E a sorpresa Renzi viene beffato da #OccupyPD

Renzi ieri sera era trending topic su Twitter insieme a Leopolda e a poco altro. Ci si stava lambiccando su quanto fosse diversa la Leopolda del 2011 da quella del 2010. Qualcuno ha malignamente pensato e scritto (Popolino) che Renzi si è sbagliato, poiché la sua rappresentazione di Palazzo Chigi è straordinariamente somigliante ad un altro palazzo, che Renzi stesso ha frequentato una volta, una sera: quello di Arcore.

Insomma, parliamoci chiaro: questa elucubrazione mentale di immaginarsi dentro Palazzo Chigi e mettersi alle spalle una libreria, pare avere un grosso debito con l’iconografia del Berlusca.

Ma tant’è, questa è un’altra storia. E’ la storia di una scossa, una scossa che ha raggiunto il polso di Renzi mentre lo stesso impugnava l’iphone per controllare i twit che lo riguardavano. Oibò, #Leopolda è scalzato da #OccupyPD. Ecchè #OccupyPD?

#OccupyPD è innanzitutto una geniale intuizione di Falce73. Una felice sintesi di un’idea che da tempo aleggia fra i netizen e i ggiovani del PD. L’OPA democratica di Civati, che a sua volta sintetizzava l’appello di Stefano Boeri ai milanesi (non abbandonate il partito, invadetelo pacificamente), è l’idea secondo cui il vero rinnovamento della politica italiana non si fa con l’insurrezione o la protesta, ma con la testa. Ovvero uscire dalla dicotomia del berlusconismo-antiberlusconismo senza lanciare estintori ai poliziotti, disintossicandosi dai sampietrini.

Perché occupare il PD? Perché è arrivato il tempo del Noi, il nostro tempo, non più il tempo dell’interesse di uno solo a discapito di quello di tutti. Poiché il PD non è il partito di uno solo, ma è, sin dalle fondamenta, aperto al suo popolo.

Si potrà obiettare che non è così, che è solo finzione: il PD è lo stesso partito di venti anni fa, solo che allora aveva un altro nome. Bene, vi dico, avete ragione: ma se è veramente così, è soltanto colpa Nostra. Siamo noi ad averlo permesso, ad aver lasciato invariate le gerarchie di un partito che pare più un club privato chiuso nelle stanze, nei palazzi romani o milanesi, a smistare appalti e gabelle.

C’è chi dice che il PD è l’alter ego del PdL. Quindi è inutile impegnarsi per cambiarlo, è tempo perso, è già  contaminato dalla corruzione, è irrimediabilmente compromesso nella casta, parte di una cricca fra molteplici cricche.

E invece no. Tutto può cambiare. Il PD per primo. Se si fa #OccupyPD è perché il PD non ha mura invalicabili, ma ‘cancelletti’, steccati malmessi, che nessuno ha intenzione di curare. Anzi, a dire il vero, è stato Bersani ad aprirlo, il cancello. Quando ha detto che lui si candida alle primarie di coalizione senza voler essere il solo candidato del PD, ha praticamente detto sì – ma se ne è reso conto? – alla formula delle primarie francesi. Primarie aperte.

Questa è l’occasione giusta. E’ il momento per dare il via a una rivoluzione che non ha bisogno né di sampietrini, né di personalismi. Pensateci, #OccupyPD è ben più di un hashtag su twitter. Diventerà l’hashtag della politica.

Come partecipare a #OccupyPD? Chiedete primarie aperte per costituire le liste delle prossime elezioni politiche, che sono imminenti. Sappiatelo, il referendum sul Porcellum non si farà. Qualcuno nella maggioranza o al governo, pensa di staccare la spina prima e salvarsi per mezzo di quella legge elettorale tremenda. Possiamo permettere che il PD rimanga quello che è? La risposta è una sola: no.

Diamo il via a #Occupy PD. Possiamo pensare a diversi gradi di coinvolgimento: dal mero attivismo da tastiera all’impegno politico vero e proprio, in carne e ossa, prendendo la tessera del partito e ‘partecipando’.

Cosa ne pensate?

Il temino di Matteo Renzi, titolo “Il mio PD”

Matteo Renzi si avvia a rispolverare la manifestazione della Leopolda con idee molto chiare. Le ha elencate in un temino, sì esatto, un temino il cui titolo potrebbe essere “Il mio PD”. Ora, sia chiaro, il PD non è suo. Abbiamo scritto pagine e pagine sprecando il ‘nostro’ tempo dicendo che il PD è ‘nostro’ e poi arriva il sognante Renzi a parlarci di qualcosa che non è più nostro ma suo.

Il testo del temino lo potete leggere su Il Post: Il PD che sogno.

Prima di Renzi e della riedizione della Leopolda, sabato e domenica scorsi si è svolto ‘Il nostro tempo’, la manifestazione di Prossima Italia, il gruppo di Pippo Civati. Rileggete il discorso finale di Civati e confrontatelo con quello di Renzi e capirete l’abisso che si è aperto fra i due. Vedrete le immense differenze che dividono i rottamatori dai costruttori del PD.

Provo ad elencarle:

  1. Renzi: [il mio PD] Vuole che tutti abbiano una casa ma non delega l’urbanistica alle cooperative dei costruttori o ai professionisti del mattone; Civati: Politica del paesaggio, affinché il paese non più umiliato;
  2. Renzi: [il mio PD] Si organizza dentro ai circoli ma cerca di vivere soprattutto fuori, a contatto con le persone vere; Civati: il circolo deve diventare il fulcro attraverso cui realizzare la partecipazione dell’elettore cittadino;
  3. Renzi: [il mio PD] Scende in piazza una volta ogni tanto; Civati: il PD vero è quello “che si confronta con la società civile, anzi, civilissima“, “un PD che non perde tempo, che scende dal piedistallo, che partecipa senza indugio ai movimenti
  4. Renzi: [il mio PD] Manda in pensione i cittadini due anni dopo; Civati: Prendere distanze dai luoghi comuni – per esempio sulle pensioni, quando si dice che non si devono toccare le pensioni senza ricordare che esse sono già state toccate;
  5. Renzi: qualunque sia la legge elettorale, in Parlamento ci deve andare chi prende voti, non chi prende ordini; Civati: Al di là della forma della prossima legge elettorale, il PD dovrebbe scegliere i propri candidati di lista con le primarie.
  6. Renzi: questo è “il mio PD”; Civati: questo è “il nostro tempo“.
Diversi i contenuti, diverso il metodo: Renzi ha scelto una via personalistica, Civati quella collegiale pur connotata dalla sua forte e riconoscibilissima impronta. Renzi parte da un canovaccio minimo fatto dalle sue enunciazioni, Civati ha un vero e proprio programma, articolato in cinque proposte che sono in realtà delle ‘risposte’, ovvero

1 – Prima gli elettori: primarie libere per la scelta dei parlamentari, in tutti i collegi e con qualsiasi legge elettorale, contro lo scilipotismo e a favore della partecipazione democratica, quella della primavera arancione, per far scegliere ai cittadini chi li rappresenta a Roma, proprio come si scelgono i sindaci.

2 – Con disciplina e onore: una legge feroce contro la corruzione, che cancelli tutti i lodi ad personam di questi anni, la lotta ai conflitti d’interessi ad ogni livello, e nuove forme di trasparente e accessibile rendiconto finanziario degli incarichi politici o comunque determinati dalla politica.

3 – Terra! Suolo bene comune: rivedere i criteri sugli oneri di urbanizzazione, coinvolgendo i cittadini e regolando le nuove costruzioni in base alle effettive richieste del mercato, bloccando le realizzazioni a fine speculativo; vietare l’uso degli oneri per la parte di spesa corrente dei bilanci degli enti locali, e fermare le compensazioni monetarie, anche attraverso nuovi sistemi di controllo. Censire il patrimonio utilizzato, sia quello produttivo che quello residenziale, e incentivarne l’utilizzo.

4 – Il fisco, dai mobili agli immobili: nel Paese primatista della pressione fiscale su chi lavora e produce, nel Paese in cui il mattone è la speculazione più redditizia e meno tassata, bisogna invertire la tendenza: abbassare le tasse sul lavoro con un rimborso contante annuo andando a prenderlo da chi ricava rendita dagli immobili. Inoltre, a proposito del fisco: riduzione delle scritture contabili e semplificazione dei calcoli delle imposte; ampliamento della gamma degli oneri deducibili; emissione e ricezione elettronica di fatture e corrispettivi, e tracciabilità del pagamento di costi deducibili; inversione del rapporto tra Fisco/controllore e contribuente/controllato, con l’assegnazione al Fisco della compilazione di tutte le dichiarazioni dei redditi, dipendenti e autonome.

5 – Per tutte e tutti: superare la condizione di precarietà di questi anni estendendo l’indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori, inclusi i titolari di contratti atipici: si può fare, e va fatto parificando i contributi sociali. Ogni tipo di contratto, subordinato o para-subordinato, dovrà prevedere il versamento dei relativi contributi: si tratta di somme assolutamente contenute e sostenibili per l’impresa (fonte Prossima Italia).

Prendete per esempio il punto 5: Civati dice espressamente che il problema del paese è la disoccupazione e la divisione del mercato del lavoro. Sostiene che una delle misure da prendere assolutamente sia quella dell’estensione dell’indennità di disoccupazione a tutti, compresi i precari. Sullo stesso tema, e con una formula ben più ambigua, Renzi scrive:

[il mio PD] vuole che lo Stato sia compagno di viaggio non ostile burocrate per chi fa impresa e per chi vi lavora. Non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro. O di chi ne ha cinquanta e l’ha appena perso. Crede nella formazione permanente ma non nei burocrati della formazione. E riduce le cattedre universitarie, ma aumenta la qualità dell’insegnamento.

Notate innanzitutto la distinzione fra impresa e lavoro e l’ordinamento che Renzi dà alle due parole nella frase. Notate come sia quasi stigmatizzata la figura del lavoratore che ‘è già tutelato’. Renzi, poi, non indica alcuna ricetta per la maggior tutela dei precari, se non la formazione permanente.

In coda al pezzo, Renzi spiega che la sua visione circa la rottamazione della vecchia classe dirigente del PD:

[il mio PD] Ringrazia chi ha servito per tanti anni le Istituzioni. Ringrazia davvero, senza ironie. Ma non crede offensivo chiedere il ricambio per chi da qualche lustro occupa gli scranni del Parlamento: si può far politica anche senza una poltrona, anche rimettendosi in gioco. Chi ha causato il problema in questi anni non può proporsi come la soluzione

Renzi sembra qui voler metter l’accento sulla vecchia generazione che è di troppo e se ne deve andare. Una generazione responsabile di un fallimento politico, la mancata spallata a B. Quindi, si intuisce, il modo per metterla da parte è stabilire un limite di età, o di legislature. Ma è sbagliato ridurre la questione generazionale in un mero conteggio di mandati elettivi o di anni di carriera: la questione generazionale è implicita alla mancata circolazione delle élite di questo paese. I meccanismi di selezione sono bloccati, o ingolfati da criteri quali la fedeltà o i clientelismo. Il risultato è una generazione di donne e uomini messi ai confini della sfera pubblica. La vera sfida, dice Civati, è portare questa generazione al governo del paese, non rottamare quella vecchia. E’ una prospettiva leggermente diversa da quella di Renzi, ma è decisiva.

Renzi ad Arcore: che fa, rottama?

Renzi ad Arcore a pranzo da Berlusconi. Oibò, si scatena il putiferio nella sinistra connessa online, ma anche in quella istituzionale. A Via del Nazareno – sede romana del PD – sono sobblazati sulle sedie. E che fa Renzi ad Arcore, rottama Berlusconi?

No, dice lui. E’ andato nella tana del lupo, proprio ora che è forse in procinto di lasciarci (politicamente parlando), per questioni serissime. Renzi avrebbe chiesto a B. la legge speciale per Firenze:

qualcuno mi ha detto che non dovevo andare ad Arcore. Io gli incontri istituzionali del Comune li faccio in Palazzo Vecchio. Se il premier invece riceve nella sua abitazione, io vado nella sua abitazione e alla fine ringrazio dell’ospitalità. Vorrei essere chiaro: per Firenze, che è la mia città, quella per la quale ho giurato sulla Costituzione di fare bene il mio lavoro, io vado ad Arcore anche tutti i giorni se serve. Giusto o sbagliato, questo è il mio Paese Lotterò fino all’ultimo giorno di campagna elettorale perchè il centrosinistra torni a vincere, torni a sperare, torni a sorridere. Perchè il Governo cambi. E lo farò giocandomi fino in fondo. Ma non sarò mai tra quelli che vivono di nemici e che gridano ai complotti. Finchè il Governo è guidato da Berlusconi, io parlo con lui e con i suoi ministri. Anche quelli con cui faccio una fatica terribile (Repubblica.it – Firenze).

Intenzioni lodevoli, le sue. Peccato che non abbia saputo prevedere la reazione dei fan di Facebook e dei detrattori della Segreteria Nazionale, lui che è sempre molto attento a come porsi rispetto all’elettorato. Civati, suo socio nell’impresa della Leopolda, ha detto chiaramente che lui non ci sarebbe andato, però ha lanciato una frecciata al segretario Bersani:

Mi pare che qualcuno stia esagerando, però, con la dietrologia, anche perché lo stesso Bersani, ad Arcore, ci sarebbe andato anche a piedi, ricordate? (ciwati).

Civati, in questo caso come in altri, ha dato una lezione al segretario: prima di tutto serve una buona memoria. O una ricerchina preliminare su google. Lo psicodramma di Renzi è poi servito al Misantropo di Arcore per gettare nell’aere del discredito verso il giovin rottamatore: Berlusconi, con grande scelta di tempo, ha detto: «Renzi mi somiglia!» (Il Messaggero). Sarà forse Renzi quel giovane evocato da Berlusconi medesimo che in un futuro remoto provvederà a sostituirlo alla carica di Presidente del Consiglio? Certo, B è catacombale (copyright Casini) e Renzi avrebbe potuto dargli un colpetto verso la fossa.