Lodo Alfano anche per i fatti antecedenti la assunzione in carica: le insensate ragioni dei senatori PdL

Il Lodo Alfano versione legge costituzionale ha incassato il parere della IIa Commissione Giustizia al Senato. Lo saprete, il provvedimento riprende il contenuto delle disposizioni di cui ai Lodi Schifani e Alfano (leggi 20 giugno 2003, n. 140 e 23 luglio 2008, n. 124) che furono abrogate da due sentenze della Corte costituzionale, ed è appunto diretto a disciplinare la materia superando quelle censure operando in due modi:

  1. garantendo la omogeneità delle funzioni protette – in questo senso va la previsione della sospensione del procedimento nei confronti dei Ministri e non del solo Presidente del Consiglio e l’esclusione dei Presidenti delle Camere  e del Presidente della Corte costituzionale previsti nelle altre due legge;
  2. prevedendo una procedura non automatica per la sospensione, che  è stabilita per il Presidente della Repubblica dal Parlamento in seduta comune  e per la Camera di appartenenza per il  Presidente del Consiglio dei Ministri e per i Ministri – ovvero dal Senato per i Ministri non parlamentari – con un voto che deve essere espresso entro novanta giorni dalla trasmissione degli atti del procedimento.

Ma, fa rilevare il presidente della commissione, Berselli (PdL), nonché relatore del medesimo parere:

Lodo Alfano Costituzionale Mai

Levata di scudi, ieri, contro il Lodo Alfano in versione legge costituzionale. Sdegnate le opposizioni, IdV in testa, ma pure il PD. I finiani dicono che il Lodo Alfano costituzionale non è una priorità. Tutto nasce dalle dichiarazioni di Bossi, secondo il quale “al premier Berlusconi qualcosa va concesso” – tanto per non far capire che si tratta di legge ad personam. Pare che l’intenzione sia quella di portare il provvedimento in aula già dopo l’approvazione della manovra, ovvero a fine Luglio. Lo dice Federco Bricolo, capogruppo al Senato per la stessa Lega Nord. Sembra che la Lega abbia molto a cuore le sorti di questo provvedimento. Di certo non si sono sprecati molto in autocritica sulla nomina di Brancher, allora perché mai perder tempo a riflettere su questo disegno di legge.

Il Lodo Alfano nuova versione si ‘pregia’ di essere fondato sull’interesse al sereno svolgimento delle funzioni, al fine di attuare il “principio della continuità e regolarità delle più alte cariche pubbliche” (Legislatura 16° – Atto n. 2180) in armonia con il principio di eguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione. In sostanza, il nuovo provvedimento vorrebbe superare tutte le obiezioni della Corte Costituzionale – contenuti nelle sentenze 24/2004 e 262/2009 – ai precedenti tentativi operati con il Lodo Schifani prima e con il Lodo Alfano poi, entrambi naufragati sullo scoglio dell’eguaglianza. Il ‘regime differenziato’ potrebbe essere accolto nel nostro ordinamento “a patto che risultino concretamente tutelati anche gli altri valori costituzionali” (ibidem). Così il legislatore.

Chi sono i fortunati legibus soluti? I soliti: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, che “durante lo svolgimento della carica o delle funzioni, non possono essere sottoposti a processo penale qualora il Parlamento decida in tal senso. La norma “opera esclusivamente con riguardo ai reati extrafunzionali, posto che, per i reati commessi nell’esercizio delle funzioni, gli articoli 90 e 96 della Costituzione già prevedono speciali regole giurisdizionali per le alte cariche dello Stato” (ibidem).

Il concetto di base che sorregge tutto l’impianto argomentativo del legislatore è concentrato nella “esigenza di assicurare la continuità nello svolgimento del munus facente capo a tali alte cariche dello Stato”, esigenza che sussisterebbe anche in relazione al processo ordinario. Va da sé che il legislatore qui non opera alcuna distinzione fra la funzione e la persona che la svolge, anzi, compie una vera e propria fusione tale per cui la persona è la funzione e tolta essa, la funzione è compromessa. Ciò è concepibile in un sistema democratico dove le Alte Cariche dello Stato qui indicate non sono cariche elettive, tranne una, quella del presidente della Repubblica? Presidente del Consiglio e Ministri sono nominati. La costituzione prevede le forme per il loro avvicendamento. Non c’è ragione per cui la funzione del Presidente del Consiglio non possa svolgersi, se non dopo il naturale avvicendamento della persone che la interpretano. La carica resta, la persona no. Se la persona che svolge tale funzione è sottoposta a processo, essa dovrebbe semplicemente farsi da parte. Uno scudo è sì necessario: non per la persona, bensì per la funzione. Nell’interesse collettivo, affinché una persona possa essere nominata presidente del consiglio non dovrebbe avere né indagini né processi pendenti sul proprio capo.Tutto questo è già stato detto ai tempi della seconda sentenza della Consulta, lo scorso Ottobre. Cosa è cambiato da allora? Nulla. Si cerca di riproporre lo stesso cannovaccio di allora, arricchito di una formula un po’ barocca che assegna l’onere della decisione non più a un meccanismo anodino ma al Parlamento, che naturalmente voterà secondo l’indicazione dell’interessato.

Il voto parlamentare sospenderebbe così il processo in corso, ma non l’attività giudiziaria:

  1. il giudice, se ne ricorrono i presupposti, può acquisire, nel processo sospeso, le prove non rinviabili. Si tratta di una «valvola di sicurezza», che, escludendo la paralisi assoluta delle attività processuali, salvaguarda il diritto alla prova e impedisce che la sospensione operi in modo generale e indifferenziato sul processo in corso;
  2. è sospeso anche il corso della prescrizione dei reati in esso contestati. Secondo il principio generale previsto dall’articolo 159 del codice penale, la prescrizione riprenderà il suo corso dal giorno in cui cessa la causa della sospensione (ibidem).

E la parte civile? Vedrebbe compromesso il suo interesse soggettivo? Il legislatore, in questo caso, non ha lasciato cadere il suggerimento della Consulta: “il comma 5 prevede la possibilità, per la parte civile, di trasferire l’azione in sede civile, in deroga all’articolo 75, comma 3 del codice di procedura penale”. Una deroga che è in linea con i principi espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 24/2004 ( Lodo Schifani), mentre la parte civile verrebbe ulteriormente tutelata trattando la causa “con priorità, attraverso la riduzione del termine a comparire” (ibidem).

Mera consolazione: l’iter legislativo è quello definito dall’art. 138 della costituzione. L’atto, affinché divenga legge costituzionale, deve essere approvato “con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e […] a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione” (Cost. art. 138, c. 1 ), a cui segue il referendum consultativo. Servono, come ben saprete, i 2/3 dei componenti per evitare la consultazione degli elettori. Una maggioranza qualificata che questo parlamento non sarà comunque in grado di esprimere (thanks, God). Ergo, Lodo Alfano Costituzionale Mai.