Le parole pesanti come metastasi della Santanché

Metastasi, cancro, ma in senso figurato. No, avevamo pensato per davvero – che sciocchi – che quelle abusate parole fossero state impiegate, volontariamente, per il verso giusto. Indicare i magistrati come metastasi aveva già acquisito il senso mortifero che quella parola ha nell’immaginario collettivo: un senso di speranza tradita, di orizzonti che si richiudono su sé stessi, di fine dell’esistenza e della vita.

E invece erano usate in senso figurato. Già, come dire che le parole possono essere impiegate a piacimento, come un martello, e date sulla testa delle gente, così, tanto per disseminare male e dolore, per inquinare il pensiero e suscitare ribrezzo. Quelle parole diventano un mezzo per stabilire associazioni di pensiero pericolose, per abituare all’oscenità del dolore, e anestetizzare al contempo.

Il volto marmoreo della Santanché esce dal video e scandisce la parola metastasi: in un attimo trasforma la politica in chirurgia e apre stomaci, intestini, cervelli praticando un turpe ribaltamento di significato, indicando, non più in una categoria ma in una persona, il male terminale, l’obiettivo da distruggere. Invita cioè all’atto di guerra civile, allo spargimento di sangue.

Qualcosa che abbiamo già visto nella storia:

Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani (Hitler, Mein Kampf).

Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana (Berlusconi citato in la Repubblica, 5 settembre 2003)

Il dossier sulla Boccassini prelevato al Csm da un leghista

Quanti servitori per due quattrini. I leghisti non sono da meno. Ricordate l’attacco perpetrato giusto ieri da Il Giornale al magistrato Ilda Boccassini? Sallusti aveva sbattuto in prima pagina a caratteri cubitali una storia vecchia di trent’anni: “amori segreti”, scrivevano ieri, “verità nascoste”, lasciando immaginare al distratto e annoiato lettore di centrodestra chissà quali scandali nel passato della Boccassini.

Trattasi di un procedimento disciplinare che il magistrato subì per esser stata sorpresa in atteggiamenti amorosi con un giornalista di Lotta Continua. La Boccassini all’epoca aveva trent’anni. Era innamorata di un giornalista “rosso”. Era maggiorenne ed erano gli anni di piombo. Il procuratore capo, tale Mario Gresti, fece rapporto al procuratore generale che a sua volta trasmise gli atti al CSM. La Boccasini fu difesa da Armando Spataro, oggi procuratore della Repubblica aggiunto presso il tribunale di Milano nonché coordinatore del Gruppo specializzato nel settore dell’antiterrorismo, e fu assolta. Non era venuta meno al vincolo di segretezza. Certo, Sallusti e soci vi hanno raccontano solo un pezzo della verità, solo quella che gli conveniva. Soprattutto non vi hanno raccontato come sono venuti in possesso del “dossier Boccassini”.

Dovete sapere che i procedimenti disciplinari, all’epoca dei fatti, nel 1982, erano secretati. Non sono atti a disposizione di tutti. Qualcuno deve aver consegnato a Sallusti questo carteggio scottante. Chi?

Di servi ne è pieno il Parlamento. e pure il CSM. La talpa dei berluscones è un leghista, tale Matteo Brigandì, messinese ma operante in Piemonte (un leghista siciliano, che anomalia…), membro laico del CSM. Fra il 18 e il 20 Gennaio scorsi, Brigandì si sarebbe rivolto alla sezione disciplinare del CSM ed lì ha scovato quel vecchio fatterello che riguarda Ilda la rossa. Ora al CSM vogliono punirlo in maniera esemplare. Ma a lui cosa può interessare: può assurgere finalmente alla corte dei berluscones di ferro, ai martiri di Arcore. Largo, passa Brigandì.