Comunali 2013, Roma: ballottaggio Alemanno-De Vito?

Questo post è stato scritto alle 22 del 26 Maggio 2013. Chiaramente per motivi elettorali viene pubblicato solo a urne chiuse. Nella foto che segue è riportato il grafico di Google Trends sull’indice di ricerca dei tre candidati sindaco di Roma, Gianni Alemanno, Ignazio Marino e Marcello De Vito.

L’indicatore mostra, venerdì 24, il picco per tutti e tre i candidati ma De Vito raggiunge e supera Marino di due punti (69 a 67), mentre Alemanno viaggia su un punteggio di 98. Questo tipo di rilevazioni non sono affidabili – non tengono conto del ‘sentimento’ verso il nome ricercato, ovvero posso digitare Alemanno dieci volte su Google indignato per la inconsistenza della sua politica, ma l’algoritmo di Mountain View registra solo un generico +10… – in ogni modo vengono spesso impiegate per anticipare gli orientamenti dell’opinione pubblica in materia elettorale. Se tutto ciò ha un qualche fondamento, il ballottaggio per Roma sarà Alemanno-De Vito.

comunali_romaA posteriori posso aggiungere che ancora una volta gli strumenti di rilevazione del cosiddetto ‘sentiment’ su intenet falliscono nella previsione di un risultato elettorale. Fra qualche giorno qualcuno escogiterà un tipo di analisi che certamente gli permetterà di dire, “su twitter Marino aveva già vinto”, e via discorrendo, facendo passare noi poveri come degli stupidi che non hanno saputo interpretare quelle linee spezzate colorate e apparentemente prive di senso. Questi strumenti falliscono perché intercettano non la realtà ma una porzione molto piccola di essa, quella che viene registrata dagli algoritmi di Mountain View. Le tecnologie statistiche celate all’interno dei social network possono aiutare a ‘sentire’ l’opinione pubblica e a capire come si sta orientando, ma non possono spingersi più in là di una pura valutazione di massima: l’interesse verso i candidati sindaco di Roma è cresciuto fortemente due giorni prima del voto. Non perché siano diventati improvvisamente popolari, più semplicemente perché gli elettori si sono più frequentemente informati. Ciò è accaduto in un contesto in cui l’interesse per la politica è sceso a livelli minimi. I più scaltri vi diranno che ciò non è sfuggito al fiuto di Google Trend. Guardate il grafico che rappresenta il volume di ricerca sul nome ‘Beppe Grillo’ nell’ultimo anno.

interesse_grillo_1annoInsomma, mi pare evidente che dal 25 Febbraio in poi, l’interesse verso Grillo è sceso ai livelli di metà 2012. Significativo? Può darsi. Guardando questo grafico sarei spinto a dire che in generale la massa degli elettori, che ha accesso ad internet, si informa una settimana prima del voto, e poi abbandona la politica al suo corso. In ogni caso, è difficile spiegare il risultato odierno del 5S con questa curva discendente.

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Ignazio Marino e quella vecchia storia (falsa) dell’Ismett

Il Messaggero prende parte nella battaglia per Roma fra Marino e Alemanno? Parrebbe di sì poiché il quotidiano ha ribattuto – con un ritardo colpevolissimo di quattro anni – quella vecchia calunnia escogitata da Il foglio e Libero sulla chiusra del rapporto di lavoro fra il chirurgo e l’Ismett di Palermo. Ricorda Marino sul suo blog: ” nel luglio del 2009 il giorno dopo il mio annuncio alla candidatura per le primarie del Partito Democratico, il Foglio (seguito dalle altre testate poi condannate) scrisse una infamante falsità e cioé che ero stato licenziato dal centro trapianti Ismett di Palermo, che fondai nel 1999, per aver gonfiato delle note spese per circa seimila euro”. Il Foglio, Libero e Italia Oggi sono stati condannati per diffamazione dopo tre anni e hanno pagato circa 100 mila euro di danni al candidato sindaco del PD.

Questo blog, nel luglio del 2009, era appena nato. Ci scrive si adoperò per verificare quanto veniva scritto dai giornali e – forse per primo – individuò tutte le incongruenze di quelle accuse infamanti.

Se vivete a Roma e intendete non votare più Ignazio Marino dopo ciò che avete letto sul Messaggero, ebbene dovete ricredervi. Dovete sapere che nel 2009 Marino ebbe una reazione di totale trasparenza verso il pubblico ed è stato un esempio per tutta la politica che all’epoca era tutt’altro che trasparente. Leggete quanto segue per meglio comprendere:

Finte notizie e vero cambiamento | Ignazio Marino

luglio 24, 2009

La lettera UPMC vs Marino

 

Ignazio Marino, Roma si prende ciò che il PD ha lasciato

ignazio_daje_marino

Una sconfitta di Marino, lo dico onestamente, mi avrebbe francamente sorpreso. Quando qualche giorno prima delle primarie per la scelta del candidato sindaco di Roma, leggevo di improbabili sondaggi attestanti il vantaggio di Sassoli, oppure di improvvisi endorsement per il pur onesto – ma navigato e renziano! – Gentiloni, non riuscivo a credere alle mie orecchie. Ignazio Marino è stato per il PD, per via del Congresso 2009 e del fallimento della Terza Mozione, la grande occasione perduta. Il Partito Democratico nel 2009 soffriva ancora – ancor più di oggi – della dicotomia fra Popolari ed ex DS e personaggi scomodi, impopolari e soprattutto minoritari come Paola Binetti, dettavano la linea del partito sui temi eticamente sensibili, specie quando si spesero mesi a impedire ad un padre, Beppino Englaro, di liberare la propria figlia, in stato vegetativo da più di quindici anni, dalla schiavitù delle macchine.

Marino era là, ad esprimere ciò che tutti volevano fosse detto e che invece nessuno, nel PD, diceva. Spesso si trovava da solo.

Ignazio Marino perse quelle primarie ma il suo progetto politico era un archetipo assoluto: era il primo programma politico democratico, non di mera sintesi fra le posizioni dei diesse e quelle dei popolari, ma di pieno superamento di quella storica contrapposizione su cui si è deciso di fondare il partito. Fu Marino per primo a parlare di ‘salario minimo’ e di flexsecurity e di metodo del layering (idee mutuate dal discusso Pietro Ichino, il giuslavorista renziano e poi transfuga verso Scelta Civica), di peer review e merito nella ricerca, di no al nucleare, di testamento biologico, di unioni civili, di una televisione pubblica non più diretta dai partiti, di antiberlusconismo fatto di argomenti e proposte e non di ospitate televisive. Argomenti e progetti che oggi sono finiti, più per dabbedaggine del PD che per merito degli altri, in mano ai 5 Stelle. E pensare al capitale politico rappresentato dalla Terza Mozione mentre ci troviamo in questo sciocco e inutile stallo, fa un po’ strano.

Il Partito allora non cambiò. Votò Pierluigi Bersani, che era un uomo di apparato, grigio, distante anni luce da quello odierno, a suo dire ultimo baluardo contro l’inciucio PD-Pdl. Allora parlava di centro-sinistra con il trattino o senza il trattino, per dire. Parlava di alleanza con l’UDC, senza mai citare l’UDC. Beppe Grillo cercò di inserirsi in quel dibattito provocatoriamente chiedendo di potersi candidare alle primarie. Gli fu negato. In realtà, stava già preparando il Movimento. All’epoca si chiamava Movimento per la liberazione nazionale. Grillo subodorava di sinistra, raccoglieva consensi dalla sinistra. Di Marino disse che era già compromesso (con il sistema dei partiti). Non si espresse mai sul suo progetto politico. Ma non è un caso se molta parte di quegli argomenti ora costituiscono l’asse portante della retorica grillina.

Voi che vi siete lamentati sinora della politica, pensate che nel 2009 c’era un chirurgo in grado di poter cambiare le cose. Oggi ha vinto le primarie per Roma. Se Roma non vuol fare la fine del PD, è meglio che si accorga del suo valore e lo scelga come sindaco. Ai democratici, specie a quelli che si ispiravano alla Terza Mozione, posso solo dire di continuare a combattere affinché questo partito smetta di essere guidato da tendenze oligarchiche e scelga, pienamente, la via della partecipazione dal basso.

Caos PD e Matrimonio Gay: il testo del documento della Commissione Diritti di Rosy Bindi

Si potrebbe dire, tanto rumore per nulla. Il caos dell’Assemblea Nazionale del PD non è grave per i contenuti bensì per l’intrinseca volontà di annichilire l’area liberale del partito, quella che ha prodotto nel corso del tempo i terzomozionisti, poi i rottamatori; l’area che ha fornito tanti punti di appoggio alla volontà di leadership di Matteo Renzi. Ecco, il voler impedire il voto sui tre ordini del giorno, due su matrimoni gay e uno sulle primarie, a firma dei vari Marino, Concia, Scalfarotto, Civati e via discorrendo, suona come un voler rimettere in riga questa disobbediente moltitudine.

Dico questo perché la storia del Documento finale prodotto dalla Commissione Diritti Civili costituita in seno alla Direzione del PD, è una storia travagliata e fatta di trattative e tentativi di mediazione che hanno prodotto decine di revisioni del medesimo documento. Uno degli estensori di tal documento è Michele Nicoletti, segretario Pd di Trento, ordinario di Filosofia politica nella stessa città. Nicoletti, in una intervista a L’Unità di un mese fa circa, spiegava come per realizzare questa difficilissima opera è stato scelto di non prendere una precisa “posizione politica, un sì e un no, sui temi presi in esame”. Questo perché altrimenti la mediazione era impossibile. Troppi distanti, l’ala liberal e quella cattolica. Occorreva trovare una formula più estesa, che impedisse in questa fase di incappare in elementi di divisione. Alla fine è stata scelta “la via dei principi fondamentali che devono essere terreno comune del Pd rispetto al tema dei diritti”. Il documento quindi contiene solo linee guida generali, svuotate della carica politica, dei valori. Si tratta solo di circonlocuzioni molto tecniche ma prive della necessaria concretezza e franchezza.

Il documento sui diritti civili cerca di affrontare, con la modalità sopra specificata, due temi principali: testamento biologico e unioni civili. Sul testamento biologico, e in generale sul potere biomedico, si afferma che:

  1. è essenziale incoraggiare, sostenere e rispettare il libero esplicarsi della scienza e dell’arte, ma al tempo stesso è del tutto evidente che tale immenso potenziale non possa essere lasciato alla nuda regolazione del mercato;
  2. L’integrità della persona deve essere rispettata;
  3. Occorre darsi gli strumenti, anche legislativi, affinché la persona possa esprimere, anticipatamente e con forme e modalità adeguate e consapevoli, i propri convincimenti e la propria volontà per le situazioni nelle quali potrebbe non essere più in grado di esprimerli
  4. occorre adoperarsi per estendere la tutela delle libertà personali a chi, versando in stati magari anche solo transitori di incapacità ad esprimersi, è, come soggetto debole, maggiormente esposto al rischio di manipolazione e bisognoso di protezione e di rispetto.

In sostanza, il punto 2 afferma che l’integrità personale deve essere rispettata, il punto 4 tende invece a prefigurare un “potere sopra la persona” – che quindi non ha più l’ultima parola su sé medesima – un potere opera in regime di sostituzione quando la persona risultasse incapace. Più avanti si specifica il divieto assoluto di eutanasia: “va assicurato il diritto ed il dovere del medico di non impartire al paziente stesso, il quale pure solleciti o acconsenta, trattamenti finalizzati a sopprimere la vita”.

In fatto di unioni civili, il testo di Nicoletti afferma che:

  1. non si può ignorare che nella società contemporanea le dinamiche sociali ed economiche, da un lato, e, dall’altro, le libere scelte affettive e le assunzioni di solidarietà hanno dato vita a una pluralità di forme di convivenza [no, non si può ignorare, questo lo sappiamo];
  2. esse appaiono meritevoli di riconoscimento e tutela sulla base di alcuni principi fondamentali.
    • principio della centralità del soggetto rispetto alle sue relazioni
    • principio del legittimo pluralismo, che implica il riconoscimento dei diritti e dei doveri che nascono nelle diverse formazioni sociali in cui può articolarsi la vita personale affettiva e di coppia;
  3. Tale riconoscimento dovrà avvenire secondo tecniche e modalità rispettose:
    • della posizione costituzionalmente rilevante della famiglia fondata sul matrimonio ai sensi dell’art. 29 Cost. e della giurisprudenza costituzionale;
    • dei diritti di ogni persona a realizzarsi all’interno delle formazioni sociali, che si declinano oggi in un orizzonte pluralistico secondo quanto espresso dalla Corte Costituzionale: «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» (138/2010).
  4. Il PD quindi opera dunque per l’adeguamento della disciplina giuridica all’effettiva sostanza dell’evoluzione sociale, anche introducendo, entro i vincoli della Costituzione e per il libero sviluppo della personalità di cui all’art. 2, speciali forme di garanzia per i diritti e i doveri che sorgono dai legami differenti da quelli matrimoniali, ivi comprese le unioni omosessuali.

Questa formulona in giuridichese è stata studiata per evitare di dire “no ai matrimoni gay” e spaccare il partito, e nemmeno a dire “sì ai patti civili per le coppie di fatto” che avrebbe altrettanto spaccato il partito (Fioroni e la corrente cattolica, già molto critici in fase di elaborazione del documento). Devo però riconoscere a Nicoletti di esser stato più realista del Re:

Questa è solo una tappa, non il punto di arrivo finale. Un contributo che offriamo al partito e ai circoli come piattaforma di discussione. Nessuno ha mai pensato che questo documento esaurisse il tema dei diritti. Siamo partiti da una situazione in cui nell’Assemblea nazionale si erano votati documenti che riguardavano la scuola, la sanità, il lavoro ma non questo su questi temi. Ora c’è una riflessione che si sforza di inserire i diversi problemi all’interno di un quadro complessivo e non credo che questo lavoro vada banalizzato (L’Unità).

Testo Documento Diritti Civili – L’Unità

Il boomerang delle pensioni d’oro

La legge italiana tanto spesso diventa insidiosa come sabbie mobili. Parliamo del Decreto sulle commissioni bancarie. Il provvedimento conteneva una norma che salvaguardava le pensioni dei manager pubblici: le cosiddette pensioni d’oro. Il decreto conteneva una norma che prevedeva la salvaguardia dei diritti acquisiti in termini di trattamento pensionistico soggetto al metodo retributivo di quei manager pubblici sottoposti al taglio dello stipendio, calmierato dal tetto di 300mila euro introdotto dal decreto «Salva Italia».

Qualche settimana fa, quando la Lega Nord era nel pieno dello scandalo Belsito & Rosy Mauro e quindi in cerca di un diversivo, il Senato approvò un suo emendamento che abrogava la norma suddetta. Sui giornali si enfatizzò il fatto che il Governo andò sotto sugli emendamenti di Lega e di Idv. In seguito si era meglio compreso la valenza anti-Casta dell’emendamento abrogativo ed esso fu oggetto di ulteriori speculazioni. Alcuni senatori osarono votare contro e “il popolo del web” (che notoriamente non esiste) si è dilettato in un linciaggio a mezzo social network (per una summa sul caso, potete leggere la bacheca del senatore Ignazio Marino, Pd, contrario all’emendamento). Per esemplificare, c’è chi ha pubblicato l’elenco intero dei nomi:

“I nomi: Anna Finocchiaro (capogruppo Pd al Senato). Mauro Agostini (tesoriere del partito). E poi gran parte del gotha del Pd: Teresa Armato, Antonello Cabras, Vincenzo De Luca, Enzo Bianco, Vittoria Franco, Marco Follini, Pietro Ichino, Ignazio Marino, Franco Marini, Mauro Maria Marino, Franco Monaco, Achille Passoni, Carlo Pegorer, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini, Luigi Zanda. Tutti membri del direttivo nazionale del partito.

L’alibi dei democratici? “Ce l’aveva chiesto il Governo”, ha detto sommessa la Finocchiaro. Verrebbe da chiedersi cosa farebbe il Pd se l’equo Monti gli chiedesse di gettarsi da un ponte …”.

Marino ha risposto in bacheca affermando di esser stato invitato espressamente a “rispettare la disciplina di partito”. Marino avrebbe già avuto l’ardire di votare contro il governo, qualche settimana fa.

Solo ieri si vociferava che il governo stesse per approntare un emendamento volante che ripristinava il testo originale del decreto. Ma immediato è stato il dietrofront, scrivono le cronache parlamentari. Giarda, Polillo e De Vincenti sarebbero sbarcati in Commissione al Senato nel tentativo di convincere alcuni capigruppo. Ma dal Pd è giunta risposta negativa: non si torna indietro, la misura è “inopportuna” in questo clima politico. Le argomentazioni di Giarda, evidentemente poco convincenti, erano le seguenti:

  • i manager pubblici che hanno già maturato i requisiti per andare in pensione e che sono interessati dalla norma sono molto pochi;
  • ma un loro eventuale ricorso sarebbe facilmente vinto in virtù anche di sentenze della Corte Costituzionale e il relativo costo sarebbe maggiore del costo dei loro trattamenti pensionistici.

L’intento era quindi quello di “evitare di pagare risarcimenti e spese dopo ricorsi che i giudici risolverebbero in cinque minuti a sfavore dello Stato”, sono state le parole di Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato.

Se davvero l’abrogazione delle norme che salvaguardano poche decine di pensioni d’oro sono un boomerang, allora era meglio sforzarsi di comunicarlo meglio. Quanto costano davvero? E’ così reale il rischio di perdere i ricorsi? E’ possibile ottenere lo stesso effetto di contenimento delle pensioni d’oro con altre normative? Invece senatori (del Pd) e Governo si sottopongono al tiro al piccione e seguitano a stare zitti. Se la salvaguardia delle pensioni d’oro è conveniente allo Stato, è necessario dimostrarlo con l’evidenza dei numeri. La trasparenza dovrebbe essere il metodo migliore per farsi capire. Evidentemente essi hanno poca confidenza nel fatto medesimo di farsi comprendere dalle persone.

Allora, per spiegare in punta di diritto lo spirito della norma ci è voluto Pietro Ichino, senatore Pd, fra i contrari alla abrogazione e inserito nella lista della vergogna circolata su Facebook negli scorsi giorni. Ichino spiega che la norma “non incide sulla riduzione delle pensioni che maturano da qui in avanti, ma mira solo ad applicare, agli alti dirigenti come a tutti gli altri lavoratori un orientamento giurisprudenziale costante circa i diritti pensionistici già maturati e acquisiti” (pietroichino.it).

Ichino cita la Corte costituzionale (sent. n. 264/1994), secondo la quale il trattamento pensionistico per il quale una persona ha già maturato i requisiti, ma che non viene attivato poiché essa decide di continuare a lavorare, costituisce un diritto acquisito che non può essere inciso da nuove disposizioni e non può subire decurtazioni per effetto di eventuali successive riduzioni della retribuzione: regola, questa, che vale per le pensioni di tutti i lavoratori.

Questo aspetto mi pare chiaro e non credo siano necessari approfondimenti. La norma del Governo non salvaguardava le pensioni d’oro bensì i diritti dei lavoratori, nella fattispecie lavoratori interessati dalla norma del Salva Italia che sottopone le loro generose retribuzioni a un tetto massimo. Né più né meno. E’ un pasticcio alla stregua di quello degli esodati, soltanto che tocca lavoratori “privilegiati”. Tutto qui.

La mia considerazione è che bisognerebbe cercare di capire meglio piuttosto che sbraitare sempre contro la Casta. Sono anni che tolleriamo pensioni d’oro e altri privilegi. Dovremmo prendercela prima di tutto con noi stessi. In secondo luogo: siamo stati abbindolati da un emendamento della Lega Nord. Una smargiassata di chi ha campato sulla pelle nostra senza alcun merito. Penso che almeno le super retribuzioni dei manager pubblici, in pochi remotissimi casi, possano anche esser meritati. E che il tetto agli stipendi è una norma sacrosanta. Ma i lavoratori hanno tutti gli stessi diritti.

Direzione PD: Fioroni e Gentiloni, dimissionari pro tempore. L’ultima ipocrisia dei MoDem

Movimento Democratico, il correntone dei 75 fedeli a Veltroni, quelli che si vedranno al Lingotto 2 nel segno del maanchismo, hanno rischiato di far capitolare il PD. In due ore sono passati dal voto contrario alla relazione del segretario, al più bieco tatticismo rifugiandosi nell’astensione. Salvifica è stata la replica di Bersani, il quale ha smussato alcuni spigoli, in ossequio alla ragion di partito che vuole che nulla accada affinché tutto si perpetui così com’è.

Insomma, lo psicodramma di oggi di Veltroni e co. è utile soltanto ad allungare il dilemma che attanaglia l’ex segretario: scissione o non scissione? L’appuntamento del Lingotto sembra fatto apposta per annunci clamorosi. Su quali critiche si sia fondata tale opposizione, è un mistero. Non uno di loro, fra Fioroni e Gentiloni, è stato in grado di dire ai giornalisti quali siano gli aspetti della linea politca di Bersani che non condividono. così Minniti, ex dalemiano poi transfuga verso i veltrones:

La relazione non e’ stata convincente perche’ non si e’ riconosciuto che il 14 dicembre ha dato un vantaggio a Berlusconi. Il Pd inoltre ha indebolito il suo profilo riformista si è trovato tra Scilla e Cariddi, tra Vendola e il Terzo Polo (Marco Minniti, l’Unità.it).

Invece, per Gentiloni i MoDem “pur apprezzando molti punti della relazione”, non condividono la linea, “soprattutto sulla Fiat”. Vuoi vedere che Veltroni sta con Marchionne ma anche con la Fiom? Continua Gentiloni: “è sbagliato continuare a inseguire il miraggio di un cartello elettorale che va da Vendola a Di Pietro fino al Terzo Polo”. Questo ha senso, ma è utopia pensare che Gentiloni sia per una alleanza con Vendola, che a rigor di logica è quella più naturale per il PD. Gentiloni, sotto sotto, propende per l’alleanza ammazza-PD con il Terzo Polo, con il quale può condividere forse soltanto la brama di vincere le prossime elezioni.

Fioroni e Gentiloni hanno poi annunciato le dimissioni, poi rientrate. I MoDem si sono astenuti e Bersani può festeggiare questa vittoria (di Pirro?). Fioroni continua a oscillare come un grosso pendolo. Soltanto qualche giorno fa, si era espresso a favore della proposta del senatore leghista Pittoni di regionalizzare le graduatorie degli insegnanti. Una fesseria che secondo il deputato PD andrebbe “approfondita”.

Ignazio Marino e Giuseppe Civati hanno anche loro, pur nella condivisione delle critiche al segretario, proposto sfaccettature diverse. Marino sul suo blog elenca in maniera sintetica quelle che per lui sono state le migliorie apportate in corso d’opera dal segretario:

  • primarie: è stato chiarito in maniera indiscutibile che non sono in discussione come strumento per rendere contendibile il partito e per selezionare la classe dirigente migliore. Si può discutere delle modalità e per questo il PD organizzerà un percorso di studio anche confrontandosi con esperienze internazionali.
  • testamento biologico: non sarà lasciato nelle mani della maggioranza che in Parlamento imposterà la discussione in modo agguerrito e con volontà di scontro. Noi avanzeremo una proposta che tenga conto di tutte le sensibilità e l’obiettivo è avere una posizione unitaria.
  • è stata condivisa la necessità di intensificare gli incontri collegiali della Direzione Nazionale.

Civati è stato accolto freddamente dalla platea, così narrano i giornali. Dice di aver evitato la sua conseuta ironia, spesso tacciata di cattivo gusto. Anche lui ha sintetizzato in tre punti la propria critica, che non ha trovato soluzioni, circa la politica di Bersani:

  • in primis, la scomparsa dell’idea di Ulivo, ovvero l’abandono delle alleanze politiche più prossime per il PD (Idv e SeL);
  • “Le primarie, dice Bersani, le vogliamo «riformare per salvarle». Formula sibillina che non chiarisce che cosa succederà nel caso di alleanze con chi le primarie non le vuole fare”;
  • questa direzione doveva essere “risolutiva, anche alla luce dei sei mesi precedenti e degli ultimi quattro passati senza che fosse mai convocata, ma alcune cose si faticano a capire, altre – purtroppo – si capiscono benissimo” (legge elettorale – alleanza con Casini) – civati

Ecco, qui si conclude questa breve rassegna sul PD a pezzi. Che dite? Siamo pronti per le elezioni?

Primarie di Torino, Fassino ha un nuovo sfidante: è Roberto Tricarico

La novità odierna è di quelle che cambiano il corso degli eventi. Sebbene l’ipotesi fosse già stata formulata da più parti, in primis nei forum di Civati e di Prossima Italia, resisteva un certo scetticismo sulle reali intenzioni di Roberto Tricarico, giovane brillante assessore all’Ambiente del Comune di Torino dell’attuale giunta Chiamparino. Tricarico è l’assessore più popolare di Torino. Laureato in Giurisprudenza, è Assessore del capoluogo piemontese dal 2001, con delega alle politiche abitative e verde pubblico. Per un periodo si è occupato anche di “rigenerazione urbana, ricoprendo fino al 2007 l’incarico di Segretario Onorario dell’Associazione europea Quartiers en Crise e di rappresentante del Ministero delle Infrastrutture al Comitato di Sorveglianza di Urbact. Dal 2008 è Presidente nazionale della Consulta Casa dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani” (Pagina Fb sostenitori di Tricarico). E’ stato candidato alla segreteria regionale del PD per la mozione Marino ed ha il pieno sostengo dei “rottamatori” di Civati e Renzi. Tricarico ha animo ambientalista, si è impegnato in questi anni per i temi della mobilità sostenibile. Insomma, il suo profilo politico è di quelli che servono al PD per uscire dall’indeterminatezza e dall’inconcludenza della sua classe dirigente.

Torino è il banco di prova. Lo è già stato alle Regionali 2010, e il PD aveva perso già in partenza, inaugurando lo schema dell’allenza allargata all’UDC di Casini. Poi si sono succeduti i lunghi mesi dei ricorsi contro Cota, di Bresso e Chiamparino che si contendono l’eventuale candidatura per le elezioni ex-novo, ancora possibili visti i processi pendenti contro la lista truffaldina di Michele Giovine. Torino è specchio di tutti i mali del PD: le divisioni interne e l’incapacità di prevedere il cambiamento e prevenire le eventuali crisi che esso porta (caso Mirafiori). E la sordità della dirigenza si è palesata in tutta la sua gravità quando è stato deciso di candidare alle primarie di coalizione per l’elezione a sindaco, Piero Fassino, l’ultimo segretario dei DS, archetipo del politico di professione, matusalemme delle aule parlamentari, icona della deriva affaristica della sinistra – celebre quella intercettazione, “abbiamo una banca” – sì, quella sinistra in cashemere che sfila a Cortina oggetto degli strali di Berlusconi dagli schermi amici di Canale  soltanto qualche giorno fa. Quella sinistra, dannatissima, quei comunisti che sono ancora là, che mirano al potere ma sono molto più morbidi che in passato, molto più malleabili (molto più ricattabili?).

Ecco, quella sinistra che non cambia si ritrova a Torino, centro del nuovo scontro. Là, dove la dirigenza Fiat ha deciso di scardinare l’intero corpus delle norme del diritto del lavoro, là dove vige la legge Marchionne – o il lavoro o delocalizzo – circondati da questo scenario di anacronistica lotta di classe, il PD non sa far altro che cedere alla tentazione di schierarsi – con la Fiom o con la Fiat? – procedendo come di consueto in ordine sparso. Mentre Bersani e Fassina elaborano una posizione intermedia che valorizza sia i diritti dei lavoratori che la necessità dell’investimento Fiat, Fassino parla ai giornalisti e dice che lui, se fosse operaio, voterebbe sì al referendum sull’accordo di Mirafiori. In men che non si dica, su di lui tracima il fiume di critiche dell’antipolitica, della mistificazione del PDmenoelle. Fassino operaio? Se non ha mai lavorato! Fassino, diciamolo, è un incandidabile. Qualora vincesse le primarie, la destra si prenderebbe anche la città di Torino. Fassino è il candidato ideale per perderle, le primarie. La teoria di Sartori e di Ceccanti è che alle primarie vince sempre il candidato più radicale. Le primarie mobilitano soltanto coloro che sono più coinvolti nella politica, quindi più radicalizzati: ecco spiegato perché – secondo loro – il PD non ne vince una. A nessuno dei due è venuto in mente che la reale causa è un deficit di percezione degli umori dell’opinione pubblica circa la politica del PD. Candidare Fassino in un momento in cui si chiede rinnovamento è suicidio politico. E’ un atto che dimostra l’autismo politico di cui il PD è affetto.

In questo senso, Tricarico può rappresentare la svolta. Egli stesso è parte del movimento di quelli che chiedono il cambiamento. Il suo ingresso nella disputa torinese viene appena dopo la polemica intervista di Ignazio Marino a La Stampa:

mi viene il dubbio che l’entusiasmo che accompagnò i grandi numeri delle primarie che incoronarono Romano Prodi fosse finto: c’era entusiasmo, forse, perchè l’idea era quella di primarie-plebiscito intorno a un candidato prescelto dal gruppo dirigente. Poi, appena si e’ capito che le primarie potevano anche comportare dei rischi, la musica e’ cambiata (blog Ignazio Marino).

con la nascita del Pd noi avevamo stretto un patto con i cittadini-elettori, promettendo una modernizzazione della politica e una selezione delle classi dirigenti effettuata in base a principi di competenza e con strumenti – le primarie, appunto – che favorissero il massimo della partecipazione. Quel che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti: e si tratta, semplicemente, del tradimento di quell’impegno (Ignazio Marino intervistato da La Stampa, 07/01/2011, p. 7).

Tricarico ha un grande scoglio da superare: le regole. Che per Torino sono diverse da quelle delle altre città e regioni in cui si è votato. Mentre a Milano, Bologna e Napoli i candidati raccolgono adesioni fra la gente, a Torino le 700 firme necessarie per candidarsi devono essere raccolte fra i 3500 iscritti. Un tecnicismo che rende difficilmente scalabile la leadership della coalizione. Tricarico vuol far convergere su di sé tutto il gruppo antitetico alla dirigenza PD: Vendola e le Fabbriche, i Rottamatori, l’area Marino, le Officine Corsare, gli studenti.

E allora mi tocca concludere con questo auspicio: che tutti coloro i quali desiderano, anzi invocano, il cambiamento del PD, tutti quelli che vedono nell’etichetta del pdmenoelle l’esatta rappresentazione del partito, tutti quelli ceh spendono parole e parole nei forum nei blog volendo – sempre a parole – cancellare tutta la dirigenza del PD, agiscano. Ora. Facendo un atto concreto per sostenere Tricarico alle primarie di Torino. Sarebbe, questo, un vero atto rivoluzionario, e agevolerebbe il tramonto di quella classe politica che negli ultimi quindici anni, immutata, ha lisciato il bavero della giacca di Berlusconi.

Segue la lettera di Roberto Tricarico :

LE PRIMARIE A TORINO
Ci sono appuntamenti che non si possono mancare e quello per la scelta del futuro Sindaco della nostra città è uno di quelli che io non intendo perdere. Lo devo prima di tutto alla mia generazione, quella nata nel 1968, quando i nostri padri volevano portare l’immaginazione al potere e oggi insieme ai nostri nonni siedono ancora lì, a spiegarci che siamo ancora troppo giovani. Eppure negli altri Paesi alla mia età si è già in pensione dalla politica ed ha già spazio quella nuova generazione che il Presidente Napolitano ha voluto richiamare come meritevole di attenzione nel suo messaggio di fine anno. Per i nostri ragazzi, il Presidente chiede “nuove possibilità di occupazione, di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale” e dice che in caso contrario “la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia”. Le persone della mia età possono cedere il passo ed essere al fianco di una candidatura a sindaco che sia espressione della nuova generazione, di un nuovo patto, altrimenti tocca a noi. Lo devo, questo appuntamento, anche a chi, come me, è figlio di immigrati, nato in questa città, quando sui cartelli fuori dalla case stava scritto: “no si fitta ai meridionali”, perché questa ferita si ricucia definitivamente.

Alle primarie intendo presentarmi con la spinta dei cittadini-elettori, iscritti e non iscritti al Pd, con i banchetti, nei mercati e nelle piazze. Molti torinesi già mi conoscono, quelli delle case di via Artom che ho incontrato con il Progetto speciale periferie, come quelli della Falchera, delle Vallette, di San Salvario, di Corso Tazzoli, di via Dina, di Barriera di Milano. Mi conoscono gli inquilini delle case popolari e le associazioni di volontariato che non ci hanno mai lasciato soli. Mi conoscono anche gli altri torinesi, quelli attenti alle tematiche ambientali, alla mobilità sostenibile, all’efficienza energetica, alle nuove tecnologie e alle nuove forme di occupazione. Mi conoscono quelli che mi scrivono in Assessorato e puntualmente ricevono risposta, dalla richiesta di sostituzione dei giochi bimbi nei parchi al disagio dei cantieri.

Comincerò dopo il referendum in Fiat, per religioso rispetto della difficile scelta che gli operai e le loro famiglie stanno per compiere. Ho già avuto modo di dire che comprendo le ragioni del no, perché solo chi è in fabbrica può capire il peso delle nuove richieste dell’Azienda e gli stravolgimenti che possono provocare alla propria vita di relazione. L’investimento promesso dalla Fiat ha certamente una ricaduta positiva in città, ma allora noi tutti dobbiamo essere vicini alla scelta degli operai e non pretendere di riceverne i benefici a totale scapito dei loro diritti.

Io sogno una politica, anche amministrativa, all’altezza delle nuove sfide della tutela dei lavoratori e della produttività delle imprese. Cerchiamo soluzioni per attrarre altri investimenti e consolidare il nostro distretto dell’auto e pensiamo a Torino per un futuro più grande, con più abitanti, con una maggiore quota di popolazione giovanile, con un incremento della conoscenza e dell’uso dell’intelligenza, anche tecnologica, in tutti i settori, dalla mobilità al welfare.

Roberto Tricarico