Ddl Intercettazioni, fermare il Comma Ammazza Blog

Via Valigia Blu:

Premessa: ieri sera a PORTA A PORTA si è parlato del comma 29, il cosiddetto ammazza-blog, ma gli spettatori di certo non avranno capito di cosa si tratta. E siccome per Gasparri e dintorni Internet è uno strumento micidiale, è evidente che i nostri politici e la nostra classe dirigente 1) non sanno niente della rete e pure legiferano su di essa 2) non hanno idea del mondo che c’è qui dentro 3) hanno bisogno di un corso full immersion del comma ammazza-blog che stanno per legiferare. Bene il corso glielo offriamo noi, gratuitamente, perché caro Gasparri sì, Internet è uno strumento micidiale di libertà, di creatività, di condivisione di sapere e di conoscenza. Mondi inesplorati, capisco perfettamente (Arianna).

Probabilmente oggi stesso ricomincerà il dibattito parlamentare sul disegno di legge in materia di riforma delle intercettazioni, disegno di legge che introdurrebbe, una volta approvato, numerose modifiche al nostro ordinamento lungo tre direttrici: limitazioni alla utilizzabilità dello strumento delle intercettazioni da parte dei magistrati; divieto di pubblicazione di atti di indagine per i giornalisti, anche se si tratta di atti non più coperti da segreto; estensione di parte della normativa sulla stampa all’intera rete.
Cerchiamo di chiarire sinteticamente i dubbi espressi in materia.

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?
Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete? 
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?
Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica? 
Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l’impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica? 
La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta? 
Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati? 
Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla? 
Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica. 

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?
Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?

Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi. In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via… Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione. L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum). Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?
Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Bruno Saetta – BLOG
@valigia blu – riproduzione consigliata

1 Luglio Contro il Bavaglio – la diretta streaming su Yes, political!

Vodpod videos no longer available.

Mentre oggi la Conferenza dei Capigruppo alla Camera ha deciso di discutere il provvedimento in aula già il prossimo 29 Luglio. Con il parere opposto delle opposizioni e dello stesso Presidente della Camera Fini, il quale ha apostrofato la deliberazione come “irragionevole”, “solo un puntiglio “. Va da Sè che i berluscones stanno cercando di forzare la mano ai finiani: vedremo se questi continueranno con una morbida opposizione interna oppure se decideranno finalmente di votare secondo ‘coscienza’.

Domani saranno numerose le manifestazioni di FNSI, Popolo Viola, Articolo 21, a cui partecipano anche IDV e PD: questo blog, che come gli altri rischia di ‘chiudere per rettifica’, si unisce alla protesta con una diretta streaming della manifestazione princiaple, quella di Piazza Navona, a Roma, a partire dalle ore 18. Unitevi alla protesta.

(stay tuned)

Obbligo di rettifica per i blog, emendarlo? Sopprimerlo

OdR, obbligo di rettifica

Cattelan o bloggers dopo obbligo di rettifica?

Byoblu e Il Nichilista (il blog di Fabio Chiusi) si sono mobilitati per chiedere ai nostri parlamentari, a quelli che ne hanno la sensibilità opportuna, di produrre un emendamento sul comma 28 del ddl intercettazioni che estende l’obbligo di rettifica ai ‘siti informatici’, testate giornalistiche o blog che siano. Chiusi si è rivolto in special modo ai deputati Palmieri e Cassinelli, entrambi del PdL, noti per essere aperti alle questioni della Rete e delle Libertà Digitali. E Cassinelli ha risposto annunciando di essere già in contatto con Byoblu e di aver riproposto alla Rete il proprio emendamento presentato in prima lettura in Commissione alla Camera, invitando gli internauti a concorrere nella modifica.

Come è noto, il comma 28 interviene sulla legge della Stampa, all’art. 8, concernente ‘risposte e rettifiche’. Questo il testo dell’articolo come modificato dal ddl intercettazioni:

Legge 47/1948 _ Art. – (Risposte e rettifiche)

Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale.

Per i quotidiani, le dichiarazioni o le rettifiche di cui al comma precedente sono pubblicate, non oltre due giorni da quello in cui è avvenuta la richiesta, in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono.

Per i periodici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, non oltre il secondo numero successivo alla settimana in cui è pervenuta la richiesta, nella stessa pagina che ha riportato la notizia cui si riferisce.

Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell’articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.

Le rettifiche o dichiarazioni devono fare riferimento allo scritto che le ha determinate e devono essere pubblicate senza commento nella loro interezza, purché contenute entro il limite di trenta righe, con le medesime caratteristiche tipografiche, per la parte che si riferisce direttamente alle affermazioni contestate.
Per la stampa non periodica l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57 bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l’ha determinata.

Qualora, trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, e sesto comma, la rettifica o dichiarazione non sia stata pubblicata o lo sia stata in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, quinto e sesto comma, l’autore della richiesta di rettifica, se non intende procedere a norma del decimo comma dell’articolo 21, può chiedere al pretore, ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione.

Della stessa procedura può avvalersi l’autore dell’offesa, qualora il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva, o delle trasmissioni informatiche o telematiche, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta.

La mancata o incompleta ottemperanza all’obbligo di cui al presente articolo è punita con la sanzione amministrativa da lire 15.000.000 a lire 25.000.000.

La sentenza di condanna deve essere pubblicata per estratto nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia. Essa, ove ne sia il caso, ordina che la pubblicazione omessa sia effettuata.

  • Questa la proposta dell’on. Cassinelli:
    • PROPOSTA DI EMENDAMENTO
      ART. 15
      Al comma 1, lettera a), sostituire il secondo periodo con il seguente: «per i siti e le pagine diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono  pubblicate, con le stesse caratteristiche grafiche e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono, entro quarantotto ore dalla richiesta se la testata è registrata presso la cancelleria del Tribunale
      come disposto dall’articolo 5, oppure entro sette giorni dalla richiesta se il sito o la pagina non è riconducibile ad alcuna testata registrata presso la cancelleria del Tribunale, ed in entrambi i casi devono rimanere visibili per un tempo almeno pari a quello in cui è rimasta visibile la notizia cui si riferiscono ».
      Al comma 1, lettera d), sostituire le parole «per quanto riguarda i siti informatici» con le seguenti: «per quanto riguarda i siti e le pagine diffusi per via telematica».
      Al comma 1, lettera e), sostituire le parole «o delle trasmissioni informatiche o telematiche» con le seguenti: «o dei siti e delle pagine diffusi per via telematica».

Cassinelli si limita a sostiuire il termine generico ‘siti informatici’ con la formula ‘siti e le pagine diffusi per via telematica’ e ad allungare i tempi della rettifica a sette giorni, termine più consono per un blogger. Ma rimangono insoluti due aspetti:

  1. Il fatto che la rettifica debba essere pubblicata sul sito senza che ad essa possa seguire alcun commento è un limite alla libertà di espressione del blogger, il quale ha tutto il diritto di ribadire le proprie ragioni; i blog sono siti personali, dove l’informazione vi arriva di ‘terza’ mano. Se cito un articolo di un giornale, e l’informazione che ne deriva è falsa e diffamatoria, che colpa ne ho? Che il diffamato si rivolga alla testata fonte primaria dell’informazione. Per il resto, nei blog si esprimono opinioni, e le opinioni non possono essere rettificate. Esse sono. Inoltre: un paio di post addietro ho messo un cerotto sulla bocca di Berlusconi. Devo rettificare specificando che è solo un ‘fotomontaggio’? In questo caso, mettere il bavaglio a Lui, è un modo di esprimere il proprio dissenso verso una legge che si ritiene ingiusta. Devo censurarmi? Tuttavia, Mr b ha tutto il diritto di scrivere a questo blog, di mostrare tutto il suo sdegno per me che gli ‘disegno’ un cerotto sulla bocca e di veder pubblicata con la necessaria evidenza la sua doglianza. Allo stesso tempo io conservo intatto il diritto di ribadire le mie ragioni. La foto del cerotto è il mio modo di dire no alla ‘ley mordaza’, perciò continuerò a esser convinto della mia opera.
  2. Non è possibile che la sanzione sia uguale per blogger e giornale; un blogger non trae alcun guadagno – o tutt’al più trae guadagni miserevoli – dalla propria attività di netizen journalism. Il netizen journalism nasce da una esigenza, quella di partecipare al dibattito della comunità virtuale. Il blogger ha la funzione di ‘battitore’. E’ lì, pronto, con la sua mazza da baseball virtuale, pronto a fare un home-run delle notizie che invece, altrove, passano inosservate. Mentre i media tradizionali sono caratterizzati dal don’t talk back (definizione di J. Habermas), ovvero dalla impossibilità per l’uditore di replicare e di porsi come interlocutore valido, fatto che lo relega in una posizione di sottomissione alle argomentazioni veicolate attraverso il media frustrandolo, il Web 2.0 ha la caratteristica del vecchio ‘salotto borghese’ liberale, dove il libero concorso delle opinioni consentiva il formarsi di una vera opinione pubblica, non soggetta ad alcuna influenza se non a quella della verità. Insomma, il Web 2.0 permette di riavvicinarsi al paradigma liberale della sfera pubblica critica, mentre i media tradizionali tendono alla mimesi di essa, ponendo l’ascoltatore nella posizione di un soggetto terzo, che subisce, un inetto da condurre per mano fino alle urne. La domanda è quindi: può l’opinione libera essere sanzionata?

Ne consegue l’evidenza di un certo grado di complessità dell’argomento che il legislatore intende invece liquidare con un ‘comma’. Perciò la mia conclusione è che emendare il comma 28 è un compromesso al ribasso: il problema meriterebbe una più ampia trattazione. D’altronde il ddl intercettazioni è un coacervo di pezzi di norme che si vogliono far approvare a nostro discapito, un quadro normativo irrazionale e controproducente. L’emendamento che proporrei, allora, consta di una sola parola: “sopprimerlo”. E basta.

Sì delle Commissioni della Camera al Decreto Romani. Accolte alcune richieste di modifica.

Nessun problema per le Commissioni Cultura e Trasporti della Camera: lo schema di decreto legislativo sulle televisioni presentato dal viceministro Paolo Romani può essere presentato al Governo, con alcune modifiche. Ieri il viceministro era comparso in Commissione per comunicare la disponibilità del Governo a effettuare alcune modifiche al provvedimento, eccetto che sugli affollamenti pubblicitari. Sono 31 le condizioni e le richieste di modifica. Le Commissioni hanno richiesto alcune modifiche di carattere tecnico:

  • la trassmissione della dichiarazione di inizio attività per la diffusione di contenuti on demand su internet all’Agcom anziché al ministero;
  • sottoporre la Rai unicamente alle norme sulle società di capitali e alla giurisdizione ordinaria.

Per Paolo Romani “c’è stata una discussione molto approfondita. Il governo terrà conto in maniera rigorosa delle condizioni poste, armonizzando i pareri di Camera e Senato che hanno alcune differenze”. Paolo Gentiloni del Pd sostiene che  su quattro nodi principali, due vanno a favore di Mediaset, ovvero la riduzione della pubblicità per Sky e il conteggio dei programmi per il tetto antitrust. Su  Internet  Gentiloni dice che si è “registrato qualche passo avanti, ma insufficiente”.

Il testo contenente le modifiche è ridotto a nove pagine, il cui relatore è Alessio Butti (PdL): in questo testo viene esplicitamente scritto che blog, video amatoriali, giornali online, motori di ricerca e versioni elettroniche delle riviste non sono ricompresi nella nuova disciplina che riguarderebbe solo i nuovi servizi on demand. Viene anche escluso che la responsabilità editoriale possa ricadere sui provider che ospitano o trasmettono contenuti realizzati da altri.

Paolo Gentiloni, lancia l’affondo sul Web: “Regna la confusione: si aggiungono varie definizioni che complicano le cose e non si cancella l’autorizzazione, pur passandola dal ministero all’Autorità”. Rincarano la dose i senatori Pd Luigi Vimercati e Vincenzo Vita, che chiedono di stralciare gli articoli sul Web “che nulla hanno a che fare con la disciplina comunitaria” (fonte: Corriere delle Comunicazioni).

Prima di “deporre le armi”, attenderemo il testo definitivo del decreto.

Decreto Romani, è ora di fare opposizione.


Così Ignazio Marino si esprime dalla pagina del suo sito: il Decreto Romani è censura del web, perché il web è libero, è il nuovo spazio sociale in cui si forma una nuova coscienza critica. Il provvedimento del Governo è in realtà facilmente impugnabile in sede europea: contrasta con la medesima direttiva che vuole recepire (ciò prefigura inoltre un eccesso di delega); non è affine ai principi introdotti dall’Unione Europea con il Pacchetto Telecom.

Nei giorni scorsi, molte le voci che si sono levate contro il Decreto che è persino stato meritorio di un articolo sul Time. Con questo insieme di norme, si attribuiscono fra l’altro all’AGCOM poteri straordinari, pari a quelli che in Francia si attribuirono alla prima – e fallita – esperienza di HADOPI, l’Alta Autorità per la diffusione delle opere e per la protezione dei diritti su Internet, voluta dal governo Sarkozy, che aveva il potere di ordinare all’ISP di disconnettere un utente che per tre volte fosse stato pescato a scambiare materiale coperto da diritto d’autore: la legge che la istituiva fu dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte e il Parlamento francese dovette ripiegare su una diversa formulazione, la quale prevede che la disconnessione possa avvenire solo dopo regolare procedimento giudiziario. Insomma, è stato riconosciuto il sacrosanto diritto alla difesa dell’utente, cosa che il Decreto Romani non prova neanche a contemplare. Di fatto, il provvedimento potrebbe avere profili di inconstituzionalità: può l’AGCOM ordinare l’oscuramento di siti per violazione delle norme del predetto decreto, in via autonoma, senza ricorrere all’autorità giudiziaria? L’AGCOM si verrebbe a prefigurare come un superpoliziotto del web con il compito di multare e oscurare ciò che è contrario a questo decreto. Il legislatore ha volutamente giocato con la definizione di “media audivisivo”, modificandone la portata. La direttiva UE 2007/65/CE, all’art. 16, così specifica il termine:

Ai fini della presente direttiva, la definizione di servizi di media audiovisivi dovrebbe comprendere solo i servizi di media audiovisivi, sia di radiodiffusione televisiva che a richiesta, che sono mezzi di comunicazione di massa, vale a dire destinati ad essere ricevuti da una porzione considerevole del grande pubblico sulla quale potrebbero esercitare un impatto evidente.

Soprattutto, la medesima direttiva, al medesimo articolo, spiega al legislatore nazionale che la dovrà recepire:

Il suo ambito di applicazione dovrebbe limitarsi ai servizi definiti dal trattato, inglobando quindi tutte le forme di attività economica, comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico, ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse (fonte Direttiva 2007/65/CE).

Invece, il Decreto Romani, all’articolo 4, laddove definisce il servizio media audiovisivo, esclude conformemente alla direttiva “i servizi prestati nell’esercizio di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva”, ma prosegue il legislatore, “rientrano nella predetta definizione i servizi, anche veicolati mediante siti Internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale” (fonte Decreto Romani, atto del governo n. 169). Esattamente il legislatore italiano non segue alla lettera la direttiva, anzi ne ribalta il significato. Qesto ci fornisce alcuni elementi su cui riflettere: Internet per il governo è in concorrenza con la televisione; Internet è un’attività economica. Un riflesso del solito conflitto di interessi.

E l’AGCOM? Il suo stesso presidente ritiene che “un filtro generalizzato su internet da una parte è restrittivo, come nessun paese occidentale ha mai accettato di fare, dall’altra è inefficace perché è un filtro burocratico a priori”. Restrittivo ma inefficace. Vuol dire, in altre parole, che chi ha scritto il decreto non conosce internet. La rete ha risorse inesauribili – idee, tecnologia e velocità di formulare risposte alle regole (il server proxy di The Pirate Bay ne è un esempio). Tutto quello che ha la rete, il governo non ce l’ha. Ma questo non risolve il problema del provvedimento in sé. Così prosegue Calabrò:

la soluzione indicata dallo schema di decreto che recepisce la nuova direttiva europea sull’audiovisivo “è fuori dal quadro della direttiva e questo – spiega Calabrò – la rende in contrasto con la normativa europea: come tale può far sorgere questioni con la Commissione europea che indubbiamente farebbe dei rilievi […] Il problema di internet esiste […]  un intervento ex post nel caso un sito delinqua è necessario e dovuto, ma un filtro ex ante è non solo una cosa puramente burocratica, poichè non sappiamo se il sito delinquerà o no, ma non tiene neanche conto del fatto che i siti internet sono come la testa dell’Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro [… ] Il problema è di natura globale e infatti “sono in corso colloqui tra Stati Uniti, Giappone e Unione europea per cercare di trovare delle linee di azione concordate”, conclude il presidente dell’Autorità (negoziato ACTA, altra minaccia alla libertà della rete, ma questa è un’altra storia) – Calabrò: “Il filtro a internet? Legge restrittiva e inefficace” – Repubblica.it

  • PI: Si scrive AGCOM, si pronuncia sceriffo della Rete?
    • L’art. 3, in materia di trasmissioni transfrontaliere, innanzitutto, riconosce all’AGCOM il potere di sospendere a titolo provvisorio o definitivo la ricezione o ritrasmissione di “servizi media audiovisivi” e, quindi – complice l’ambiguità ed ampiezza di tale definizione declinata all’art. 4 – di un’ampia gamma di contenuti che vanno da quelli irradiati via IPTV sino al videoblog o al canale su YouTube o ad un’intera piattaforma di aggregazione di contenuti audiovisivi realizzati e pubblicati da terzi (UGC)
    • L’AGCOM, in forza di quanto disposto dal comma 8 dell’art. 3, per ottenere il rispetto di tali provvedimenti potrà persino ordinare “al fornitore di servizi interattivi associati o di servizi di accesso condizionato o all’operatore di rete o di servizi sulla cui piattaforma o infrastruttura sono veicolati programmi, di adottare ogni misura necessaria ad inibire la diffusione di tali programmi o cataloghi al pubblico italiano” dietro “minaccia” in caso di mancato adempimento di tale ordine, di sanzioni, a carico dei provider, che potranno spingersi sino a 150 mila euro
    • un approccio difficilmente compatibile con i principi, di recente, sanciti dal Parlamento Europeo, in sede di varo del c.d. Pacchetto Telecom: in quella sede, infatti, è stato previsto che qualunque provvedimento che restringa l’accesso a Internet può essere imposto solo se ritenuto “appropriato, proporzionato e necessario nel contesto di una società democratica” e a condizione che, “nel rispetto del principio della presunzione d’innocenza e del diritto alla privacy”, sia garantita “una procedura preliminare equa ed imparziale, compresi il diritto della persona o delle persone interessate di essere ascoltate” ed “il diritto ad un controllo giurisdizionale efficace e tempestivo”
    • il Governo di fatto si avvia ad attribuire all’AGCOM una sorta di delega in bianco in materia di enforcement dei diritti d’autore in relazione all’enorme e sconfinato campo rappresentato da tutti i nuovi servizi audiovisivi

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Il suo ambito di applica-
zione dovrebbe limitarsi ai servizi definiti dal trattato,
inglobando quindi tutte le forme di attività economica,
comprese quelle svolte dalle imprese di servizio pubblico,
ma non dovrebbe comprendere le attività precipuamente
non economiche e che non sono in concorrenza con la
radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i
servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di con-
tenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di con-
divisione o di scambio nell’ambito di comunità di
interesse.

La Quadrature du Net lancia l’allarme: ACTA, pronto l’attacco a Internet.

 


L’ACTA, l’Accordo Commerciale Anti-Contraffazione, verrà negoziato in questi giorni a Città Del Messico fra l’Unione Europea, USA, Australia, Canada, Giappone, Corea del Sud, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore e Svizzera. I governi di questi paesi (per la UE sarà presente la Commissione capitanata da Barroso) tratteranno fra di loro, con l’assenza della Cina, le regole del commercio in tema di contraffazione. Imputato d’eccellenza, Internet e le reti dello scambio peer-to-peer che tanto danno provocano alle entrate miliardarie delle major dell’intrattenimento.

L’approccio di fondo sarà quello di imporre un accordo forzoso fra gli ISP (Internet Service Provider) e detentori di diritti attraverso pratiche di filtraggio, disconnessioni, rimozione dei contenuti contestati. Con ACTA si vuole rendere responsabili gli ISP delle infrazioni al diritto d’autore commesse dai loro utenti.

La Quadrature du Net, l’associazione francese che lotta per la libertà di Internet e per il riconoscimento dei diritti dei netizen, ha oggi lanciato l’allarme e chiamato a raccolta il popolo del web per combattere questo ennesimo attacco alla neutralità della rete.

ACTA attaque l’Internet! Attaquons ACTA! | La Quadrature du Net.

Parigi, gennaio 25, 2010 I negoziati relativia all’accordo Anti-Counterfeiting Trade (ACTA) si terranno dal 26 al 29 gennaio in Messico. L’obiettivo di ACTA è quello di controllare Internet, pur evitando accuratamente il processo democratico. Negoziatori non eletti agli ordini dell’industria dello spettacolo attaccano l’essenza stessa di Internet. Attacchiamo ACTA! Sveliamo i suoi negoziatori per metterli fronte alle loro responsabilità.

Dal 26 al 29 gennaio, i rappresentanti di una manciata di paesi (compresa l’Unione europea, rappresentata dalla Commissione) si riuniranno in Messico per decidere il futuro di Internet e di altre questioni quali l’accesso ai farmaci. Senza il controllo proprio di una organizzazione democratica e la supervisione democratica, le condizioni sono ideali per le lobby di intrattenimento per realizzare il loro sogno: imporre un regime di diritto d’autore sostanzialmente inadeguato per il controllo di Internet e l’accesso libero alla conoscenza. Più di 80 organizzazioni non governative di tutto il mondo (compresi Consumers International, Reporter senza frontiere, la Free Software Foundation e la Electronic Frontier Foundation) hanno siglato una lettera aperta di forte opposizione all’ACTA.

L’analisi finale della Commissione europea rivela l’intenzione del testo: un accordo imposto  ma “volontario” tra ISP e detentori dei diritti, al fine di combattere per via extra-giudiziaria le violazioni del diritto d’autore con una risposta lgraduale, il filtraggio o la cancellazione automatica dei contenuti. Per costringere i commercianti ad accettare tali restrizioni, ACTA li renderà responsabili delle infrazioni del diritto d’autore effettuate dai loro utenti.

“Con la creazione di questa incertezza giuridica per gli operatori di Internet, l’ACTA li obbliga a cedere sotto la pressione delle industrie dello spettacolo. ACTA richiederà ai fornitori di accesso a Internet di filtrare e rimuovere i contenuti e i servizi, trasformandoli in ausiliari di polizia e digiustizia privata. Non possiamo permettere che le restrizioni sui diritti e le libertà fondamentali siano imposti da soggetti privati. Tali modifiche del diritto penale da parte dei governi stessi, nell’oscurità più totale, mostra come le persone che stanno dietro ad ACTA odiano la democrazia “. sostiene Jérémie Zimmermann, portavoce di La Quadrature du Net.

La Quadrature du Net invita ogni cittadino a partecipare alla consapevolezza dei pericoli di ACTA (vedi Policy Brief ) e a mettere i suoi negoziatori dinanzi alle loro responsabilità. Una pagina dedicata alla campagna partecipativa è prevista per questo scopo.

“Seguendo le industrie della musica e del cinema, dei negoziatori non eletti sono in procinto di decidere il futuro di Internet. Dobbiamo ritenerli responsabili e garantire che essi si assumano le conseguenze delle loro decisioni.” conclude Geremia Zimmermann.

Per una Carta Internazionale dei Diritti dei Netizen. Il web secondo Hillary Clinton.

“La libertà di connettersi non è altro che la libertà di assemblea nel cyberspazio e permette agli individui di andare online, unirsi e – ottimisticamente – cooperare in nome del progresso”.

Queste parole sono state pronunciate dal Segretario di Stato USa, Hillary Clinton, e probabilmente passeranno alla storia. Chi se lo sarebbe mai aspettato da una Clinton. Ma la limpidezza della formulazione  merita un commento.

Clintno compie una risistematizzazione del diritto di opinione agganciandolo ad uno spazio nuovo, non concreto, non materiale, ma connettivo e quindi virtuale: il cyberspazio, quel territorio creato dallo sviluppo tecnologico ove si riflettono, moltiplicandone le possibilità, i rapporti umani. Altro non è che l’esplicarsi dell’agire comunicativo di ogni essere umano in quanto tale, che si manifesta al (cyber)mondo attraverso la parola e l’azione. La rete è l’agorà, il luogo per eccellenza della discussione e della deliberazione, il luogo dove gli uomini liberi si incontrano e confrontano. Libertà di internet altro non è che la libertà di assemblea:

Art. 21 (Costituzione Italiana).

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Articolo 11 (Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Libertà di espressione e d’informazione
1.    Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.
2.    La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

Riunirsi liberamente online; accedere all’informazione; scambiare e condividere l’informazione; libertà di parola e di azione; questi capisaldi della democrazia liberale devono necessariamente essere riaffermati nel “nuovo mondo” del cyberspazio.  Il discorso di Hillary Clinton forse apre ad una Carta Internazionale dei Diritti dei Netizen. Un documento che sarebbe meramente enunciativo, ma costituirebbe un freno a quei governi che pensano di lmitare o tenere sotto controllo la libera espressione del pensiero attraverso il web. La neutralità della rete è presupposto della sua libertà. Il pluralismo dei media applicato a internet, altro non vorrebbe dire se non neuatralità.

In Italia? Il governo ha presentato una bozza di decreto legislativo (n. 169) con la quale viene recepita la direttiva UE 2007/65/CE sugli Audiovisivi, atto in cui hanno nuovamente trovato alloggio alcuni principi cari a questo esecutivo e a parte dell’opposizione: equiparazione dei blog a testate giornalistiche, obbligo di rettifica, individuazione nel Garante sulle Comunicazione del ruolo di controllore del web con finalità antipirateria in difesa dei diritti d’autore e delle major dell’intrattenimento audiotelevisivo (di cui le aziende del (finto) premier rappresentano in Italia il principale attore).

E’ chiaro che questo internvento normativo, oltre che essere eccedente rispetto alla norma europea, risulta essere in contrasto con lo spirito democratico che aleggia nelle parole della Clinton. Il nopstro paese, la nostra classe politica, distano anni luce dal resto del mondo:

spiace vedere la trascuratezza con cui questa sfida epocale viene accolta, interpretata e commentata in Italia. Il discorso di Hillary Clinton non ha trovato spazio nelle riflessioni dei nostri politici, più propensi a escogitare nuove e contorte soluzioni per limitare la libertà di Internet, per “mettere in sicurezza” i social network e controllare il contenuto dei blog, piuttosto che a garantire, magari, la libertà di accesso alla Rete per tutti i cittadini (Ffwebmagazine).

Ciò che spaventa del nostro paese è la stagnazione, la chiusura, l’immobilismo della casta. L’arrivo del Web 2.0, ovvero del web dinamico, il web dell’alto livello di interattività, in contrasto con il web 1.0, il web statico, della mera fruizione, apre alla dimensione sociale, alla condivisione, all’autorialità e alla relazione immediata fra i netizen. Tutto ciò crea un flusso, una corrente, che preme alle porte del vecchio, statico-impermeabile-distaccato, sistema politico, e esercita su di esso una pressione reale, non virtuale, che prima non esisteva. Per questo la rete è pericolosa. Mina alla base il potere acquisito. E pone in essere i presupposti per il cambiamento.