Primarie o non primarie, questo il dilemma

Il governo non rinuncia al Porcellum? L’Unità ha lanciato una campagna di stampa affinché il PD organizzi le primarie di collegio, al fine di mettere nelle mani dell’elettore la possibilità di formare le liste dei candidati da presentare alle prossime – imminenti? – elezioni. Concita De Gregorio non ha voluto espressamente avere sponsor all’appello lanciato dal giornale – contrariamente a quello che fa invece Micromega, con gli appelli firmati da nomi illustri, e poi dietro tutti gli altri. La logica che domina l’iniziativa è ‘partire dal basso’, ritornando a quel popolo delle più svariate provenienze – comunista, socialista, cattolica – che sinora ha subito, in silenzio o quasi, sconfitte elettorali e politiche cocenti:

Scegliamo noi, scegliete voi chi volete in Parlamento. Non lasciate che siano i partiti a imporre i candidati. E’ poco? No, è moltissimo. Provate a pensare a quello che succederebbe: sareste davvero alla guida. Il resto – il programma, le scelte concrete, quelle tattiche e strategiche – non potrebbero più prescindere dalla voce di quelli che voi stessi avete indicato. Sarà questa da oggi la nostra campagna. Migliaia di persone ci hanno scritto, ieri, chiedendoci da dove cominciare. Partiamo da qui, dal nostro giornale (Concita De Gregorio, L’Unità).

Ma le primarie di collegio possono sostituire le primarie di coalizione? O giustificare il fatto che queste ultime non avranno mai luogo? Il novero dei candidati leader aumenta di giorno in giorno, ma Bersani non si è ancora pronunciato, teso com’è a rilanciare l’azione del partito in vista della ripresa dell’attività parlamentare, già appaltata dal governo per discutere il Processo Breve. Eppure c’è chi sostiene che la strategia di Bersani è sbagliata:

Riproporre ora l’Ulivo, un quinto di secolo dopo, e riverniciarlo di fresco, non è un progetto di vera innovazione. Serve una classe dirigente nuova. E non è credibile una coalizione contro Berlusconi che mette insieme Vendola, Binetti, Casini, Bersani, Fini, Granata (Ignazio Marino, Corriere della Sera, 28/08/2010).

Ignazio Marino, però, concorda su legge elettorale e conflitto d’interesse come priorità da mettere all’ordine del giorno di una eventuale nuova maggioranza parlamentare allargata: “credo che [Bersani] dovrebbe prendere subito l’iniziativa in Parlamento per chiamare i partiti che sono favorevoli a restituire democrazia al Paese attraverso una legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scegliersi i rappresentanti” (Corsera, cit.). In ogni caso, legge elettorale a parte, il nodo alleanze resta irrisolto.

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Riforma Università, passa l’emendamento di Ignazio Marino

Si chiama peer review, ma per evitare l’inutile anglicismo d’ora in poi si chiamerà valutazione fra pari. L’ha voluta fortemente il sen. Ignazio Marino e la sua battaglia è stata premiata da un voto bipartisan al Senato. Una battaglia non priva di scontri e di duro dibattimento con il governo, il quale ha imposto che le modifiche introdotte non apportassero aggravio ai conti pubblici, che la loro applicazione dipendesse cioè dalle risorse “finanziarie umane e strumentali disponibili a legislazione vigente”, limitandone la portata ad “un periodo sperimentale di tre anni”. Ma entro sesanta giorni dall’approvazione del ddl Gelmini che riforma l’Università, il governo deve emanare decreto attuativo che estenda il metodo della valutazione fra pari alla assegnazione dei progetti di ricerca in campo universitario. Forse una svolta.

Un via libera, raggiunto all’unanimità dall’Aula, da sinistra a destra, dopo un lavoro faticoso di convincimento personale, a volte uno ad uno, sul valore di un progetto, non a caso seguito dall’applauso dell’intero emiciclo (Marino e la vittoria sulla ricerca. I sì e i no per cambiare l’Italia (e il Pd) | Cambia l’Italia).

Certo, nell’emendamento non si specifica in alcun modo il metodo di formazione dei comitati preposti a tale valutazione: si impone soltanto che siano per un terzo formati da “professionisti operanti all’estero” e se ne deduce che debbano essere in qualche modo affini al progetto di ricerca che si vuole valutare e/o giudicare. Insomma, i rischi che la valutazione fra pari prenda la china del comitato ad hoc composto dai soliti noti, più qualche marchetta da oltreoceano, ci sono tutti. Molto dipenderà dal governo, dal Ministro dell’Istruzione, dal Ministro della Salute. Peccato, perché l’intenzione era ed è buona. Marino resti vigile.

Marino: “E’ un passo importante per la ricerca e per l’Italia tutta, una speranza che si concretizza per i tanti bravi scienziati che ambiscono ad una valutazione dei progetti rigorosa e trasparente. Uno snodo che ritengo epocale per le nostre università e i nostri istituti e centri di ricerca, nei quali finalmente la cultura del merito diventa regola, criterio universale” (Cambia L’Italia, cit.).

Questo il testo dell’emendamento:

Proposta di modifica n. 15.0.300 al DDL n. 1905.

15.0.300 (testo 4)

MARINO IGNAZIO, RUSCONI, CERUTI, FRANCO VITTORIA, GARAVAGLIA MARIAPIA, MARCUCCI, PROCACCI, SERAFINI ANNA MARIA, VITA, ADAMO, BASTICO, LIVI BACCI, BASSOLI, BIONDELLI, COSENTINO, BOSONE, CHIAROMONTE, SOLIANI, PORETTI, CASSON (*)

Approvato

Dopo l’articolo 15, inserire il seguente:

«Art. 15-bis.

(Valutazione tra pari per la selezione dei progetti di ricerca)

1. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanarsi, di concerto con il Ministro della salute ed il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, si provvede a valere sulle risorse finanziarie umane e strumentali disponibili a legislazione vigente per un periodo sperimentale di tre anni ad applicare il principio della tecnica di valutazione tra pari, svolta da comitati composti per almeno un terzo da professionisti operanti all’estero, ai fini della selezione di tutti i progetti di ricerca, finanziati a carico delle risorse di cui all’autorizzazione di spesa recata dall’articolo 12 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni, e a carico del Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica (FIRST), di cui all’articolo 1, comma 870, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, ferma restando la possibilità di una disciplina particolare in relazione al Fondo per le agevolazioni alla ricerca, di cui all’articolo 5 del decreto legislativo 27 luglio 1999, n. 297. Restano ferme le norme di cui all’articolo 1, commi 814 e 815, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni, e all’articolo 2, commi 313, 314 e 315, della legge 24 dicembre 2007, n. 244. Sono altresì fatti salvi, nel rispetto, ove possibile, del principio della tecnica di valutazione tra pari, i vincoli già previsti di destinazione di quote dei suddetti stanziamenti in favore di determinati settori, ambiti di soggetti o finalità.

2. All’articolo 2, comma 313, della legge 24 dicembre 2007, n.  244, dopo le parole: “italiana o straniera,” sono inserite le seguenti: “in maggioranza”».

________________

(*) I senatori Perduca, Casson, Tomassini e Rizzi aggiungono la firma in corso di seduta

Nichi Vendola? Politiche, non personalismi

Il moto di ribellione di Bersani, ieri ad Annozero, contro il fuoco di fila di Travaglio e Santoro, non può che far pensare alla prosecuzione della stagione della titubanza che tiene il PD in letargo da anni. Il dichiarazionismo di cui è malato il partito non può essere curato dallo scatto d’orgoglio del segretario. Non solo. Sebbene l’impeto mostrato possa lasciar presagire un diverso approccio, ci si muove ancora sulla vecchia prospettiva – malata – dei conteggi di percentuali e delle ampie alleanze. Lo dimostrano le strane manovre che si stanno compiendo a ‘sinistra’, laddove, dalle ceneri della costellazione post-comunista e neo-comunista, risorge la bandiera rossa, ma nella forma berlusconniana del personalismo.
Chi è costui? Nichi Vendola, obviously. Si parla apertamente di ‘Operazione Nichi’. Di un progetto politico di sinistra in ottica 2012 (e se si trattasse di elezioni anticipate?). Protagonisti insieme al governatore della Puglia, neo-eletto, Luigi De Magistris, in ovvia migrazione da IDV, Ignazio Marino e – udite, udite – Michele Santoro. Lo rivela La Stampa, stamane (Scatta l’operazione Nichi Vendola – LASTAMPA.it), ma forse è fantapolitica.
Certo, la ricostruzione della sinistra radicale, dopo l’ammucchiata dell’Unione e la conseguente ‘scossa veltroniana’, era al primo posto nel costruzione idealtipica delle alleanze PD secondo la mozione Bersani. Eppure non mancano le scaramucce: secondo Enrico Letta, numero due del partito, “il Pd deve essere più coraggioso e fare un salto di qualità nel rapporto col paese, perchè la sua centralità rischia di essere insidiata da soggetti esterni al bipolarismo, da movimenti estemporanei ma organizzati da nuovi (o presunti tali) astri nascenti della politica italiana”. Vanno bene gli astri nascenti, purché non minaccino la centralità del partito nel disegno bersaniano di nuovo ulivismo che concilii Vendola e UDC inserito in un patto repubblicano esteso a Fini.
Ignazio Marino si è invece già smarcato da tempo: “il Partito Democratico parli di temi e faccia proposte concrete. Questo vuol dire essere alternativa di governo, non si perda tempo ed energie commentando Silvio Berlusconi […] Io lavoro per un PD che sappia offrire una visione concreta all’Italia nei temi importanti per le persone: crisi economica, lavoro, innovazione e sviluppo, sanità e scuola pubblica, diritti civili”. L’Area Marino già da tempo premeva per aprire un dibattito serio sulle politiche del PD. Su questo blog abbiamo parlato dell’iniziativa di Civati, ‘Andare Oltre’. Bersani ne ha copiato la parte relativa alle cosiddette ‘best practices’ delle pubbliche amministrazioni governate dal PD:

  • In Buone Mani, questo il nome dell’iniziativa e del sito, servirà a raccogliere e diffondere “le buone pratiche di governo locale nelle amministrazioni del centrosinistra”. Una vera e propria banca dati aperta al contributo diretto degli utenti e dei cittadini
  • L’idea è quella di innestare pian piano un progetto di “formazione continua”, per cui le buone legge e le buone prassi vengano diffuse e alimentate, anche attraverso woorkshop e laboratori territoriali su specifici temi. Un’idea semplice ed efficace che negli scorsi fu sperimentata anche dal Psoe spagnolo, come spiegava anche il Post, con l’obiettivo di “condividere le informazioni all’interno del maggior partito di opposizione e rinnovare il suo progetto politico spesso impigrito”
  • creare anche una sorta di condivisione delle modalità e della cultura che muove il partito (Il Pd e le idee dai territori. In buone mani | Cambia l’Italia).

Politiche, quindi. Non personalismi. Il PD non ne ha bisogno. Poiché pullula di personalismi, che vagano per le stanze vuote del palazzo recitando ognuno la propria litania. L’alleanza prossima ventura, quella per le politche 2012, sia costruita sulla quarta gamba del tavolo, quella che ora manca, la sinistra, ma bisogna ripartire dalle fondamenta. Il primo pilastro deve essere il lavoro. Poiché se di similitudini dobbiamo parlare, allora l’Italia non somiglia solo alla Grecia in fatto di corruzione, di divisioni nel sistema politico, di clientelismo e di disfacimento del tessuto economico, ma anche – e soprendentemente – alla Spagna. La Spagna di Zapatero, l’icona della sinistra radicale, oggi al gancio, declassata da S&P e gravata da una disoccupazione a doppia cifra. La crisi, in Spagna, viene scaricata- indovinate? – sui precari, sui giovani precari. I contratti a termine sono stati il piedistallo su cui si è costruito il miracolo economico spagnolo, soprattutto nel settore edile. Hanno toccato cifre del 30% del totale della forza lavoro. Che ora sono espulsi dal mercato. Un vero dramma sociale. Giovani e meno giovani lavoratori scaricati dalle proprie aziende da un giorno all’altro. E così si scopre che anche in Spagna esiste il dualismo del mercato del lavoro. Che i sindacati difendono i diritti degli insiders, mentre gli outsiders non hanno alcuna tutela. Ma le similitudini con l’Italia finiscono qui: la classe politica italiana è distratta da sé medesima, è incapace di guardare al mondo là fuori. E i giornali ne fanno il controcanto. In Spagna no. In Spagna il problema dei precari è una emergenza nazionale:

  • Un gruppo di economisti spagnoli ha redatto un documento con alcune proposte per ristrutturare il mercato del lavoro senza ingessarlo […] aumentando le protezioni per le fasce attualmente «scoperte» (con un «contratto unico» simile a quello proposto in Italia dagli economisti Boeri e Garibaldi), ma allo stesso tempo rendendo le condizioni di licenziamento meno proibitive e le contrattazioni collettive più flessibili. Una proposta che ha raccolto oltre cento adesioni tra economisti di tutta la penisola iberica (viene infatti chiamato «la proposta dei cento») e che vede un forte sponsor nella Banca di Spagna e nel Fondo Monetario Internazionale (La Spagna sta meglio o peggio di noi? – LASTAMPA.it).

Qui da noi sono più importanti le diatribe interne al PdL, lo ‘strappo’ di Fini, la suocera di Fini, la testa di Bocchino o la moglie di Bocchino, l’emendamento D’Addario, l’emergenza intercettazioni e l’Operazione Nichi Vendola. E allora il sussulto sulla poltrona di Bersani di ieri sera è anche il nostro. Un sussulto dovuto allo sconcerto nel vedere una classe politica che, tra lazzi e sollazzi, balla l’ultimo valzer sul ponte del Titanic.

Supplemento d’anima per il PD: dalla lettera dei Senatori a Bersani.

Lo si diceva, durante le primarie: o il PD raccoglie la sfida di ascoltare veramente le persone, di entrare in mezzo ad esse, parlando di cose concrete, oppure sarà la fine. Il periodo Gennaio-Febbraio è stato sprecato cercando di far fuori prima Nichi Vendola, poi qualsiasi candidato del Lazio. Loretta Napoleoni, personaggio di altissimo profilo, è stata completamente ingnorata. Emma Bonino, oggi in conferenza stampa, ha lamentato lo scarso appoggio dell’ala moderata del PD. E poi: ma quanti dilemmi con le primarie di coalizione. Quanti tira e molla con l’UDC. Era proprio il caso di allearsi con l’UDC, disorientando ulteriormente il proprio elettorato?
Ora tutto questo si paga, e pesantemente. Al nord, gli elettori effettivi ascritti al PD in taluni casi non raggiungono il 10% dell’elettorato attivo. Una miseria. E parlano di pari e patta. Macché. Qui si è persa la politica, non solo esclusivamente in chiave antiberlusconiana, ma soprattutto in questa. Dov’era il PD la sera di Raiperunanotte? Dove era il 5 Dicembre? Se esiste il Popolo Viola è perché il PD non ha capacità mobilitativa in quanto difetta pesantemente in capacità interpretativa. Anziché denigrare il Movimento 5 Stelle, bisognerebbe far proprie le sue battaglie. Cominciando ad ascoltare la gente del No Tav. Senza presuntuosismi.
Oggi, 48 senatori di diverse aree politiche del PD hanno firmato una lettera al Segretario Bersani, non già per chiederne la testa, bensì per pretendere un necessario cambiamento di rotta:

Bisogna cambiare passo. Bisogna muoversi subito. Bisogna accedere ad una nuova dimensione del nostro impegno politico che anche noi parlamentari spesso non esprimiamo con la necessaria efficacia. Serve un supplemento d’anima […]

Non intendiamo farci consumare addosso i prossimi tre anni della legislatura, immersi in un attendismo fideistico che assegna al destino il compito di liberare l’Italia dal sultanato che la devasta. Aspettiamo con fiducia una tua puntuale risposta, convinti che non trascurerai, ne’ sottovaluterai, il valore ed il significato delle nostre riflessioni e dei nostri propositi

L’autocritica dovrbbe servire a riconoscere tutti i difetti di una condotta che ha profili di inconsapevolezza: sia dello stato delle cose, a cominciare dal lavoro che scarica sui precari i costi della crisi, per finire con la deriva videocratica antidemocratica del nostro sistema politico, sia dello stato del partito, che ancor oggi non ha risolto la questione della linea politica da seguire. Tutti annunci, quelli di Bersani. Dove sono i fatti? Times in now, verrebbe da dire. Il tempo fugge, il 2012 si prepara da adesso. Se non ci si sente in grado di affrontare l’ignoto del cambiamento, se si tentenna verso il futuro, allora si cominci dare carta bianca ai giovani del PD, da Civati a Casadei. Sarebbe un inizio.

Di seguito il parere di Ignazio Marino e di Giuseppe Civati:

    • un errore non fare autocritica oggi e non ammettere che il centro-sinistra esce sconfitto dalle elezioni regionali
    • Nel PD hanno prevalso le alchimie strategiche di un gruppo dirigente che opera senza ascoltare il paese
    • Va sottolineato il fallimento della classe dirigente del centro-sinistra nel sud l’andamento caotico del PD in regioni come il Lazio e la Puglia, l’incapacità di interpretare le esigenze concrete del nord.
    • Non si può pensare di trovare la soluzione ai problemi reali dei cittadini nel tatticismo delle alleanze. Le persone chiedono e meritano una visione più ampia e lungimirante della politica, fatta di programmi e idee concrete
    • Io credo che al centro-sinistra sia

      troppo vago nel progetto di società che propone: per esempio, sul lavoro Pierluigi Bersani aveva annunciato mesi fa la volontà di arrivare in tempi brevissimi a una posizione di sintesi per l’intero PD. Non se ne vede traccia. Lo stesso vale per i diritti o il welfare

    • si ammetta che non si è capito il Paese
    • Quanto alla Lega, vince perché ha proposte chiare, sa dire sì o no, interpreta alcune esigenze delle persone. Io non condivido quasi nessun aspetto della politica della Lega ma non posso nascondere che il PD ha l’urgenza di recuperare sul territorio la fiducia della gente con determinazione e costruttiva autocritica. La politica di palazzo perde, sempre
    • non è vero che la Lega sia più radicata sul territorio. Piantiamola con questo tormentone, vi prego. Il problema, direi, è l’approccio, percepito come più immediato, popolare, vicino. Il problema sono i messaggi, che si sono ‘radicati’ nella testa delle persone.
    • Il problema è che si capisce che cos’è, la Lega, in tempi di cattiva politica, di scarsa rappresentanza, di reductio del dibattito politico ad unum o, comunque, a pochissimi temi: ad esempio, la famosa sicurezza
    • Non c’è più un discorso politico, in Italia. Non c’è un’idea comprensibile per i giovani precari, non c’è una linea chiara sulle questioni fiscali, non c’è (più) un’idea di società (soprattutto). A destra e, purtroppo, anche a sinistra
    • badate, questo tiene insieme il fattore Lega e il fattore Grillo
    • Inutile demonizzare il non voto, che andrebbe piuttosto capito (prima di rivolgerci all’Udc e al suo 5%, perché non ci rivolgiamo al 40% di chi non si è recato alle urne?)
    • L’anti-politica l’hanno inventata e prodotta i politici: non sono tutti radicali, quelli che votano Grillo (e la Lega)
    • la provincia di cui parla oggi Michele Serra e di cui parlavo ieri. Un popolo e una provincia dove il Pd è minoranza di una minoranza, perché si rivolge a una porzione microscopica di società, intorno al 10% del totale, come notava chi ha fatto le proporzioni con i dati di chi non è andato a votare
    • è la politica che deve funzionare meglio. E la politica, con un presidente del Consiglio così, che si fa gli affari suoi, è affare del centrosinistra. Questo, mi pare, sia il punto. Tutto il resto è un rumore lontano, una stella cometa che esplode nel cielo. Anzi, è esplosa già

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Paradosso PD in Calabria. Primarie per lestofanti.

Fernanda Gigliotti: DIFENDIAMO L’ISTITUTO DELLE PRIMARIE NON ANDANDO A VOTARE: un paradasso tutto calabro.

Appello ai Democratici della Calabria dell´Area Marino
Anche Bersani lo sostiene che non sempre e non dappertutto le primarie rappresentano uno strumento di innovazione e che a volte “l’innovazione ha bisogno di impulso che non sempre puo’ venire dal basso”. E tutti noi ci auguravamo un saggio intervento dal vertice nazionale del Partito che non c´è ancora stato, per come l´emergenza politica calabrese, sotto gli occhi di tutto il Paese, necessitava e che non ci sarebbe apparso né come una violazione dell´assetto federale del PD, né come una violazione della democrazia partecipata, ma come un saggio intervento arbitrale in una partita palesemente truccata ed il cui esito, annunciato, è ancora, ad oggi, una drammatica sconfitta.
Il partito democratico calabrese, nato nelle primarie del 2007, infatti, è una “proprietà privata” inespugnabile, già oggetto di un´OPA che ne ha blindato proprietà e ipotecato la gestione, attraverso l´accaparramento di tessere ed il controllo sistematico dei cacicchi. Ecco perché in Calabria, ancora una volta, forse anche a causa di una nostra storica immaturità democratica, l´innovazione non può venire dal basso perché quelli che voteranno nei circoli del PD saranno i soliti proscritti non gli iscritti al PD, saranno i soliti clientes. E se anche il popolo del centrosinistra intervenisse in massa, non potrebbe fronteggiare la forza ed i muscoli di chi governa da 5 anni una Regione in cui si vince non tanto perché hai ben amministrato e presentato un bilancio positivo dell´operato di una giunta, ma soprattutto perché hai imparato a “gestire il bisogno”, a riconoscerne le profonde sacche e a nutrirle, rendendole dipendenti da un benevolo ed arbitrario voucher, sussidio, contributo, consulenza.
Domenica 14 Febbraio in Calabria si vorrebbe emulare la Puglia. Ma qui non solo non c’è un Vendola, ma non c´è neanche un Boccia. E non ci sarà né un D´Alema né un Bersani, né altri, che vi inviteranno alle urne. Qui c´è soltanto una casta che si ri-candida e che si ri-vota per dimostrare, qui ed altrove, che è il popolo che la reclama. E sarà per questo che il “registro” dei votanti sarà pieno di adesioni dirette a certificare un´affezione alla casta e a trasformare una primaria di “mozione”, un derby (il cui risultato è stato già scritto, con inchiostro simpatico, nell´assemblea regionale del 2 febbraio in quel di Capo Suvero, con tanto di percentuali di votanti e di voti da attribuirsi ai singoli sfidanti), nella più alta legittimazione popolare di un “inciucio” che ha deciso di affidare la Calabria al peggiore centro destra possibile! Ma si sa che per la casta che “vince anche quando perde”, l´importante non è nè vincere nè partecipare, ma sopravvivere!
Ecco perché noi non andremo a votare perché intendiamo salvaguardare e proteggere l´istituto delle primarie da un uso eversivo, diretto a raggiungere obiettivi falsamente democratici, e ci appelliamo a tutti i democratici liberi della Calabria affinché contribuiscano alla salvaguardia di un metodo di selezione della classe dirigente, che tenta di rendere effettivo l´art. 49 della Costituzione, non partecipando alle primarie di domenica 14 febbraio perché svuotate di significato, invocate e convocate per non cambiare nulla, ma solo per conservare! E´ la triste storia della Calabria: tutto ciò che altrove funzione e porta ricchezza da noi non funziona o fallisce! Penso ai depuratori, agli impianti eolici, alle società miste, alla raccolta differenziata….e alle primarie! Ecco perché noi, domenica 14 Domenica, difenderemo, insieme a tutti voi, l´istituto delle primarie restando a casa!
10 febbraio 2010
Il coord. Regionale Area Marino – Cambialitalia – Fernanda Gigliotti

Il Laboratorio Lazio: nasce l’Area Marino. Popolo Viola: nuova mobilitazione contro l’illegittima impunità.

Ieri a Orvieto si è ufficializzata la nascita di un nuovo soggetto politico, tutto interno al PD, che non si chiama "corrente" ma laboratorio: è l’Area Marino che prende il nome di Cambia l’Italia. Riuscirà a cambiare il PD?
Dalla fuoriuscita di Chiamparino, critico in maniera esplicita alla alleanze elettorale PéD-UDC che in Piemonte si è veramente concretizzata e farà da asse portante alla ricandidatura di Mercedes Bresso, alla giornata di ieri si è vagheggiato su giornali e blog della cosiddetta "Terza Via": il progetto di ulivismo partitico di stampo dalemiano, nella sola ottica elettorale e antiberlusconiana, uscito vincente dalle primarie, è miseramente fallito alla prova dei fatti. E dove? Proprio in Puglia e nel Lazio, laddove la segreteria ha mostrato le maggiori difficoltà, dove l’asse PD-UDC si è rivelato sin da subito alieno alla base elettorale.
E allora, alla debolezza della segreteria si è sostituita la risolutezza della base, allargata ai fuori-partito (Bonino, Vendola). L’Area Marino già sapeva tutto ciò. Ignazio Marino si era già espresso negativamente sull’accordo elettorale a "scatola chiusa": prima di tutto vengono i contenuti e i programmi. Lo ha ribadito ieri, al workshop di Orvieto, direttamente in faccia a Bersani.

  • il senatore-chirurgo […] contesta «lo sguardo privilegiato all’Udc, anziché ai contenuti e ai programmi», che è poi quel che serve per «rendere chiara la missione del Pd», mentre oggi «non è chiaro quali siano le priorità del partito». E con il segretario dei Democratici che contesta la lettura dei fatti. «Non stiamo privilegiando l’Udc», risponde Bersani citando a conferma di questo il rapporto con l’Idv e il sostegno del partito alla candidatura nel Lazio di Emma Bonino […] di fronte ai rischi che corre la democrazia italiana io tutti quelli che non sono d’accordo con quel che sta succedendo li vado a cercare, e lavoro per accorciare le distanze. Questa è la sfida, e non si può banalizzarla con minuzie».
  • «Chiediamo maggior ascolto e coinvolgimento – attacca l’ex candidato alla leadership del Pd – e mi domando come possa essere plurale un partito se in segreteria, che è l’organismo dove si prendono le decisioni, non è rappresentata la componente che per noi è la più innovatrice». IWBIil oltre ad avere una rappresentanza in segreteria (il nome su cui punta è quello del consigliere milanese Ettore Martinelli) chiede un partito «trasparente» ma anche dal profilo più netto, concentrandosi sulle «idee»
  • Al segretario non piace un Pd nato «con meccanismo di anarchismo e microfeudalizzazione, trascurando il fatto che senza meccanismo di coesione nessuna associazione può esistere». Ammette anche che le candidature per le regionali «hanno fatto venire i nodi al pettine» e che dopo il voto proporrà una riflessione in particolare sui casi Umbria, Calabria, Puglia («e sul caso D’Alema», gli urla uno dalla platea, e lui: «e vabbè’, possiamo anche semplificare così»).
  • Ma Michele Meta, pur apprezzando le «aperture» ascoltate nell’intervento del segretario, fa notare che la candidatura di Bonino nel Lazio e la vittoria di Vendola alle primarie pugliesi «non sono due incidenti di percorso». Dopo le regionali, per il coordinatore dell’area Marino «si dovrà far tesoro di queste opportunità e lavorare per aprire e accogliere, per costruire un "maxiPd", abbandonando un progetto che allo stato è soltanto una riedizione in miniatura del compromesso storico». (l’Unità – 07-02-2010 – Pagina 3)

Che si parli di maxiPD o di Terza Via poco importa. La realtà è che si formando un bacino politico interessante, un vero e proprio laboratorio che trova nel Lazio il suo fulcro. Qualcosa che va al di là del semplice movimentismo. Si sta creando una nuova cultura politica verso la quale il PD non può che procedere con le braccia aperte. Il PD dovrebbe includere e non escludere, dovrebbe allargarsi, magari con una struttura federativa, che implementi in sé la costellazione post-partitica e movimentista. Bersani non faccia come Di Pietro: abbia la lungimiranza di guardare al futuro e di immaginare un Partito Democratico senza più confini. Dia almeno il segnale, dia il sostegno alla nuova manifestazione del Popolo Viola contro l’Illegittima Impunità.

    • Manifestazione nazionale contro il legittimo impedimento e a sostegno degli organi di garanzia costituzionale

      Siamo persone libere, autonome dai partiti, decise a rilanciare il rinnovamento culturale e politico in questo Paese.
      Rinnovamento gioioso, pacifico e determinato che nasce con il No B Day: l’imponente manifestazione che ha riempito Piazza san Giovanni a Roma il 5 dicembre 2009. La grande festa di democrazia che ha colorato di viola strade e piazze in Italia e nel mondo.

      Noi crediamo che l’approvazione della norma sul legittimo impedimento eleverebbe di fatto un cittadino italiano al di sopra degli altri, e dei principi di legalità: violazione palese della nostra Carta Costituzionale.

      Non è più tempo di indugiare: è ora che tutti ci mettano la faccia. Per questo invitiamo tutti gli esponenti della cultura e dell’informazione, della scienza e dello spettacolo, delle forze democratiche e del lavoro, ad
      aderire e partecipare alla nostra uova iniziativa. 

    • Per questo invitiamo tutti i cittadini alla grande manifestazione di Roma, in Piazza del Popolo, sabato 27 febbraio 2010 dalle ore 14.30.

      A due mesi dal No B Day il rischio per la democrazia è ancora più grande. Perciò torniamo nella piazza, affianco alla Costituzione e a sostegno degli organi di garanzia che essa prevede:

      Nessuna legittimazione per chi attacca i principi della civile convivenza!

      Questo appello è promosso da: Popolo Viola Roma, Presidio Permanente Monte Citorio, Bo.Bi., Blog San Precario, LiberaCittadinanza, pagina Facebook del Popolo Viola

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IDV, gli applausi a De Luca e la nuova linea politica di Di Pietro. Ma nel PD si apre la “Terza Via”.

Così Di Pietro cambia marcia e mette IDV sulla scia del PD di Bersani. Mentre il segretario PD gioca su due sponde (a Orvieto, dove si è riunita l’Area Marino per un workshop che ne rinnova l’attività portata avanti durante le primarie, si spreca in sorrisoni al fianco di Emma Bonino e Ignazio Marino, quando al congresso IDV si pregia di aver fatto “digerire” alla platea la candidatura di De Luca in Campania), Di Pietro smorza i toni della sua politica e consegna IDV, senza apertamente manifestarlo, al progetto di ulivismo partitico che aveva vinto al congresso PD.
IDV era alla svolta: doveva mettersi alle spalle quella gestione familistica, personalistica, patrimonialistica del partito mostrata in questi anni e oggetto di pesanti critiche dalla Base IDV. Lo stesso Travaglio, pur rinnovando la sua predilizione per l’ex pm di Mani Pulite, ultimo baluardo alla prepotenza berlusconiana, così si è espresso alla vigilia del congresso:

Su De Luca ha “vinto” la linea dei paletti. Di Pietro ha suggerito tre condizioni: non votarlo, votarlo, o porre dei paletti. Non ha nemmeno provato a aggiungere la quarta opzione, ovvero quella di chiedere al PD di proporre un altro nome. O così, o consegnare la Campania ai Casalesi. Con il terrore è riuscito a fare esplodere la platea nell’applauso. A completare l’opera ci ha pensato lo stesso De Luca, ben conscio di parlare a un pubblico sensibile sui temi cari alla sinistra, come il lavoro:

  • Ma De Luca evidentemente ha scelto le parole giuste. “Sono pronto a sottoscrivere un codice etico. Io sono un altro Sud, quello che combatte e non ha paura della legalità. La mia accusa per truffa e concussione è dovuta al fatto che ho chiesto la cassa integrazione per 200 operai licenziati, ma sono orgoglioso. C’è chi tra le frequentazioni ha gli operai; altri invece che le hanno con i casalesi, i camorristi e gli estorsori”
  • i delegati applaudono il loro presidente. “La magistratura indaghi a 360°”. “Che nessuno si difenda dai processi ma nei processi”. “Chi è condannato metta la firma sotto le dimissioni”. La vulgata è quella del Tonino nazionale: “Basta con i primari che non sanno distinguere un bisturi da un cavatappi”
  • L’Idv è con De Luca. Lui ha il volto provato: “Oddio, e che è! – dice uscendo dalla sala – Gli esami non finiscono mai, mi hanno catapultato qui come la Madonna pellegrina”
  • Luigi De Magistris invece è furibondo. In sala ad ascoltare l’imputato nemmeno c’è andato. “Che è, il processo breve? L’applausometro? No, non mi interessa. Di Pietro è il leader, ma io sono campano e conosco i problemi, che non sono le favolette che ha raccontato De Luca. E poi magari sarà condannato tra dieci anni, quando avrà già finito di governare” (fonte: L’Idv “assolve” De Luca con standing ovation – Politica&Palazzo | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog).

Con De Luca, Di Pietro comincia la fase della “costituzionalizzazione” dell’IDV. Non sarà più il partito della piazza, non sarà più il partito che scende nelle piazze, accanto a Grillo, a Flores D’Arcais, al Popolo Viola. Dall’opposizione, all’alternativa, questa la transizione che compierà IDV. Come qualcuno ha intelligentemente rilevato, le stesse parole d’ordine di Bersani alle primarie PD:

    • molti non capiranno e altri si metteranno di traverso. Come Luigi De Magistris – ala «sinistra» del movimento e gelosissimo custode di quel giustizialismo tanto caro all’Idv – che non fa mistero di non apprezzare la svolta proposta da «Tonino» e si dice apertamente indisponibile, per esempio, a sostenere il candidato Pd (De Luca) alla presidenza della Regione Campania; o come il discusso ma onnipresente Gioacchino Genchi, che ha voluto spiegare ai congressisti come e perché l’aggressione milanese a Silvio Berlusconi sia del tutto inventata (salvo dover poi dire, causa il putiferio scatenatosi, che il suo ragionamento era stato frainteso)
    • evidente delusione da parte delle diverse anime del network presenti nella platea del Marriot, da ex girotondini al «popolo viola», da giustizialisti tutti d’un pezzo a ex comunisti in cerca di nuove certezze

Nessuno spazio, nessuna parola, nessuna visibilità per il dissenso interno a IDV. Francesco Barbato, l’esponente della Mozione “Itinerante” Base IDV-Barbato-Parole Civili, è stato relegato in secondo piano. Nemmeno ha trovato menzione sul sito ufficiale del congresso. La mozione di opposizione praticamente non è mai esistita, per Di Pietro, cliccate per credere:

In definitiva, IDV rischia di trovarsi in opposta direzione alla linea di tendenza interna e limitrofa al PD: ieri, l’Area Marino si è ufficialmente concretizzata come laboratorio politico del PD e diventa la testa di ponte di quella che è stata chiamata “Terza Via” dell’ulivismo popolare, l’alter ego dell’ulivismo partitico, quello sconfitto alle primarie in Puglia e dalla real politik di Bersani nel Lazio. Se da un lato, si assiste al fallimento della politica delle alleanze partitiche, dei cosiddetti cartelli elettorali, privi di una reale coesione interna e all’affermarsi di una coscienza collettiva omogenea della sinistra, dall’altro lato avviene l’accodamento di IDV alla logica della convenienza elettorale. Una scelta sbagliata e fuori tempo che rischia di svuotare IDV di tutto il carico di buoni auspici che gli si erano affastellati addosso.

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    • è arrivata la Terza Via per il Pd. Anche se per la verità sarebbe la primissima, la via originaria, quella che coltivavano oltre dieci anni fa Prodi, Parisi, Veltroni
    • La fa intravedere (in maniera un po’ vaga in verità) Sergio Chiamparino. Ne scrivono in diversi su Europa, sul Foglio. Proverà a farne suo manifesto politico la mozione di Ignazio Marino, a convegno questo fine settimana
    • Tutto si deve all’avventura parallela di Nichi Vendola e di Emma Bonino. Che sono accomunati non dalla prospettiva di una rinascita della sinistra radicale/antagonista (evento fantapolitico che nulla ha a che vedere con quanto accade in Puglia e nel Lazio), bensì dal dato mascroscopico evidenziato ieri su Europa da Elisabetta Ambrosi: entrambi sono diventati immediatamente catalizzatori delle speranze, delle passioni e del consenso della stragrande maggioranza di iscritti, militanti ed elettori del Pd. Pur senza essere, né Vendola né Bonino, non solo iscritti al Pd, ma neanche tanto amici visti numerosi precedenti a dir poco conflittuali.
    • il successo della coppia Vendola-Bonino fa venire in mente è quella di un maxi-Pd (Nuovo Ulivo, lo chiama Chiamparino, Grande Pd lo chiamò Giuliano Ferrara tempo fa) che abbatta gli steccati dei partiti fondatori del 2007 e si espanda a rappresentare l’intera area del centrosinistra, travolgendo naturalmente anche la cristalleria degli attuali rapporti di forza interni fra correnti e nomenklature: cocci peraltro già tutti in terra, dopo le fuoriuscite più o meno eccellenti, la frammentazione di Area democratica, il ruolo di battitrice libera di Rosy Bindi, la dimostrata impossibilità per Bersani di tenere le propaggini territoriali sotto controllo, la sua prevedibile autonomizzazione rispetto a D’Alema
    • la suggestione di Bettini, Chiamparino, Marino eccetera non travolge solo la chincaglieria: travolge la linea politica sulla quale Bersani ha stravinto primarie e congresso.
    • Noi chiamiamo quest’ultima ipotesi Terza Via – in sfregio alla scaramanzia – perché un Pd così allargato non era né il Pd di Veltroni (che forse avrebbe voluto farlo in questo modo, ma venne chiamato alla segreteria in un contesto molto diverso, rigido, post-fusione Ds-Margherita) né tanto meno il Pd di Bersani.
    • vorrebbe essere l’esatto contrario: un partito più compatto nell’identità, di ambizioni proprie più ridotte, che lascia spazio a sinistra e al centro a forze autonome, diverse da sé e coalizionabili in un “nuovo centrosinistra”
    • questa idea di sovvertire dopo appena quattro mesi l’esito politico del congresso
    • la logica coalizionale di Bersani e D’Alema ha mostrato gravi limiti al primo impatto con la realtà, in questa fase di preparazione alle Regionali. Mettere insieme sigle e siglette, non c’è niente da fare, non funziona
    • sulla scena si sono affacciati personaggi con una dote personale di credibilità e consenso
    • il risiko delle geometrie variabili è saltato e tutti i partiti si sono dovuti regolare di conseguenza: non è ancora venuto il momento della loro ripristinata centralità, semmai verrà. D’Alema non ha smesso di dover soffrire per colpa di quelli che chiama cacicchi.
    • non sarebbe solo il Pd a dover dimostrare una insospettabile verve rifondativa: radicali, vendoliani, verdi, tanti altri dovrebbero abbandonare le logiche ristrette nelle quali si sono sempre mossi. E anzi sarebbe per loro particolarmente difficile farlo se le avventure personali di Vendola e Bonino dovessero andar bene
    • l’avvio della campagna elettorale regionale restituisce l’immagine arcinota di un popolo di centrosinistra con un fortissimo senso di appartenenza unitaria, del tutto indifferente alle tattiche di partito e pronto, appena gliene si dà l’occasione, a capovolgerle

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