Iran, il compromesso

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L’intesa di Ginevra da una parte frena, in via temporanea (6 mesi), il programma nucleare iraniano, sospettato di finalità militari, e dall’altra consente a Teheran di ottenere alcuni allentamenti alle sanzioni che avrebbero potuto avere gravissime ripercussioni sulla sua economia.
In modo specifico l’Iran si è impegnato a interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5% e a non aggiungere altre centrifughe; Teheran non aumenterà le sue riserve di uranio arricchito e non saranno costruiti impianti in grado di estrarre plutonio dalle scorie di combustibile. Sarà interrotta la costruzione del reattore ad acqua pesante di Arak, potenziale generatore di plutonio utilizzabile a scopi militari.
Teheran, inoltre, permetterà all’Aliea (l’Agenzia internazionale dell’ energia atomica) un “approccio strutturato” ai suoi siti di ricerca nucleare per i dovuti controlli. L’Iran avrà cosi a disposizione i 4,2 miliardi di dollari, provenienti dalla vendita del petrolio, bloccati a causa delle sanzioni, attualmente depositati in banche asiatiche. Ulteriori misure sono state adottate nei confronti del commercio dell’oro e dei metalli preziosi, nel settore delle auto e delle esportazioni iraniane di prodotti petrolchimici.

Il patto raggiunto a Ginevra rappresenta un grande risultato dopo trenta anni di stallo e quattro giorni di serrati negoziati. L’Onu, a luglio, aveva aggiunto ulteriori sanzioni all’Iran, proprio in relazione al commercio del petrolio, anche in risposta alle voci che si erano sparse alla fine dello scorso anno sulla possibile chiusura, da parte dell’Iran, dello stretto di Hormuz.

La società iraniana non è più governata da anziani teocrati, ma dai giovani.  Nel 1978, subito prima della rivoluzione islamica, l’Iran  aveva 38 milioni di abitanti, oggi ne ha il doppio, e i giovani, che sono la maggioranza della popolazione, non hanno mai condiviso l’ideologia dell’islam politico e ritengono che il presidente Hassan Ruhani sia in grado di intavolare un negoziato per far revocare le sanzioni internazionali contro l’Iran.

 Quanto alle esigenze di difesa, Teheran ha la sensazione di essere oppressa da potenze ostili: è circondata dalla regione nucleare pakistana e dai taleban afgani, dalle dinastie sunnite wahabite dell’Eurasia saudita e degli stati circostanti, dalle navi da guerra statunitensi sulla costa meridionale e dagli instabili paesi nati dopo il crollo dell’Unione Sovietica a nord.

Poco più a ovest c’è Israele. Per questo molti iraniani anche giovani, considerano il programma nucleare, con tanto di possibilità di costruire la bomba atomica, come garanzia contro le invasioni. Negli ultimi 1500 anni i persiani sono stati invasi a più riprese dagli arabi, dai mongoli fino ai sovietici, ai britannici, all’Iraq di Saddam Hussein. Il programma nucleare era considerato come un simbolo.

Se non ci fosse l’embargo, l’Iran sarebbe il primo paese produttore mondiale di petrolio e il secondo produttore di gas naturale. Siamo di fronte a due questioni aventi la stessa matrice: una puramente energetica e l’altra geopolitica. Il petrolio è lo strumento attraverso il quale l’Iran esercita il proprio leverage politico e se nel lungo periodo venissero adottate soluzioni alternative, cioè l’approvvigionamento di queste risorse fosse fornito da altri paesi, le ripercussioni potrebbero essere gravi.

Gli USA si erano già guadagnati il dissenso da parte d’Israele quando hanno siglato un patto con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar ,Kuwait, Brunei, promettendo loro la nascita del “Grande Medio Oriente” non sottoposto al controllo della Lega Araba ma subordinato alla vigilanza degli stessi Paesi con i quali hanno concluso l’intesa, appartenenti tutti, più o meno, alla stessa famiglia, sia in modo diretto che indiretto.
La Francia, che in un primo momento, durante i vari vertici tenutisi a Ginevra, aveva preso una posizione di negatività nei confronti dell’accordo, si è ravveduta e durante il vertice di pochi giorni fa ha raggiunto un’intesa sul programma. La Francia è Il primo committente iraniano, a sua volta fornisce Silos per centrali nucleari e ottiene dall’Iran dei vantaggi economici consistenti in primis dalla riduzione sul prezzo di acquisto di petrolio e gas. Viene poi la Germania, che ha commesse con l’Iran per 75 miliardi di euro.

Un attacco nei confronti dell’Iran avrebbe aperto scenari imprevedibili per la stabilità e la sicurezza mondiale. Il paese, infatti, oltre ad avere l’appoggio di Mosca, è membro osservatore della SCO (Shanghai Cooperation Organisation) che unisce in un patto di reciproco sostegno economico e militare, Russia e Cina.

Secondo quanto rivelato da alcuni organi di stampa britannici,  infatti, i due governi di Israele e Arabia Saudita avrebbero stretto un’intesa per impedire che l’Iran si doti della capacità nucleare. Già il 27 giugno scorso il quotidiano “The Sunday Times” aveva parlato dell’esistenza di una base aerea saudita concessa all’Aeronautica militare israeliana. A rompere gli indugi tra israeliani e sauditi avrebbe contribuito soprattutto il fallimento della politica americana in Medio Oriente oramai avviata verso l’appeasement nei confronti dell’Iran. Dal canto suo il governo saudita avrebbe concesso il proprio spazio aereo ai caccia-bombardieri di Israele in caso di attacco sulle centrali nucleari iraniane. Secondo Israele infatti per l’Iran le trattative sul nucleare sarebbero solo un mezzo per guadagnare tempo ed arrivare alla costruzione della bomba nucleare. D’altronde, nessuno Stato potrebbe mai affrontare in modo soddisfacente i danni conseguenti allo scoppio di una bomba nucleare, ciononostante gli armamenti continuano ad essere una voce sostenuta dei loro bilanci.
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Siria: un gioco a somma zero

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Siria: un gioco a somma zero – di Vanna Pisa

“Edward Luttwak con la solita lucidità ha voluto dare un consiglio a Barack Obama: non intervenire, non ti conviene. Un’azione militare americana in Siria è contraria agli interessi strategici degli Usa” (dal Corriere della sera, 27 giugno 2011). Le considerazioni di Edward Luttwak possono anche essere tacciate di cinismo e facile machiavellismo, ma sono anche il segnale di una realpolitik che miscela impotenza e tracotanza: infatti neanche gli USA, ad oggi la maggior potenza militare, sono in grado di decidere i destini della Siria, anche se fossero convinti di avere come obbiettivo la trasformazione di quel paese medio orientale in una nuova terra della libertà e democrazia.

Ma USA e Siria non sono gli unici attori sulla scena mediorientale.

I regimi di polizia mediorientali sono travolti dalla contestazione, a sua volta incapace di costruire nuove architetture istituzionali negoziate, giacché le culture sociopolitiche dominanti nelle comunità in rivolta si fondano sulla delegittimazione reciproca . Inoltre gli unici veri Stati nella regione non sono arabi: Israele, Iran e Turchia (Limes marzo 2013).

Vi sono poi le potenze globali : oltre agli USA, Cina e Russia, schierate nel modo conosciuto, vale forse la pena di fare due brevi notazioni. Gli anglo – francesi, benché potenze nucleari, sono al più dei revenants, che, indipendentemente dalle iniziative assunte, non sono in grado di condurre una politica da potenza globale. Russia e Cina, nei confronti della Siria, sembrano al momento dalla stessa parte, ma fino a che punto? Solo in comune opposizione agli Usa?

Etnie, movimenti politici religiosi e militari, organizzazioni terroristiche, Stati, alleanze interstatali, potenze militari nucleari si fronteggiano o si alleano con obiettivi e forze diverse.

Inoltre vi è una stratificazione temporale di cause e motivi che si sono intrecciati fra loro e continuano a interagire anche a distanza di decine e decine di anni. Nel 1916, per esempio, a seguito della dissoluzione dell’Impero Ottomano, il medio oriente venne diviso in due zone d’influenza: britannica, comprendente gli attuali Israele, Giordania e Iraq; e francese, comprendente gli attuali Siria e Libano.

Altre alleanze risalgono alla guerra fredda, quando l’allora URSS ” dominava ” il Mediterraneo del Sud, dall’Algeria alla Siria passando all’Egitto di Nasser. Altre ancora risalgono alle guerre o campagne militari che hanno consentito la crescita di Israele come potenza regionale (nel 1948 l’URSS era schierata a fianco di Israele).

L’Iran, che è un’altra potenza della regione, non ha certo dimenticato che il colpo di Stato del 1953 contro il presidente Mossaeq era stato favorito dagli anglo-americani per difendere gli interessi delle loro società petrolifere minacciate di nazionalizzazione.

Le petromonarchie sunnite si trovano su una riva dello stretto di Hormuz, serratura del Golfo Persico da cui passa un quinto di tutto il petrolio prodotto nel mondo. Sull’altra riva, l’Iran. Come reagirebbero gli USA e suoi alleati se l’Iran decidesse di intervenire nello stretto per difendere la Siria sua alleata?

Dettare condizioni è in primis dettarle a sé stessi; nulla è più deleterio nella vita privata come in politica, di non essere in grado di mettere in atto ciò che si minaccia, per quanto vago sia, qualora le condizioni non siano rispettate.

Obama, con la linea rossa sull’uso delle armi chimiche, si è messo in un angolo: non fare nulla significherebbe perdere la faccia e indebolire ulteriormente un impero sempre più in bilico. Così, forse, verranno lanciati missili Tomahawk dalle navi schierate nel Mediterraneo, potrebbero essere utilizzati droni e bombardieri di alta quota. La morte dal cielo comunque: non un soldato USA metterà piede nelle infide terre siriane, e alla fine quella che risulterà – di fatto – vincente, sarà la” dottrina Luttwark”.

Siria, Mosca vs. Washington. E Israele prepara lo stato di guerra

Il quadro che si sta delineando sullo scenario mediorientale è decisamente poco rassicurante. Dopo la rivelazione dell’uso documentato delle armi chimiche da parte di Bashar Assad, il Congresso americano sta mettendo sotto pressione Barack Obama, il quale ha chiesto a Chuck Hagel, suo segretario alla Difesa, di preparare opzioni per tutte le situazioni possibili che si venissero a creare in Medioriente. Obama può contare sull’appoggio di David Cameron, ma anche della Francia. Lo scorso week-end, Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese, si è incontrato con Netanyahu, il quale non ha mancato di affermare che quanto successo in Siria è solo una anticipazione di quel che accadrebbe se tali armi si diffondessero in Iran, di fatto legittimando l’intervento occidentale contro Assad.

Dall’altro lato vi è Mosca, apertamente contraria all’operazione armata di Washington. Il ministro degli Esteri russo ha detto che gli Usa non dovrebbero ripetere “gli errori del passato”: la notizia dello sterminio di 300 persone con le armi chimiche sarebbe un fake messo in circolazione dai ribelli e gli americani lo impiegherebbero al solo fine di giustificare l’opzione militare, travestendola in “intervento umanitario”. "Tutto questo dovrebbe ricordarvi gli eventi di 10 anni fa, quando, con informazioni false sul possesso da parte degli iracheni delle armi di distruzione di massa, gli Stati Uniti hanno scavalcato le Nazioni Unite ed hanno avviato un sistema le cui conseguenze sono ben noti a tutti", ha scritto il ministro in un post su Facebook. Per la verifica della veridicità del massacro, il governo siriano e rappresentanti delle Nazioni Unite si sono accordati per una visita del sito. “Ancora una volta”, ha detto il ministro russo, “dobbiamo metterli contro il ripetere degli errori del passato, contro azioni che contraddicono il diritto internazionale”. Ma Mosca, insieme a Pechino, non ha mai nascosto la sua affiliazione con Bashar Assad: ha votato contro risoluzioni di censura e condanna dell’operato del governo siriano per ben tre volte.

Laurent Fabius, per contro, si è detto “assolutamente certo” che Assad abbia usato le armi chimiche indiscriminatamente contro la popolazione. “Posso anche dirvi”, ha aggiunto, “che quando si tratta di un crimine come questo, è inconcepibile che si possa andare avanti senza una risposta forte”, una risposta che deve essere dura e determinata, ma non ha voluto precisarne i dettagli.

Netanyahu ha detto che Israele e Francia condividono un interesse al fatto che gli eventi "tragici" in Siria abbiano una fine. "Penso che ciò che sta accadendo è un crimine commesso dal regime siriano contro il proprio popolo. E che ciò sia veramente scioccante”. Secondo Netanyahu, il regime di Assad è stato attivamente aiutato ed incoraggiato da Iran e da Hezbollah: "in effetti, il regime di Assad è diventato in pieno un cliente iraniano e la Siria è una sorta di terreno di sperimentazione per Teheran”. Il presidente Shimon Peres, a margine dell’incontro con Fabius di ieri mattina, ha detto che le urla di una ragazza siriana "verso il padre per venire a salvarla, è un grido a cui non possiamo rimanere indifferenti.”

Ecco la nostra prossima guerra.

Moscow to Washington: No “Past Mistakes” in Syria – Ria Novosti

PM: Israel’s ‘finger on the pulse’ of Syria developments, if necessary will also be ‘on the trigger’ – The Jerusalem Post

Siria: le guardie rivoluzionarie iraniane pronte a combattere per Assad

Revolutionary Guards

Revolutionary Guards (Photo credit: Wikipedia)

Via @Reuters.com (trad. propria).

I membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) dell’Iran stanno fornendo assistenza non militare in Siria e potrebbero essere coinvolti militarmente se il governo di Assad verrà messo sotto attacco dai paesi occidentali, ha detto ieri il comandante in capo Mohammad Ali Jafari. La dichiarazione di Jafari è il primo riconoscimento ufficiale del fatto che l’Iran ha una presenza militare sul terreno in Siria, dove è in atto da circa 18 mesi una sanguinosa rivolta.

I paesi occidentali e i gruppi di opposizione siriani hanno a lungo sospettato che l’Iran avesse truppe in Siria. L’Iran ha sempre negato. “Un certo numero di membri della forza Qods sono presenti in Siria, ma non si tratta di una presenza militare“, avrebbe detto Isna Jafari durante la conferenza stampa, secondo l’agenzia di stampa iraniana. Qods è un’unità dell’IRGC istituita per esportare l’ideologia dell’Iran. E’ stata accusata di aver pianificato attentati in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Jafari non ha indicato quanti membri dell’IRGC siano in Siria, ma è stato detto che forniscono “aiuto intellettuale e di consulenza”. La Repubblica islamica ha sostenuto il presidente siriano Bashar al-Assad sin dall’inizio della crisi e considera il suo governo come una parte fondamentale del suo asse di resistenza contro Israele e gli Stati arabi sunniti. Jafari ha anche detto che l’Iran avrebbe cambiato la sua politica e che offriràe sostegno militare se la Siria sarà attaccata. “Io dico esplicitamente che se la Siria verrà messa sotto attacco militare, l’Iran potrebbe anche dare un sostegno militare, ma … ciò dipende totalmente dalle circostanze”, ha detto.

Funzionari degli Stati Uniti hanno accusato recentemente l’Iraq di facilitare il trasferimento di armi alla Siria, aprendo il proprio spazio aereo agli aerei iraniani. Baghdad ha negato l’accusa. Gli analisti dicono che l’eventuale perdita del suo alleato chiave siriano avrebbe indebolito la capacità della Repubblica islamica iraniana di minacciare Israele attraverso la Siria e gli Hezbollah, movimento di resistenza sciita sostenuto da Assad.

Jafari ha respinto le minacce di Israele di attaccare l’Iran, dicendo che Israele stava avendo problemi a convincere gli Stati Uniti a sostenere le sue azioni. “La nostra risposta a Israele è chiara. Di fronte a tali azioni da parte del regime sionista, niente di Israele potrebbe rimanere”, ha detto. Ha anche detto che un attacco israeliano contro l’Iran potrebbe scatenare ritorsioni sulle basi americane nella regione e che il commercio attraverso lo Stretto di Hormuz è a rischio.

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Obama si schiera nella guerra dello Yemen.

Secondo Obama, lo Yemen, fonte dell’ultima ondata di terrorismo in occidente, è un “paese in preda a un’insurrezione che causa morte”. La relatà è che si tratta di una vera e propria guerra civile, fra ribelli sciiti che fanno capo all’Imam Abdel Malik al-Houthi e l’esercito governativo. E naturalmente anche in Yemen si ripropone la divisione del mondo arabo fra ribellismo sciita, sotto il parternariato dell’Iran, e governi filo-sauditi. Sono frequenti le ingerenze del governo saudita in Yemen: così è avvenuto lo scorso 14 Dicembre, quando un raid aereo ha provocato la morte di 70 civili nel nord del paese. Aerei sauditi, hanno detto i ribelli della fazione Houthi (fonte: http://www.rickrozoff.wordpress.com). La guerra in Yemen è guerra dell’Arabia Saudita. Altro che fronte jiadista, altro che cellule di Al Quaeda:

Il regime saudita si è inserito, ai primi di novembre, nel conflitto armato tra i suddetti Houthi e il governo dello Yemen, a sostegno di quest’ultimo, e da allora è accusato di aver condotto attacchi all’interno dello Yemen con carri armati e aerei da guerra. Anche prima di quest’ultimo bombardamento, moltissimi yemeniti erano già stati uccisi e altre migliaia erano stati costretti alla fuga dai combattimenti. L’Arabia Saudita è anche accusata di aver utilizzato bombe al fosforo. Inoltre, il gruppo ribelle noto come Giovani Credenti, con base nella comunità musulmana sciita dello Yemen che comprende il 30% dei 23 milioni di abitanti del paese, ha dichiarato il 14 dicembre che “jet da combattimento americani hanno attaccato la provincia di Sa’ada nello Yemen” e che “jet statunitensi hanno compiuto 28 attacchi contro la provincia nordoccidentale di Sa’ada” (fonte: Come Don Chishotte).

In sostanza, i Sauditi intervengono in prima persona contro i ribelli sciiti, ovvero contro l’Iran, per conto degli USA. E il crescendo dell’allarme terrorismo nelle città americane può essere interpretato come una strategia della tensione volta a legittimare un intervento diretto di militari americani. Una strategia messa in opera da chi? Chi preme sul pedale dell’acceleratore per intervenire in Yemen? Chi ha armato veramente il corpo di Umar Farouk, l’attentatore con l’esplosivo nelle mutande? Veramente l’esplosivo di cui era dotato poteva sventrare una carlinga? E come è possibile che le misure di sicurezza abbiano fallito in maniera così palese?
Domande che probabilmente si è posto anche Barack Obama. La sua sfuriata contro i vertici CIA dimostra una non collateralità del presidente rispetto all’agenzia dell’intelligence. Qualcuno ha spinto Obama sul precipizio di una nuova guerra.

    • Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha accusato esplicitamente, per la prima volta oggi, la cellula yemenita di Al Qaeda come principale responsabile dell’addestramento e del rifornimento di esplosivo al giovane nigeriano
    • il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che il suo paese è in guerra contro una «rete di odio e di violenza di grande vigore» ma ha sottolineato che il suo obiettivo è quello di «rendere sicura l’America»
    • Obama ha aggiunto: «Sappiamo che veniva dallo Yemen, un paese in preda ad una grande povertà e a un’insurrezione che causa morte»
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    • Tarpley rivela a Russia Today che il caso di Umar Farouk Abdulmutallab non è una questione isolata, ma si tratta piuttosto di uno psicolabile protetto o di un utile idiota usato in modo sistematico dalla comunità d’intelligence USA per una provocazione natalizia progettata per facilitare l’ingerenza degli USA nella guerra civile in Yemen, luogo dove a quanto si dice Umar Farouk è stato addestrato e dove gli è stato dato l’ordigno PETN.
    • Questi errori straordinari nella normale procedura mostrano che Umar Farouk faceva parte di un’operazione sponsorizzata dalla CIA, che è fruttata ora ben 4 giorni di isteria nei mass media. Obama ha enunciato la sua nuova versione dell’Asse del Male, composta da Afghanistan-Pakistan, Somalia e Yemen.
    • Nello Yemen è in corso una guerra civile fra il governo centrale sostenuto dai Sauditi e i ribelli Sciiti Houthi sostenuti dall’Iran
    • L’obiettivo qui è di far scontrare l’Iran con l’Arabia Saudita, per indebolire sia il governo Iraniano di Achmadinejad, che è filo-Russo, e sia quelle forze Saudite che si sono stancate del loro status di protettorato USA.
    • Gli USA stanno ora sponsorizzando apertamente la riorganizzazione di “al Qaeda” (la legione Musulmana della CIA) nello Yemen, e ciò include il mandare combattenti direttamente da Guantanamo. La nuova entità sintetica promossa dalla CIA è “al Qaeda nella Penisola Araba”, detta anche AQAP, un gruppo di pazzoidi USA, di utili idioti e fanatici che stanno rivendicando il fallito attentato di Umar Farouk
    • Gli USA sperano di dominare ancor di più lo sbocco del Mar Rosso e del Canale di Suez, e nel frattempo alleggerire la pressione dal distrutto dollaro USA facendo alzare il prezzo del petrolio in un’atmosfera di tensione nella penisola Araba.

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Instant Blogging: Iran, Karoubi e Moussavi hanno lasciato Teheran

Aggiornamento ore 21.15: pare che la situazione in Iran stia precipitando. Ci sono dubbi sulla sorte dei due leader riformisti, Mussavi e Karrubi (o Mousavi e Karoubi, a seconda della traslitterazione), in serata dati in mano alle forze dei Guardiani della rivoluzione e al Ministero dell’Informazione, oppure in fuga volontaria da Teheran, oppure ancora a Teheran, incolumi, ancora al loro posto, come sostiene un familiare.

Questa confusione di notizie e smentite che si accavallano ricordano tanti i momenti dissolutivi di crisi di una nazione, come ad esempio successe a Mosca nei giorni del golpe fallito, quando Gorbaciov restò recluso nella sua dacia in Crimea e per tre lunghissimi giorni non si seppe nulla delle sue condizioni. In giornata sono rimbalzate notizie circa la possibilità che Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, possa rifugiare in Russia a bordo dell’aereo presidenziale. Qualora il governo non riuscisse a riportare l’ordine, questa sarebbe un’ipotesi concreta. I rivoltosi sono senza scampo, e per questo più determinati a proseguire nella protesta. Sono, per dirla alla maniera di Sun Tzu, pronti alla Grande Morte. E perciò sono l’avversario peggiore per Ahmadinejad. Poiché il sangue che verrà sparso in piazza o sul patibolo non sarà temuto, anzi, produrrà nella popolazione una snsazione di ingiustizia ancora maggiore. Presto anche le forze dei Guardiani della Rivoluzione potrebbero ipotizzare un assetto governativo differente. Addirittura potrebbero conoscere le prime defezioni. E allora la fine della Repubblica Islamica potrebbe essere vicina.

  • I due capi dell’opposizione, Mir Houssein Moussavi e Mehdi Karoubi, hanno lasciato Teheran per una città del nord dell’Iran. Questo dopo aver visto crescere l’impeto di rabbia di quel popolo che vuole punire, afferma l’agenzia di stampa Irna; avrebbero pertanto lasciato le loro case volontariamente. Diversa la ricostruzione del sito web d’opposzione Rahesabz: secondo il sito, che cita un’agenzia confidenziale dell’Irna, i membri dei Guardiani della Rivoluzione e il Ministero dell’Informazione avrebbero fermato Moussavi e Karoubi nella città di Kelar-Abad per “proteggerli dall’ira del popolo”. Essi sarebbero pertanto sotto il controllo dei membri del Ministero e si trovano a Kelar-Abad.

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Iran, Mussavi non controlla più la protesta. Almeno quindici i morti.

Le immagini degli scontri mostrano una situazioni fuori controllo: Ahmadinejad è sempre più in ombra e Ali Khamenei non ha la forza per sopprimere del tutto la protesta. Parti del clero sono dalla parte dei dimostranti e la spaccatura sembra essere irrimediabile. Mussavi non è il leader dei dimostranti: l’uccisione del nipote, ieri, può esser interpretata come un avvertimento da parte del regime, ma di fatto è un grave errore di sopravvalutazione della capacità mobilitativa dello stesso Mussavi. Tanto più che l’omicidio del nipote gli potrebbe riattribuire quella centralità che aveva perso per strada: i funerali del giovane, previsti per domani, saranno certamente un nuovo teatro della protesta e, molto probabilmente, degli scontri.

Immagini Reuters, fonte Corsera.

    • Le forze di sicurezza non sono più in grado di contenere le manifestazioni nelle strade perché coinvolgono migliaia di persone. Il presidente Mahmoud Ahmadinejad aveva considerato le proteste un capitolo chiuso, archiviato. Ma non è così perché oramai il movimento di opposizione è cresciuto rispetto alla fase in cui chiedeva solamente la riconta dei voti espressi alle scorse elezioni presidenziali
    • si autorigenerano e dunque non dipendono più da alcun leader politico, non è più Mir Hossein Mussavi a guidare la piazza e non c’è una guida riconosciuta
    • A una protesta ne segue un’altra, portando nelle strade un numero crescente di persone comuni, a cominciare dai giovani e dalle donne
    • Secondo: l’obiettivo dei manifestanti non è più ridiscutere il risultato presidenziale ma contestare Ali Khamenei, la Guida Suprema della rivoluzione, considerato un despota, un vero e proprio dittatore. Al quale si chiede di lasciare al più presto il potere
    • Siamo in una fase di crescita delle manifestazioni. Il regime è stato preso alla sprovvista e la polizia, in difficoltà, spara, iniziando a uccidere
    • Se Khamenei e i suoi seguaci avessero scelto di ordinare la repressione, avremmo visto non quattro ma centinaia di morti e la reazione dei manifestanti sarebbe stata durissima. Ciò che oramai è evidente a tutti è che nessuna delle due parti in campo è in grado di prevalere
    • il regime e i manifestanti possono trovare un compromesso oppure andare verso un confronto totale, che si preannuncia molto doloroso
    • l’uccisione di Ali Mussavi potrebbe essere stato un avvertimento recapitato dal regime a Mussavi per fargli capire che lui e la sua intera famiglia potrebbero pagare un prezzo molto alto se le proteste dovessero continuare. Si tratta però di un avvertimento destinato ad avere scarso esito perché, come dicevo, Mussavi non sembra più in grado di coordinare nulla
    • La fase in cui era lui il leader di riferimento è superata, anche se forse Ahmadinejad e Khamenei non se ne rendono ancora pienamente conto
    • rabbia della popolazione contro il despotismo di Ali Khamenei
    • Il presidente sembra oramai relegato in un ruolo marginale. All’estero parla solo del programma nucleare, ignorando cosa avviene in patria, è incapace di riportare l’ordine nelle piazze delle maggiori città e ha delegato la gestione delle forze di sicurezza a Khamenei. La sua debolezza politica è evidente. La soluzione della crisi non sembra più essere nelle sue mani
    • Trita Parsi, Presidente del Niac, nato in Iran ma cresciuto in Svezia, è un esperto di questioni mediorientali. E’ cofondatore e attuale presidente del National Iranian American Council.

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