Il PdL ridotto a partito di nostalgici

Genova: 8.83%; Verona 5.43%; Parma: 4.79%. Ed erano città che vedevano il Popolo della Libertà sempre sopra il 25-30%. Come commentano i superstiti del PdL? Così Franco Frattini:

Signore e signori, Mara Carfagna:

Prosegue dal blog: Il partito ha resistito ad una prova difficilissima, nella quale si è gettato senza alleati, provato dal sostegno ad un governo che, finora, si è connotato per un pesante aggravio della pressione fiscale. Il Pdl non ha nulla da rimproverarsi: ha affrontato questa sfida esprimendo candidati competitivi, coraggiosi, e pagando lo scoramento dei suoi elettori delusi dalle dimissioni del governo Berlusconi. L’arretramento generale di tutti i partiti che compongono la maggioranza di Mario Monti, il balzo in avanti degli “outsider”, dimostrano che è necessario sterzare le politiche pubbliche sulla crescita, abbandonare il rigorismo, bocciato nelle urne anche in Francia e in Grecia.

Nei mesi che ci separano alla scadenza naturale della legislatura chiederemo al governo di invertire la tendenza e di ascoltare i nostri elettori più di quanto abbia fatto finora: dal canto nostro, come partito, ci impegneremo per approvare la riforma dell’architettura dello Stato, cambiare la legge elettorale restituendo il diritto di scegliere i parlamentari ai cittadini, ridurre e rendere trasparente il finanziamento ai partiti (www.maracarfagna.net).

A botta calda subito si fece sentire l’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa:

Esattamente l’opposto di quanto scritto e pensato dalla Carfagna. Che dire, le analisi sul voto sono il loro forte. Hanno sempre il polso della realtà.

In serata si è fatto vivo Angelino Alfano, il segretario della Storica Sconfitta (che forse sancisce definitivamente il tramonto della Seconda Repubblica e l’inizio della Terza, scandita come fu la seconda dal crollo dello status quo del sistema politico):

Immediate le conseguenze sul governo:

Alcuni commentano lasciando intendere che Alfano non abbia alcun futuro come segretario:

E attenti perché il popolo del web azzurro è in rivolta e per Alfano non c’è scampo:

Eppure se chiedete agli ex notabili berlusconiani, essi vi risponderanno:

Ma nessuno di Voi si è accorto che quelle percentuali sono percentuali da partito di nostalgici? E’ un dato: è stata voltata pagina con un secondo schiaffo (il primo fu la Primavera milanese). Dice il saggio: porgete l’altra guancia, ovvero il 2013 si avvicina.

 

PdL, il pesce puzza dalla testa

Come si suol dire, il pesce puzza dalla testa. E il PdL puzza tutto intero. Di cadavere. Un tanfo talmente maleodorante che sta facendo mobilitare anche i topi di fogna più rintanati della Camera dei Deputati, gente che non ha mai nemmeno alzato il ditino, gente che di nome fa Ceroni Remigio, volontari della leggina ad personam.

Questo affacendarsi per lustrare il nome del capo, questo immolarsi innanzi all’altare della Verità Unica dei folgorati sulla via di Arcore, nasconde il fragore di una guerra intestina, un Vietnam di palazzo. Tutti cercano di riposizionarsi. Non ci sarà un domani, altrimenti. Non per loro. Lo scenario muta di giorno in giorno e si rischia di trovarsi al di qua del fronte, sottoposti ai cannoneggiamenti, ai colpi di mortaio, alle bombe a grappolo. Tocca a Lassini, quello dei manifesti del Vie le BR dalle Procure, morire per la causa. Ma la Moratti ha rischiato di finire sotto il fuoco amico. Lui, da Palazzo Grazioli, non ha affatto gradito il tono impiegato dalla ‘sciura’ nello scaricare Lassini. In fondo, di chi è il nome del primo candidato in lista a Milano? Si legge Berlusconi, non Moratti.

Ecco, ci sono almeno tre fazioni, tre tribù – alla maniera libica: quella dei verdiniani, costituita da un manipolo di mercenari; quella degli scajolani, un gruppetto di ‘contra’ ingaggiati dall’ex ministro per la vendetta tremenda vendetta (ricordate la questione della casa? e se fosse stata un’imboscata dei verdiniani? e se fosse il casus belli di questa guerra di bande?); infine gli ex-An, depravati, ridotti a umile servitù, corrotti da vino, droghe e donne, una pattuglia molliccia e neanche tanto coesa che fa capo a quello sclerato di La Russa.

Poi capita che un tiro scappa anche a Tremonti. Un tiro maldestro, forse. Un danno collaterale. Ma la matrice è chiara. La pistola fumante è in mano nota. Tanto più che si è scelto il palcoscenico de Il Giornale per questa messinscena. Stasera Tremonti è stato due ore di fila a Palazzo Grazioli. Chissà se ha minacciato le dimissioni. Chissà se qualche leghista ha inviato messaggi terroristici. Se si attacca Tremonti, la Lega affonda il governo. E per i berluscones, intenti a menarsi fra di loro, scatterebbe l’ora della fine. Senza esser riusciti minimamente a ottenere una carica, un titolino, una onorificenza. Tanto per passare alla storia.

Trattato Italia-Libia, cosa dice il diritto internazionale

Il Trattato di Bengasi lega il nostro paese mani e piedi ai destini di Tripoli. La norma contenuta nel Trattato secondo cui è fatto divieto all’Italia di utilizzare “qualsiasi forza militare o di provare direttamente o indirettamente di interferire con il governo libico” e che soprattutto “vieta all’Italia di permettere l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro la Libia”, pregiudicherebbe la partecipazione dei nostri militari a forme di peace keeping in Libia, questa volta sì a scopo umanitario. Non è un caso che il governo italiano, sentendo odor di sconfitta in casa Gheddafi, abbia in tutta fretta mutato orientamento: sarebbero andati di mezzo i rapporti con i paesi della Ue e con gli USA di Obama. Siamo bravi a riallinearci: in Libia abbiamo moltissimi interessi, in primis il petrolio, e una missione Onu senza la nostra partecipazione significa cedere alla British Petroleum i pozzi di Gheddafi. Un bello smacco per l’ENI. Ecco allora che in questo quadro si inseriscono perfettamenete i discorsi di La Russa e Frattini:

Di fatto il trattato Italia-Libia non c’è già più, è inoperante, è sospeso. Per esempio gli uomini della Guardia di Finanza, che erano sulle motovedette per fare da controllo a quello che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata. Consideriamo probabile che siano moltissimi gli extracomunitari che possano via Libia arrivare in Italia, molto più di quanto avveniva prima del trattato» – La Russa (Corriere.it)

Noi abbiamo sottoscritto il trattato di amicizia con uno Stato quando viene meno l’interlocutore, in questo caso lo Stato, viene meno l’applicabilità di quel trattato, questo lo dice in modo chiaro il diritto internazionale». «È evidente -aggiunge Frattini- che già ora noi non abbiamo più un interlocutore, non abbiamo strumenti con cui riferirci, non ci sono ministeri a cui oppossiamo fare riferimento, quindi la sospensione è comunque de facto, anche senza dichiararla, è già una realtà – Frattini (Positanonews).

Ma secondo il diritto internazionale è possibile sospendere unilateralmente un trattato bilaterale? I trattati internazionali sottostanno ad una serie di norme consuetudinarie costituite dai principi generali del diritto che ne disciplinano il procedimento di formazione nonché i requisiti di validità ed efficacia. Tale complesso di regole forma il c.d. DIRITTO DEI TRATTATI. Ad esso è dedicata una delle grandi convenzioni di codificazione promosse dalle Nazioni Unite ed elaborate dalla Commissione di diritto internazionale: la Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei trattati, in vigore dal 27. 01. 1980 e ratificata anche dall’Italia con L. 12.02.1974 n. 112. Ebbene, in fatto di estinzione e invalidità dei trattati si fa riferimento a più generali norme consuetudinarie mutuate dal diritto interno: pertanto i trattati fra Stati sono da intendersi come veri e propri negozi giuridici aventi cause di nullità e di estinzione. Ecco l’elenco:

CAUSE DI NULLITA’:

  • Violazione delle disposizioni di diritto interno sulla competenza a concludere il trattato
  • Errore
  • Dolo
  • Corruzione del rappresentante di uno Stato
  • Violenza esercitata sul rappresentante di uno Stato
  • Violenza esercitata sullo Stato con le minacce o l’uso della forza
  • Contrasto con una norma imperativa del diritto internazionale generale.

CAUSE DI ESTINZIONE:

  • Condizione risolutiva
  • Termine finale
  • Denuncia o Recesso
  • L’inadempimento della controparte
  • La sopravvenuta impossibilità dell’esecuzione
  • L’abrogazione totale o parziale

Nella fattispecie del caso del Trattato di Bengasi, può valere la condizione di “inadempimento della controparte” o “la sopravvenuta impossibilità dell’esecuzione” di quanto previsto dagli accordi. Di fatto, lo stato libico è imploso e non può più garantire il pattugliamento delle coste volto a impedire gli sbarchi di clandestini in Italia. Ergo, il trattato è – addirittura – estinto. Non è però sufficiente affermare a mezzo stampa che il trattato è sospeso. La Convenzione di Vienna richiede un atto formale, una notifica scritta (artt. 65-68), anche se su questo aspetto non c’è uniformità di giudizio fra i giuristi poiché manca l’autorità terza verso cui far valere il proprio diritto a veder estinto il trattato, qualora ne ricorrano le condizioni.

Procedura prevista dalla Convenzione di Vienna per far valere l’invalidità e l’estinzione (artt. 65-68)

  • Notifica scritta della pretesa dello Stato agli altri paesi contraenti (65 -67) […]
  • Se, trascorso un periodo non inferiore a tre mesi salvi i casi di urgenza, non vengono presentate obiezioni, lo Stato può definitivamente dichiarare che il Trattato è invalido o estinto, con atto comunicato alle altre parti, sottoscritto dal Capo dello Stato, o dal Capo del Governo, o dal Ministro degli Esteri, o comunque da una persona munita di pieni poteri in tal senso […]
  • se invece vengono presentate obiezioni, si cerca una soluzione della controversia con mezzi pacifici. La soluzione deve pervenire entro 12 mesi
  • se passano i 12 mesi inutilmente, si mette in moto una procedura conciliativa che fa capo ad una Commissione formata nell’ambito delle Nazioni Unite che sfocia in una decisione non obbligatoria, ma esortativa.
  • Se il rapporto che si pronuncia sull’invalidità o l’estinzione viene respinto, la pretesa all’invalidità o estinzione resta paralizzata in perpetuo

Convenzione di Vienna 1969

E’ evidente che il governo debba compiere degli atti concreti per sospendere – estinguere il trattato della vergogna. Non bastano le dichiarazioni di buona volontà. serve l’ufficilità di una notifica ai sensi del cogente diritto internazionale. Ma nella Libia libera potrebbe non esserci più spazio per le nostre industrie: abbiamo ancora una volta scelto la parte sbagliata.

Veid anche:

http://www.ilpost.it/2011/02/27/cosa-dice-il-trattato-tra-italia-e-libia/

Aggiornamento del 01/03/2011

aggiungo queste ulteriori righe dopo aver ascoltato il Ministro degli Esteri Frattini affermare alla tv che la sospensione del Trattato di Bengasi è possibile, ai sensi del diritto internazionale, a differenza dell’estinzione, con il consenso delle parti, lasciando intendere che, venuta a mancare l’altra parte, l’Italia non può muoversi in alcuna direzione non avendo un interlocutore affidabile a cui riferirsi. Frattini probabilmente intendeva citare l’art. 57 laddove al punto b. si esplicita una delle cause di sospensione di un accordo: la volontà delle parti:

Articolo 57 – Sospensione dell’applicazione di un trattato in virtù delle sue disposizioni o per consenso delle parti

L’applicazione di un trattato nei confronti di tutte le parti o di una parte determinata può essere sospesa: a. in conformità alle disposizioni del trattato; oppure b. in ogni mornento, per consenso di tutte le parti, previa consultazione degli altri Stati contraenti (Convenzione di Vienna, cit.).

La domanda è: ma perché sospendere il trattato se è possibile dichirarlo estinto ai sensi della suddetta Convenzione di Vienna, pur seguendo il tortuoso passaggio della denuncia? Tripoli non è più in grado di soddisfare l’acordo, pertanto l’accordo deve essere dichiarato estinto. Quale preoccupazione affligge il Ministro?

Afghanistan, missione di pace con tangente.

Per il nostro ministro della Difesa, Ignazio La Russa, l’intervento militare italiano in Afghanistan è una peace enforcing, un’imposizione della pace. Gli italiani impongono la pace non col fucile bensì con la mazzetta. Non è mica un atto di guerra. Quindi l’articolo undici della Costituzione è rispettato. Basta usare l’ingegno. D’altronde, i carabinieri del Ros hanno trattato con la mafia, perché non possiamo metterci d’accordo con i Talebani? E lo stesso facciamo bella figura all’estero, con gli alleati e persino alla NATO. Non spariamo mai. O quasi. Quella volta fu un errore, quando dei nostri militari spararono a una Toyota in marcia verso di loro, uccidendo una bambina di dodici anni, la quale restò decapitata dalla raffica di colpi. Era il tre maggio scorso. Da allora il patto della tangente non valse più. Si susseguirono gli attacchi non più solo di facciata. Ne morirono sei di soldati, a metà settembre. E’ stato pagato il danno per l’uccisione di quella bambina.
Gli USA fanno sapere oggi per via informale al Times che la questione pagamenti era già stata sollevata a Roma l’anno scorso. Non è dato a sapere quale sia stata la reazione della diplomazia italiana. Il fatto comunque ha sollevato molti dubbi sulla fedeltà dell’alleato italiano e creato un clima di tensione con Inghilterra e Francia: gli inglesi sono scocciati poiché si sentono i soli degli alleati europei a pagare lo scotto dei combattimenti in corso contro la resistenza talebana.
La notizia di oggi è che le forze talebane sono state oggetto di una forte rappresaglia dell’esercito pachistano, nella regione dello Waziristan, che sta inducendo migliaia di persone a spostarsi verso ovest, verso le regioni interne dell’Afghanistan, forse avvicinandole alle zone del conflitto con le truppe anglo-americane e creando i presupposti per una emergenza umanitaria. Non è dato a sapere se l’azione militare pachistana sia stata concordata con gli USA. Di fatto questo scenario pone ancora una volta il dubbio su come uscire dal pantano afgano. Joe Biden, vicepresidente USA, ha rivelato recentemente la possibilità di un accordo con il Mullah Omar: insomma, la exit strategy passa per una ammissione di errore. Mullah Omar è il leader dei Taliban e essi sono legittimamente al potere. Via d’uscita: restituirgli il paese in cambio delle ultime cellule quaediste presenti in Afghanistan.

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    • The US Government acknowledged for the first time yesterday that payment of protection money to the Taleban by Italian forces in Afghanistan was discussed by American officials and their Italian counterparts last year

    • The official would neither confirm nor deny that the representation to Silvio Berlusconi’s Government was in the form of a démarche or diplomatic protest, but Nato officials have told The Times that such a complaint was made by the US in Rome last year

    • The payment of Italian protection money was revealed after the deaths of ten French soldiers in August 2008 at the hands of a large Taleban force in Sarobi, east of Kabul

    • French forces had taken over the district from Italian troops, but were unaware of the secret Italian payments to local commanders to stop attacks on their forces, and misjudged threat levels

    • a Taleban commander and two senior Afghan officials also said that Italian forces had struck deals to prevent attacks on their troops

    • A businessman with close ties to the French Government told him that the Italians had been paying the Taleban

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    • In un circostanziato articolo il Times accusa i militari italiani di stanza a Surobi fino a luglio 2008 di aver pagato tangenti ai Talebani per non essere attaccati. Il ministro La Russa ha smentito sdegnosamente e querelato il Times. Ma ha aggiunto prudentemente: “Nell’estate 2008 ero ministro da poco”

    • Non è la prima volta che gli italiani si comportano così. In Libano, nel 1982, il generale Angioni si mise d’accordo con quelli che avrebbe dovuto combattere. In Iraq, dopo Nassirya, ci siamo accordati con Moqtada al Sadr e non abbiamo più avuto problemi

    • In Afghanistan la novità è la tangente pagata direttamente al nemico. Un accordo c’era anche a Herat.

    • Saltò quando, il 3 maggio 2009, un convoglio di militari italiani, con i nervi a fior di pelle, sparò a una Toyota che procedeva in senso inverso, regolarmente sulla propria corsia, uccise, decapitandola, una bambina di 12 anni e ferì tre suoi congiunti. Era una famigliola che andava a un matrimonio.

    • Da allora gli attacchi agli italiani cessarono di essere “dimostrativi” (tanto per non insospettire troppo gli americani) e, dopo il ferimento di tre paracadutisti, a settembre ci fu l’agguato mortale a Kabul. Noi siamo alleati fedeli (come i cani) ma sleali.

    • Gli inglesi che sono quasi gli unici a combattere sul serio, e che hanno perso solo nei mesi estivi quasi 40 uomini, si sono stufati e hanno fatto filtrare le notizie al Times.

    • Scriveva il 19/9 l’inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi: “Milioni arrivano ai talebani dalle tangenti versate dai contingenti occidentali in cambio di protezione”

    • Ce n’è quanto basta per farsi un’idea di chi controlla realmente il territorio in quel Paese.

    • vicepresidente Usa Joe Biden che ha capito una cosa: i Talebani non hanno niente a che vedere col terrorismo internazionale, gli interessa solo il loro Paese e non costituiscono un pericolo per l’Occidente

    • ha fatto anche capire che sarebbe possibile un accordo col Mullah Omar, disponibile a liberarsi del centinaio di quaedisti che oggi sono in Afghanistan, memore di quanto gli costò, nel 2001, la presenza di Bin Laden.

    • Omar non è né un terrorista, né un criminale, né un pazzo, è un uomo pragmatico che firmerebbe all’istante un accordo di questo tipo: fuori gli stranieri, in cambio solide garanzie che a nessun terrorista internazionale sia permesso di circolare liberamente in Afghanistan.

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