BCE, al l via il piano Monetary Outright Transaction – il “salva spread”

International Monetary Fund's Managing Directo...

International Monetary Fund’s Managing Director Dominique Strauss-Kahn (L) talks with , European Central Bank President Jean-Claude Trichet (C) and Italy’s Governor Mario Draghi (R) prior to the start of their G-7 meeting at the Istanbul Congress Center (Photo credit: Wikipedia)

Dal palazzo della BCE in queste ore è tutto un proliferare di indiscrezioni sul nuovo Quantitative Easing di Mario Draghi. Il Financial Times riporta che il piano, avente il nome molto tecnico e un po’ sinistro di “Transazioni monetarie definitive” (MOT), sarà rivelato Giovedì dopo la riunione del Board. L’intervento è stato largamente sponsorizzato da diverse corporations di Francia, Italia e Spagna, oltre che dai relativi governi. Sembra che questa insolita unione di pubblico e privato abbia momentaneamente piegato la resistenza dei falchi della Buba, alias la Bundesbank, “custode della dottrina della stabilità dei prezzi”.

“Il denaro fuoriuscito dai paesi periferici ha causato una disfunzione del sistema monetario, che non è qualcosa che una banca centrale può permettere.”, ha detto Ewen Cameron Watt,  gestore senior dei fondi BlackRock. Il rischio più grande è che i paesi che beneficeranno degli aiuti della BCE rinneghino i propri impegni in materia di risanamento dei bilanci pubblici. Non è ancora chiaro come Mario Draghi intenda evitare questa eventualità. Draghi sembra anche non intenzionato a rivelare in pubblico gli eventuali limiti oltre i quali la BCE potrà intervenire. Potrebbe innescarsi una perversa speculazione da parte dei mercati, i quali saranno quindi motivati a cercare questo limite, gettandosi pancia a terra sul bund tedesco e vendendo titoli italiani o spagnoli. Il programma si concentrerà sull’acquisto di debito sul mercato secondario con una scadenza fino a circa tre anni e gli acquisti saranno “sterilizzati” per mantenere un effetto neutro sulla massa monetaria. Questa neutralizzazione avverrà con vendita di valuta estera, molto probabilmente dollari e sterline, rastrellando sul mercato tanti euro quanti ne saranno emessi con il programma MOT.

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Vendola nella tela del ragno

Di certo è che la giornata politica di oggi è fra le prime dieci in assoluto per il vuoto di contenuti che ha saputo offrire. Stamane Repubblica.it e altri (La Stampa, Corriere.it e via discorrendo) hanno titolato in homepage della Svolta di Vendola. Vendola apre all’UDC in una alleanza a tre con il Partito Democratico. Vendola scarica di Pietro. Eccetera.

Le smentite non si sono fatte attendere: non è vero, nessuna svolta. Nessuna apertura. Colpa dei giornali che titolano a caso. Un vecchio refrain. La smentita. Poi seguita dalla dichiarazione che ammorbidisce e precisa: non vogliamo subire veti, ergo non poniamo veti. Commentare queste scenette è veramente avvilente, ma non c’è scelta. La politica che abbiamo vissuto per diciassette anni è stata fatta così. Nessuna attenzione per il reale. Nessuna idea da mettere al servizio del reale. Nessun candidato reale. Solo pantomime. Drammi personali. Piccoli sotterfugi. Incontri al vertice che hanno il solo scopo di suddividere fette di cariche onorifiche del governo prossimo venturo.

Il paradosso è che questa Santa Alleanza ci è stata propinata sin dalle primarie del 2009, quelle che hanno eletto Bersani segretario, un progetto che viene perseguito scientemente, senza remore, senza considerare il reale, quel reale che sfugge anche alla cognizione di chi nel palazzo romano non siede da molti anni, come i vendoliani di Sel. Vendola non sa quali siano le trame. E se le conosce, allora le condivide pienamente. Pensano al compromesso storico rimirandosi in uno specchio distorto, Bersani e Casini. Sanno che è impossibile affrontare il dopo-le-urne con un profilo politico internazionale così debole. Bersani presidente del Consiglio è unfit to lead esattamente come quell’altro. L’architrave del prossimo governo lo metterà per prima Washington. Le elezioni italiane a Novembre sono tecnicamente impossibili. Prima gli USA. Prima Obama (Romney si sta autodistruggendo a ritmo di gaffes internazionali). Poi l’Italia. L’arco dell’Alleanza verrà edificato sulla sponda UDC per permettere la continuità del ‘progetto Monti’. Monti proseguirà il ruolo di tecnico assumendo la guida del MEF con il governo Bersani, alla maniera di Ciampi nel 1996 (primo governo Prodi). E’ tutto chiaro, fin da ora. Solo così riusciremo a finanziare il nostro debito. Altrimenti il governo Bersani sarà il governo del dissesto e della fine dell’Euro.

Previsione PIL 2012 Italia nel terzo trimestre? Meno 3%

Sulla base dei dati raccolti nel post di ieri (qui), ho tentato una analisi dei dati impiegando una linea di tendenza polinomiale di grado 3 (ipotizzando quindi di avere tre picchi, ovvero il crollo del 2009, la ripresina del 2011 e il nuovo crollo 2012). Grazie a Excel 2003 si possono fare previsioni sulle tendenze future. Ecco quello che succede se ipotizziamo un mantenimento del trend attualmente in corso:Nel grafico ho inserito le curve del PIL della Germania, dell’area Euro e dell’Italia. Le curve in grassetto sono le cosiddette polinomiali di grado terzo. La previsione per il secondo trimestre 2012 descrive il PIL della Germania in crescita, ma meno del solito, intorno al 1%-1.2%; il tasso di crescita dell’area Euro invece dovrebbe stabilirsi su un modesto +0.3%; quello italiano cadere del -2% (dati su base annua).

Durante il terzo trimestre 2012, il peggioramento in atto avrebbe effetto anche sul PIL tedesco, che diventerebbe negativo (-0.1%?) così come quello dell’intera area Euro. Il PIL italiano scenderebbe invece del 3-3.5% (una previsione assolutamente in linea con quanto affermato dal presidente di Confindustria, Squinzi, secondo il quale il PIL italiano a fine anno risulterà pari al -4%).

Come si sta fuori dall’Euro? Male – il PIL del Regno Unito punta verso il basso

Anche il secondo trimestre 2012 per la Gran Bretagna significa recessione. Dicono i giornali inglesi: questa è una recessione double-dip, o per meglio intenderci a M – si è caduti in basso, si è risaliti con fatica ai livelli pre-crisi per poi cadere. Si dice che dopo le salite ci siano sempre le discese…

 

Eccola, la Double-dip recession

Cosa significa questo? Che la crisi dell’Euro trascina tutti nel gorgo, talmente è forte la correlazione e l’interdipendenza fra i paesi. Fra poco toccherà alla Germania. Osservate la tendenza degli ultimi cinque trimestri del tasso annuale di crescita del PIL – per l’Area Euro e per la Germania:

tasso di crescita del PIL – Area Euro

Cinque trimestri fa, l’Area Euro conosceva una crescita del PIL del 2.4, la Germania del 4.7; l’ultimo trimestre l’Area Euro decresce di 0.1%, la Germania cresce ma meno e si ferma all’1.7%. Se dovessimo tracciare una linea di tendenza fra i due periodi citati, questa avrebbe una pendenza negativa. Una analisi molto semplice, che ci spiega quale è la tendenza in atto. Nessuno è escluso. Dagli USA alla Cina.

E questi invece siamo noi. Si commenta da solo, no? Se c’è una morale, è che si sta male dentro e fuori dall’Euro. Magra consolazione.

 

La Nuova Unione Europea resterà un fantasma politico

Lady “Casper” Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea

Il Consiglio europeo di giovedì e venerdì si troverà a dover decidere delle complicazioni della crisi del debito. Forse sorgerà una Unione Europea fondata su quattro pilastri: Finanza, bilanci pubblici, politica economica e legittimazione democratica. Ne manca uno. La politica estera. Il documento che sarà sul tavolo della UE rifonderà l’unione economica e monetaria. Non quella politica, che per antonomasia è il tallone d’Achille di questa multilevel governance disordinata. Ernesto Gallo e Giovanni Biava sono gli autori dell’articolo che segue, in cui si prendono le mosse da un interrogativo – la politica estera europea esiste? – per finire a parlare dello squilibrio delle potenze che ha come teatro l’Africa, le sue terre rare, il petrolio e naturalmente la guerra.

Politica estera europea: esiste?

di Ernesto Gallo e Giovanni Biava*

Lo studioso francese Justin Vaïsse ha recentemente scritto che ‘il malato d’ Europa è l’Europa stessa’ (16 febbraio 2012). Tale conclusione è stata raggiunta al termine di una valutazione dettagliata della politica estera europea nel 2010 e 2011 compiuta dallo European Council on
Foreign Relations (ECFR). Purtroppo, pensiamo che Vaïsse abbia ragione. Con un budget preventivo di appena €96 miliardi per il periodo 2014-2020, un Alto Rappresentante pressoche’ sconosciuto, la signora Catherine Ashton, le cui decisioni dipendono dal voto unanime di 27 paesi, e un profilo generalmente basso su molti temi (per tacere della assenza dal vertice regionale ASEAN del 2011), non puo’ sorprendere che la valutazione ufficiale dello ECFR sia stata piuttosto critica (Scorecard della Politica Estera Europea, 2012).

La politica estera europea e’ stata quasi mai unitaria e convincente. Quelle dei singoli Stati poi sono state spesso contradittorie e fallimentari. Se aggiungiamo a cio’ la persistente crisi dell’Euro ed il declino economico relativo di fronte ai paesi BRICS, possiamo concludere con Garton Ash (Guardian, 10 novembre 2010) che l’economia e la politica europee saranno presto facile preda di potenze emergenti (quale la Cina) e della loro presunta aspirazione a ‘dividere e governare’ il continente. Crediamo pero’ che un’Europa debole e divisa non sia in grado di portare benefici ne’ a potenze emergenti, né a qualunque ordine internazionale; la storia insegna che un benessere durevole e’ fortemente legato a pace e cooperazione, come l’esperienza dell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale illustra. Cina o Russia trarrebbero beneficio da accordi e cooperazione con un’ UE più forte, con una singola politica estera ed ispirata ad un modello federale, che coniughi unita’ e diversita’.

La relativa debolezza della politica estera europea è evidente in tutti i teatri d’azione. L’Europa è stata abbandonata dagli USA, che ora stanno dando priorita’ alla regione del Pacifico. In termini di sicurezza, i paesi UE restano junior partners della NATO, mentre non e’ emersa alcuna capacita’ militare europea alternativa ed autonoma. Quanto alle istituzioni finanziarie, l’UE non si e’ nemmeno pronunciata nella disputa sulla nomina del nuovo presidente della Banca Mondiale, in cui il vincitore, il candidato degli Stati Uniti, Kim, è stato criticato per molti motivi, compresa la sua relativa ignoranza in materia di sviluppo a paragone con il Ministro delle Finanze nigeriano, la Signora Okonjo-Iweala, e l’economista colombiano, Ocampo. Ciò è particolarmente deludente se consideriamo che i leaders europei dovrebbero essere più attenti ai cambiamenti di forza nelle relazioni economiche internazionali, così bene illustrati dalle origini degli ultimi due candidati.

Quanto ai rapporti UE-Russia, malgrado le complementarità tra le due regioni, persistono forti tensioni. Mosca è il principale fornitore di gas dell’Europa e gode di un forte potere di ricatto. Inoltre, la Russia è spesso riuscita a dividere l’UE; il consorzio North Stream, che sta attualmente
costruendo una gasdotto Germania-Russia (che taglia fuori i paesi baltici e dell’Europa centrale), è presieduto dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, un fatto che ha destato proteste in molti tra i paesi marginalizzati. La combinazione tecnologia tedesca – risorse russe è fonte di preoccupazione, sia in Europa che negli USA, come è stato espresso chiaramente dal Direttore di Stratfor, George Friedman (17 marzo 2012).

Le debolezze della politica estera UE sono ancora più visibili in una zona di importanza economica cruciale per la Cina e gli altri BRICS: L’Africa del nord e quella sub-sahariana. Qui la campagna libica della NATO sta mostrando i suoi effetti peggiori. L’intervento contro Tripoli fu soprattutto supportato da Francia e Gran Bretagna, con il sostegno USA e dei paesi del Golfo. Significativamente, la Germania si astenne sulla relativa risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, mentre l’Italia, uno dei più importanti partners commerciali della Libia, mise a disposizione le basi militari dopo aver espresso qualche perplessita’. Sono queste divisioni profonde che svuotano di significato una
qualsiasi politica estera europea. Cio’ si aggiunge alla divisione fra paesi occidentali da una parte e Cina e Russia dall’altra; anche queste ultime astenute sull’intervento in Libia. La fine del regime di Gheddafi ha poi portato con se’ ulteriori problemi. I guai libici si sono riversati sui paesi limitrofi, con i ribelli Touareg e un numero imprecisato di militanti islamici che guadagnano terreno nel Mali ed
in Niger. Il golpe militare a Bamako, tradizionale alleato USA ed ex colonia francese, rappresenta un tentativo disperato di mantenere la regione sotto controllo occidentale.

In termini politici, il re e’ nudo. La Francia, il vecchio ‘padrone’ coloniale, non e’ in grado di dare stabilità ad una regione, il Sahel, in cui attori quali gli USA e la Cina hanno interessi vitali, mentre l’UE in quanto tale non ha alcun ruolo. È dunque difficile considerare l’intervento francese in Costa d’Avorio un ‘grande successo europeo’ (ECFR, 2012), se pensiamo che esso fu dettato da interessi puramente francesi ed in una zona caratterizzata da crescenti tensioni e divisioni. Fra coloro che dalle tensioni stanno traendo benefici, troviamo gruppi islamici militanti quali i nigeriani di Boko Haram, i cui tratti non sono ancora chiari. Cio’ che invece è evidente è che la politica estera europea
non ha funzionato neppure in questo contesto. Dopo l’8 marzo, quando un ostaggio britannico ed uno italiano di Boko Haram sono stati uccisi durante un’azione di salvataggio anglo-nigeriana, e’ scoppiata una dolorosa tenzone diplomatica fra l’Italia ed il Regno Unito. Non sappiamo se Londra avesse informato o meno l’Italia, né le ragioni del fallimento dell’azione. Politicamente parlando, tuttavia, il punto è un altro: dov’ era l’Unione europea? Come può accadere che due dei suoi paesi piu’ grandi litigano su un tema scottante, mentre Bruxelles resta in silenzio? Un’azione di salvataggio UE/Nigeria avrebbe forse avuto piu’ senso!

Considerazioni simili valgono per la crisi diplomatica tra Italia e India, dovuta alla presunta uccisione di due pescatori indiani da parte di due fanti di marina italiani (il 15 febbraio), ed al rapimento di due italiani in Orissa da parte dei ribelli maoisti (il 18 marzo). In entrambi i casi la politica italiana si e’ dimostrata contraddittoria ed inefficace. Ma dov’ è l’Unione Europea? Invocato dal Ministro degli Esteri Terzi (il 9 marzo), il suo fantasma non si è ancora materializzato. I limiti della politica estera UE sono stati ancora più evidenti nei rapporti con la Cina, il più grande dei BRICS. In primo luogo, la principale sede istituzionale, il Summit UE-Cina, è tenuto su base annuale, una cadenza probabilmente non sufficiente, se consideriamo che l’UE è il più grande partner commerciale cinese, con un traffico giornaliero di oltre un miliardo di Euro, come ricordato da Barroso in occasione dell’ultimo Summit (il 14 febbraio 2012). Mentre il numero di Summit annuali potrebbe essere raddoppiato, l’esistenza di tre ‘leaders’ europei, il presidente della Commissione, quello del Consiglio, van Rompuy e quello dell’Eurogruppo, Juncker, sembra generare ulteriori confusioni, incertezze sui rispettivi ruoli e lentezze decisionali. In effetti, le iniziative dei singoli Stati, soprattutto la Germania, sono molto più efficaci, a detrimento di un approccio europeo unitario. La disputa sull’estrazione delle ‘terre rare’, su cui l’UE ha recentemente sfidato la Cina (13 marzo 2012), è un segno di debolezza piuttosto che di determinazione. Una sola impresa del settore, Rhodia (Francia), è acquartierata nell’UE, mentre rilevanti porzioni dell’industria europea (per esempio, la produzione
di automobili tedesca) dipendono dalle importazioni di quei minerali. Nonostante i suoi interessi e la sua forza nel commercio internazionale, l’UE non ha assunto una posizione comune neppure in quest’area, con marcate differenze fra paesi più ‘protezionisti’ (l’Italia o occasionalmente la Francia) e più paesi ‘aperti’ (come il Regno Unito). La mancanza di una posizione comune in politica estera è poi nociva non solo all’ Europa, ma anche alla Cina. Come può l’Euro essere valuta di riserva stabile e sicura in assenza di una politica economica europea e di un governo europeo? Ancora, chi è autorizzato a ‘rappresentarla’? Il Signor Juncker è uno dei pochi leaders mondiali senza un budget,
dal momento che una politica fiscale europea non esiste. La mancanza di una singola politica estera ha altri effetti negativi sia sui rapporti UE-Cina sia sulle questioni piu’ generali di global governance.

Come si e’ visto, le relazioni internazionali in zone strategiche quali il Medio Oriente o l’Africa sono ancora dominio delle vecchie potenze coloniali, il cui approccio miope e spesso predatorio si e’ rivelato di ostacolo sia allo sviluppo locale che alla stabilità internazionale. L’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade ha fortemente criticato l’approccio ‘lento e a volte paternalistico’ degli investitori europei (gennaio 2008) a confronto con l’attitudine piu’ pragmatica e co-operativa dei cinesi. Inoltre, l’assenza di una vera politica europea ha chiaramente ostacolato ogni lotta efficace contro le forze estremiste e terroriste, che sembrano muoversi lentamente dal Medio Oriente verso l’ Africa del nord e a sud del Sahara. Sia l’UE che la Cina sono interessate ad una riforma della cosiddetta ‘global governance’; in questo senso, la Gran Bretagna e la Francia potrebbero rinunciare al loro seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza in favore di un singolo seggio UE; tale scelta riconoscerebbe la necessità di aggiornare l’organizzazione politica mondiale, in cui i paesi BRICS e di altre regioni del mondo reclamano ormai un ruolo.

Il 2011 è stato l’anno del dialogo UE-Cina sulla gioventù, mentre il 2012 è quello del ‘dialogo interculturale’. Si tratta di iniziative encomiabili perché ogni cooperazione inizia con lo scambio culturale (inclusa la lingua), la formazione e la partecipazione dei giovani, ossia le generazioni future. Tuttavia, il loro successo potrebbe rimanere limitato, se l’UE non saprà dotarsi di una singola e ben definita politica estera, finalizzata a stabilizzare l’Europa e fornire un contributo più forte ad un ordine internazionale sostenibile.

*Ernesto Gallo e Giovanni Biava sono gli autori del blog Giovine Europa New.  Questo è il loro primo articolo su Yes, political! .

Italia verso la crisi, Financial Times: “mamma mia, ci risiamo”. E la colpa è dei Partiti

Ci risiamo, la crisi torna a bussare alla porta dell’Italia, sebbene essa “non sia sulla stessa barca della Spagna”, i mercati – scrivono sul The Financial Times, sono psicologicamente orientati a considerare l’Italia come il “prossimo bersaglio”. Il governo Monti sta perdendo credibilità, si sente vulnerabile: l’indice di popolarità di Monti è crollato rispetto ai picchi dello scorso autunno mentre lo spirito riformista dei primi cento giorni ha lasciato il passo a un eccesso di prudenza ministeriale, che ora sta sfociando in totale inerzia.

Così siamo percepiti all’estero. Un governo inerte, incapace di far fronte al brusco rallentamento dell’economia dovuto alle misure di austerità. Ma Monti farebbe meglio a recuperare il suo zelo riformista. A cominciare dalla spending review, di cui si sono perse le traccia – a quando il primo intervento di Bondi sulla sanità con una centralizzazione del sistema degli acquisti? – per passare dalla legge anticorruzione, che in verità il governo sta spingendo con grossi sforzi dentro a un parlamento riluttante per concludere con una riforma della giustizia civile, finora un “vero e proprio freno agli investimenti”. Ma per far ciò i partiti politici devono smetterla di “trascinare i piedi”. E quei ministri, “distratti dal crollo dei partiti politici”, possono certamente coltivare le proprie ambizioni di futuro politico ma dovrebbero lasciare immediatamente il governo (a chi si riferisce l’autore del pezzo? A Barca? A Passera? A Grilli?).

Però finalmente un fatto è chiaro, anche all’estero: i partiti politici hanno la responsabilità di questo stallo. Non hanno la percezione del precipizio che si sta avvicinando (e che qualcuno, alla Ragioneria di Stato o al MEF, sta pensando di evitare con misure estreme e pericolose).

Questo post fa riferimento ad un articolo del Financial Times.

Gli USA armano i droni italiani in Afghanistan

Perché armare i droni italiani? Obama, ex premio Nobel per la Pace (molto ex), a Marzo, aveva proposto al Congresso di vendere all’Italia il kit di armamento degli aerei senza pilota “made in USA”. Lo scopo? Schierarli in Afghanistan per uccidere senza farsi uccidere. Un modo come un altro per tener dentro alla palude afghana il nostro paese, che da quell’avventura ha avuto solo guai e morti.

L’Italia è stata il primo paese a disporre di aerei drone. I primi acquisti di questi robot della guerra sono datati 2001, mentre un secondo acquisto fu completato nel 2008. Si trattava di droni Reaper e Predator-A, non armati. La loro utilità in guerra è straordinaria. Sono stati impiegati dagli USA in Yemen, in questi giorni, ed hanno seminato il panico fra la popolazione (per saperne di più leggete di #NoDrones qui).
Il solo altro paese alleato degli USA che può “beneficiare” di questa tecnologia di morte e distruzione è la Gran Bretagna. La discussione in Congresso si è aperta all’insegna della estrema polarizzazione: alcuni deputati sono contro, altri a favore.
I deputati che avevano messo in discussione l’accordo previsto per la "militarizzazione" dei droni italiani affermavano che ciò potrebbe rendere più difficile per gli Stati Uniti di negare funzionalità simili ad altri alleati della NATO, e obbliga gli USA a dover re-impostare nuovamente gli sforzi per limitare la vendita da parte di altre nazioni, come Israele, che producono droni piuttosto sofisticati. I sostenitori dicono che tali vendite consentirebbero ad alleati di fiducia di condurre missioni militari in proprio; inoltre, per i produttori di droni USA potrebbero aprirsi le porte di mercati finora inaccessibili.

Il periodo di valutazione da parte del Congresso è terminato il 27 Maggio scorso senza che il Congresso medesimo facesse alcuna mossa per bloccare l’accordo. Il Congresso è ancora in grado di bloccare la vendita se approva una risoluzione congiunta di disapprovazione sia alla Camera che al Senato entro 15 giorni, anche se alcuni membri del Congresso di entrambe le parti dicono che tale mossa è improbabile.

Post tratto e parzialmente riadattato da http://tolonews.com/en/afghanistan/6393-us-plans-to-arm-italys-reaper-drones-deploy-to-afghanistan

Pil 2012 Italia, la crisi a forma di “M”

I grafici che seguono sono molto chiari nella testa di chi ci governa e forse rappresentano il loro (il nostro?) peggiore incubo. La crisi italiana si appresta a assumere la forma bruta di una “M”, il che significa che siamo sulla buona strada per ripetere le sorti del 2009.
Questo l’andamento del trend di crescita del Pil degli ultimi cinque trimestri:

Questo l’andamento del trend di crescita su base annua. Per ora si prevede a fine anno un -1.3:

Financial Times: Monti ha il vento in poppa, Papademos no

Il Financial Times dice che il professor Monti va a gonfie vele: l’Italia è un caso diverso dalla Grecia, scrive Peter Spiegel, corrispondente per FT da Bruxelles. Questo l’articolo intero, tradotto dall’inglese – con qualche licenza – dal sottoscritto.

Articolo originale

Il primo ministro Monti, in Italia fresco di vittorie sulla revisione dei regimi pensionistici e sull’aumento delle tasse di proprietà, è in sella a una ondata di consenso in patria, mentre all’estero viene accolto nei rari vertici che una volta erano il dominio esclusivo del francese Nicolas Sarkozy e della tedesca Angela Merkel.

Infatti, l’ultimo vertice a tre, che era stato programmato per Venerdì, è stato posticipato a causa di sconvolgimenti politici non in Italia ma in Francia, dove Sarkozy sta combattendo per la propria sopravvivenza politica dopo la perdita da parte della Francia della sua totemica tripla A del rating del debito.

Il signor Papademos, invece, si è trovato sull’orlo di un default sovrano, è bloccato nella zona euro tra il suo salvataggio e i finanziatori titolari privati ​​di debito greco, che si trovano nel mezzo di una lotta feroce su quanto grande debba essere la perdita obbligazionista affinché Atene ritorni sulla via della sostenibilità finanziaria.

Anche se Papademos è in grado di trovare un accordo sul taglio del debito in tempo perla riunione dei ministri delle finanze dell’Eurozona Lunedi – come sta cercando sempre più possibile – si troverà ad affrontare ancora la non invidiabile prospettiva di nuove richieste da parte degli istituti di credito dell’UE di una ancor più forte austerità, prima di essere premiato con un secondo bail-out di € 130 miliardi.

“L’economia politica in entrambi i casi è ovviamente difficile, ma Monti ha chiaramente il vento in poppa, mentre Papademos no”, ha detto Mujtaba Rahman, un analista europeo della Eurasia Group Risk Consultant.

Parte della differenza tra le fortune dei due uomini è il clima politico nei rispettivi paesi. In Italia, i partiti politici sia a destra e sinistra sono disorganizzati e Silvio Berlusconi, predecessore del presidente Monti, è stata finora pubblicamente di sostegno, dando al nuovo Primo Ministro un percorso relativamente libero in politica.

Nei giorni scorsi, il presidente Monti ha affrontato molteplici proteste da parte di gruppi disparati come tassisti, avvocati e farmacisti rispetto a un altro round di riforme che avrebbero dovuto essere svelate la notte scorsa. Ma il signor Monti non ha ancora visto il livello di opposizione apparso a molti dei suoi colleghi dell’eurozona.

“Questa combinazione di fiducia molto, molto bassa [a partiti politici] e allo stesso tempo questo supporto notevole per questo governo, per quanto dolorose siano le sue azioni … sinceramente sono sorpreso”, ha detto Monti in un’intervista questa settimana. “Non può durare, ma per ora è così.”

Ad Atene, invece, Papademos è vincolato a un gabinetto composto dai leader delle due principali fazioni politiche del paese. Anche se questo gli dà più legittimità politica e la base naturale in Parlamento che manca il signor Monti,egli ha politicizzato il processo decisionale in un modo che in Italia le iniziative del professore non hanno.

Funzionari ​​greci riconoscono che, anche se Papademos è in grado di ottenere un accordo per una ristrutturazione del debito entro la prossima settimana, la sfida per il primo ministro probabilmente sta solo diventando sempre più difficile. “Questo sarebbe un risultato importante, ma ci sono molti più ostacoli lungo la strada per la sua esecuzione”, ha detto un alto funzionario del ministero delle finanze greco.

Papademos è anche di fronte ad una linea temporale politica molto più breve. A differenza di Monti, per il quale le dimissioni sono previste in vista delle nuove elezioni in programma nella primavera del 2013, il voto greco è previsto entro la metà dell’anno, anche se il mandato Papademos è già stato esteso da quattro mesi a sei. Funzionari ​​e diplomatici di Bruxelles hanno già cominciato a fare conoscenza con il ‘gamesmanship’ politico della Grecia, il principale partito del centro-destra, Nuova Democrazia, e del suo leader Antonis Samaras, che credono che si posizioni in modo tale d a reclamare a sè il potere del governo socialista, recentemente deposto.

Un alto funzionario europeo, con rabbia, ha citato un recente articolo sulla stampa internazionale, di Iannis Mourmouras, il vice ministro delle Finanze nonché alto funzionario di partito dell’onorevole Samaras ‘, che ha sostenuto che “i programmi di aggiustamento nella periferia della zona euro sono stati difettosi” e ha chiesto agli istituti di credito dell’area dell’euro di porre fine alla loro richiesta di maggiore austerità.

“Lo fanno a se stessi”, ha detto il funzionario.

“C’è un crescente senso che, nonostante i valorosi sforzi di Papademos … il recalcitrante enstablishment greco stia occupando il suo tempo per preparare le prossime elezioni, confidando sul presupposto che il mondo continuerà ad intervenire in loro aiuto, non importa in che modo”, ha detto un diplomatico europeo. “Sta diventando sempre più chiaro che la Grecia sia un caso piuttosto diverso rispetto a l’Italia.”

Si chiamano Goldmanien, gli uomini di Goldman Sachs

Goldmanien è il termine utilizzato da Le Monde per definire gli uomini ‘ombra’ che costituiscono la rete di Goldman Sachs in Europa e nel mondo. Se ne è fatto un gran parlare in rete: Mario Draghi, Mario Monti, Lucas Papadémus, tutti uomini con un passato nella banca d’affari e con un piede o nella Trilaterale o nel Gruppo Bilderberg.

Certo, GS ha una rete di economisti sparsa per il globo, ma GS ricerca l’eccellenza e l’eccelenza in Italia è difficilmente riscontrabile nella classe politica che siede in parlamento. Si è dovuto pescare da fuori, e non a casa si è scelto un uomo – Mario Monti, e prima di lui Draghi (ricordate? prima di Draghi in Bankitalia c’era Fazio) – che già fu scelto da GS. E se hai la mano di GS sulla spalla, ce l’hai per sempre, sebbene i ‘goldmanien’ non siano mai gente che ‘cala la maschera’: pare che sia una sorta di tacito accordo fra gli stessi goldmanien e la banca. Mai dire che sei uno dei nostri.

Nella realtà, scrivono su Le Monde, la ‘rete’ ha perso la sua efficacia: troppi i passi falsi, troppo il coinvolgimento nell’avvio della più grande crisi finanziaria dopo il 1929. La politica non si fida degli uomini GS poiché sa che sono impopolari. Dietro il fallimnento greco, per esempio, c’è la mano di GS con l’incredibile truffa degli swap.

Sappiate però che la lista degli uomini GS non si ferma a Draghi, a Monti o a Papadémus. Pensate per esempio alla Grecia, fregata da GS e ora guidata dai ‘goldmanien’. Papadémus era presidente della Banca Nazionale Greca quando GS orchestrava la truffa dello swap; Papadémus ha oggi voluto un uomo come Petros Christodoulos capo dell’agenzia di gestione del debito greco. Christodoulos è un ‘goldmanien’: è stato un trader di GS.

Goldmanien è pure Otmar Issing, economista tedesco, membro del board della Deutsche Bundesbank dal 990 al 1998 e poi dell’Executive Board odella BCE fino al 2006. Oggi è un advisor di GS, un consigliere. Issing è un falco dell’euro, sostiene che l’Italia deve e può farcela da sola e che non servono aiuti. L’Italia deve fare le riforme e la BCE non può soccorrere i governo che hanno fallito. Tradotto: la BCE la smetta di comprare Btp. Divergenze di vedute, anche nella rete di GS.

Fra i goldmanien troviamo anche Jim O’Neill, l’inventore del termine BRICS, un visionario dell’economia (intuì l’ermegere di paesi come il Brasile già nel 2001): O’Neill è attualmente il presidente della Goldman Sachs Asset Management, tanto per dire.

E il presidente del comitato promotore dei giochi olimpici di Londra? Si chiama Paul Deighton. Goldmanien anche lui.

Voi che sostenete il teorema del New World Order, del Complotto Mondiale, ora avrete di che pensare.

Financial Times: l’Italia è il malessere post-party dell’Europa

fonte: http://www.ft.com/cms/s/0/621f81b2-0184-11e1-8e59-00144feabdc0.html # ixzz1cAMCtWU

(traduzione propria)

In Italia gli oneri finanziari sono saliti ai massimi dell’era-euro appena un giorno dopo che i leader europei hanno concordato il nuovo piano per invertire la crisi a spirale del debito della regione, un segnale preoccupante che non siano riusciti a riconquistare la fiducia dei principali mercati finanziari.

Mentre funzionari italiani sono ammassati nel centro di Roma per protestare contro i possibili licenziamenti forzati, l’Italia è costretta a pagare il record di 6,06 per cento in un’asta delle sue obbligazioni a 10 anni, rispetto al 5,86 per cento di un mese fa, nonostante l’intervento della Banca centrale europea sul mercato.

Tale movimento si è verificato non appena i funzionari europei si sono rivolti a Cina e Giappone per la possibile partecipazione al finanziamento del fondo di salvataggio della zona euro. A Tokyo, in Giappone il primo ministro, Yoshihiko Noda, ha detto al Financial Times che vorrebbe vedere “un impegno ancora maggiore” in Europa per “alleggerire le preoccupazioni della crisi attraverso la creazione di un approccio più forte e più dettagliato”.

Il mondo della terza più grande economia resta preoccupato per un possibile contagio. “Questo fuoco non è dall’altra parte del fiume”, ha detto Noda. “Attualmente, la cosa più importante è garantire che non si diffonda in Asia o nell’economia globale”.

I mercati sempre vedono l’Italia come il paese decisivo per la gestione della crisi del debito dell’Eurozona. Il piano di riforme economiche presentato da Silvio Berlusconi, il primo ministro, ha ricevuto un cauto benvenuto al vertice di Bruxelles, ma è stato criticato dagli investitori poiché ritenuto inadeguato e al di là delle capacità del suo indebolito governo di centro-destra per essere messo in azione.

“Chiaramente questo [l’aumento dei tassi per i Btp]  non sembra un voto di forte fiducia nel pacchetto”, ha detto Nicola Marinelli, gestore del fondo per la gestione Glendevon Re Asset, commentando l’asta dei bond. “Penso che, dopo l’euforia di Giovedi, il mercato sia alla ricerca di maggiori dettagli dall’Europa”.

Avendo l’Italia la necessità di rifinanziare l’anno prossimo quasi € 300 miliardi di € 1.900 mld della sua montagna di debito, Berlusconi è messo sotto forte pressione da parte dell’Unione europea e della BCE di portare avanti rapidamente le misure per risollevare l’economia stagnante e di evitare di seguire la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo alla ricerca di una forte iniezione di liquidità [bail-out]  che sarebbe al di là della potenza di fuoco attuale della zona euro. E sono proprio gli sforzi per rafforzare la potenza di fuoco del fondo salva-stati che hanno spinto l’Europa a guardare a Pechino e Tokyo per il finanziamento.

Klaus Regling, il capo del fondo europeo di stabilità finanziaria, si è recato a Pechino venerdì nella speranza di convincere la Cina a rafforzare il sostegno per la rafforzamento del fondo e si prevede che visiti anche il Giappone. Il Giappone attualmente detiene poco più del 20 per cento dei 10 miliardi di € in obbligazioni emesse dal EFSF, e il signor Noda, che è stato ministro delle Finanze prima di diventare primo ministro il mese scorso, ha segnalato che Tokyo continuerà a sostenere l’espansione del fondo.

In Italia, Berlusconi ha insistito che non vi è “alcuna alternativa credibile” al suo governo, ma ha definito l’euro una moneta “strana” che “non ha convinto nessuno”. Berlusconi ha poi rilasciato una dichiarazione per chiarire il suo sostegno all’euro e ha detto che esso è vulnerabile agli attacchi speculativi perché è una moneta senza governo, uno stato o una banca centrale di ultima istanza.

Il voto del mercati ‘di sfiducia’ si è fatto sentire anche in Spagna, dove rendimenti del benchmark è saltato di 18 punti base al 5,51 per cento. Anche le banche italiane hanno anche sofferto, le loro azioni hanno perso l’esuberanza post-vertice di giovedi. UniCredit è scesa di oltre il 4 per cento mentre anche le azioni francesi e l’euro sono scesi.

Alti funzionari italiani presso la banca centrale e il Tesoro, così come importanti banchieri, hanno anche avvertito Bruxelles che i piani per ricapitalizzare le banche non sono stati correttamente pensati e c’è il rischio di spingere l’Italia, e altre economie, in recessione, costringendo le banche a sospendere i finanziamenti ad aziende e consumatori. “Questa situazione non è stata pienamente presa in considerazione e vi è il rischio grave che mezza Europa finisca in recessione”, ha detto un alto funzionario.

Ulteriori dubbi sul fondo di salvataggio proposto della zona euro sono state sollevate a Berlino, quando la potente corte costituzionale tedesca ha emesso un’ingiunzione che richiede al Bundestag tedesco di approvare preliminarmente qualsiasi urgente operazione di acquisto di bond da parte del Fondo europeo di stabilità finanziaria. La mossa a sorpresa non è però una decisione definitiva da parte del giudice, ma significa che il parlamento è impossibilitato di utilizzare una speciale sottocommissione di nove membri per prendere decisioni di emergenza e in segreto, fino a quando il tribunale emetterà una sentenza completa – forse a dicembre.

I Ministri delle Finanze dell’Eurozona devono ancora negoziare gli ultimi dettagli di modi per “sfruttare” i 440 miliardi nel EFSF per dare al fondo una maggiore capacità finanziaria per poter acquistare obbligazioni sul mercato secondario. Il vertice dell’eurozona ha fissato una scadenza a fine novembre per raggiungere un accordo, il che rende improbabile che il fondo sarà pronto ad agire in questo senso nel prossimo futuro.

Peccatori del debito, pentitevi! Le dimissioni di Stark e il monetarismo ortodosso tedesco

Quel che sorprende delle dimissioni del ministro tedesco Stark dal Board Executive della BCE non è tanto la sfiducia verso l’italia – quella ce l’abbiamo anche noi – quanto la mancanza della più totale consapevolezza che l’interdipendenza fra i paesi europei abbai raggiunto un tale livello da non poter esser più dipanata. I falchi del monetarismo ortodosso tedesco, i rigidi contabili della Bundesbank e dell’alleata Banca Centrale Olandese, negano il mutuo soccorso fra i paesi europei e interpretano il comportamento della BCE alla stregua di un aiuto di Stato, un favore a un concorrente nel libero mercato:

I paesi in deficit possono, nonostante la sfiducia dei creditori, introdurre più prodotti e servizi di quelli che svolgono, perché il loro disavanzo delle partite correnti è finanziato dalla Euro-sistema di pagamento da parte della Bundesbank. (Die traurige Entwicklung der Geldpolitik, FAZ(1), trad. propria).

Stark avrebbe lasciato la BCE perché “frustrato”. Frustrato dal fatto che i peccatori del debito, i maiali del Sud, vengono aiutati dalla BCE non già perché esiste una volontà politica di salvaguardare gli stati dell’Unione, bensì perché il blocco del Sud ha messo in minoranza quello del Nord, che però è più forte economicamente.

I fronti nord e sud sono uno di fronte all’altro. I rappresentanti dei paesi del nord orientati alla stabilità vogliono tenere la spesa dei peccatori del debito sotto controllo. I rappresentanti dei sudisti vogliono mettere la BCE sotto la gogna della stampa, onde mostrarne il fallimento della politica di bilancio. L’opposizione della Bundesbank, e della Banca Centrale Olandese, è spazzata via. Poiché il numero di paesi economicamente potenti si restringe mentre le fila dei peccatori del debito crescono, il Sud si aggiudica i voti – e il Nord paga (FAZ, cit., trad. propria).

Se volessimo definire questo pensiero con una frase, quella frase potrebbe essere “leghismo europeo”. Come in Italia la Lega Nord stigmatizza il Sud, fannullone e debitore, così fa la Germania con l’Italia e gli altri PIGS. E’ la reazione di chi è – momentaneamente – più ricco e vede la propria economia crescere ma non quanto vorrebbe, gravata da una zavorra, la zavorra dei più poveri, degli indebitati, e non vuole pagare per essi.

La dipartita di Stark apre la crisi politica della BCE. Il delicato equilibrio sin qui tenuto fra monetarismo alla Bundesbank e debitarismo sud-europeo era garantito dalla presidenza francese e dai segretari finanziari tedeschi. Fin dalla nascita, la BCE è stata a guida mista franco-tedesca, ma la politica monetaria applicata era una ricetta made in Bundesbank. Ora l’avvento di Draghi – un peccatore italiano! -ha scatenato il panico dei tedeschi.

Il prossimo presidente della BCE, Mario Draghi, è italiano, il Vice Presidente del Portogallo. Fermare questo ‘doppio diesis'(1) di acquistare titoli di Stato da Italia e Portogallo? Il paese più forte economicamente dell’Euro dovrebbe essere rappresentato nella BCE da due voti e la Bundesbank non può essere isolata all’interno del Consiglio (FAZ, cit., trad. propria).

La pratica del QE – quantitative easing, ovvero stampare la moneta per alleggerire, comprandolo, il debito dei ‘porci’ – comporta un “accumulo dei rischi di credito nella Banca federale che supera il raddoppio delle garanzie del nuovo controverso – per il governo tedesco – fondo di salvataggio dell’euro”.

La sfiducia verso l’Italia è quindi doppia: non solo si dubita della volontà del governo italiano di risanare effettivamente i conti e di ridurre il debito, ma si dubita anche del prossimo presidente della BCE, al di là della sua storia personale, della sua reputazione – Draghi  “ha un dottorato in economia dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) e ha lavorato alla Banca Mondiale che alla Goldman Sachs ed è stato direttore generale del Ministero del Tesoro in Italia all’inizio degli anni Novanta” (Foreign Policy, via Il Post) – è pur sempre ‘un-italiano-alla-BCE!’, uno scorbutico ben poco diplomatico che si troverà a gestire un’unione monetaria in preda al panico e una banca piena zeppa di titoli tossici greci, italiani, portoghesi, irlandesi ecc.

I tedeschi hanno paura di perdere il controllo sulla politica monetaria dell’Istituzione BCE. A differenza delle altre istituzioni della UE, la BCE ha dei VERI poteri, ed è svincolata dalle decisioni dei paesi membri riuniti nel consiglio. Non è un organo a rappresentanza democratica, ma è oggetto di spartizioni di potere. Lasciare che gli italiani mettano i piedi nel Board Executive della BCE significa consegnargli la borsa e la vita.

 

 

(1) FAZ, Frankfurter Allegmeine Zeitung, quotidiano tedesco.

(2) Nella notazione musicale, diesis (anche detto diesi) è il simbolo che indica che la nota a cui si riferisce va alzata di un semitono, ed il suo simbolo è Sharp.svg. Esiste anche il doppio diesis (Sharp.svgSharp.svg, oppure DoubleSharp.svg) che indica un incremento di frequenza della nota pari ad un tono (wikipedia).

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Libia, tu chiamala se vuoi guerra

Guerra di Libia 1911

Guerra di Libia 2011

No, non è peace keeping. Non è un intervento umanitario. E’ guerra, anche se ufficialmente – lo dice Napolitano – non siamo in guerra. Otto caccia bombardieri nostrani stanno sorvolando i cieli di Tripoli sganciando il loro pesante bagaglio. I nostri cieli testimoniano il transito degli aerei inglesi e francesi. Un rimbombo sinistro, molto frequente in mattina: chi abita a nord come me se ne sarà accorto. I nostri cieli sono cieli di guerra, e non l’avevamo previsto.

La decisione del governo di concedere le basi (nonché il voto di un parlamento prono e privo di opposizione) è stata repentina, priva della necessaria riflessione circa i rischi, altissimi, di rappresaglia libica contro le nostre navi mercantili, o persino in terra, qui da noi, nelle stazioni, negli aeroporti. A pensarci bene, l’avvallo all’attacco è un gesto da irresponsabili, soprattutto da parte di chi aveva stretto mani e baciato anelli. Non siamo più amici della Libia, poiché mai lo siamo stati. Eravamo amici del dittatore, questo sì, già sufficientemente vergognoso. Ora siamo anche messi dalla parte dei traditori, e questo la dice lunga sulla nostra libertà – pari a zero – in materia di politica estera. D’altronde i cablogrammi di Wikileaks hanno rivelato il giudizio di Washington su Berlusconi. Il pagliaccio è manovrabile, è da tener buono poiché utile al raggiungimento dei loro obiettivi geopolitici.

In Libia si combatte una nuova guerra del liberismo: un altro mercato da liberalizzare, quindi da colonizzare con le multinazionali occidentali. C’è posto per produzioni che qui da noi costano, c’è manodopera abbondante: alle spalle c’è un deserto che vomita disperati che si accontenterebbero di una paga da miseria. Certo meglio dei lager del Rais. Siete sorpresi del ruolo di primo piano dell’Unione Europea? E’ frutto del multilateralismo obamiano. Gli europei si prendano la parte di costi per la liberalizzazione della Libia, non soltanto i benefici. Noi sorvoliamo i cieli libici perché in terra abbiamo già l’ENI e non possiamo permettere che Total e Bp la scalzino: meglio una spartizione. Un pozzo a ciascuno. Intanto Frattini ipotizza: si andrà avanti finché Gheddafi non cadrà. Con un ministro degli esteri così c’è poco da star tranquilli. Berlusconi ci tiene a tranquillizzare tutti: Gheddafi non ha la tecnologia necessaria per colpire le nostre isole: Lampedusa, Linosa, Pantelleria. Poi lo scopriamo alla testa di una cordata con Putin con lo scopo di ricomporre le parti, come se noi non fossimo pienamente coinvolti nella alleanza dei volenterosi occidentali griffata ONU. Una specie di sclerosi della visione dei rapporti internazionali: le iperbole di un vecchio governante esautorato e privo di dignità.

Lampedusa è il fronte di questa guerra, o meglio la più immediata retrovia: un’immensa isola campo-profughi. Chi, che cosa potrà partorire una situazione tanto simile?

Due anni fa nessuno previde che Mohamed Game, cittadino libico residente da anni in Italia, si sarebbe fatto esplodere di fronte alla caserma Santa Barbara di Milano per protesta «contro il governo e Silvio Berlusconi responsabile della politica estera» (Corriere.it).

Esiste una circolare del capo della Polizia Manganelli che invita prefetti e questori a innalzare il livello di attenzione per gli obiettivi sensibili, in particolar modo le frontiere marittime e terrestri, nonché i luoghi simbolo. Non serve ipotizzare armi chimiche: l’unica arma più pericolosa – e che può attuare la vera rappreseglia contro i civili – potrebbe essere già fra di noi. E questa è una della ragioni per cui la chiamiamo guerra.

Rivoluzione in Italia? Sì, ma nei reality

Quando cadde Ceausescu, la televisione di Stato rumena visse momenti indimenticabili: la propaganda di regime, che metteva in onda film del neorealismo sovietico mentre fuori infuriava la rivolta, veniva improvvisamente sostituita dalla realtà. I rivoltosi apparvero in video, seduti dietro un tavolaccio di legno, dietro una tenda grigio scuro, indossando abiti qualunque. Annunciavano la libertà.

Ben Alì, prima di andarsene dal paese e forse di avere l’ictus e quindi la morte, è andato davanti alle telecamere per annunciare la sua dipartita; la medesima scelta l’ha dovuta fare Mubarak, dopo giorni di estenuanti battaglie in piazza Tahir. Ieri il videomessaggio di Gheddafi, di tono del tutto opposto a quello remissivo dei suoi vicini. Lui, il Raìs, ha attaccato, ha invocato la morte per quei giovani drogati che protestano in piazza, ha ordinato di schiacciarli come ratti. Prima di allora, per la televisione libica, il conflitto non esisteva neanche: si dava menzione di alcuni manifestanti pro-regime, raccolti nella piazza verde a favore di telecamera.

In tutti questi casi, la televisione ha negato il conflitto sostituendolo con la finzione.

Qualcuno ha ipotizzato – anche da queste colonne – un futuro imminente di scontri anche in Italia. Una società immobile, in cui la disoccupazione giovanile è al 30%, in cui tutto cambia per restare uguale a sé stesso, una beffa tremenda di cui ci si rende conto solo ora. Si tratterebbe poi di qualche morto necessario per dare la spallata al governo. Perché gli italiani non si ribellano al Sultano? Perché non mettono da parte questa classe dirigente corrotta e incapace? Perché permettono a B. di occupare l’agenda politica con i suoi problemi giudiziari?

Innanzitutto occorre dire che l’Italia non è la Libia. Non è un regime dittatoriale. Semmai è una democrazia deviata. E’ – di fatto, per concentrazione di potere mediatico e per il basso livello di istruzione che ha permesso alla televisione di essere il principale canale informativo utilizzato dalle persone per farsi un’opinione – una ‘videocrazia’. E nelle videocrazie – al mondo se ne conosce soltanto una, la nostra – le rivoluzioni non si fanno perché esse sono perpetuamente in onda, ora per ora, minuto per minuto, su tutti i canali televisivi. Si comincia al mattino con Uno Mattina, con Mattino Cinque, con i telegiornali, Pomeriggio sul due, Pomeriggio Cinque, il tg di Fede, il TG1, il TG5, Otto e Mezzo, Ballarò, Annozero, Vespa, TG3 Linea Notte, L’ultima Parola e via discorrendo. Anche la domenica si recita la guerra fra fazioni: a L’Arena su Raiuno la più becera delle battaglie, quella fra chi urla di più.

L’Italia vive una situazione di guerra civile simulata, una sorta di reality, della politica contro la giustizia, e della politica contro sé stessa, da quasi venti anni. La televisione non si è limitata a nascondere la realtà, ma l’ha sussunta in sé. E’ reale ciò che passa in televisione, è finzione ciò che dovrebbe esser vero. Non importa che si creda o no a quello che si dice. Importante è saper recitare bene per riprodurre nella mente dell’ascoltatore il ripudio del conflitto. Ecco il sentimento indotto: non se ne può più dei finiani e dei berlusconiani, non se ne può più dei processi di Berlusconi; meglio il varietà, meglio distrarsi che informarsi, meglio le canzonette e i quiz serali per pupe e secchioni. Si finisce per abdicare al proprio intelletto e, alla necessità di veder rispettati i diritti di ognuno, si sostituisce quella di non disturbare il proprio ‘cheto vivere’.

La videocrazia si sconfigge con l’unico vero atto rivoluzionario: spegnere la tv. Solo così scopriremo di non aver mai combattuto. Solo così scopriremo di dover ricominciare tutto daccapo.