Vendola in fuga, staccato il gruppo di Bersani e Di Pietro.

Si potrebbe usare una metafora ciclistica: un uomo solo al comando. Il suo nome è Nichi Vendola. Sì, Vendola è in fuga. Con uno scatto da grimpeur ha staccato i suoi diretti avversari, Bersani e Di Pietro. Non sappiamo se Vendola conosca il percorso. Nessuno effettivamente lo conosce. Potrebbe anche essere una salita di tre anni, che si conclude nel 2013. Una salita in cui il governo potrebbe arrivare distrutto, e il paese con lui. Oppure no. Potrebbe essere uno di quegli arrivi in salita che duran poco e si affrontano a tutta. E allora partire per primi può essere il fattore decisivo. Partire per tempo, può essere il fattore decisivo.
Lui, Vendola, ha sparigliato le carte del cosiddetto centro-sinistra – nella versione bersaniana, quella con il trattino – ovvero la Santa Alleanza anti Berlusconi che assembla, come pezzi di una automobile, PD IdV UDC e la costellazione post comunista (minoritaria, ghettizzata, ridotta a mera comparsa). Il piano di Bersani è saltato? Può darsi. Non ci sarà nessuna Santa Alleanza poiché a sinistra è arrivato lui, Vendola. Ha guardato i volti rattrappiti dei suoi e li ha lasciati lì dove erano.
Non si sono fatte attendere le reazioni:

Vendola è stato da poco rieletto Governatore della regione Puglia e per altro è più per demeriti della coalizione del Centrodestra che si è divisa che per meriti del Centrosinistra che ha guidato nei precedenti 5 anni visto che molti assessori della sua giunta poi sono finiti sotto l’attenzione della magistratura per aver fatto male il loro dovere […]Ritengo legittimo che Vendola possa candidarsi come tanti altri alla guida del Centrosinsitra ma solo dopo aver risolto i tanti problemi che affliggono la Puglia e mi riferisco all’economia a pezzi, ai giovani senza lavoro a cui evidentemente non può bastare la fabbriche immaginarie di Vendola ma ci vogliono quelle reali che a fine mese danno lo stipendio (Di Pietro: Vendola? Prima risolva i guai giudiziari dei suoi assessori – Affaritaliani.it).
Dichiarazioni che portano la firma di Antonio Di Pietro. Certo: Di Pietro ha pescato a man bassa nel bacino elettorale della sinistra, all’indomani della diaspora del 2008. Ergo, meglio scacciar via le streghe subito. Tutto il contrario di ciò che servirebbe, e cioè un confronto sulle cose concrete, cose che interessano alle persone qualunque. Invece si tergiversa nell’errore di sempre, che è poi dovuto alla sindrome della torre d’avorio o del ‘palazzo’: il politichese, il discutere del nulla su alleanze e convergenze e patti di desistenza e spartizioni di collegi elettorali. Tutto ciò non serve. Lo dice bene Ignazio Marino in una intervista a L’Espresso a firma di Giglioli. Il suo commento sul PD è una rasoiata che strappa i muscoli delle gambe di Bersani:
Il Pd ha il passo del bradipo. Ha presente quell’animale il cui movimento è tanto lento che dopo un po’ gli crescono le alghe sulla pelliccia? Ecco, così. Tranne quando ci sono delle poltrone da spartire: allora diventa un predatore rapace (Il Pd, bradipo e rapace: parla Ignazio Marino » Piovono rane – Blog – L’espresso).
Marino dice che al PD non serve il “papa straniero” (Vendola), ci sarebbero tanti “cardinali” meritevoli, come ad esempio Enrico Rossi, il governatore della Toscana che è riuscito nell’impresa del pareggio di bilancio nella sanità regionale. Però Vendola piace agli ex terzomozionisti. Così oggi Civati:
Il suo carisma è indiscutibile, il profilo culturale solido e netto, la preparazione obamiana abbastanza vistosa e largamente convincente […] Nichi parla al Sud, e in questo senso ha qualcosa di pasoliniano[…] Dice che chi fa politica, al Nord, può recuperare molto consenso, perché attualmente non ci sono alternative alla compagine di governo
Nichi è un antico dirigente, usa categorie d’altri tempi e non sempre immediate, ma forse proprio per questo – nell’epoca più paradossale che si possa immaginare – piace ai giovani, quelli veri, quelli che hanno vent’anni, per capirci (ciwati).
Poi una stilettata ai suoi:
Le reazioni di alcuni dirigenti del Pd fanno pensare che anche questa volta Vendola lo si sottovaluti o, forse, come già in occasione delle ultime Regionali, lo si voglia rendere invincibile
Dire, nell’ordine, che la sua è una candidatura minoritaria, che è il nuovo Bertinotti, che è un fenomeno regionale, che non piace ai cattolici (pur essendolo), che non convincerebbe i moderati, che c’è lo Statuto del Pd, che noi abbiamo Bersani e basta, è molto pericoloso e rappresenta, sotto il profilo politico ma anche elettorale, una climax di scemenze che, di solito, comporta una climax (discendente) dal punto di vista del consenso e del sostegno alla propria causa […] Ad un’unica condizione, però: che non si apra, fin d’ora, lo scontro frontale, che non ci si divida prima del tempo, e che si colga l’occasione per confrontarci sulle cose da fare, sull’impostazione generale da dare alla sfida alla destra, al nostro lavoro di opposizione, a quella indagine, sotto il profilo culturale, di cui tutti noi abbiamo grande bisogno (ciwati).
Concordo con Civati: la comunicazione di Vendola è perfetta. Ottiene subito l’effetto sperato: la visibilità. Come ha fatto oggi con l’aver accomunato in fatto di eroismo Carlo Giuliani, il ragazzo morto a Genova 2001, a Falcone e Borsellino. L’editoriale del Tg La7 di Mentana è stato fortemente critico: Falcone per primo disse che il paese “non ha bisogno di eroi”. Vendola paragona vicende diametralmente opposte. Ma in fondo attua la medesima tecnica comunicativa di Berlusconi: propone punti di vista forti, verso i quali chi ascolta deve per forza prendere posizione. A favore o contro, ma soprattutto a favore. Induce l’ascoltatore a scoprirsi di essere dalla parte di Nichi. A scoprire di pensarla come lui. Ecco a cosa servono le Fabbriche.

    Nichi e non più Nichi: futuristi e passatisti nella sinistra di oggi

    Leggo del congresso delle Fabbriche di Nichi: un grande happening in cui il governatore della Puglia lancia la sua OPA sul centrosinistra, impiegando l’arma nuova della comunicazione alla pari, del workshop, del meeting partecipativo. Lui, Nichi Vendola, rompe la stasi del centrosinistra con le parole del cambiamento. Qualcuno dubita che siano soltanto parole. A cominciare dal quotidiano Europa, dove ricordano che la similitudine voluta da Nichi, le Fabbriche come il Vulcano Islandese, che sospendono il normale divenire della politica italiana, sempre più virata verso il giudiziario, e obbligano tutti a un momento di riflessione, è una sorta di boomerang poiché i vulcani si spengono e soprattutto riposano per anni, se non per secoli.

    Vendola piace. La sua parola è libera e sembra nuova. Che abisso con il segretario di PRC, Paolo Ferrero. Ferrero pare una copia di un funzionario di partito degli anni ’50. Starebbe bene al fianco di Togliatti, vincolato com’è a un mondo di dualismi, di retorica anticapitalista, di falce e martello e di grano nel pugno. Roba da neorealismo sovietico. Vendola no. Vendola parla come un Nick Clegg italiano. E’ fin imbarazzante perché dice le stesse cose che pensiamo tutti, sul PD, sull’opposizione che non ha spina dorsale, né idee, né identità. Dice che la sinistra non può vivere sulla sola contrapposizione al berlusconismo, poiché altrimenti demanda la sua medesima esistenza all’esistenza dell’altro a cui si oppone. No, ci vuole altro. bisogna andare oltre (lo si diceva già prima, a chiare lettere, sul blog di Civati).

    Poi capita di scorgere una pagina web de Il Manifesto e trovi l’intervista a Luca Casarini (ex disobbediente del Nord Est, così è descritto), ad Andrea “Tarzan” Alzetta di Action (unico consigliere comunale di sinistra eletto a Roma) e a Francesco Raparelli del collettivo Esc.

    Sebbene di Alzetta si possano condividere la denuncia della condizione di una intera generazione di lavoratori senza welfare e la descrizione dell’evento come di un interessante tentivo di collegamento fra “piazza e web”, poi leggendo Casarin si inizia ad avere un senso di non so ché, un senso di vecchio, di indescrivibilmente vecchio:

    La ripresa del conflitto sociale è necessaria. Non si può fare politica senza un’idea del conflitto e dello scontro col vecchio che apra al nuovo. Ci hanno detto che eravamo fissati con le “zone rosse” ma come dimostra la vicenda dei terremotati dell’Aquila c’è sempre una zona rossa da attraversare per costruire una democrazia sociale vera. La cooperazione di cui qui si parla è un pensiero debole o è già in potenza una società diversa? Se mi dicono che ti lasciano cambiare le cose non ci credo. E non basta un grande narratore (Il Manifesto).

    Ecco, io questa idea del conflitto proprio non la capisco. Proprio non mi riesce di immaginare una società che procede verso il nuovo attraverso il conflitto. Credo che ci vogliano idee, e coraggio. Mandela, giusto per fare un esempio – e qui mi fermo – non ha avuto bisogno di rispondere al conflitto con il conflitto: è riuscito a cambiare un paese – sebbene la transizione non si possa dire compiuta – attraverso il suo corpo, attraverso il suo dolore – e non quello degli altri – attraverso la sofferenza e la prigionia. Non mettendosi a capo di un popolo, ma lasciando che il popolo lo scegliesse come capo. Ebbene, se la nuova epoca deve promanare dal conflitto, allora sarò una nuova epoca di conflitto. Qui, in questo paese, c’è bisogno di buoni esempi. Di uomini coraggiosi. Che abbiano il carisma ma non la brama di potenza. Qualcuno che, attraverso la parola, evochi un futuro migliore.

    Qui c’è bisogno di immaginazione.

    Appunti per un nuovo partito: frazionismo e e-democrazy.

     

    Nichi Vendola, all’indomani del suo successo alle Regionali in Puglia, ha così esordito: i partiti non servono più, i partiti sono morti. Lui, che ha improntato tutta la campagna elettorale sul web, con le ‘Fabbriche di Nichi’, sorta di circoli online, di gazebi virtuali, il partito ce l’ha – Sinistra Ecologia e Libertà, il nome della ex sinistra DS, la ex corrente Mussi-Salvi-Fava fuoriuscita al momento della fondazione del PD – ma è ridotto ai minimi termini da due anni almeno. Gli ‘appunti per un partito nuovo’ di Civati potrebbero cominciare da qui: il ruolo del web, questo sconosciuto. Mentre gli altri, quelli del Gruppo Dirigente, imprecano contro i grillini, rei di aver sottratto voti in Piemonte e in Emilia-Romagna, qualcuno si dia da fare per prenderli questi appunti. Poiché proprio del web si deve parlare e ragionare, per poter comprendere Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle, Nichi Vendola e le sue Fabbriche non di operai.

    Naturalmente, ora che il successo elettorale è arrivato, le critiche contro Grillo e il blog, i MeetUp e il Movimento si sprecano. Qui abbiamo discusso delle difficoltà ad applicarla, questa benedetta ‘democrazia dal basso’, soprattutto quando l’ideatore del Movimento ha la pretesa di sapere chi si deve candidare e chi no (vedi caso Favia e Fico). Soltanto la scorsa settimana abbiamo assistito alla demolizione di Mr. ambizione, De Magistris, reo di aver proposto una alleanza a sinistra di Sinistra e Libertà, Mov 5 Stelle, Popolo Viola e IDV. Immediata la risposta di Grillo: “i passi se li faccia da solo”. Grillo ha rincarato la dose, supponendo che l’europarlamentare, eletto con il contributo del blog, non stia facendo il proprio dovere ma si perda in intrallazzi coi partiti. Ha attaccato anche il Popolo Viola. A stretto giro di post, ecco la sforbiciata di Giglioli: “il vecchio vizio del frazionismo è felicemente tracimato nei portatori del nuovo […] come i gruppetti della sinistra extraparlamentare negli anni settanta, che facevano cinque cortei diversi nella stessa città e con gli stessi slogan, ognuno di trecento persone, e ciascun gruppo espelleva gli altri quattro dal “movimento” (Abbiamo l’esclusiva » Piovono rane – Blog – L’espresso). Così disse Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura”. Il frazionismo, a sinistra, pare non morire mai. E pure l’antipartitismo: l’altra colpa di De Magistris sarebbe l’aver preso la tessera di IDV, partito alleato del PD. L’aver preso una tessera di partito sembra averlo trasfromato in un appestato. I leghisti cominciarono così, col prendersela con i partiti: ed hanno fatto un partito che vent’anni dopo è maggioritario nel Veneto e governa in buona parte del Nord. Ne parlavo qui: il sistema, in una situazione di blocco della circolazione delle elité, reagisce cercando di trasferire quei soggetti deputati alla ricezione delle domande della società, i partiti, costituendo partiti alternativi, inizialmente sotto la falsa etichetta di non-partiti. La nascita del Movimento 5 Stelle è una reazione sistemica allo stato di crisi.

    Altri (Lo strano triangolo Palin-Poujade-Grillo – Europa) hanno provato accostamenti singolari del Mov 5 Stelle ai pojuadisti francesi degli anni ’50 o al Tea-Party di Sarah Palin negli USA. Addirittura al movimento dei Qualunquisti, lo storico ‘Fronte dell’Uomo Qualunque’, piccolo partito meteora di inizio anni ’50 in Italia, braccio politico della rivista ‘L’uomo Qualunque’, diretta da Guglielmo Giannini. I Qualunquisti concepivano “uno Stato non di natura politica, ma semplicemente amministrativa, senza alcuna base ideologica. Uno stato tecnico che funga da organizzatore di una folla e non di una nazione” (Wikipedia). L’esatto opposto di Grillo e dei suoi, dove lo Stato ha invece un ruolo forte e deve anticipare la nuova futura rivoluzione, che parte dal web ed è dovuta al cambio di paradigma energetico e di sviluppo.

    Grillo e il suo successo sul web sono stati visti con sospetto: Grillo avrebbe alle spalle un guru che risponde al nome di Gianroberto Casaleggio della Casaleggio Associati, la quale ha fra i suoi soci tale Enrico Sassoon, un manager occulto che a sua volta risponderebbe alla Aspen Institute, eccetera, eccetera. Insomma, un intruglio para-complottistico che porta dritti al Gruppo Bilderberg e al Club di Roma, cupole della massoneria mondiale. Un vero guazzabuglio. Per chi ha tempo da perdere e vuol provare a capire l’intreccio di relazioni che da Grillo porta al Club di Roma, prego, questa è la playlist che riassume i tre video presenti su Youtube e che testimoniano la presenza della ‘mente grigia’ che ha ideato e prodotto il blog di Grillo, i video degli spettacoli, i libri, i MeetUp, finanche il Mov 5 Stelle (se ne parla con una tesi alquanto discutibile anche qui: Inchiesta sulla Casaleggio Associati | Aurora).

    Sono argomentazioni non nuove, usate spesso per instillare dubbi sull’operato di Grillo e sulla sua buona fede. Addirittura si mette in relazione la Casaleggio Associati con il The Bivings Group, società americana che espressamente pratica la cosiddetta ‘good influence’, una sorta di ‘opinion making’ via web con lo scopo di orientare le opinioni degli internauti secondo gli interessi dei clienti di Bivings. Pare di capire che non si tratti proprio di stinchi di santo. Gli opinion leaders sono ampiamente utilizzati in televisione. La tv ne è piena. Ogni opinionista è ‘opinion maker’, ovvero con la propria opinione orienta gli ascoltatori verso la direzione voluta dall’editore. Negli anni ’70 li chiamavano problem solvers (H. Arendt, La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers., in Politica e Menzogna, SugarCo, Milano, 1985, pp. 92 e segg.). Il ‘problema’ che questi problem solvers erano chiamati dai governi a risolvere era la verità. Risolvevano la verità rendendola accettabile alla pubblica opinione. La risoluzione della verità equivarrebbe alla sua liquidazione. Eppure essi non si occupavano di verità, né della realtà che li circonda. Il risultato della loro imponente opera di costruzione farebbe parte di quel grande filone creativo che fa capo all’image making (ne parlo qui). Ora, nell’era del web 2.0, si parla di ‘influencer’, di influenzatori. Non ci sono più verità da far accettare, ma opinioni da far attecchire. Cambia la sostanza, ma non la forma.

    A prescindere dalla reale o presunta connessione di Grillo con questa famosa cricca massonica, quel che ci interessa, ai fini della nostra analisi, ovvero degli ‘appunti per un partito nuovo’, sono le parole che la Casaleggio Associati impiega per descrivere la propria mission e che hanno a che fare con il concetto di Relazione Digitale:

    Identificare una strategia di web marketing significa studiare il target di riferimento, il messaggio da veicolare e i canali da utilizzare. Questo permette di identificare gli obiettivi tattici da raggiungere con l’impiego integrato delle tecniche di webmarketing (motori di ricerca, linkpopularity, campagne banner, sponsorizzazioni di aree tematiche, direct emailing, news online). Casaleggio Associati assiste le aziende nella creazione della struttura per gestire campagne di web marketing di lungo termine, identificando le metriche da monitorare e le leve da utilizzare per raggiungere i diversi obiettivi (CASALEGGIO ASSOCIATI – Strategie di Rete | Archivio per Categoria).

    Guardate, in queste poche righe è scritto ciò che serve per capire il futuro: target di riferimento, messaggio, canali da utilizzare, obiettivi da raggiungere. Quattro elementi che il partito nuovo (sia esso il Partito Democratico spogliato di tutti i suoi retaggi, o di una nuova fomazione che debba sorgere a sinistra del PD, per costituire la quarta gamba del tavolo) deve avere. Non è possibile emergere dal frazionismo della sinistra senza capire questo. Loro, i grillini, lo hanno capito. La Lega Nord non ne ha bisogno, essendo essa un archeo-partito che muove lungo la linea della tradizione, della fiducia viso a viso, del territorio reale, della comunicazione prodonda, identitaria, simbolica che essa evoca ogni volta ai propri raduni. Ecco perché la Lega latita sulla tv e non esiste sul web. Si può allora superare la Lega allacciando un rapporto comunicativo che la scavalca. Non la televisione, ma il terreno del virtuale. Sappiamo che vi sono insidie. Che il campo del web-marketing è roba che si presta ai fini occulti sopra esposti. D’altronde la rete è sempre stata in oscillazione fra anarchismo e controllo totale. Ed è questa oscillazione perpetua che la fa vivere. Imparare ad usarla per fare e-democracy sarebbe un buon principio per il ‘partito nuovo’.