Riforma Senato | Mineo: “referendum Segni mai più possibile”

Oggi Corradino Mineo è intervenuto al Senato. Nel suo discorso, di critica alla riforma del Senato proposta dal governo con il DdL costituzionale Boschi, è presente un cenno alla questione del cosiddetto referendum manipolativo che un emendamento, approvato dalla 1a Commissione Affari Costituzionali al Senato, renderebbe non più ammissibile. Come scrivevo l’altro giorno, se da un lato già la Consulta ha da alcuni anni adottato l’orientamento di escludere quei quesiti che intervenissero in maniera manipolativa, su singole parole o porzioni di frasi, specie in quei casi in cui l’abrogazione rendesse la norma irrazionale o incompleta, dall’altro i referendum in materia elettorale non possono che essere parziali e manipolativi, dato che la legge elettorale è una legge costituzionalmente necessaria alla corretta formazione degli organi dello Stato.

Così Mineo, stamane, in aula al Senato:

spero si rifletta sulle norme che riguardano i referendum, che al di là delle intenzioni sicuramente buone – conosco e stimo la senatrice Finocchiaro – hanno un sapore amaro. Non sarebbe oggi possibile il referendum Segni da cui è nata – bello o brutta che sia – la Seconda Repubblica, perché quel referendum era manipolativo. L’innalzamento delle firme sembra voler punire un istituto di democrazia diretta, mentre si torna non alla democrazia delegata com’era in Costituzione, ma ad una democrazia delegata in cui i partiti hanno troppo potere (Resoconto stenografico Seduta n. 280 de 17/07/14).

Lo cito qui, anche perché è l’unico ad averne parlato. 

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L’infelice #Italicum

Al di là degli psicodrammi sulla visita al Nazareno del Nemico Pubblico Numero Uno (con il quale il Pd ha – purtroppo – governato dalla fine del 2011), ciò che conta, dal mero punto di vista politico, sono due aspetti: uno prettamente legato al metodo, l’altro alla questione più tecnica del contenuto della proposta di legge elettorale.

Comincio dal secondo. Facendo riferimento all’analisi pubblicata oggi da Civati con il contributo di Andrea Pertici, il premio di maggioranza posto al raggiungimento del 35% dei suffragi è sproporzionato e irragionevole; il ballottaggio di coalizione si somma agli effetti distorsivi dello sbarramento, riducendo ulteriormente la rappresentatività; le liste sono nuovamente bloccate e la ripartizione nazionale dei seggi le unificherebbe in un unico listone nazionale, vanificando qualsiasi collegamento eletto-elettore. Inoltre, questo disegno di legge riguarda la sola Camera dei Deputati: nell’Italicum non è prevista alcuna norma per quanto concerne il Senato. Si è voluto collegare la nuova legge elettorale alla riforma costituzionale del Senato non elettivo. Un azzardo inutile. La “cancellazione” del Senato deve avvenire giocoforza sulla base del dettato costituzionale dell’articolo 138. I tempi non sono certi. Se la linea del consenso trovata è quella fra Pd e Forza Italia, non si capisce perché gli altri componenti della attuale maggioranza dovrebbero essere clementi nei confronti di questo complesso di riforme. Ergo, la riforma di Renzi è attesa al soglio di Montecitorio (e sappiamo di che palude si tratti). Tanto più che, recentemente, un precedente tentativo (non si sa quanto serio), spacciato per una riforma istituzionale ma incuneatosi in una torbida modifica al 138, è finito sul consueto binario morto (insieme a tutto l’armamentario di buone e buonissime intenzioni, finanche il cambiamento del Porcellum), con buona pace di tutti.

Appunto, il metodo. A parte lo scazzo (termine tecnico) con Cuperlo, la frase “Nessuna modifica o salta tutto” lascia ben intuire che verso abbia preso il #cambioverso. A che serve la Direzione? A che servono gli organi di un partito, se la discussione è messa in un angolo? Non si può modificare nulla? Allora perché se ne è parlato oggi? Per un patetico e formalistico voto? Quale può essere il contributo della minoranza se ciò che dice il Segretario è lettera scritta immodificabile?

Il ricorso alla speciosa argomentazione che un milione e settecentomila persone ti hanno dato un voto non giustifica l’azzeramento della dialettica interna. Questo valeva ai tempi di Bersani, e vale ora. Ancora di più, se possibile.

Romanzo Nazareno | #renziberlusconi

Il racconto dell’incontro Renzi-Berlusconi ha un qualcosa di drammatico e insieme grottesco che resterà a lungo come archetipo della narrazione mass mediatica, questa volta non circoscritta alla sola televisione ma che dalla televisione si è trasferita, in un gioco di rimandi e percezioni distorte, ai social-cosi, ai giornali web: qualcosa che domani rifletterà, come la pancia lucida di un cetaceo spiaggiato, sulla marcescibile carta stampata.

Ecco B. salire le scale del Nazareno. Lo scatto è sfocato, rubato, chissà. La foto del Che e di Fidel Castro che giocano a golf – i Rivoluzionari intenti in un gioco così borghese, mentre sotto di loro si consuma il Grande Peccato.

Prima ancora, l’auto del Prescelto solca due ali di folla. Parte il lancio di uova, ma la mano è la solita che recita lo stesso copione mandato a memoria per venti lunghi anni. Fanno l’accordo con il diavolo, che poi era al governo fino a qualche mese fa proprio con quel partito la cui sede è ora un santuario violato.

Renzi prende il treno dopo che in mattinata ha inaugurato un gruppo di case popolari. Il tempo di tagliare il nastro che il sindaco sale sul Treno ad Alta Velocità e giunge a Termini, dove in mezzo ad una ressa di giornalisti una donna cade rovinosamente a terra, e il buon Renzi si arrabbia tanto, titolano quelli di Repubblica. Per un buon quarto d’ora, sembra la notizia più importante della giornata.

Alle 19 Renzi convoca la conferenza stampa. Quasi un’ora dopo la conclusione dell’incontro. I giornalisti devono salire al secondo piano del Nazareno e l’ascensore porta solo quattro persone alla volta. Che iattura.

Angelino tuona tramite alcuni tweet non appena sente parlare della ‘profonda sintonia’ che ha unito il suo ex capo e il nuovo Leader. In fondo, che sarà mai un partitino, @angealfa.

In due ore e mezza, dice il responsabile comunicazione del Pd, Francesco Nicodemo. In due ore e mezza abbiamo chiuso il ventennio. Forse era già chiuso e lo avete riaperto. Forse era già chiuso e basta. Poi percula @angealfa:

In ogni caso, se l’accordo è sul modello spagnolo, dite a Renzi che vince Grillo: http://www.youtrend.it/2014/01/09/proposte-matteo-renzi-legge-elettorale/

Dopo il Porcellum la tentazione perversa del proporzionale puro

Le motivazione della sentenza della Corte Costituzionale hanno posto definitivamente la parola fine alla vita della legge elettorale Calderoli, nota al mondo come Porcellum. Ma se pensate che sia tutto risolto, vi sbagliate di grosso. La sentenza è giocoforza emendativa essendo la legge elettorale “costituzionalmente necessaria”, come ribadito in diverse sentenze e in ultimo nella suddetta n. 1/2014. Il Consultum, come è stato ribattezzato il rottame di legge elettorale rimasto, è un proporzionale corretto con soglia di sbarramento al 4% per le liste, al 10% per le coalizioni e voto di preferenza. Un ritorno al futuro della prima Repubblica e della preminenza della rappresentatività sulla governabilità con gli effetti che sappiamo in termini di potere dei partiti. Se le urne non sono in grado di esprimere un vincitore in grado di governare, allora il sistema parlamentare corregge il voto con la mediazione in aula. Saranno i capi partito a cercare un accordo politico fra forze diverse e finanche in opposizione fra di loro al fine di governare. Tutto ciò ha effetto altrettanto distorsivo di un premio di maggioranza, che sarà deprecabile, ma almeno favorisce la coalizione uscita maggioritaria dal voto popolare.

Con questo non si intende difendere i meccanismi premiali del Porcellum. Essi sono stati dichiarati incostituzionali dalla Consulta sulla base di due ordini di ragioni: 1) lo strumento del premio di maggioranza alla Camera era sproporzionato e comprimeva oltre il limite il principio costituzionale della eguaglianza del voto (art. 48 Cost., secondo comma) nonché della rappresentanza (art. 67 Cost.) il premio di maggioranza al Senato era ancorché irrazionale, ovvero contro la ratio stessa della norma poiché in grado di creare maggioranze differenti rispetto all’altra Camera e quindi di vanificare la governabilità dell’istituzione. Ma una legge elettorale che non fosse in grado, stante alla frammentazione del quadro partitico italiano, di operare una sintesi e quindi di favorire una chiara governabilità frutto della rappresentanza, non sarebbe certo migliore del Porcellum. Per tale ragione, chi in queste ore sta sostenendo la possibilità di andare alle urne con il Consultum, è da ritenersi al limite della follia. Poiché non ha in vista il bene del paese, a cui antepone evidentemente un mero calcolo di convenienza per sé o per il proprio gruppo.

Non è vero quindi che la Consulta, bocciando il premio di maggioranza del Porcellum, abbia altresì invalidato qualsiasi altro accorgimento correttivo nel senso della governabilità. Tuttavia, anche questi strumenti devono essere limitati per non comprimere altri principi costituzionali. Qualsiasi strumento di correzione e di sintesi non è in grado di produrre un sistema partitico diverso dall’attuale. In alcune ricostruzioni, per esempio in quella di Aldo Giannulli sul blog di Grillo, si fa passare l’idea che sia la legge elettorale a produrre il sistema partitico, per cui il maggioritario tenderebbe a favorire il bipartitismo mentre il proporzionale sarebbe più flessibile e “aperto alla società civile”. Nella realtà non è così: in Italia, la legge Mattarella – maggioritaria con correzione proporzionale alla Camera, maggioritaria al Senato – non è mai effettivamente stata in grado di semplificare il quadro partitico. Ha prodotto un indebolimento dei partiti a favore di personalità politiche, ma ha anche reso evidenti le relative responsabilità di governo e l’elettore ha avuto possibilità di capire chi fosse il parlamentare che lo ha rappresentato. Però i partiti sono sopravvissuti alla Mattarella. Si sono uniti in coalizioni politiche deboli che, alla prova del governo, hanno segnato il passo, specie dinanzi alla radicalità delle posizioni nel periodo duro del berlusconismo. D’altro canto, non è vero che il sistema proporzionale è più flessibile del maggioritario: la flessibilità del quadro partitico è determinata storicamente, non per via elettorale. Per i lunghi anni della prima Repubblica, il proporzionale non è mai stato in grado di bucare lo schema di governo della Democrazia Cristiana. La ragione è nota ed era legata anche a fattori esogeni (la contrapposizione fra i blocchi, la guerra fredda). Se un sistema politico è bloccato, la legge elettorale può fare ben poco. Le due grandi cesure elettorali, in Italia, sono avvenute con le politiche del 1992 e del… 2013. Nel ’92 si rompe lo schema del pentapartito; nel 2013 il bipolarismo debole orientato sull’asse berlusconismo – antiberlusconismo. In questi due cambiamenti, la legge elettorale ha operato in senso conservativo, limitando l’erosione di voti dai partiti prevalenti.

Certamente il maggioritario puro ha effetti distorsivi nei confronti della rappresentanza. Ma è possibile operare correzioni con il doppio turno di collegio. Il doppio turno consente l’accesso dei partiti di minoranza (non tutti, quelli più rilevanti e omogenei geograficamente) nell’istituzione. Esiste inoltre il cosiddetto ‘diritto di tribuna’ (nella proposta di Matteo Renzi è pari addirittura al 10%) per disporre comunque un certo numero di seggi alla necessità di rendere l’istituzione effettivamente rappresentativa del voto. In ogni caso, la nuova legge elettorale non dovrà sacrificare la governabilità per garantire una rappresentanza pura ma sterile. Né essere frutto del calcolo o dell’opportunismo di taluni, o piuttosto di volontà punitive nei confronti del partitismo. Dovrà – questo sì – garantire un giusto bilancio fra i diversi principi costituzionali.

#AssembleaPd | Prima la borsa

Alla prima in Assemblea Nazionale Pd da segretario, Matteo Renzi non ha sprecato tempo e, messa da parte per ora la rivalità con Enrico Letta, ha puntato tutta la sua ars retorica contro il nemico numero uno alias Beppe Grillo, il Comico. L’operazione in sé contiene una serie di aspetti che definire critici è dir poco. Lo saprete tutti: il sindaco-segretario ha proposto al Comico una sorta di ‘scambio di prigionieri’: Renzi riconsegna i denari dei rimborsi elettorali previsti sui conti del Pd per il 2014 mentre Grillo accetta la proposta di riforma della legge elettorale e istituzionale del Pd. Lanciata in pompa magna sui social con l’hashtag #Beppefirmaqui, facendo il verso a quelli usati dagli influencer a 5 Stelle, la strategia renziana diventa immediatamente l’apertura di tutti i giornali. D’altronde Renzi, dal palco, ha usato parole forti, parole che simulano il lessico del Comico. Se non accetti sei un buffone. Quel ‘buffone’ viene rimbalzato dalle agenzie, dalla comunicazione ufficiale del Pd (tramite gli account twitter di @youdem e @pdnetwork). Chi l’ha ideata avrebbe dovuto però accorgersi di due aspetti.

Il primo, quello più serio. Ancor oggi non è chiaro se la proposta congressuale di Renzi (per la parte in cui si scrive della legge elettorale del sindaco d’Italia e dell’eliminazione del bicameralismo perfetto) sia stata assunta a programma di governo da parte di Letta. Tanto più che, se le due riforme dovessero procedere di pari passo, ci ritroveremmo nell’alveo di una riforma costituzionale ai sensi dell’articolo 138 (che tuttora è vigente nel testo storico). Ma la riforma del bicameralismo ha implicazioni profonde su buona parte del dettato costituzionale in quanto impatta almeno sui Titoli I, II, III e VI della Parte II. Andrebbero riviste e modificate le procedure legislative, di elezione del Capo dello Stato, di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, questo a seconda del ruolo che verrà attribuito al Senato. Se sarà, come detto, Senato delle Autonomie (quindi con una composizione fissa a seconda del potere costituitosi localmente nelle Regioni), molto probabilmente non avrà più la caratura democratica per poter eleggere i membri della Corte Costituzionale, per esempio, o piuttosto per poter eleggere il Capo dello Stato. Certamente, il mancato passaggio delle proposte di legge in Senato, renderebbe più facile l’approvazione di norme non congrue con i principi fondamentali: tutto il sistema di controllo e verifica (checks & balances, direbbe un costituzionalista) andrebbe perciò rivisto dando – per esempio – al Presidente della Repubblica maggior potere di filtro attraverso il potere di rinvio alle Camere; o facilitando il ricorso alla Consulta da parte delle Regioni, o quello al referendum da parte dei cittadini. Potete comprendere che quest’opera di revisione costituzionale non potrebbe esser completata in un anno, specie da questo Parlamento, praticamente bloccato al Senato. Spiegatemi la differenza fra quanto proposto da Renzi oggi e la strategia lettiana delle riforme futuribili contenute in quel temuto attacco al 138.

Inoltre non è ben chiara la figura del cosiddetto ‘sindaco d’Italia’: se si tratti cioè del Presidente del Consiglio o del Presidente della Repubblica. Una implicazione non da poco, poiché nel primo caso, si porrebbe in essere uno sbilancio grave fra la figura del Presidente del Consiglio (nel nostro ordinamento, un primus inter pares, un primo fra pari – non ha infatti potere di licenziare i ministri), così eletto dal popolo, e quella del Presidente della Repubblica, eletto indirettamente dalle Camere (o da una sola). Andrebbe così rafforzato il potere del Presidente del Consiglio, poiché sarebbe inammissibile che un eletto dal popolo fosse costretto a far nominare i propri ministri da un ‘eletto’ dalle Camere. La figura del Presidente della Repubblica sarebbe viceversa fortemente svilita: e si tratta proprio dell’istituzione che rappresenta l’Unità della Nazione.

Nel secondo caso, ovvero quello in cui si eleggesse direttamente il Presidente della Repubblica, si procederebbe, in maniera sproporzionata solo con una riforma della legge elettorale, a modificare la forma di governo, trasformando di fatto la nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale. Sarebbe una riforma con profili di incostituzionalità non di poco conto che dovrebbero, sin da ora, suggerire maggiore riflessività. La nuova legge elettorale potrebbe esser approvata già domattina e dovrebbe consistere nel reviviscenza (con modifiche) della legge Mattarella, la via più breve per il ripristino della legalità costituzionale. Poiché se si dovesse anche solo ipotizzare di riformulare un progetto di legge, di dover riscrivere la mappa dei collegi, allora sono da mettere in conto almeno sei mesi di dibattito in Commissione Affari Costituzionali, con slittamento per l’approvazione finale in aula a Maggio-Giugno 2014, periodo di inizio del Semestre di Presidenza Europea per Enrico Letta. Ergo, le elezioni si potrebbero svolgere solo nella tarda primavera del 2015.

La seconda parte di questa critica è relativa ad aspetti comunicativi. I riflessi di carattere costituzionali della proposta di Renzi sono ben chiari a Beppe Grillo, il quale reagirà al gioco di ‘o la borsa o la vita’ intimando a Renzi ‘prima la borsa’. E la borsa consiste nella restituzione dei rimborsi elettorali percepiti sinora dal Partito Democratico in seguito alle elezioni di Febbraio, una somma intorno ai 25-30 milioni di euro. Al di là della restituzione, che mai avverrà perché a Grillo conviene così (e a Renzi conviene che Grillo non accetti la proposta), gli strateghi del sindaco-segretario avrebbero dovuto ponderare meglio. Mi chiedo che differenza c’è fra questo aut-aut e quello rivolto ad Aprile da Bersani circa la formazione del nuovo governo? Pensateci: Renzi oggi fa il medesimo errore di Bersani ieri. Perché, fra dire ‘o me o il caos’ (Bersani) e dire ‘o i rimborsi o niente legge elettorale’ (Renzi), la via è strettissima.

Lunga vita alle riforme costituzionali

Il cronoprogramma delle Riforma Costituzionali: https://docs.google.com/spreadsheet/pub?hl=it&hl=it&key=0Al33mVBOUDN7dGhHUlIwZWNWdkhmTTlaZkZfOXZGdUE&single=true&gid=0&output=html

Qui di seguito finalmente spiegato perché questo governo delle infinite Larghe Intese non ha interesse a cambiare la Costituzione, bensì ha interesse a simularne il cambiamento. Che arriverà, un domani, lontano chissà. Esattamente come la nuova Legge Elettorale, promessa entro la fine di Ottobre e, per ora, non pervenuta alle Cronache.

Un estratto dal blog di Giuseppe Civati (clicca qui per leggere tutto il post, ciwati.it):

Per prima cosa, i passaggi obbligati:

APPROVAZIONE D.D.L. COSTITUZIONALE PER COMITATO RIFORME (attuale A.S. 813-B) INTORNO AL 15-20 DICEMBRE 2013 (in prima lettura la Camera ha approvato il 10 settembre, da cui decorrono 3 mesi per la seconda approvazione)

PUBBLICAZIONE TESTO APPROVATO DALLE CAMERE INTORNO AL 28 DICEMBRE 2013

A questo punto le strade si dividono:

a) APPROVAZIONE A MAGGIORANZA DEI DUE TERZI (tempi più rapidi)

– Entro il 29 giugno 2015 si concludono i lavori.

– Scattano quindi 3 mesi per chiedere il referendum obbligatorio – 29 settembre 2015.

– Deve quindi essere svolto il giudizio di legittimità dell’Ufficio centrale della Cassazione entro 30 giorni dal deposito -20 ottobre 2015.

– Referendum: promulgazione e pubblicazione: siamo “ottimisti”, 10 febbraio 2016.

– Si potrebbero quindi sciogliere le Camere (la legge elettorale “abbinata” già dvrebbe esserci…), poniamo il 20 febbraio 2016? e votare tra il 45° e il 70° gg. successivo (art. 11 dPR 361/1957 e art. 61 Cost.), vale a dire intorno al 17 o al 24 aprile 2016.

B) APPROVAZIONE A MAGGIORANZA ASSOLUTA MA NON DEI DUE TERZI (AL SENATO) E RICHIESTA DI REFERENDUM

– Dal 29 dicembre 2013 – 3 mesi per chiedere il referendum ex art. 138 >> 29 marzo 2014

– Deve quindi essere svolto il giudizio di legittimità dell’Ufficio centrale della Cassazione entro 30 giorni dal deposito >> 20 aprile 2014

– Referendum, promulgazione e pubblicazione, poniamo al 5 luglio 2014.

– In caso di vittoria dei sì. Dal 6 luglio 2014 scattano i 18 mesi che portano al 6 gennaio 2016, come termine di conclusione lavori.

– Scattano quindi 3 mesi per chiedere il referendum obbligatorio ex art. 5 >> 6 aprile 2016.

– Deve quindi essere svolto il giudizio di legittimità dell’Ufficio centrale della Cassazione entro 30 giorni dal deposito >> 30 aprile 2016.

– Referendum: promulgazione e pubblicazione tra il 15 luglio 2016 e il 25 settembre 2016.

– Elezioni orientativamente tra il 13 novembre e il 4 dicembre 2016 (ma la sessione di bilancio non potrebbe consigliare elezioni a febbraio-marzo 2017?).

C) APPROVAZIONE A MAGGIORANZA ASSOLUTA MA NON DEI DUE TERZI (AL SENATO) e mancata richiesta di referendum

– Dal 29 dicembre 2013 – 3 mesi per chiedere il referendum ex art. 138 >> 29 marzo 2014.

– Non è stato chiesto il referendum, la legge viene promulgata e pubblicata poniamo il 10 aprile 2014

– Entro il 10 ottobre 2015 si concludono i lavori.

– 3 mesi per chiedere il referendum obbligatorio ex art. 5 >>10 gennaio 2016.

– Deve quindi essere svolto il giudizio di legittimità dell’Ufficio centrale della Cassazione entro 30 giorni dal deposito >> 2 febbraio 2016.

– Referendum, promulgazione e pubblicazione il 18-20 aprile 2016.

– Scioglimento delle Camere pochissimi giorni dopo e elezioni il 19 o 26 giugno 2016.

E in mezzo vi è persino il semestre di Presidenza Europea.

M5S, se Luigi Di Maio contraddice Grillo

A quanto pare, se Adele Gambaro critica in pubblico Beppe Grillo, viene immediatamente espulsa, con tanto di plebiscito online; se Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, afferma – contraddicendo il Capo – che il Porcellum deve essere cambiato prima di andare al voto, invece non succede nulla. Due pesi e due misure, nella casa della Democrazia Diretta?

Grillo si era espresso per il mantenimento della attuale legge elettorale, criticata in lungo e in largo ma che potrebbe andar bene in caso di una del tutto ipotetica vittoria elettorale del Movimento. Di Maio ha dato un colpo al cerchio, almeno per evitare spaccature in seno al gruppo parlamentare: “Noi siamo da sempre per l’abolizione del Porcellum, ma quello che giovedì ha detto Grillo è che se dobbiamo abolire il Porcellum per fare un “Super-Porcellum”, una legge elettorale contro il Movimento, allora è sbagliato”. Sia chiaro, il Super-Porcellum non è contro i 5 Stelle in sé e per sé: contiene però degli elementi fortemente distorsivi della rappresentatività pura. Inevitabilmente, qualsiasi legge elettorale applicata ad un quadro partitico così fratturato rischia di avere effetti distorsivi della rappresentatività e le minoranze rischiano di essere sottodimensionate, nel futuro Parlamento della ipotetica XVIII Legislatura. Non ci sono altre alternative per garantire la governabilità di un bicameralismo perfetto.

La sottile discrasia fra il vertice e gli eletti a 5 Stelle si fa rivedere in merito alla gestione di un eventuale mandato a governare: chi sarà il presidente del Consiglio a 5 Stelle? Una persona interna al Movimento, ha scritto sempre giovedì scorso Grillo. E non ci sarà alcun mandato dall’attuale Presidente della Repubblica. Re Giorgio si dimetta, ‘noi’ vinciamo con il Porcellum e mettiamo uno dei nostri al governo. Punto. Linea politica chiarissima ancorché discutibile. Ma Di Maio – e persino Vito Crimi – aveva recentemente prospettato uno scenario diverso: cade Letta, ci diano il mandato; faremo un governo con figure forti della società civile, prenderemo i voti in aula; chi ci vuol stare, ci stia. Ancor ieri, Di Maio è apparso nei teleschermi dichiarando che un Letta bis non lo voteranno mai, ma che un governo dopo il governissimo è pure possibile, almeno per rifare la legge elettorale.

Possono i 5 Stelle, alfieri della democrazia diretta, ripresentarsi alle urne con il demerito di aver rifiutato l’opportunità di cambiare una legge odiatissima, antidemocratica, che sottrae la libertà di scelta dei candidati all’elettore?