgarbi (Camera dei Deputati, Giunta per le elezioni, XIII Legislatura).

Pronta la Grosse Koalition: anche Di Pietro alla guida del nuovo Carrozzone Ulivista.

Se ne era già parlato in estate, durante le primarie. Gli elettori del PD si rassegnino: non ci sarà nessun confronto sui programmi per la coalizione di centro-sinistra con il trattino: l’unico programma sarà mettere Berlusconi ko. Un programma che si estrinseca in poche righe:
– fare una Grosse Koalition sfruttando l’emergenza democratica che sorgerà con l’acuirsi dello scontro fra Mr b e i magistrati;
– mettere dentro tutti, UDC, Alleanza per l’Italia (ovvero Rutelli), i finiani in un nuovo contenitore che già è stato etichettato come la Kadima italiana;
– imbarcare Di Pietro che condivide l’obiettivo dell’esautorazione del (finto) premier, accontentandolo con ministeri;
– attribuire a Casini la responsabilità dell’operazione e fornirgli la giusta ricompensa con la candidatura alla Presidenza del Consiglio, magari con un vernissage di democrazia passando attraverso delle primarie di coalizione blindate ai soli iscritti;
Di Pietro ieri si è detto ben disposto a costruire la casa degli anti-berlusconiani e non si è fatto troppe remore nell’accettare l’alleanza con il partito del bigné (ricordate Cuffaro?); bisognerebbe seriamente chiedersi se Di Pietro aprirà mai il confronto all’interno del suo partito o continuerà a procedere a tentoni, un giorno soffiando sul vento “viola” e l’altro benedicendo coalizioni di partito senza contenuto. Poiché è proprio questa la principale obiezione nei confronti della Grosse Koalition nostrana: avendo l’unico scopo di cacciare il “Mercante” (Mr b) dal Tempio (il governo), finirebbe per esaurisi in questo misero compitino e degenerare nella litigiosa coalizione che già abbiamo conosciuto con l’ultimo Prodi, consegnando di fatto il paese a altri cique anni di ingovernabilità e di immobilismo parlamentare. L’esatto contrario di ciò che abbiamo bisogno.

Eppure, l’Armata anti-biscione non sarebbe ancora pronta. Tutti rifuggono dall’ipotesi di elezioni anticipate, in primis Fini (Italo Bocchino ha detto oggi limpidamente che in caso di elezioni anticipate il presidente della Camera resterebbe con il cerino corto in mano, ovvero sarebbe costretto a correre da solo rischiando la scomparsa dalla politica), ma anche Rutelli e Casini non sono ancora piazzati politicamente. Rutelli ha uno sparuto gruppeto di fuoriusciti dai poli, fra cui Tabacci, in prestito dall’UDC. Casini deve risolvere i nodi delle alleanze nelle amministrazioni locali; infatti, una coalizione con il PD a livello nazionale significherebbe uscire dai posti che contno in tante città, Milano e Roma in testa. La strategia suggerita da D’Alema è proporre la nuova Santa Alleanza alle Regionali del 2010, oramai dietro l’angolo. Le manovre – per esempio in Puglia – sono cominciate già da tempo, con la messa in discussione di Niki Vendola, troppo sbilanciato sui temi etici, su cui l’UDC fa da supervisore per conto del Vaticano.

Naturalmente il rumore creato dalla dichiarazione di ieri di Casini ha sollevato i dubbi all’interno del PD, in special modo fra i sottomarini, i quali tornano a far critica sul metodo, mettendo in discussione una coalizione così eterogenea e priva contiguità sul discorso programmatico. Con la riunione di ieri della rete dei coordinatori della mozione Marino, il senatore ha deciso di restare in gioco e di dare voce e forza alle idee che ispirano il suo gruppo, ribattezzato appunto “corrente delle idee”.

Quello che segue è il monito di Veltroni che parla oggi a La Stampa esorcizzando l’ipotesi del Grande Centro, la temuta Kadima italiana costruita sulla triade Rutelli, Fini, Casini e con il benestare di Montezemolo (leggasi Fiat).

    • Il mio posto è qui, senza riserve, anche se sono l’unico che non ha ruoli o incarichi, ma è giusto sia così. Sono altri che sono usciti, come Rutelli, o che hanno detto, come ha fatto D’Alema, che se avesse vinto Franceschini se ne sarebbero andati
    • questa idea di Veltroni si scontra da settimane con alcuni fatti gravidi di implicazioni: l’apertura al governo Lombardo in Sicilia, il no di Bersani «a quella piazza, di Internet e dei movimenti», quella frasetta di Enrico Letta su Berlusconi che può difendersi «dai processi»
    • se si arrivasse ad uno strappo istituzionale di queste dimensioni, io credo sarebbe giusto che tutte le forze di opposizione si unissero per contrastare questa avventura in cui Berlusconi vuole far precipitare il Paese. Sarebbe l’ultimo danno che Berlusconi fa all’Italia. Costringere ancora le forze politiche a stringersi dentro schieramenti “contro”. Quello che con la nascita del Pd cercammo di evitare. L’Italia ha bisogno di radicali cambiamenti e di coalizioni omogenee, se vuole cambiare
    • se il Pd conservasse un ruolo subalterno ad un’alleanza con un centro diventato grande sbaglierebbe. Penso che l’idea di un partito Anni 70 sia un errore e dunque ci sono differenze abbastanza profonde
    • cosa ha sbagliato Bersani?
    • la posizione di Letta su Berlusconi che si può difendere “dai processi”, un errore che ingenera una forte confusione sull’identità del Pd e sul suo ruolo. Poi la manifestazione del “No-B-Day”
    • Terzo, la Sicilia. Il Pd non può sostenere un governo con pezzi di centrodestra. Avrebbe un senso solo in un caso, se ci fosse un elemento di forte discontinuità, a cominciare dalla composizione del governo regionale fatto esclusivamente da tecnici e in cui tutte le forze politiche, con pari dignità, dessero il via ad una fase di transizione
    • non è possibile che il Pd dall’esterno sostenga un governo espressione dei rappresentanti di Miccichè
    • “La presidenza della regione Puglia si deve determinare sui programmi. Questo e’ per me un punto imprescindibile. Ecco perché, mi trovo chiaramente d’accordo con Nichi Vendola che sui temi come i diritti civili, le questioni ambientali, il no al nucleare, ha sempre sostenuto proposte chiare. Tra Vendola e l’alleanza con l’Udc, ripeto, non ho dubbi, scelgo il primo.” Cosi’ il senatore del Pd, Ignazio Marino, esprime la sua opinione sulle regionali in Puglia in un’intervista sul Riformista.
”Anche Pierluigi Bersani – continua Marino – si e’ espresso in maniera contraria al nucleare, non capisco, dunque, come noi potremmo appoggiare l’Udc che invece la pensa diversamente su temi così importanti e delicati per i
cittadini. Del resto per fugare ogni perplessità, sostengo che il modo migliore per scegliere il candidato siano le primarie. Dovremmo adottare questo metodo, altamente democratico, per poter dare l’ultima parola ai cittadini. La gente deve poter scegliere ed esprimere liberamente le proprie preferenze per ristabilire un vero rapporto traelettori ed eletti”
    • “L’elaborazione di contenuti e di idee devono essere il centro delle attività del PD, e quindi prima di tutto pensiamo ai programmi e solo successivamente alle alleanze per le prossime elezioni regionali. Non possiamo pensare di battere la destra semplicemente sommando forze politiche che non condividono valori e programmi. Quindi partiamo dalla condivisione di valori come la laicità e di programmi come l’economia o il nucleare e le alleanze verranno”. Ne è convinto il sen. Ignazio Marino, che oggi ha riunito, nella sede del PD a Roma, per la prima volta la rete dei coordinatori regionali della mozione che ha partecipato alle primarie.

      Il PD non potrà prescindere dal dire parole chiare su temi cruciali come: giustizia e legalità, diritti civili, lavoro e flexicurity, energie rinnovabili e nucleare, ricerca e innovazione. E’ solo partendo dai contenuti che possiamo proporci come concreta alternativa alla destra e a Berlusconi e il primo appuntamento che ci attende è quello delle elezioni regionali.

      “Proprio per dare impulso alle idee che abbiamo proposto durante la campagna per le primarie – sottolinea Marino – abbiamo deciso di non perderci di vista. Non vogliamo costruire una corrente politica, piuttosto una corrente delle idee. Con i coordinatori di tutte le Regioni costruiremo un portale, con derivazioni regionali, come contenitore di idee ed elaborazione e strumento di comunicazione e interazione. Con trasparenza, chiarezza e coerenza continueremo a vigilare, insieme al popolo della rete, perché i temi che noi consideriamo prioritari siano anche siano priorità nel programma del PD.”

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