Decreto Carceri: perché la giustizia muore prima fra le sbarre

Il Decreto Svuotacarceri si appresta ad entrare in aula balcanizzata con la garanzia della fiducia. Il governo Letta, forse spaventato dalle prospettive di nuova belligeranza parlamentare, ha deciso di blindare il provvedimento stante anche all’urgenza di prendere delle misure tampone sulla situazione carceraria italiana, che a breve, nel mese di Maggio 2014,  garantirà al nostro paese le sanzioni della Corte europea dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo – lo ricordo per i più smemorati – a Gennaio 2013, con la sentenza Torreggiani, hanno condannato l’Italia per aver sottoposto sette detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza a condizioni inumane e degradanti. Il nostro Stato ha violato la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, articolo 3. Nella fattispecie, la Corte ha dato diciotto mesi di tempo allo Stato italiano ed entro Maggio dovrà essere data dimostrazione che sono stati presi tutti i provvedimenti necessari a sanare la situazione, oramai in totale emergenza.

Come ha agito il governo Letta? Innanzitutto si è mosso in ritardo. Si è mosso a Dicembre, ben due mesi dopo l’appello di Napolitano, ben undici mesi dopo la sentenza. Ha agito tramite decretazione d’urgenza, oramai una prassi nel nostro sistema politico, considerata la paralisi dell’iter legislativo parlamentare. Il decreto include misure dirette ad incidere sia sui flussi di ingresso e di uscita dagli istituti di pena, fra le quali:

a) con riguardo alle ipotesi di lieve entità in materia di stupefacenti viene prevista una nuova ipotesi di reato in luogo della previgente circostanza attenuante. La norma prevede comunque una riduzione, nel massimo, della pena edittale;
b) per quanto attiene all’affidamento terapeutico si interviene per ampliare le ipotesi di concessione anche ai casi di  precedenti violazioni (come indicato dalla Corte Costituzionale) che, ovviamente continuano ad essere sottoposte alla valutazione del giudice;
c) per quanto riguarda la liberazione anticipata si amplia il beneficio dell’aumento dei giorni di detenzione (da 60 a 75) per ciascun semestre di pena espiata. Non si tratta di una misura automatica e non si determina una liberazione immediata e comunque è sottoposta alla rivalutazione del giudice. Per i reati più gravi previsti dall’art.4 bis dell’ordinamento penale è richiesta una motivazione rafforzata per giustificare la riduzione (diritto.it).

Ora, posto che il mezzo (decretazione d’urgenza per giunta blindata da mozione di fiducia) e il contenuto posso essere migliorati (uso un eufemismo), sono senz’altro meglio che niente (perché attenti, in materia di carceri il niente è stato fatto con successo, per anni e anni). Il decreto, nei suoi tecnicismi, non può essere descritto come un provvedimento di clemenza tout court: interviene forse anche limitatamente e in misura non proporzionata all’entità del problema. La popolazione carceraria in Italia è pari a 65.891, contro i 47.040 posti disponibili. Quasi 19mila in più. L’associazione Antigone ha aperto un’osservatorio online: http://www.associazioneantigone.it. Scorrendo i dati, potrete notare come siano ben 24691 i detenuti in attesa di giudizio.

Per queste ragioni, affermare come è stato fatto oggi dal pulpito del blog di Beppe Grillo che:

“La giustizia è morta. Così escono mafiosi, stupratori, assassini”

è tragicamente errato. La giustizia muore trattando così il problema delle carceri italiane. Che esiste e persisterà sia al decreto che alla sciocca banalizzazione di Grillo.

Torniamo alla sostanza dei problemi. “Popolarissimo e banalissimo dire che le persone che devono stare in carcere stiano in carcere.
Il problema è come. E la civiltà fa parte del concetto di legalità, anzi, mi dispiace, lo precede”, ha scritto recentemente Giuseppe Civati. Che ha fatto sua la proposta di Salvatore Tesoriero, il quale afferma senza dubbio che il problema carceri è soprattutto:

Un problema di legalità

Il bisogno – etico e giuridico – di rispettare la legge, insomma, impone di misurarsi con le misure per attenuare il problema del sovraffollamento. Chi liquida il problema agitando la legalità come il principio che verrebbe leso dai provvedimenti clemenziali ricorre ad uno slogan doppiamente inopportuno perché in questo caso il rispetto della legge è il motivo dell’intervento.

Tesoriero indica alcune vie d’intervento prioritarie:

  1. operare sia sui flussi d’ingresso in carcere (riducendoli) sia sulle maglie d’uscita dal circuito penitenziario (allargandole per i detenuti meno pericolosi);
  2. agire sulla struttura: applicare la messa alla prova per reati meno gravi e la detenzione domiciliare come pena principale (già in un ddl ora fermo al Senato);
  3. intervenire sulla custodia cautelare, sul trasferimento dei detenuti stranieri nei loro Paesi d’origine per scontare la pena, oltre ai, troppo spesso solo evocati, interventi di depenalizzazione di reati di minima gravità;
  4.  superare l’ottuso rigore della legge Fini-Giovanardi;
  5. investire sulle strutture socio-riabilitative come centri dove scontare la maggior parte della pena.

Il decreto del governo ha introdotto misure relative solo ai primi due punti, mentre non ha soluzioni circa la custodia cautelare, il superamento della Fini-Giovanardi, il finanziamento di strutture alternative.

Grillo impiega strumentalmente la critica al documento apportata dal procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, nonché dal procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, il quale ha definito lo svuotacarceri peggio di “un indulto che fa uscire i mafiosi”. Per Roberti, se l’indulto agisce in maniera egualitaria, il decreto innesca un meccanismo tale per cui lo sconto di pena è più alto per le pene maggiori (quindi per i criminali più pericolosi). Roberti afferma che non vi è alcuno sbarramento (supermoney.eu), ma nel decreto non sono contenuti sconti automatici (come ho riportato poche righe più sopra). Deve esserci comunque la pronuncia di un giudice, specie per i reati più gravi (art. 4 bis). La valutazione di Roberti, quindi, è quantomeno incompleta. Segnalo che la liberazione di Nicola Ribisi, “pezzo grosso della mafia di Agrigento“, come descritto dallo stesso blog di Grillo, è avvenuta sulla base delle pronuncia del magistrato di sorveglianza della medesima città di Agrigento, il quale ha accolto l’istanza di liberazione chiesta dell’avvocato di Ribisi con la motivazione della “buona condotta” (Agrigentoweb.it). Sapete quando sarebbe uscito di carcere il pericoloso boss? Con la vecchia normativa, che comunque prevedeva tre mesi di sconto di pena, Ribisi sarebbe uscito a fine Gennaio 2014. Il Decreto Svuotacarceri ha anticipato la sua liberazione di ben 19 giorni.

E adesso rileggete pure il post di Grillo.

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La stretta via fra Indulto e Amnistia

Perché tradurre il messaggio alle Camere di Napolitano nella scelta secca fra un provvedimento di clemenza e lasciare la situazione così com’è? Viene detto: che c’è di male se un politico intercetta il sentimento comune in materia. Tale uomo politico è tanto sensibile verso il sentimento quanto distratto sulle conseguenze che la latitanza della Politica ha sulle sorti del paese in merito alle sanzioni che la Corte europea dei diritti dell’uomo emetterà fra circa sette mesi, alla fine di Maggio 2014.

Perché la situazione carceraria è stata oggetto di giudizio lo scorso Gennaio 2013. I giudici di Strasburgo condannarono l’Italia per aver sottoposto sette detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza a condizioni inumane e degradanti. Si tratta della sentenza Torreggiani. La Corte europea ha riconosciuto il nostro Stato colpevole di aver violato la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, articolo 3 (proibizione di trattamenti inumani e degradanti). Ma, senza chiamare in causa la giurisprudenza europea, lo Stato Italiano ha violato la sua stessa legge. Infatti, l’articolo 6 della Legge 354/75 recita chiaramente che i detenuti devono poter avere a disposizione locali “di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura; aerati, riscaldati ove le condizioni climatiche lo esigono, e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale. I detti locali devono essere tenuti in buono stato di conservazione e di pulizia”. Nel carcere di Piacenza mancava l’acqua calda, il riscaldamento, la luce, l’aerazione; persino i letti non erano sufficienti.

Questa sentenza ha obbligato lo Stato a pagare i danni ai sette ex detenuti (novantamila euro). Non solo, entro Maggio 2014 dovrà essere data dimostrazione che sono stati presi tutti i provvedimenti necessari a sanare la situazione oramai in totale emergenza. A Maggio 2013, lo Stato ha perso il processo d’Appello. La Corte Europea, non solo ha stabilito la scadenza di un anno, ma ha criticato duramente il cosiddetto piano carceri (2010), e ha invitato le autorità italiane a mettere in atto misure alternative al carcere e a ridurre al minimo il ricorso al carcere preventivo. Se non ve ne siete accorti, sono le medesime parole di Giorgio Napolitano. Quindi, se riusciamo ad andare al di là del mero “essere in sintonia con il popolo” (che è tratto caratteristico del capo carismatico,), chi intendesse parlare di carceri non può prescindere dal considerare 1) la condizione inumane, degradante, a cui lo Stato sottopone cittadini detenuti; 2) la non trascurabilità di una sentenza della giurisprudenza europea.

Va da sé che, in questo caso, l’opinione pubblica è formata in maniera frettolosa e superficiale intorno allo spettro di una amnistia di massa che metta in circolazione qualsivoglia categoria di delinquenti. Come ha ricordato Civati, “stiamo parlando di chi è in carcere per reati legati agli stupefacenti. E spesso si tratta di stranieri” (http://www.ciwati.it/2013/10/13/indulto-insulto-o-insulso/). Sono categorie di detenuti create da una legge che porta per metà un cognome altresì noto in materia di clandestinità – la Fini-Giovanardi. Ben 26.000 detenuti su 65.000, 2 su 5, sono finiti dentro per violazione della legge antidroga Fini-Giovanardi, una vera e propria fucina di pregiudicati. Chi finisce in carcere per droga spesso è un tossicodipendente: dovrebbe essere seguito da strutture adeguate, invece viene abbandonato in celle sovraffollate.