Il partito Internet e la post-democrazia rappresentativa

foto @linkiesta.it

Juan Carlos De Martin scrive oggi su La Stampa (Internet la democrazia necessaria – LASTAMPA.it) che Internet non è la causa primaria dei neo movimenti politici (europei e arabi) ma è un “facilitatore”, un catalizzatore. Un elemento tecnologico che non c’era e che oggi rende meno difficoltosa l’interazione a diversi livelli fra individui. Oggettivamente Internet è un mezzo di comunicazione, ma è radicalmente diverso dai media tradizionali – radio, tv, giornali. Se i media tradizionali hanno avuto e hanno tuttora una influenza nella produzione di consenso in un sistema democratico rappresentativo, quale sarebbe allora il ruolo del Web “nel plasmare le interazioni tra Stato e cittadini?”, si chiede De Martin. Quale ruolo nel rendere possibili partiti diversi dagli attuali? Quale ruolo nello strutturare nuove e più efficaci forme di dialogo tra eletti ed elettori? Quale ruolo nel dar forma a una sfera pubblica migliore, non solo a livello locale e italiano, ma anche europeo e globale? Bisogna prendere il Partito come caso di studio e ipotizzare come strutturarlo oggi, se dovessimo costruirne uno ex-novo. “Come faremmo un partito politico se potessimo partire da zero?”.

Il vantaggio del Web è insito nella riduzione del costo della interazione fra “militanti e dirigenti, eletti ed elettori, simpatizzanti e iscritti, partito e altri partiti, partito e istituzioni”. “Otteniamo la parola oggi in un modo che è così automatico e senza sforzo che è diventato invisibile”, scrive Cory Doctorow sul The Guardian. Il costo della transazione è minimizzato in un sistema che ha la tecnologia di internet, del web e dei social network come elemento catalizzatore dello scambio e della condivisione delle informazioni e della conoscenza. Se fino ad oggi la tecnologia in letteratura è sempre stata raffigurata con le sembianze di uno strumento del potere, uno strumento che trasforma il potere totalitario in iper-totalitario (George Orwell, 1984), secondo Doctorow, la tecnologia riduce i costi della interazione fra gli individui in maniera orizzontale, per tutti, non solo per “i meglio organizzati”. Anzi, oggi, per la prima volta nella storia, la tecnologia non implica organizzazione. Il Web rende efficaci ed efficienti gli scambi di informazione anche fra quei gruppi che non sono organizzati. O per meglio dire, il Web presuppone disorganizzazione e liquidità delle forme della interazione. Non richiede posizioni gerarchiche poiché la parola fluisce liberamente in un contesto stratificato a più livelli comunicativi.

“Disorganised, effective” is groups like Anonymous and Occupy, groups that have no command structure at all, not even an articulated set of goals, no formal membership structure, and in Anonymous’s case, no formal deliberative process (Disorganizzati ma efficaci sono quei gruppi come Anonymous e Occupy, gruppi che non hanno alcuna struttura di comando, nemmeno un set articolato di obiettivi, senza una struttura associativa formale, e nel caso di Anonymous, nessun procedura formale deliberativa), Cory Doctorow, Disorganised but effective: how technology lowers transaction costs | Technology | guardian.co.uk.

Da un lato quindi, la riduzione dei costi di transazione implica la possibilità di aggregazione senza struttura, dall’altra fornisce al potere la possibilità di rafforzarsi e di amplificare il controllo dei comportamenti. La tecnologia del Web si stratifica sul sistema politico della democrazia rappresentativa oramai affetta da un surplus di potere dei gruppi di interesse che hanno cooptato i corpi intermedi – partiti, sindacati, associazioni – trasformandoli in strutture volte alla riproduzione del consenso, anche attraverso la manipolazione mass-mediatica. Dahrendorf, come Crouch (2009) parla appunto di post-democrazia indicando una serie di processi di degenerazione del modello rappresentativo della democrazia, a cominciare dalla dissoluzione della partecipazione. Il cittadino chiede di poter essere partecipe del meccanismo decisionale, mentre lo Stato-Nazione è messo in soggezione da organismi sovra statuali – non democratici – che ne erodono la sovranità interna. Così la sfera pubblica conosce una deriva personalistica e autoritaria. Il freno a questa deriva, secondo Dahrendorf, non può che essere la società civile, tramite le associazioni di volontariato, le ONG, il terzo settore. Ma,

[l’]Antidoto alla caduta della mediazione nei luoghi istituzionali della delega politica, come della presa di potere e del ruolo autocrate di media e tv, la cosiddetta società civile e le organizzazioni non governative rischiano di abdicare al loro tradizionale ruolo borghese di critica sociale e controllo delle decisioni del governo, divenendo artefici di una “governance” in nome della quale sono cancellate alternative e differenze di opinione (Dahrendorf, Ralf, Dopo la democrazia).

La confusione del ruolo fra società civile e sistema politico avviene in un contesto in cui il controllo dei governati sui governanti si è rovesciato nel controllo dei governanti sui governati. Il meccanismo della produzione di consenso e del suo mantenimento “sono oggi assolutamente distorti, in quanto il metodo della consultazione diretta ed esasperata, come il sondaggio permanente sul gradimento dell’azione di governo, è pratica non politica bensì aziendale, tecnocratica, imposta da media e premier sul terreno della rappresentanza” (Dahrendorf, Ralf, Dopo la democrazia). Possono allora i gruppi “disorganizzati ma efficaci” che nascono in rete sottrarsi a questa pericolosa sovrapposizione di ruoli fra società civile e sistema politico, laddove quest’ultimo ha in mano le tecnologie per riprodurre il consenso? Non somiglia questa a una battaglia di successione di tecnologie?

Il problema della neutralità della Rete non è affatto secondario. L’idea di uno “spazio internettiano libero e autoregolato si confronta con la pratica dell’influenza sempre più chiara degli Stati nella struttura della rete” (La maturazione del rapporto tra internet e democrazia | Luca De Biase). Questa epoca di mutamento, che è anche epoca di crisi economica, richiede un cambio di paradigma. Internet prelude alla condivisione di informazioni, interazione non prettamente economica in senso capitalistico, ovvero non è uno scambio “merce contro moneta”. Internet rende possibile su scala globale questa interazione, che non è mai scomparsa nel tessuto connettivo relazionale viso-a-viso. Da ciò la necessità di controllo, di filtrare i contenuti, di privilegiare o punire i flussi. Il potere precostituito nel mondo post-democratico opera per ridurre Internet al solo ruolo di rafforzamento del potere medesimo, alla stregua dei media mainstream, come meccanismo di riproduzione del consenso. La tecnologia di Internet non è completamente open-source: ciò implica il fatto che determinati algoritmi, deputati alla selezione delle informazione nei motori di ricerca e nei social network, siano completamente sconosciuti agli utenti. Anzi, sono proprietà privata. Tanto che anche i contenuti prodotti dagli utenti-cittadini diventano proprietà della Corporation che presiede alla formulazione degli algoritmi (vedi Twitter).

Come poter costruire quindi un nuovo partito, se il presupposto è questo? Come possono la tecnologia del Web e i gruppi “disorganizzati ma efficaci” che sorgono tramite essa, superare la Legge ferrea dell’oligarchia (Robert Michels – per una summa, vedi Wikipedia)? Secondo Robert Michels la democrazia presuppone organizzazione. Tutti i partiti politici si evolvono da una struttura democratica, aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia, ovvero da un numero ristretto di dirigenti; ciò deriva dalla necessità della specializzazione, la quale fa sì che un partito si strutturi in modo burocratico, creando dei capi sempre più svincolati dal controllo dei militanti di base. Senza organizzazione, senza struttura, ovvero senza le regole che presiedono alla discussione e alla deliberazione, come potrebbe ancora esserci democrazia?

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Paulo Coehlo contro il #SOPA: la pirateria aiuta a vendere. Il resto è avidità e ignoranza

Pubblico tradotto in italiano un testo di Paulo Coehlo contro la legge #SOPA e in generale contro tutti i tentativi di limitare la diffusione dei saperi su Internet.

Nella ex Unione Sovietica nel 1950, sulla fine dei 50 e l’inizio dei 60, molti libri che hanno sfidato il sistema politico hanno cominciato ad essere distribuiti privatamente in forma ciclostilata. I loro autori non hanno mai guadagnato un centesimo di royalties. Al contrario, essi sono stati perseguitati, denunciati dalla stampa ufficiale, e mandati in esilio nei noti gulag della Siberia. Tuttavia, hanno continuato a scrivere. Perché? Perché avevano bisogno di condividere ciò che sentivano. Dai Vangeli ai manifesti politici, la letteratura ha permesso alle idee di viaggiare e persino di cambiare il mondo.

Non ho nulla contro le persone che guadagnano soldi dai loro libri, è così che mi guadagno da vivere. Ma guardate cosa sta accadendo ora. La legge sulla pirateria online (#SOPA) può alterare Internet. Questo è un reale pericolo non solo per gli americani ma per tutti noi, poiché la legge – se approvata – interesserà l’intero pianeta. E come mi sento su questo? Come autore, dovrei essere per la difesa della “proprietà intellettuale”, ma non lo sono. Pirati il ​​mondo, unitevi e piratate tutto quello che ho scritto!

Quanto più spesso si sente una canzone alla radio, più forte è la possibilità di acquistare il CD.  E’ lo stesso con la letteratura. Più la gente “pirata” un libro, meglio è. Se gli piace il primo, comprerà il libro il giorno dopo, perché non c’è niente di più faticoso che leggere volumi di testo su uno schermo di computer.

Alcuni diranno: Tu sei ricco abbastanza per permettere loro libri da distribuire gratuitamente. Questo è vero. Io sono ricco. Ma è stato il desiderio di fare soldi che mi ha spinto a scrivere? No, la mia famiglia e i miei insegnanti hanno tutti detto che non c’era futuro per lo scrivere.

Ho iniziato a scrivere e ho continuato a scrivere perché mi dà piacere e dà un senso alla mia esistenza. Se il denaro fosse stato il movente, avrei smesso di scrivere anni fa e ciò mi avrebbe salvato dal dover sopportare le lunghe recensioni negative.

L’industria editoriale dice che gli  artisti non possono sopravvivere se non sono pagati. Nel 1999, quando fui pubblicato la prima volta in Russia (con una tiratura di 3.000 copie), il paese stava soffrendo una grave penuria di carta. Per caso, ho scoperto una versione ‘pirata’ di L’Alchimista e l’ho pubblicato sul mio sito. Un anno dopo, quando la crisi è stata risolta, ha venduto 10.000 copie dell’edizione di stampa. Nel 2002, aveva venduto un milione di copie in Russia, e ora ha venduto 12 milioni di copie.

Quando ho viaggiato in treno lungo tutta la Russia, ho incontrato diverse persone che mi hanno detto che aveva scoperto per la prima volta il mio lavoro attraverso l’emissione “pirata” che ho pubblicato sul mio sito. Oggi ho eseguito un ‘Pirate Coelho sito’, dando link ai miei libri che sono disponibili sui siti di file-sharing. E le mie vendite sono ancora in crescita – oltre 140 milioni di copie in tutto il mondo. Quando hai mangiato un’arancia, devi andare al negozio per comprarne un’altra. In questo caso, ha senso pagare in loco. Con un oggetto d’arte, non si comprerà carta, inchiostro, pennello, tela, o note musicali, ma l’idea nasce da una combinazione di questi prodotti.

La “pirateria” può agire come introduzione al lavoro di un artista. Se la vostra idea piace, allora dovrete averla nella vostra casa, e una buona idea non necessita di protezione.
Il resto è l’avidità o l’ignoranza.

Paulo Coehlo, 20 Gennaio 2012

Legge elettorale fra referendum e inciucio. Intervista al senatore Belisario.

Felice Belisario presidente senatori idv

Qualche settimana fa, il senatore Belisario (IDV), sul suo blog, aveva ventilato l’ipotesi di un accordo sulla legge elettorale fra Pd, Terzo Polo e PdL. Un inciucio che farebbe saltare la consultazione referendaria e vanificare il milione di firme raccolte. Certo, stando ad alcuni commentatori, il verdetto di ammissibilità sui due quesiti, atteso a settimane da parte della Corte Costituzionale, non è affatto scontato. In ogni caso, il post di Belisario è diventato una occasione per porre al senatore alcune domande sulla legge elettorale e sul futuro di Italia dei Valori. Questa l’intervista che ne è scaturita.

1) Senatore Belisario, siamo arrivati al collo di bottiglia di questa legislatura. A Gennaio la Consulta deciderà sull’ammissibilità dei referendum sulla legge elettorale. La decisione, per taluni costituzionalisti, potrebbe non essere scontata e quindi propendere per la non ammissibilità. Secondo lei, l’effetto ‘pistola alla tempia’ paventato da Bersani, funzionerà e spingerà il parlamento ad adottare un provvedimento – nella direzione suggerita dai quesiti e suffragata dal milione di firme – oppure no?

Sono praticamente certo che il Parlamento non tornerà al Mattarellum senza referendum. Sono ben altre le soluzioni che si stanno prospettando. Se la Corte, come io credo, dichiarerà l’ammissibilità del referendum ci troveremo davanti alla possibilità di una svolta storica e non credo che ci sarà la possibilità di una riforma per evitare la consultazione popolare. Ma non è detto. Nel Palazzo gli inciuci sono sempre più frequenti.

 2) Sul suo blog ha parlato di trame sotterranee – mi passi il termine – fra propaggini del PD e altre propaggini del PdL. Un inciucino mascherato da accordo-per-il-bene-del-paese ma che produrrebbe una legge elettorale fortemente diversa da quella che si produrrebbe altrimenti con il referendum. E’ così? E’ questo che sta per accadere?

Esattamente. Invito a leggere questo articolo (http://www.unita.it/italia/legge-elettorale-e-dialogo-tra-i-pd-pdl-e-terzo-polo-1.364293), ma sul web ne troverà tanti altri che raccontano le stesse cose. Il Pdl propone un sistema elettorale sul modello spagnolo, un proporzionale con collegi relativamente piccoli, che tenderebbe a sovrastimare i partiti grandi (Pd e Pdl) e quelli con una connotazione territoriale molto radicata (la Lega), tende a mantenere la proporzionalità di partiti intorno al 12-15 per cento (Terzo Polo) e tende a sottostimare i partiti medio piccoli (Idv, Sel, 5stelle). Il Pd sta riflettendo perché un’ipotesi del genere rischierebbe di regalare di nuovo all’alleanza Pdl-Lega il Paese e solo con un’alleanza con il Terzo Polo potrebbe competere, senza peraltro avere alcuna certezza della vittoria che tutti i sondaggi gli assegnano ormai da qualche mese. Insomma, se si verificasse questo scenario passeremmo dal Porcellum a una nuova porcata nei confronti degli italiani che non sarebbero rappresentati neanche con questo sistema.

Di questo si parla con sempre maggiore insistenza e soltanto il referendum può disinnescare questa minaccia. Di fronte a un successo referendario resterebbero pochissimi margini per una ulteriore modifica della legge elettorale perché questo significherebbe andare contro la volontà della maggioranza degli elettori. Per questo è fondamentale che la consultazione referendaria abbia buon esito.

 3) Se invece il progetto di legge elettorale a mezzo inciucio fosse accettabile (che dire, qualunque legge elettorale a confronto con il Porcellum è accettabile), Italia dei Valori lo potrebbe votare o scegliete senza esitazioni per il referendum? La riesumazione del Mattarellum non è forse la migliore delle soluzioni. Lei cosa ne pensa?

Noi abbiamo raccolto le firme proprio perché i tentennamenti del Parlamento rispetto alla cancellazione del Porcellum erano diventati insopportabili. Tecnicamente il Mattarellum era l’unica proposta possibile con un referendum perché se si abroga una norma rientra in vigore quella precedente. Ritengo, comunque, il Mattarellum un sistema che funziona, mantiene il bipolarismo che per noi è una condizione imprescindibile, consente di avere alleanze solide e restituisce ai cittadini il diritto sancito dalla Costituzione di scegliersi i propri rappresentanti. Se arrivassero altre proposte di legge in materia (quelle che sono state presentate sono pessime) non ci sottrarremmo comunque alla discussione. Ma è chiaro che abbiamo intrapreso una strada precisa: vogliamo che i cittadini si esprimano su una scelta netta: Porcellum o Mattarellum.

 4) In caso di riesumazione del Mattarellum, per Italia dei Valori ritornerà ad essere indispensabile alla propria sopravvivenza una coalizione di centro-sinistra. La sussitenza del governo Monti – con il PD terza gamba della maggioranza – ha invece messo in forte crisi gli stilemi classici delle alleanze: come ricomporre l’abusato ritratto di Vasto quando emergono ancor oggi pesanti differenze fra IDV, Sel e PD, anche a voler prescindere dalle manovre del governo?

L’ho scritto anche sul mio blog, la foto di Vasto non è sbiadita e l’attuale alleanza parlamentare anomala è figlia della situazione di emergenza attuale. Credo che il Pd resti più vicino alle nostre posizioni, nonostante la divergenza attuale, piuttosto che al Pdl o al Terzo polo con cui vota insieme i provvedimenti di Monti. In una situazione di normalità democratica, fuori dall’emergenza, l’alleanza naturale non possa che partire da un centrosinistra formato da Pd, Idv e Sel, a cui, ovviamente, sulla base di un programma condiviso, possono aggiungersi altri soggetti della società civile, ma tenderei ad escludere un’alleanza allargata al Terzo Polo che mi sembra oggettivamente molto diverso dall’idea di centrosinistra che ha in mente anche la maggioranza del Partito Democratico.

5) Si è scritto e detto che il Porcellum è l’emblema del deficit di democrazia – il default politico – che ci accompagna oramai da troppo tempo. Non crede che la sola riproposizione delle preferenze di lista sia insufficiente a colmare questo profondo debito (che è ben più grave di quello finanziario)?

Il Porcellum è il figlio prediletto del deficit di democrazia. E’ stato creato dal centrodestra (compresi Fini e Casini) proprio per svuotare la Costituzione e la democrazia, un tentativo che a Berlusconi è riuscito molto bene grazie al controllo di quello che finora è stato il principale mezzo di comunicazione, la televisione. Riproporre soltanto le preferenze ovviamente non basta. L’Italia dei Valori si batte da tempo per l’estinzione dei privilegi di tutte le caste. Purtroppo nei 20 anni di berlusconismo è stata attuata una controrivoluzione culturale che ha portato a un disinteresse generico per tutti i problemi legati alla democrazia. Nei 20 anni precedenti abbiamo assistito all’individualismo sfrenato e all’egoismo di casta e di razza portati rispettivamente avanti da Berlusconi e da Bossi. Mi sembra che finalmente stiamo cominciando a invertire la rotta, ma il cammino sarà lungo.

6) Non pensa che una maggiore democratizzazione della vita dei partiti potrebbe rappresentare una svolta? IDV ancora fa fatica a prendere in esame la propria forma di partito personale. Il carisma di Di Pietro non è servito ad evitare di imbarcare nel partito personaggi come Scilipoti e Razzi. Una discussione pubblica più partecipata potrebbe servire a selezionare meglio l’élite del partito e a scongiurare compravendite in aula al momento del bisogno. A che punto è il vostro utilizzo del web e dei social network? Lei avrà inteso che sul web è vitale il confronto e il dibattito. Esserci ma estraniarsi da esso è controproducente. Berlusconi ha risolto inviando messaggi preregistrati, come un tempo faceva con le cassette. Invece altri politici si affidano a strampalate campagne pubblicitarie su Youtube (vedi Formigoni). Come collocare IDV in mezzo a questi eccessi?

Potrei dire che questo è il prezzo da pagare per la trasformazione di un piccolo movimento a un partito che aspira a diventare di massa ma sarebbe una risposta troppo semplicistica. L’Idv due anni fa ha tenuto il suo primo congresso nazionale, a cui sono seguiti congressi regionali, provinciali e comunali. Soltanto il questo modo, dandoci cioè una struttura democratica a tutti i livelli, il mio partito potrà crescere. Errori ce ne sono sicuramente stati, ma fanno parte tutti della vita precongressuale dell’Idv. E’ anche vero che soltanto con il ritorno delle preferenze, chiedendo cioè ai cittadini da chi vorranno essere rappresentati, questi errori potranno essere evitati. Ricordo, inoltre, che la compravendita si fa in due. Se Scilipoti e Razzi si sono fatti comprare è perché c’è qualcuno che li ha corrotti. Su questo, grazie a un esposto di Antonio Di Pietro, sta indagando la magistratura.

Per quanto riguarda il web sono assolutamente d’accordo. Ovviamente, per me che sono nato quando ancora non c’era la televisione, nel 1949, è stato complicato adattarmi alle nuove tecnologie, ma sapevo e sono sempre più convinto che in esse c’è il futuro della comunicazione e della politica. Sono attivo su facebook, su twitter, su google+, ho un blog e, da qualche settimana, proprio per utilizzare pienamente le potenzialità del web, e lontano dalla campagna elettorale per evitare strumentalizzazioni, ho aperto un sito, www.politicaevalori.it, in cui chiedo a chiunque un contributo di idee e queste idee possono essere votate. E’ un tentativo, appunto, di non utilizzare il web passivamente e fatto per ridurre la distanza tra politica e società civile. Spero solo, perché non è questa l’intenzione, che non sia scambiato per uno strumento di propaganda. Se così fosse stato lo avrei fatto in piena campagna elettorale. E’ un laboratorio, spero abbastanza innovativo, di programma partecipato. Un work in progress e decideremo insieme cosa fare in futuro. Anche il mio partito ha puntato sul web per la comunicazione. Ha rinunciato ad avere un giornale di partito con i soldi pubblici e ha come canali di comunicazione soltanto il sito dell’Idv, i blog degli esponenti politici a partire da Di Pietro, una web tv e i social network.

7) Per concludere, parliamo di digitale e di internet: abbiamo visto nascere il progetto del Movimento 5 Stelle, pur con qualche difficoltà interna. Alcuni sondaggi lo attestano al 7%. Si tratta di un movimento politico nato dal web. Tutto ciò è clamoroso ed è ancor più clamoroso se si pensa che accade in un paese in cui hanno accesso a internet circa il 58% delle famiglie. Molto meno della Svezia, per esempio. L’Agenda Digitale era lettera morta con Berlusconi. Digitale all’epoca significava solo digitale terreste – e televisioni sue, naturalmente. Abbiamo per anni ignorato che investimenti nella banda larga produrrebbero benefici per 1, 1.5 punti del PIL. Si può dire che abbiamo già completamente superato la Videocrazia? E’ bastata la defenstrazione del suo padrone? Oppure dobbiamo evolvere una cultura del digitale e di internet che invece ancora non abbiamo?

L’intuizione di Grillo è stata geniale perché forse è stato il primo a capire le potenzialità del web. Se quel 7 per cento dei sondaggi dovesse essere confermato credo che la loro presenza in Parlamento possa essere uno stimolo e un pungolo ulteriore. Quello che non mi piace è fare politica vestendo i panni dell’antipolitica, scimmiottando il Berlusconi dei primi tempi. Io diffido dell’antipolitica che è la negazione della politica e che, storicamente, sfocia sempre nell’avvento dell’uomo forte, autoritario, che arriva promettendo di risolvere tutti i problemi. Considero invece la politica, in astratto, alta e nobile. Ma è con la politica, non con l’antipolitica, che si risolvono i problemi del paese. Il mio sforzo è che si ritorni all’onestà e alla considerazione di una volta. Mi sento molto più vicino all’idea di politica di Aristotele, Montesquie o Croce che a quella di Beppe Grillo.

La cultura del digitale, per passare alla seconda parte della sua domanda, è ancora molto di là da venire. Ma non c’è dubbio che sia questa la strada da seguire sia per superare le anomalie della videocrazia sia perché, ne sono convinto, attraverso investimenti in questo senso si può creare maggiore occupazione. Non c’è dubbio che il web sia la forma più democratica degli attuali strumenti di comunicazione perché consente un’interazione che negli altri media è limitatissima.

Mi lasci concludere con una battuta. Tutta la campagna elettorale di Berlusconi, nel 2001, fu caratterizzata dallo sviluppo delle tre ‘i’, impresa, inglese e internet. Anche su questo il fallimento è stato totale. Berlusconi ha mantenuto solo un terzo della promesse, quella relativa alle imprese, ma solo le sue.

Censura Internet, Calabrò risponde: la vostra, una battaglia contro i mulini a vento

Corrado Calabrò, presidente AGCOM, risponde dalle colonne de La Stampa alle critiche dei giorni scorsi sulla prossima delibera AGCOM in fatto di diritto d’autore e internet che pone nelle mani dell’AGCOM stessa un potere bieco di censura dei siti che la violassero. Scrive Calabrò:

Sempre su La Stampa, Laura Aria, Direttore contenuti audiovisivi e multimediali dell’AGCOM, tenta di smontare l’argomentazione principale di chi contesta la delibera censura-internet, ovvero che l’AGCOM, autorità amministrativa, non possa sostituirsi al giudice:

L’interpretazione secondo la quale accertare le lesioni del diritto d’autore spetta solo al giudice e in via preventiva – questione centrale nell’articolo di De Martin – non si evince dalla normativa, la quale afferma una cosa diversa. Il decreto legislativo n. 70/2003 di recepimento della direttiva sul commercio elettronico chiama in causa sia l’autorità giudiziaria sia “l’autorità amministrativa avente funzioni di vigilanza”, conferendo a quest’ultima il potere di richiedere al prestatore di servizi di porre fine alle violazioni commesse.

Aria sostiene che è incoerente considerare incostituzionale l’intervento dell’autority per arginare la pirateria online quando viceversa il suo intervento in materie delicatissime come quelle dell’informazione, del bilanciamento tra pluralismo politico e diritto di cronaca è considerato pienamente legittimo. La differenza che Aria non coglie e non mette in evidenza è che, per esempio, gli interventi AGCOM in fatto di pluralismo dell’informazione non sono censori, semmai sanzionatori. Il TG4 non è mai stato chiuso per la sproporzione degli interventi del premier rispetto a quelli dell’opposizione. Ad esso è stata comminata qualche multa. Non sono stati inflitti minuti di sospensione alla messa in onda, né è stato mai chiesto al suo editore di bloccarne la emissione. Quindi è palese una sproporzione fra i poteri che AGCOM si è auto-conferito con questa delibera e quelli che realmente già possiede e esplica per mezzo delle sue sanzioni.

E’ vero però che il testo della delibera non è ancora pubblico. Calabrò si rilassi: non appena lo sarà, la rete analizzerà quel testo prima che se ne possa rendere conto. Le battaglie contro i mulini a vento – a quel punto – le dovrà fare lui.

La vittoria dei nuovi media

Punti di vista/1:

La sempre rinascente nuova sinistra ha usato Facebook, Twitter, e-mail e blog. La sua vittoria non è solo un voto di protesta – è stata una vittoria dei nuovi media sui più vecchi, in un paese dove, come tutti sanno, i vecchi media sono dominati da un solo uomo e dalla sua famiglia (Bbc, Il Nichilista).

Punti di vista/2:

Punti di vista/3:

Governo, ora spunta il sottosegretario ad Internet

Attenti perché la strategia berlusconiana sta prendendo pieghe insolite, per un magnate televisivo come lui. Sì, l’uomo che scoprì il primo motore di ricerca russo, Gogol, punta dritto su Internet. Ci avvertono dalle colonne de Il Tempo, giornale fedele al Governo, che B. ha studiato Internet per filo e per segno, a cominciare dalla campagna elettorale di Obama, dalla quale sta prendendo esempio. Dovete sapere che il nostro SDS – sex, drug and Silvio – si è rivolto verso la nuova tecnologia con un nuovo cipiglio, e ciò è confermato dall’adesione al Manifesto Digitale di agendadigitale.org dei due berlusconiani doc, Marco Camisani Calzolari e Edoardo Colombo, i guru del sito http://www.forzasilvio.it, quella inutile propaggine della grancassa di Mediaset dalla quale ogni settimana Lui ci pregia di discorsini in stile videocassetta, moderna rivisitazione del balcone di Piazza Venezia. Ed è vero, il Silvio Digitale qualche difettuccio ce l’ha, come ad esempio la mancanza di interattività del comiziante con i netizen, tanto per citarne uno. Ma piuttosto che lasciare il web alla Sinistra, la quale spadroneggia per sputtanare il (finto) premier, Berlusconi ha in mente un’idea che nessuno ha avuto, vista la vacuità e l’inutilità della figura: creare un sottosegretario “ad Internet”. Tanto qualche posticino a Palazzo Chigi bisognerà pure crearlo per accontentare i “Responsabili” che gli hanno votato la fiducia a Dicembre. Una vera rivoluzione, non c’è che dire. E quali poteri diamo al sottosegretario? Forse, per caso, quelli che ha il governo egiziano nei confronti degli operatori di telefonia mobile e di internet? Certo, in tempi di rivolta delle giovani generazioni, chiudere il web è la prima cosa da farsi.

Digitale terrestre e banda larga nel paese di Gogol. Storia di un interim ab aeternum

televisione digitale
L’interim allo Sviluppo Economico iniziato dopo le dimissioni di Scajola, il ministro a cui regalano casa, il primo a cui sia capitato di vivere in una casa pagata da altri senza saperlo, è ben lungi dall’essere sciolto. Come già anticipato, la successione di Romani non era affatto scontata, sebbene fosse la preferibile per casa Berlusconi: qualcuno mugugna – i finiani soprattutto, ma anche il Quirinale si è espresso per vie diplomatiche con una certa fermezza (pure ora si è messo a minacciare di non firmare i decreti). Insomma, Paolo Romani, un uomo targato Fininvest ministro con delega alle telecomunicazioni non è ben visto. Pressioni in tal senso potrebbero venire anche dal mondo nuovo della telefonia – Telecom Italia, per esempio. Perché?
Come ben sappiamo, in Italia è in corso lo switch-over verso il digitale terrestre. La nuova tecnologia di trasmissione permette di impiegare ‘meno banda’, lasciando libere alcune frequenze, il cosiddetto ‘dividendo digitale’. Un affarone negli altri paesi europei:

  • UK: due terzi delle frequenze a servizi radiotelevisivi (le procedure di assegnazione non sono note); il restante terzo sarà messo all’asta senza vincoli sulle tecnologie o sugli utilizzi
  • Francia: uno studio commissionato dal governo stima a 25 miliardi di euro il beneficio di non limitare l’allocazione ai soli servizi televisivi
  • Germania: parte del dividendo digitale sarà utilizzato per offrire servizi wireless a banda larga
  • USA: vendute all’asta frequenze a 700 MHz, incassati 19 miliardi di dollari per licenze vinte soprattutto da Verizon e AT&T (fonte: Lavoce.info – ARTICOLI – SE LO STATO NON VUOLE INCASSARE IL DIVIDENDO DIGITALE).

In Italia l’AGCOM, con una delibera datata 8 Aprile 2009, affermava la volontà di sottoporre a gara l’assegnazione delle frequenze liberate:

Il dividendo digitale verrà messo a gara con criteri che garantiranno la massima apertura alla concorrenza ed alla valorizzazione di nuovi programmi. Alla gara saranno ammessi tutti i soggetti operanti nello spazio economico europeo (SEE) – AGCOM | Autorità  per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Ora, stando quanto scritto su L’Espresso, l’AGCOM propenderebbe per una gara di tipo “beauty contest”, di fatto regalando le frequenze a Rai e Mediaset:

non è un’asta ma si chiama “beauty contest”: non si chiede denaro a chi partecipa, ci si limita a dettare i requisiti che bisogna avere per poter ricevere il dono (Alle Tv un regalo da 2 miliardi | L’espresso).

I cinque lotti messi a gara (cioè 5 reti televisive nazionali) saranno suddivisi in due parti:

  • parte A, pari a tre lotti, riservata ai nuovi entranti. Non potranno presentare offerte gli operatori che hanno la disponibilità di due o più reti televisive nazionali in tecnica analogica
  • parte B, pari a due lotti, aperti a qualsiasi offerente

Paolo Romani, all’epoca della pubblicazione di questa delibera – siamo nel 2009 – dichiarò che essa “rappresenta il primo passo formale di un percorso intrapreso in piena sintonia con la Commissione europea dopo mesi di intenso e costruttivo confronto”. Ecco il nodo cruciale: l’Europa chiede regole comuni poiché l’etere è un bene collettivo che può servire a realizzare obiettivi di crescita economica e culturale:

[Secono la Commissione bisogna] prevedere e ottimizzare al massimo l’impatto che il dividendo digitale avrà a livello economico e sociale. Il valore complessivo dei servizi di comunicazione elettronica che dipendono dall’uso dello spettro supera i 250 miliardi di euro l’anno nell’Unione europea (UE). La diffusione di servizi innovativi attraverso il dividendo potrebbe dare un contributo non trascurabile alla realizzazione degli obiettivi di competitività e di crescita economica previsti dalla strategia di Lisbona (Verso un uso ottimale del dividendo digitale).

Naturalmente, lo spazio liberato, essendo frammentato in piccole bande di frequenza, deve essere riorganizzato e pianificato in funzione della sua destinazione alle nuove tecnologie mobili, internet a banda larga, e così via.

Le attuali politiche nazionali sullo spettro radioelettrico non favoriscono, tuttavia, un accesso coordinato allo spettro tra i vari Stati membri. Secondo il parere formulato dal Gruppo per la politica dello spettro radio, senza un coordinamento efficace dell’accesso allo spettro vari possibili utilizzi del dividendo non vedranno mai la luce (ibidem).

Il Radio Spectrum Policy Group (RSPG) è composto da membri nominati dagli Stati della UE. Vicepresidente del RSPG fu nominato nel Novembre del 2008 tale Roberto Viola, Segretario dell’AGCOM italiana dall’agosto 2004, un tecnico, esperto di tecnologie della comunicazione. Ebbene, Viola, uomo AGCOM, in base al meccanismo di governance previsto, è diventato presidente del Gruppo nel 2010. E’ forse per tale ragione che la volontà del governo italiano di destinare il dividendo digitale ai soli broadcaster televisivi, ovvero Rai e Mediaset, non viene condannata con decisione dalla Commissione Europea? L’aver piazzato un proprio rappresentante alla presidenza di RSPG proprio nel 2010, anno della digitalizzazione televisiva può in qualche modo favorire pratiche poco chiare nell’assegnazione del dividendo?

Il governo, con questa politica, che chiaramente subodora di conflitto di interesse, azzoppa lo sviluppo dell’accesso a internet. L’Italia è l’unico paese in cui le nuove connessioni diminuiscono. La banda larga via etere certamente rovinerebbe i piani per la costruzione della rete superveloce a fibra ottica – alcuni esperimenti in proposito sono stati fatti nella città di Roma – che significa opere edilizie, stradali, eccetera, un bel paniere di opere interminabili il cui costo per la collettività sarà altissimo.

  • La delibera danneggia sicuramente lo Stato e dunque i cittadini: non porterà ad alcun incasso, salvo briciole. Danneggia lo sviluppo economico, perché non abbiamo alcuna idea di come sono stati selezionati gli operatori prescelti. Di sicuro, colpisce tutti gli operatori che non siano televisivi, perché gli operatori mobili, ad esempio, non potranno concorrere per ottenere frequenze di cui sono assetati – Lavoce.info – ARTICOLI – SE LO STATO NON VUOLE INCASSARE IL DIVIDENDO DIGITALE

Ecco perché Paolo Romani non può non diventare Ministro per lo Sviluppo Economico. C’è ancora una volta da gestire l’interesse del padrone. Il passaggio al digitale terrestre rappresenta la gallina dalle uova d’oro per Mediaset. E sapranno gestirla come solo loro sanno fare.