Manifesto d’Ottobre per Fini: ritorno alla politica alta. Secondo Il Giornale è marxista

Oggi a Milano è stato presentato il Manifesto d’Ottobre, un documento a firma di alcuni intellettuali che invocano una rinascita della res publica, della Politica. I promotori sono: Monica Centanni, Peppe Nanni, Fiorello Cortiana e Carmelo Palma. Un tentativo, il loro, che si inserisce nel quadro politico di centrodestra, diviso irrimediabilmente dalla dipartita dei finiani dal partito del Padrone. Intendendo fornire un background intellettuale al neonato partito finiano, il manifesto è un documento aperto, rivolto a tutti, intellettuali di destra e intellettuali di sinistra:

È urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale. Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi (tratto da Manifesto d’Ottobre).

Parole già udite, che ricordano – e non ci può sembrare vero – Nichi Vendola e Sergio Marchionne. Il riferimento a una nuova dimensione narrativa è un referral al Nichi del Congresso di SeL, così come affermare che è necessario “ridare corpo a una tradizione civile”; inoltre, scrivere della esigenza di ripensare il modello italiano è calarsi nella più profonda mentalità riformatrice (e in un certo senso castigatrice, moralizzatrice) dell’AD di Fiat. Dove si collocano allora gli intellettuali finiani? Non è la destra né la sinistra: checché ne dica Il Giornale, Fini non è marxista, bensì si pone al di là dell’antico novecentesco abisso che divide la Politica per farsi sintesi di una ideologia nuova, basata sul civismo e sul legalismo. Hanno persino pensato a un nome: Patriottismo Repubblicano, in cui essi calano il nucleo dell’idea di un impegno civico che è «cura del bene comune e dei beni comuni, difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale».

Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. È coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà (ibidem).

Perciò la politica non è la mera “rappresentazione del reale”, ma estende la propria narrazione a ciò che invece è messo ai margini, a ciò che non rientra nel politico, che non è parte e non rientra nei sondaggi d’opinione: loro, i clandestini della politica, gli esclusi dalla decisione pubblica, devono essere ricondotti alla propria dimensione di individui ridando a loro la piena cittadinanza nella sfera pubblica italiana.

La critica de Il Giornale non si limita a dare del marxista a Fini, giocando sul titolo del documento (Manifesto d’Ottobre ricorda la Rivoluzione leninista del 1918). Secondo Feltri e co., la proposta finiana è talmente vaga da poter accotentare tutti. Anche Cacciari, che pare deluso dal PD:

Alla fine, l’unico passaggio che può risul­tare indigesto e controverso è questo: «Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto eru­dizione e retorica» quindi un rin­novato impegno civile è indi­spensabile vista «la stretta rela­zione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica». Allora torniamo all’intellettuale consi­gliere del Principe? Speriamo di no, è roba da marxisti anni Ses­santa. Altro che «progettare il presente e il futuro». Qui c’è solo l’apertura al passato, quello «del­l’utopia socialista» (Il Giornale.it).

Prescidendo dalla ventilata e temuta “apertura al passato socialista”, è innegabile che una nuova cultura politica si debba imporre in questo scenario di sfera pubblica completamente privatizzata. Il civismo è forse la sola risposta, che è poi la risposta che a sinistra invocano da tempo, chiedendo maggior partecipazione e ricambio delle elité: quella rottamazione che fa innervosire Bersani e dà gloria al sindaco di Firenze Renzi. E non pensate che questa sia un’altra storia.