Alcune ‘testimonianze’ contro il bavaglio

E’ legittimo resistere al bavaglio laddove è legittimo resistere al despota.

Ecco alcune testimonianze contro la ‘ley mordaza’ di Berlusconi.

Quando un sovrano assoluto si arroga il diritto di cambiare a suo piacimento le leggi fondamentali del suo paese, quando auspica a un potere arbitrario su una persona e i possessi del suo popolo, diventa un despota. Nessun popolo ha potuto né voluto accordare un potere di questo genere ai propri sovrani; se l’avesse fatto, la natura e la ragione lo mettono sempre in diritto di reclamare contro la violenza. La tirannide non è altra cosa che l’esercizio del dispotismo (1).

La libertà di esprimere e rendere pubbliche le proprie opinioni può sembrare dipendere da un altro principio, poiché rientra in quella parte del comportamento individuale che riguarda gli altri, ma ha quasi altrettanta importanza della libertà di pensiero, in gran parte per le stesse ragioni, e quindi ne è pratica inscindibile […] Nessuna società in cui queste libertà non siano rispettate nel loro complesso è libera, indipendentemente dalla sua forma di governo; e nessuna in cui non siano assolute e incondizionate è completamente libera (2).

Come il ferreo vincolo del terrore è inteso a impedire che, con la nascita di ogni essere umano, un nuovo inizio prenda vita e levi la sua voce nel mondo, così la forza autocostrittiva della logicità è mobilitata affinché nessuno cominci a pensare, un’attività che, essendo la più libera e pura fra quelle umane, è l’esatto opposto del processo coercitivo della deduzione (3).

Gli Illuministi smascherano il re mostrando in lui l’uomo, e in quanto uomo egli non può che essere un usurpatore. La critica carpisce alla figura storica la sua importanza. Così il re estraniato dal suo elemento, cioè dalla politica, diviene un uomo e in quanto tale è un usurpatore, un tiranno. E se è un tiranno, gli Illuministi hanno ragione con la loro critica. Il critico giusto è il giudice, non il tiranno dell’umanità (4).

1_ _ Denis Diderot (1713-1784), Sovrani, in Id., Potere politico e libertà di stampa, a cura di P. Alatri, Roma, 1966, p. 64.

2_ _ John Stuart Mill (1806-1873), Saggio sulla Libertà, a cura di G. Giorgello e M. Mondadori, Milano 1981, p.35-6.
3_ _ Hannah Arendt  (1906-1975), Ideologia e Terrore, in S. Forti, op. cit., p. 62.

4_  _ Reinhart Koselleck (1923-2006), Critica illuminista e crisi della società borghese, Il Mulino, Bologna 1972 [1959], p. 134.

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3 Ottobre contro il bavaglio! La diretta streaming della manifestazione su RED.tv

Dalle ore 15.00 anche su Yes, political!

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Ecco come vogliono affossare Report. La chiusura per querela. Per un DDL sulla lite temeraria.

Togliere la copertura legale a Report significa farlo chiudere. Ad oggi la Gabanelli ha trenta querele sulla testa. Nessuna tv oltre alla RAI potrebbe farsi carico di un danno tale. Il danno lo riceve la Gabanelli e il suo staff di giornalisti, la RAI, la libertà di stampa. Peccato che chi querela non rischi proprio nulla. Chi usa querela sa che il danno arrecato all’altro non è la richiesta di risarcimento in sede civile bensì le spese legali. I procedimenti in Italia non giungono mai a conclusione. I tempi medi sono circa dieci anni, forse più. Dieci anni di spese legali moltiplicate per trenta.
Allora dalle colonne di questo blog si vuole lanciare una iniziativa, in vista del 3 Ottobre e della manifestazione di FNSI e Articolo 21 per la libertà di stampa: avviare una iniziativa legislativa per penalizzare la cosiddetta "lite temeraria", ovvero l’uso della querela a scopo intimidatorio, in special modo laddove questa colpisce la libertà d’espressione.
Qualche parlamentare volontario?

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    • Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante

    • facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici»

    • Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l’intenzione di togliere la tutela legale.

    • La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse

    • dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità

    • sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa

    • dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali

    • il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio

    • A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato.

    • L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere.

    • Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi.

    • una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile

    • le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina

    • non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente».

    • Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio.

    • copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma

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    • La politica ci lasciasse lavorare in pace
      Roma, 29 set. (Apcom) – Il Presidente della Rai Paolo Garimberti chiede alla politica di evitare ingerenze nel servizio pubblico e si appella al alcuni conduttori auspicando da parte loro un maggiore senso di responsabilità. "Se la politica ingerisse di meno e ci lasciasse lavora in pace ci farebbe un grosso favore". "Comunque certi conduttori dovrebbero avere più senso di responsabilità e ricordare che il microfono non appartiene a loro, ma all’editore e ai cittadini", sottolinea.

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Attacco a Annozero. La rete contro il DDL Pecorella-Costa. 3 Ottobre per la libertà d’espressione.

Annozero è di nuovo sotto attacco. Singolare un paese dove i ministri parlano dei programmi televisivi. Di certo non un ruolo che esercitano per competenza. O forse, se si intedessero meglio di televisione e di giornalismo, dovrebbero dimettersi e dedicarglisi a tempo pieno.
La strategia di tenere sotto ricatto i giornalisti prosegue parallela al tentativo di equiparare al libera attività di blogging al giornalismo in senso stretto, estendendo ai siti internet la responsabilità penale e il rischio di vedersi sottoposti a procedimenti risarcitori.
Il 3 Ottobre anche la rete si mobilita. Non si resta a guardare.
Di seguito alcune voci contro che chiedono sia rispettata la libertà di stampa.

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    • Clamoroso, forse inedito, intervento diretto del governo sulla Rai dopo la prima puntata di Annozero e le notizie sugli alti livelli di ascolto. In un comunicato ufficiale il ministro Scajola attacca: “E’ ora di finirla. Quella di ieri è l’ennesima puntata di una campagna mediatica basata sui pruriti, sulla spazzatura, sulla vergogna, sull’infamia, sulle porcherie”.
    • “Convocherò i vertici della Rai per verificare se trasmissioni come Annozero rispettino l’impegno, assunto dalla Rai nel contratto di servizio, a garantire un’informazione completa e imparziale”
    • l’ira del presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli, che non ha tardato a giudicare le parole di Scajola “un pericoloso precedente. Non corrispondendo ad alcuna regola o prassi istituzionale”
    • dall’opposizione si è alzata la protesta di Paolo Gentiloni, responsabile comunicazione del Pd: “Scajola fa una censura governativa. Il compito di vigilare sul pluralismo è affidato alle Camere, non al governo”
    • gli ascolti per la trasmissione di Santoro, che, dopo le polemiche della vigilia, ha sfiorato il 23% di share, seconda solo di poco ad una storica fiction
    • Soddisfatto Michele Santoro che riferisce anche dell’imminente soluzione della questione del contratto di Marco Travaglio, ieri intervenuto in qualità di “ospite”.
    • Santoro: “Siamo davvero contenti”. “Abbiamo lavorato in condizioni di assoluta emergenza e siamo andati in onda a regola d’arte da un altro studio con una squadra nuova. Oggi siamo davvero contenti” è il commento di Michele Santoro. “Questo risultato premia un prodotto interamente Rai e non è soltanto frutto delle polemiche”.
    • “E’ stata una trasmissione alla Santoro, nel suo stile classico”, ha detto Garimberti a margine del Prix Italia a Torino. “E comunque – ha aggiunto – non esprimo giudizi, non sono un critico televisivo”. Quanto all’intervento di Marco Travaglio, per il presidente della Rai è stato “un Travaglio doc, sempre il solito: è il suo stile, il suo modo di fare giornalismo. Si può amare o no, ma è opportuno che ci siano vari generi e che ognuno possa scegliere cosa guardare”
    • Alla domanda se il direttore generale della Rai, Mauro Masi, condivida tale valutazione, Garimberti ha risposto: “Non dipingetelo diverso da com’è, non è che non capisca che ci devono essere vari generi. Quello che ha sempre caratterizzato la Rai è la presenza di più voci: c’è il Tg1, il Tg2, il Tg3 e alla fine il pubblico può scegliere. C’è il telecomando – ha concluso – che è uno strumento di democrazia”

Lo scarso impegno della politica nella diffusione della banda larga sul territorio e nell’alfabetizzazione informatica della popolazione e l’inarrestabile susseguirsi di iniziative legislative volte a scoraggiare l’utilizzo della Rete come veicolo di diffusione ed accesso all’informazione costituiscono indici sintomatici della ferma volontà di non consentire che la Rete giochi il ruolo che le è proprio: primo vero mezzo di comunicazione di massa ed esercizio della libertà di manifestazione del pensiero nella storia dell’umanità.

L’emendamento D’Alia sui filtraggi governativi dei contenuti, il DDL Carlucci contro ogni forma di anonimato, il DDL Lussana finalizzato ad accorciare la memoria della Rete, il DDL Alfano attraverso il quale si vorrebbero applicare all’intera blogosfera le disposizioni in tema di obbligo di rettifica nate per la sola carta stampata e, infine, il DDL Pecorella – Costa, con il quale ci si prefigge l’obiettivo di trasformare ex lege l’intera Rete in un immenso quotidiano e trattare tutti i suoi utenti da giornalisti, direttori o editori di giornali non possono lasciare indifferenti.

Esiste il rischio, ed è elevato, che ci si risvegli un giorno non troppo lontano e ci si accorga che la Rete è spenta e che la prima e l’ultima speranza di uno spazio per l’informazione libera è naufragata.

Muovendo da tali premesse riteniamo importante che la blogosfera e la Rete italiana partecipino alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di informazione, sottolineando che esiste una “questione informazione in Rete” che non può e non deve passare inosservata perché se la libertà della stampa concerne il presente quella della blogosfera riguarda, oltre il presente, il futuro prossimo di ciascuno di noi.

L’auspicio è pertanto che quanti hanno a cuore le sorti dell’informazione in Rete, il 3 ottobre aderiscano alla manifestazione chiedendo alla politica che, in futuro, ogni iniziativa governativa o legislativa si ispiri a questi elementari principi di libertà e democrazia che costituiscono la versione moderna dell’art. 11 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino:

  • La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi per l’uomo: quindi ogni cittadino può parlare, scrivere, pubblicare in Rete liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge.
    Nessun sito internet può formare oggetto di sequestro o di altro provvedimento che ne limiti o impedisca l’acceso se non in forza di un provvedimento emesso dall’Autorità giudiziaria nell’ambito di un giusto processo.

    L’attività di informazione on-line di tipo non professionistico e non gestita in forma imprenditoriale è libera ed il suo svolgimento non può essere soggetto ad alcun genere di registrazione o altro adempimento burocratico.
    La disciplina sulla stampa e quella sull’editoria non si applicano alle attività di informazione on-line svolte in forma non professionistica ed imprenditoriale.
    Nessuno deve venir molestato per le sue opinioni, fossero anche sediziose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

    PRIMI FIRMATARI
    Guido Scorza – Istituto per le politiche dell’innovazione (guidoscorza.it)
    Enzo Di Frennaenzodifrennablog.it (giornalista)
    Vittorio ZambardinoScene digitali (La Repubblica)
    Alessandro GilioliPiovono rane (L’Espresso)

    HANNO GIA’ ADERITO
    Arturo di CorintoFree hardware Foundation
    Marco ContiniSocietà Pannunzio per la libertà di informazione
    Ernesto BelisarioIstituto per le politiche dell’innovazione
    Claudio MessoraByoblu.con
    Vincenzo Vita – Senatore della Repubblica
    Giuseppe Giulietti – Portavoce Articolo 21

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Bavaglio a internet e stampa. Ritorna il DDL contro i blog.

E’ approdato in Commissione alla Camera uno dei famosi DDL che tentano di mettere il bavaglio alla Rete: il testo Pecorella-Costa, C.881, che vuole estendere la normativa sulla stampa a tutti i siti internet aventi carattere editoriale. Punto Informatico ne parla in questi giorni con un articolo molto dettagliato che vi invito a leggere. Lo spirito censorio di questa legge farebbe in un attimo cadere nel silenzio tutti i blogger di internet.

Questo scrivo Pecorella e Costa come giustificativo del loro atto:

  • L’articolo 1 della presente proposta di legge interviene sulla legge sulla stampa, la legge 8 febbraio 1948, n. 47, specificando che essa si applica anche ai siti internet aventi natura editoriale, ampliando l’ambito applicativo dell’istituto della rettifica, prevedendolo anche per la stampa non periodica, come, per esempio, i libri, riformulando il reato di diffamazione con il mezzo della stampa per fatto determinato e disciplinando il risarcimento del danno.
  • L’articolo 2 interviene sul codice penale, modificando il regime dei delitti contro l’onore, l’ingiuria, la diffamazione e la diffamazione con il mezzo della stampa, in maniera coerente rispetto alle scelte effettuate per il delitto di diffamazione con il mezzo della stampa per fatto determinato.
  • Si modifica, inoltre, il codice di procedura penale (articolo 3), prevedendo la sanzione pecuniaria in caso di querela temeraria. Si tratta di una norma che potrebbe sembrare ultronea rispetto al contenuto della proposta di legge, ma che in realtà è strettamente connessa alla ratio del provvedimento. Infatti, essa e volta a ridurre il rischio di querele presentate solamente come forma di pressione psicologica in vista di un risarcimento civile, fenomeno che vede proprio i giornalisti quali principali vittime.

In sostanza, i blogger sarebbero soggetti alla disciplina sulla stampa, la loro opera avrebbe conseguenze penali e pertanto, dinanzi alla prospettiva di essere querelati e di vedersi ingiunto un risarcimento milionario, molti siti verrebbero chiusi o non più aggiornati. E’ la chiusura della rete. Tutto questo, è scritto per tutelare “la libertà di stampa e il diritto di cronaca”. Assurdo.

Allora la manifestazione indetta dalla FNSI – spostata al 3 Ottobre, non senza polemiche – per difendere la libertà di stampa, deve porre in rilievo questo gravissimo rischio: il bavaglio che si vuol mettere alla rete è altrettanto pericoloso di quello che cercano di sottoporre a stampa e televisione. La libertà di espressione dei blogger verrebbe irrimediabilmente compromessa.

La FNSI ha deciso di rimandare la protesta in segno di lutto per i soldati morti in Afghanistan: c’è chi è andato lo stesso in piazza, a piazza Navona per la precisione, dove si sono ritrovati alcuni gruppi della sinistra; c’è chi ha scritto che la protesta non è anti-nazionale, ma la contrario, dal momento che è fatta per difendere un principio costituzionale, è pienamente patriottica, mentre invece chi cerca di soffocare l’art. 21 è fondamentalmente contro la libertà quindi contro l’Italia democratica. Ma forse il 3 Ottobre si avrà ancora più rilevanza. Si crea così involontariamente un incrocio di date. Negli stessi giorni riprende la discussione alle Camere del DDI sulle intercettazioni. Il 4 Ottobre è attesa la decisione sul lodo Alfano. Il 5 Ottobre la caduta del nano-duce?

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    • Il 14 settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge a firma degli Onorevoli Pecorella e Costa attraverso il quale si manifesta l’intenzione di rendere integralmente applicabile a tutti i “siti internet aventi natura editoriale” l’attuale disciplina sulla stampa.
    • Sono bastati 101 caratteri, spazi inclusi, all’On. Pecorella per surclassare il Ministro Alfano che, prima dell’estate, aveva inserito nel DDL intercettazioni una disposizione volta ad estendere a tutti i “siti informatici” l’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa e salire, così, sulla cima più alta dell’Olimpo dei parlamentari italiani che minacciano – per scarsa conoscenza del fenomeno o tecnofobia – la libertà di comunicazione delle informazioni ed opinioni così come sancita all’art. 11 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e all’art. 21 della Costituzione.
    • l’On. Pecorella intende aggiungere un comma all’art. 1 della Legge sulla stampa – la legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, scritta dalla stessa Assemblea Costituente – attraverso il quale prevedere che l’intera disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche “ai siti internet aventi natura editoriale”
    • Quali sono i “siti internet aventi natura editoriale” cui l’On. Pecorella vorrebbe circoscrivere l’applicabilità della disciplina sulla stampa?
      Il DDL non risponde a questa domanda, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile ambiguità.
    • l’unica definizione che appare utile al fine di cercare di riempire di significato l’espressione “sito internet avente natura editoriale” è quella di cui al comma 1 dell’art. 1 della Legge n. 62 del 7 marzo 2001 – l’ultima riforma della disciplina sull’editoria – secondo la quale “Per «prodotto editoriale» (…) si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici“.
    • una definizione troppo generica
    • Tutti i siti internet attraverso i quali vengono diffuse al pubblico notizie, informazioni o opinioni, dunque, appaiono suscettibili, in caso di approvazione del DDL Pecorella-Costa, di dover soggiacere alla vecchia disciplina sulla stampa
    • Il DDL Pecorella Costa, infatti, si limita a stabilire con affermazione tanto lapidaria nella formulazione quanto dirompente negli effetti che “le disposizioni della presente legge (n.d.r. quella sulla stampa) si applicano altresì ai siti internet aventi natura editoriale“.
    • La vecchia legge sulla stampa, scritta nel 1948 dall’Assemblea Costituente, naturalmente utilizza un vocabolario e categorie concettuali vecchie di 50 anni
    • significa che attraverso la nuova iniziativa legislativa si intende rendere applicabili ai siti internet tutte le disposizioni contenute nella legge sulla stampa, occorre prepararsi al peggio ovvero ad assistere ad un fenomeno di progressivo esodo di coloro che animano la blogosfera e, più in generale, l’informazione online dalla Rete.
    • I gestori di tutti i siti internet dovranno, infatti, pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all’art. 2 della Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile (giornalista) in conformità a quanto previsto all’art. 3, provvedere alla registrazione della propria “testata” nel registro sulla stampa presso il tribunale del luogo ove “è edito” il sito internet così come previsto all’art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede di registrazione (art. 6), incorrere nella “sanzione” della decadenza della registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall’art. 8 che il DDL Pecorella intende modificare negli stessi termini già previsti nel DDL Alfano e, soprattutto, farsi carico dello speciale regime di responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, allo stato, riguarda solo chi fa informazione professionale.
    • vuol dire aprire la porta ad azioni risarcitorie a sei zeri contro i proprietari delle grandi piattaforme di condivisione dei contenuti che si ritrovino ad ospitare informazioni o notizie “scomode” pubblicate dai propri utenti
    • Blogger e gestori di siti internet, infatti, da domani, appaiono destinati ad esser chiamati a soggiacere allo speciale regime aggravato di responsabilità previsto per le ipotesi di diffamazione a mezzo stampa o radiotelevisione.
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    • Il cordoglio e l’umana pietà per i militari italiani morti a Kabul sono incompatibili con la difesa della libertà di stampa? Solo a chi coltiva una follia del genere poteva venire in mente di spostare la manifestazione di sabato, quasi che essa, in quanto di denuncia dell’attuale governo (anzi regime) debba essere vissuta come ipso facto anti-nazionale, anziché in sommo grado patriottica, come in effetti era, poiché con l’obiettivo di salvare il paese dall’abiezione in cui il berlusconismo lo sta precipitando.
    • la manifestazione era stata indetta controvoglia
    • Nella Federazione della Stampa convive di tutto, infatti, dai giornalisti-giornalisti agli aficionados del killeraggio mediatico contro gli oppositori del regime (o anche i sostenitori del governo che solo accennino alla fronda), passando per tutte le gradazioni del giornalismo d’establishment
    • La verità è che la manifestazione avrebbero dovuto indirla i partiti dell’opposizione, dispiegando tutte le loro forze organizzative e comunicative, affidando poi ai tre giuristi dell’appello che sta sfiorando 400 mila adesioni, Cordero, Rodotà e Zagrebelsky, tre tra le figure più alte dell’Italia di oggi, ogni decisione sugli interventi dal palco e lo svolgimento della manifestazione.
    • Rinunciando alla manifestazione non si dimostra un maggior cordoglio per i soldati italiani uccisi a Kabul. Si confessa solo il timore per il linciaggio mediatico che il regime avrebbe scatenato proprio con questo aberrante pretesto.
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    • Lo spostamento della manifestazione nazionale sulla libertà di informazione dal 19 settembre al 3 ottobre ha creato tanta solidarietà e qualche malumore.

    • Entrambe le posizioni sono legittime e Articolo 21, nel suo complesso, ha scelto la via dell’Italia solidale con i ragazzi morti in Afghanistan.
    • La scelta della Fnsi è giusta, comprensibile e doverosa.
    • La protesta a difesa dell’articolo 21 della Costituzione è sacrosanta. Il diritto ad informare e ad essere informati merita di essere proclamato, in piazza, in tutta la sua potenza e non può rischiare di essere oscurato da strumentalizzazioni e scarso risalto mediatico.
    • Oltre ad una scelta di opportunità (manifestare nei giorni del lutto nazionale è di cattivo gusto) c’è anche lo spazio per protestare alla luce di due scadenze che, se vogliamo dirla tutta, porteranno maggiore attenzione sull’appuntamento del 3 ottobre. Proprio in quei giorni ci sarà la decisione della Corte sul Lodo alfano. E subito dopo tornerà in discussione la legge che mina alla base il diritto di cronaca attraverso nuovi divieti sulle intercettazioni telefoniche.
    • dopo quel che è accaduto in Afghanistan, un nuovo tema: quello dell’informazione dimenticata, come quello della guerra Afghana. Tra i temi dell’informazione nascosta, infatti, ci sta anche la cattiva informazione su quel che succede in Afghanistan
    • l’aumento delle truppe non aumenta la sicurezza del popolo Afghano
  • Sara Menafra – Pochi ma buoni per la libertà di stampa

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    • Non era facile intercettare in poche ore tutti quelli che avrebbero voluto mantenere la manifestazione per la libertà di stampa, convincerli ad andare in strada lo stesso e spostare l’appuntamento in piazza Navona.
    • Nell’angolo di piazza Navona assediato dai turisti del sabato si sono avvicendate alcune centinaia di persone per tutto il pomeriggio. Non molte, ma sufficienti per far dire alle redazioni di Liberazione, Terra, Radio città aperta, Left ed Erre che sì, «ne valeva la pena».
    • Quotidiani periodici e radio – insieme a Rifondazione comunista, Pdci, Sinistra critica, Partito comunista dei lavoratori e Sinistra popolare (l’organizzazione fondata da Marco Rizzo, ex pdci)- venerdì sera hanno deciso di confermare l’appuntamento fissato da settimane per il pomeriggio di ieri. Poco convinti della scelta fatta dalla Federazione della stampa, che ha invece scelto di spostare la propria iniziativa due settimane più in là, per preservare il lutto nazionale di queste ore
    • nonostante le divergenze di queste ore, sono già pronti a tornare in piazza il 3 ottobre, assieme alla Fnsi. «Siamo partecipi del cordoglio per le vittime dell’attentato – dice il direttore di Radio città aperta Marco Santopadre – ma in noi resta la rabbia per una informazione ostaggio dei poteri forti».
    • L’emergenza c’è, dice il regista Citto Maselli, pure lui in piazza: “Siamo in un momento terrificante ed è per questo che annullare la manifestazione è stato uno sbaglio. Davanti all’impressionante atmosfera repressiva che si respira in queste ore, possiamo solo tentare di renderci visibili”
    • era stato lui, Citto Maselli il principale bersaglio del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta. Accusato, assieme a Michele Placido, di aver intascato denaro pubblico per realizzare film «che al botteghino incassano 3 o 4mila euro»
    • «Mi sembra di essere tornato all’epoca di Scelba, quando il piccolo teatro di Strehler non poteva andare all’estero per non dare un’immagine negativa del paese»

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No alla Normalizzazione. No alla Lottizzazione. 19 Settembre. Una fascia rossa per la libertà d’informazione.

Mentre ancora si attende una risposta da Bersani sulle nomine di Raitre e sulla astensione del PD della pratica lottizzatoria, proposta che giunse da Ignazio Marino e che per lunghi giorni restò inascoltata mentre si susseguivano i nomi dei papabili alla direzione del terzo canale – Franceschini si è poi pronunciato a Genova ma a caso Raitre già esploso – la redazione del TG3 scrive un comunicato in cui chiede non sia messa in atto la tanto temuta normalizzazione della testata giornalistica, operazione che equivale a mettere la sordina a chi sta compiendo il proprio dovere di fare giornalismo.
La lottizzazione, contrariamente a quel che si dice – viene sempre negata dai diretti interessati – è pure una pratica istituzionalizzata. Una regola non scritta che il vecchio PCI barattò in cambio del decreto Berlusconi, quell’atto governativo che permise alla Fininvest di restare in onda contrariamente alle sentenze della Consulta. Ilprotagonista di quella decisione di accettare la proposta Craxi di uno spoil system a carico del PCI fu – udite udite – di Walter Veltroni. Chissà se ha tenuto conto di ciò nella sua recente rivalutazione dell’esule di Hammamet.

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    • "Nessuna ‘normalizzazione’ per l’informazione del Tg3". Il comitato di redazione del Tg3, con una nota, "respinge l’ipotesi di scelte liquidatorie del ruolo della testata
    • Le polemiche delle ultime settimane a cominciare dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, fanno pensare ad una tentazione di risolvere ‘l’anomalia Tg3’ da parte di alcune aree politiche
    • "A parlare per noi -continua il Cdr del Tg3- sono innanzitutto i nostri telespettatori in continuo aumento, con buona pace di chi trova il Tg3 ‘deviato’ o ‘noioso’
    • rivendichiamo con orgoglio le nostre scelte in un panorama informativo viziato da un conflitto di interessi non risolto e condizionato da un governo che ha più volte dichiarato di non gradire alcuna voce critica
    • Respingiamo il principio che la direzione del Tg3, e in generale qualsiasi nomina Rai, debba dipendere dall’esito di un congresso di partito".
    • è il consiglio di amministrazione a dover tutelare il pluralismo informativo, e compiere scelte basate su criteri professionali ed editoriali trasparenti.
    • Carlo Verna, segretario nazionale Usigrai condivide l’invito del vice presidente della commissione di vigilanza Giorgio Merlo: “Il cda scelga subito all’unanimità per il Tg3 e RaiTre. Ma è cruciale quel che afferma il CdR del Tg3: nessuna normalizzazione
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    • Cari amici di Articolo 21, la manifestazione che avete convocato per sabato 19 settembre, insieme alla Fnsi e ad altre associazioni, non è una delle tante.
    • E’, deve essere, la presa di coscienza da parte della società italiana del pericolo che corre la libertà d’informazione nel nostro paese la cui democrazia è sfigurata dal colossale conflitto d’interessi di cui è  portatore il presidente del consiglio e che proprio in questi giorni si è dispiegato nella sua devastante potenza.
      I giornali e i giornalisti che non si adeguano alla volontà del premier (come nel caso dell’Unità, di Repubblica, e di Avvenire) devono essere messi a tacere; le loro domande, legittime in qualsiasi democrazia, considerate alla stregua di attentati terroristici; la loro stessa identità distrutta con inaudita violenza squadristica da manipoli di manganellatori mediatici.
    • Le piccole isole di indipendenza e di vero servizio pubblico che sono rimaste in Rai, come Rai Tre, il Tg Tre, i programmi di Santoro, devono essere normalizzate; la 7 è già stata messa sotto controllo affinché non crei fastidi
    • Così la tv , dalla quale si informano l’80% degli italiani, non solo tace sugli stili di vita del premier  ma, ed è ancor più grave, rappresenta una realtà mille miglia lontana dai problemi, gli affanni, le preoccupazioni degli italiani e delle italiane nella drammatica crisi che stiamo vivendo. I problemi: la disoccupazione, la scuola, gli immigrati lasciati annegare nei nostri mari, la vita reale nelle tendopoli in Abruzzo, sono  sostituiti da fondali di cartapesta nei quali mettere in scena la salvifiche virtù del governo e del suo leader
    • Per questo ho fatto della battaglia per la libertà d’informazione, per troppo tempo sottovalutata da un centrosinistra che, quando poteva, nulla ha fatto contro il conflitto d’interessi, una delle priorità della mia battaglia congressuale. La libertà di essere informati dei cittadini è infatti la condizione basilare di una democrazia funzionante.
    • Per tutte queste ragioni non solo aderisco alla manifestazione del 19 ma ho chiesto a tutti i miei sostenitori di indossare da qui ad allora una fascia rossa come simbolo del pericolo che corre la libertà d’informazione nel nostro paese.
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    • E’ un uomo di parola il Cavaliere e non si permetterebbe mai di tradire gli accordi presi oltre 20 anni fa col Partito Comunista, accordi che ebbero come protagonista niente di meno che il futuro leader del Partito Democratico Walter Veltron
    • Oggetto della trattativa era il cosiddetto “decreto Berlusconi”, targato Partito Socialista di Bettino Craxi
    • Il “decreto Berlusconi”, quello che serviva a sanare definitivamente il pericolo di oscuramento delle antenne del magnate di Arcore, venne convertito in legge alla Camera il 31 gennaio con i voti decisivi di 37 deputati missini
    • Il decreto arrivò al Senato il primo di febbraio, che era di venerdì e non venne approvato. Il lunedì si giocava tutto sul filo dei minuti: il testo passò in Commissione e arrivò in aula. Il presidente del Senato, Francesco Cossiga, contingentò il tempo degli interventi per evitare che l’ostruzionismo potesse affossare il decreto fortemente voluto da Bettino Craxi.
    • La Sinistra indipendente, capeggiata da Giuseppe Fiori, inventò uno stratagemma procedurale e riuscì ad arrivare alle undici e mezza di sera. “Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare”, ricorda Fiori, “sarebbe passata la mezzanotte e il decreto sarebbe decaduto”.
    • Il capogruppo del PCI Gerardo Chiaromonte gli spiegò, però, che l’ordine era di votare contro, ma di far passare il decreto. L’indicazione arrivava dal giovane responsabile del PCI per le comunicazioni, Walter Veltroni. Il fatto era che Bettino Craxi era riuscito a legare il passaggio del decreto in favore di Berlusconi a un riassetto della Rai che prevedeva, fra l’altro, il “passaggio” di Raitre sotto la sfera di influenza del PCI”.
    • “Intendo rivolgere a Berlusconi due complimenti sinceri, di stima. Il primo per la sua capacità di imprenditore che è riuscito a “inventare” un settore. Il secondo complimento va alla sua capacità di aver imposto, attraverso un alto grado di egemonia, i tempi della decisione politica in un settore così delicato come quello nel quale opera”, dirà qualche anno più tardi il comunista Veltroni

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Ricevo e pubblico. Il web e Marino. Cosa lo differenzia da Bersani e da Franceschini.

Ricevo una segnalazione che prontamente pubblico: due post sul blog "Piovono Rane". L’aspetto del rapporto con i new media, con internet e il suo popolo e i candidati segretari PD. Cosa differenzia le mozioni: solo Marino ha idee concrete, da Bersani quasi un’ostilità al web, per Franceschini il web è una gran cosa, ma non sa dire cosa. Questo in estrema sintesi.

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    • come i tre candidati alla segreteria del Partito democratico prendano in carico la cultura digitale
    • alcune dichiarazioni rese da Franceschini e Bersani negli ultimi mesi. Il segretario, durante i giorni dell’assemblea che lo elesse, sbottò contro quella che l’Unità definì “la rabbia del Web” e cioè contro e mail, commenti ai blog, prese di posizione che invasero il cibespazio in quel periodo, tesi a invocare un congresso immediato. Franceschini dichiarò: “Ma scusate la base qual è? Quella dei blog o quella che abbiamo visto sabato, le duemila persone elette con le primarie? Quella è gente vera, non virtuale. Gli italiani non sono il popolo della rete”
    • Bersani alla recente festa del partito a Genova ha concluso: “Va bene, sì, Internet, la tecnologia e tutto l’ambaradan. Ma non si può fare politica se non si guarda la gente negli occhi”
    • il sondaggio online de L’espresso a cui hanno già partecipato trenta mila persone: circa il 47% si dichiara a favore di Marino, il 40% di Bersani e il 13% di Franceschini.
    • indicano un certo distacco tra Franceschini e Bersani, da un lato, e la cultura digitale, dall’altro.
    • l’impegno sulla cultura digitale, occorre preliminarmente sgombrare il campo da un equivoco: parlare di digitale non significa prestare più o meno attenzione a meri strumenti tecnologici, a gadget, all’ultima novità mediale
    • in modo più profondo parlare di cultura digitale significa cogliere elementi di mutazione sociale complessiva
    • quello scenario che Castells chiama “network society”. Un modo nuovo di valorizzazione delle risorse, di condivisione di pensieri ed emozioni, di strutturazione del potere. Significa in definitiva entrare in relazione con le soggettività del nostro tempo
    • Una simile comprensione della cultura digitale non la si ritrova nella mozione Bersani. Incentrare la mozione sul tema cardine della produzione (e di conseguenza dei ceti produttivi) significa non aver colto quel cambio di paradigma economico che segna l’epoca postfordista
    • Bersani dimostra in questo – che poi è il centro del suo progetto – l’anacronismo di una proposta in tutto e per tutto socialdemocratica, e cioè compiuta nei suoi termini, nei soggetti stessi i cui interessi un partito dovrebbe tutelare
    • Nulla di più scontato dunque che la Rete finisca con l’essere intesa semplicemente come uno strumento di comunicazione in più
    • Sulla green economy si sofferma anche e maggiormente Franceschini, il quale avverte la necessità di andare oltre il fordismo avvalendosi delle nuove tecnologie. E i riferimenti diretti alle nuove tecnologie sono forti in almeno due passaggi: all’inizio del testo il computer è presentato come icona del mondo contemporaneo e, parlando di merito, si individua un legame forte tra scuola e mezzi tecnologici
    • però, a proposito della cultura digitale sconta quella cifra caratteristica di tutta la sua mozione: un nuovismo vago ed indeterminato. In altre parole, il segretario uscente comprende che sul mondo contemporaneo spira un vento nuovo, ma non riesce a decifrarne compiutamente gli elementi caratterizzanti, a confrontarsi con le reali novità: non viene di conseguenza tematizzato alcun problema specifico alla cultura digitale
    • Marino. Da un lato, non si limita a indicare nella rivoluzione verde il prosieguo della rivoluzione informatica ma va oltre, riuscendo a individuare accanto e al di là della green society, una care society, una società della cura, della salute, della sanità come volano di sviluppo.
    • numerose prove che questo possa essere un orizzonte di innovazione dirompente: in America, Obama proprio sulla riforma della sanità si è impegnato più a fondo e prioritariamente
    • Marino sembra sicuramente quello dotato di maggiore capacità prospettica.
    • è confermato, infine, dal fatto che delle tre mozioni l’unica a occuparsi di questioni più specifiche alle reti telematiche sia proprio quella di Marino che, all’interno di un’attenzione generale all’informazione, affronta i problemi della banda larga nel nostro paese e della libertà dei citizen journalists, cioè di tutti noi che pubblichiamo qualcosa su internet.
    • “è una politica miope quella che si occupa delle leggi sulla comunicazione ignorando che nel futuro i nuovi mezzi che oggi rappresentano lo strumento di massima democrazia, potrebbero finire per essere controllati da pochi colossi industriali e limitati da normative che tendano ad introdurre limiti all’informazione in rete”
    • i piccoli episodi citati all’inizio non paiono affatto accidentali, ma trovano una sostanziale conferma nei discorsi dei candidati alla guida del Partito democratico. Insomma, la sua mozione spiega perché Marino non ha mai contrapposto la Rete ai circoli e riesce a ottenere l’appoggio dei cibernauti. Saranno episodi determinanti, come lo sono stati in America per la vittoria di Obama?
    • antonio.tursi@gmail.com

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    • Se il premier non ha bisogno di Internet perché ha Gianni Letta «che è un Internet umano», magari gli altri cinquanta e rotti milioni di italiani invece gradirebbero collegarsi velocemente alla Rete
    • pare che la cosa sia difficile e il mitico “piano Romani”  da un miliardo e mezzo di euro è fermo, perché Il Cipe (cioè il governo) non molla i soldi, quindi siamo dopo l’Irlanda e la Corea nella diffusione di banda larga, e anche dopo la Svizzera che pure è abbastanza montuosa.
    • il capo del governo è lui, ed è stato lui ad esempio a togliere una cinquantina di milioni allo sviluppo della Rete per poter abolire l’Ici, tanto per fare un esempio.
    • penso così male se penso che a Berlusconi non solo della Rete non gliene frega granchè, ma probabilmente gli sta anche un po’ sulle palle perché è l’unico media nel quale non ha una presenza decente?
    • è strapotente nelle tivù, messo benone sulla carta stampata, si è fatto pure un po’ di radio ma in Rete non se lo fila quasi nessuno.
    • Che bisogno ha di diffondere Internet?

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