Quel profondo silenzio del governo sulle armi a Gheddafi

Il baillame politica-giustizia di questi giorni, accoppiato alla crisi del debito e alla manovra, ha del tutto oscurato una notizia angosciante, passata inosservata sul The Guardian il 19 Luglio scorso e lasciata decadere in fretta dalla stampa italiana.

The Guardian racconta di uno stock di armi – 30.000 fucili Kalashnikov AK-47 automatici, 32 milioni di munizioni, 5.000 razzi Katyusha, 400 missili anticarro Fagot filoguidati e circa 11.000 altre armi anticarro – spariti da un’isola del Mediterraneo, l’isola di Santo Stefano e forse transitati per la Sardegna.

Sono stati trasferiti da un magazzino sull’isola di Santo Stefano, al largo della costa nord della Sardegna, e trasportati verso la terraferma, dove sono stati caricati su camion dell’esercito, ha detto al Guardian una fonte vicina all’operazione. Ma cosa sia successo loro dopo è un mistero – e ora anche un segreto (The Guardian).

E’ un segreto perché il governo italiano ha bloccato le attività investigative. La Presidenza del Consiglio ha posto il segreto di Stato non appena un magistrato di Tempio Pausania ha avviato l’inchiesta. Le armi, che provenivano da un sequestro eseguito da forze militari navali britanniche e italiane durante le guerre balcaniche degli anni novanta, sarebbero scomparse fra il 18 e il 20 di Maggio.

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Lega Nord, piangere sul Parmalat versato

Inutile piangere sul (Parma)lat versato. La Lega Nord poteva inserire qualche uomo di fiducia nella proprietà Parmalat e così far assorbire il latte padano, fuori mercato da tempo immemore e spesso irrispettoso delle quote di produzione decise a Bruxelles. Gli allevatori verranno invece schiacciati dalla concorrenza, sebbene Parmalat faccia già da tempo riferimento al mercato dell’Est europeo per il latte a lunga conservazione – vero core businness dell’azienda. L’offerta di Lactalis è un premio per gli azionisti e i risparmiatori che hanno nel proprio portafolgio i titoli Parmalat, dei coraggiosi dopo la fregatura targata Tanzi. L’azienda è sana, produce utili: i francesi arriveranno e faranno degli investimenti – che diamine, per una volta abbiamo attirato del capitale estero e manca poco che lo mandiamo via. Forse addirittura faranno crescere l’occupazione. Un evento storico.

Quindi l’intervento maldestro di Tremonti, in accordo con il Carroccio, era del tutto antitetico al mercato. Tremonti, il liberista, si è scoperto un nazional-statalista della peggior specie. E la sconfitta francese per la Lega si potrebbe ritorcere contro. Il settore agricolo soffre la concorrenza dei prodotti polacchi, cechi, sloveni. Il mercato unico non premia la nostra agricoltura, poco efficiente e poco propensa alle riconversioni produttive. Vedremo forse i trattori bloccare le autostrade? Tradizionalmente la Lega pesca molti voti nel settore, e il settore fa lobbing da anni sulla Lega. Un rapporto che potrebbe uscire malconcio dopo questa vicenda.

Ora, volendo mettere sul piatto della bilancia la Libia e Parmalat alla Lactalis, certamente nell’ottica leghista pesa decisamente di più la seconda voce. La Libia è il casus belli per premere su B., reo di aver mollato la presa con Sarkozy per privilegiare gli interessi dell’ENI in Cirenaica. Le bombe non interessano a nessuno. Nemmeno interessa se sono effettivamente precise e se sono giunte a destinazione senza aver prodotto danni collaterali. Conta il proprio orticello, e quello leghista sta per essere invaso da vacche da latte inferocite.

Libia, la Lega bombarderebbe a tappeto, il PD non sa dove stare

Attenti a non farvi ingannare: le ragioni profonde dell’opposizione della Lega Nord alla decisione del governo di bombardare in Libia non è dovuta a questioni di pacifismo. Fosse per la Lega si bombarderebbe a tappeto tutta la Libia, pur di non avere un solo profugo in Padania. Ci sono sottosegretari che hanno ipotizzato di sparare ai barconi di disperati. Questa la loro forza, l’idiozia.

La Lega lamenta il lassismo di Berlusconi dinanzi alla Grandeur di Sarkozy. Il Nostro si è ammosciato davanti al presidente francese. Berlusconi è uscito dal vertice con Parigi a mani vuote. Soprattutto sui respingimenti francesi, Berlusconi nulla ha potuto se non firmare una lettera congiunta con Sarkozy il cui valore è prossimo a zero. In più il governo ha calato le braghe con Lactalis – troppo alta la sua offerta per i modesti investitori italiani – e sul nucleare non ha potuto rompere in alcun modo i contratti con EDF, la società elettrica francese. Insomma, una disfatta. Evidentemente le barzellette non hanno fatto ridere nessuno. Ridevano i francesi, e soprattutto i loro portafogli.

La Lega avrebbe detto sì ai bombardamenti in cambio di una 2contropartita tecnica” all’altezza: niente accoglimenti degli immigrati tunisini, niente aerei. Ma Berlusconi si è trovato conle spalle al muro. Chissà quale il tono di chiamata di Obama, l’altro giorno. Un governo veramente debole in politica estera. I cablogrammi svelati da Wikileaks hanno mostrato come il governo già nel 2009 fosse genuflesso dinanzi all’amministrazione Obama quando venne richiesta collaborazione per lo smistamento dei carcerati di Guantanamo. L’Italia dovette gestire due tunisini, poi espulsi, e per fare ciò Frattini fece carte false con la Lega. La Lega era ritenuta dall’ambasciatore USA una vera incognita, un elemento che poteva gettare i rapporti con Roma nell’incertezza.

Questo il capitolo “Lega”. Non sta meglio il PD. Sappiate sin da ora che la spaccatura nella maggioranza sulla Libia sarebbe avvenuta anche a parti invertite, ovvero con una coalizione PD-IDV-SeL. Insomma, un problema cronico fra atlantistismo e pacifismo che attanaglia il centro-sinistra sin da quando esso stesso ha cominciato a prefigurarsi come maggioranza di governo. I governi Prodi, D’Alema hanno vissuto sulla loro pelle tensioni terribili. E i governi di allora, quando si trattò di rifinanziare le missioni in Iraq o di bombardare la Serbia, impiegarono acrobazie verbali non dissimili da quelle impiegate dai berluscones in queste ore.

Ecco perché anche oggi il PD sulla Libia non ha una linea politica: gli inviati di Bersani non fanno che evidenziare le incongruenze della maggioranza ma dimenticano di dire quel che pensano sulle bombe. Da che parte sta Bersani? Le bombe sono il naturale sbocco della strategia adottata a Marzo? Oppure abbiamo alternative?

“Lampedusa? Facciamola diventare un grande Centro di Espulsione”

Dopo il Fora di Ball bossiano, è in atto un concorso pubblico di idee per la risoluzione del “problema” Lampedusa. E qualcuno è giunto a livelli di idiozia mai raggiunti sinora. Naturalmente aspettando lo sbarco di Silvio Forever sull’Isola della Disperazione:

“I più scatenati sono […] gli ex An, che sentono la concorrenza del Carroccio sul tema della sicurezza. La bresciana Viviana Beccalossi è drastica: ‘Io farei evacuare gli italiani da Lampedusa e trasformerei l’intera isola in un grande centro di espulsione’” (IMGPress).

Viviana Beccalossi, ex An, attualmente ricopre l’incarico di vicepresidente e assessore all’agricoltura nella giunta lombarda guidata da Roberto Formigoni.

La Libia, l’ENI e quel miliardo a fondo perduto

Petrolio. Ne scrisse un libro, un giorno, un uomo, e dopo morì in circostanze misteriose. Si chiamava Pierpaolo Pasolini. Aveva romanzato la storia dell’ENI e del suo padre storico, Enrico Mattei, morto in un incidente aereo che ha ben poco dell’incidente.

L’ENI, sempre l’ENI, la ritroviamo oggi, co-protagonista della sceneggiata libica, la nuova ennesima guerra per la difesa dei diritti umani. ENi non spara, preleva. Preleva barili di oro nero, di gas naturale. Per questo paga al regime libico una quota altissima, il prezzo più salato per una compagnia estera in Libia. ENI trattiene a malapena il 12% della produzione di greggio, il 40% di gas, il resto rimane in mano libica, che commercializza per proprio conto. Questo perché negli anni ’70, quando Gheddafi era socialista e faceva la rivoluzione alla testa delle masse libiche, petrolio e gas sono stati nazionalizzati. Alla medesima maniera di Chavez in Venezuela. Una misura che è sin giusta, se ci pensate: che diritto hanno le compagnie estere di venire nel nostro paese e di sfruttarne le risorse al prezzo imposto da loro? In fondo anche l’ENI è una ‘National oil Corporation’, una compagnia di bandiera, controllata cioè dal governo, che opera all’interno dei propri confini in regime di monopolio o di semi-monopolio, al contrario di Bp, Total, ExxonMobil, multinazionali che rispondono soltanto al proprio interesse e a quello dei loro investitori.

Wikileaks ci ha permesso di conoscere le relazioni pericolose di ENI e NOC, la compagnia nazionale libica. Ce lo ricordano Debora Billi su Il Fatto (qui) e Gianni Cavallini sul suo blog (qui). ENI aveva un contratto standard, poi ha dovuto rinegoziare al ribasso, con una quota di produzione che è passata dal 35-40% al 12% come detto sopra. Dopo è partita la campagna della compagnia libica contro le altre imprese estere: tutti i nuovi contratti hanno adottato lo standard ENI, con notevole scorno per Total e soci:

23-07-2008: “Con il nuovo accordo, lo share di produzione per il consorzio europeo (quello che sviluppa la città di Marzuq, ndr) sarà ridotto dal 25% al 13%. Repsol, Omv, Total e Saga Petroleum hanno seguito altri maggiori attori in Libia nel cedere alle pressioni Noc verso il nuovo accordo Epsa IV, che prevede significative riduzioni di share per le compagnie internazionali. E se qualcuno dubita, ecco pronto un cablo in cui ci si lamenta proprio della della rigidità della Noc, e specialmente della gestione autocratica del responsabile Shukri Ghanem. Il quale, appena lo scorso anno, ha annunciato di voler estendere il fatidico accordo Epsa IV anche alle compagnie che finora hanno goduto di concessioni tradizionali (D. Billi, Il Fatto, cit.).

4. (SBU) Nell’ottobre 2007, l’ENI si è accordata con il NOC per convertire i contratti esistenti di produzione a lungo termine, che sono stati firmati a metà degli anni 1980 sotto le condizioni EPSA III, secondo il modello contrattuale più recente EPSA-IV (reftel). Tale accordo è stato presentato al Congresso Generale del Popolo Libico per l’approvazione e la ratifica, ed è stato ratificato il 12 giugno. Nell’ambito del nuovo accordo Eni ha ridotto la sua quota di produzione al 12% per il petrolio (35-50 per cento in meno per i suoi vari ambiti) e del 40% per il gas naturale (50 per cento in meno). La quota per la produzione di gas scenderà al 30% dopo il 2018. In cambio il NOC ha esteso di 25 anni i contratti EPSA III ad ENI, ha approvato un’espansione di 3 miliardi di metri cubi (BCM) per il Gasdotto della Libia occidentale (WLGP), e la costruzione di un nuovo impianto da 4 milioni di tonnellate l’anno di LNG (gas naturale liquido) a Mellitah. Eni ha accettato condizioni fiscali meno attraenti per i suoi blocchi (il suo portafoglio complessivo è sceso al 42% a causa di più base quote di produzione), e ha fatto un miliardo dollari di pagamenti a fondo perduto. Le licenze Eni sono state convertite al modello EPSA IV che ora scadrà nel 2042 (per il petrolio) e nel 2047 (per il gas) – (G. Cavallini blog, cit.).

Sappiamo – sempre per merito di Wikileaks – che anche sul fronte del gas russo l’ENI ha stretto accordi al ribasso: ne abbiamo parlato su questo blog già a dicembre. Allora emerse un quadro oscuro di società off-shore in cui si presagiva la presenza del nostro caro Presidente del Consiglio. In quella storia, ENI apriva il mercato italiano “all’ingrosso” del gas metano, di cui è praticamente monopolista, a una società facente riferimento a Gazprom. Praticamente un suicidio commerciale. Sul fronte libico, ENI ha barattato un presunto aumento di capacità di un gasdotto nonché la costruzione di un secondo tutta da definire. In aggiunta, ENI ha versato un miliardo di dollari – diconsi dollari – a fondo perduto!

A questo punto viene da domandarsi chi comanda la NOC libica. Le ‘personalità chiave’ della compagnia sono Shukri Ghanem, presidente della compagnia nonché ex Segretario Generale del Comitato del Popolo cioè del governo libico; Faraj Mohamed Said, vicepresidente; Ahmed Elhadi Aoun, Amministratore. Questi signori mettono il piede nel consiglio di amministrazione di tutte queste società (il grafico potrebbe non essere recente poiché riporta il nome di Agip):

NOC è posseduta per intero dal governo libico. L’accordo ENI è del 2007: in Italia governava Prodi. ENI era presieduta da Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’azienda dal 2005. Scaroni è stato definito il “vero” amico dei libici. Interpellato dalla stampa, ha ribadito chei rapporti fra ENI e NOC non sono affatto compromessi:

“Absolutely not, I do not think they are compromised,” said Eni Ceo Paolo Scaroni about Eni’s relations with Libya on the sideline of an audition at the lower Chamber. Scaroni said: “We are maintaining our relations with the National Oil Corporation, our natural contact there. Any political system set up in the future will have its NOC which has contracts with us, so we will continue doing business with it.” Scaroni concluded:” I don’t see any reason for our relations to be jeopardized.” (AdnKronos).

Scaroni pensa che qualsiasi sia il governo libico del futuro, NOC continuerà ad esistere e così i contratti che ENI ha con esso. Che sciocchezze: è fin troppo chiaro che il prossimo governo libico dovrà accettare la “linea francese”, che sarà forse quella della liberalizzazione del mercato del petrolio e del gas in Libia. E quel miliardino di dollari si sarà perso nel canale di Sicilia.

Libia, tu chiamala se vuoi guerra

Guerra di Libia 1911

Guerra di Libia 2011

No, non è peace keeping. Non è un intervento umanitario. E’ guerra, anche se ufficialmente – lo dice Napolitano – non siamo in guerra. Otto caccia bombardieri nostrani stanno sorvolando i cieli di Tripoli sganciando il loro pesante bagaglio. I nostri cieli testimoniano il transito degli aerei inglesi e francesi. Un rimbombo sinistro, molto frequente in mattina: chi abita a nord come me se ne sarà accorto. I nostri cieli sono cieli di guerra, e non l’avevamo previsto.

La decisione del governo di concedere le basi (nonché il voto di un parlamento prono e privo di opposizione) è stata repentina, priva della necessaria riflessione circa i rischi, altissimi, di rappresaglia libica contro le nostre navi mercantili, o persino in terra, qui da noi, nelle stazioni, negli aeroporti. A pensarci bene, l’avvallo all’attacco è un gesto da irresponsabili, soprattutto da parte di chi aveva stretto mani e baciato anelli. Non siamo più amici della Libia, poiché mai lo siamo stati. Eravamo amici del dittatore, questo sì, già sufficientemente vergognoso. Ora siamo anche messi dalla parte dei traditori, e questo la dice lunga sulla nostra libertà – pari a zero – in materia di politica estera. D’altronde i cablogrammi di Wikileaks hanno rivelato il giudizio di Washington su Berlusconi. Il pagliaccio è manovrabile, è da tener buono poiché utile al raggiungimento dei loro obiettivi geopolitici.

In Libia si combatte una nuova guerra del liberismo: un altro mercato da liberalizzare, quindi da colonizzare con le multinazionali occidentali. C’è posto per produzioni che qui da noi costano, c’è manodopera abbondante: alle spalle c’è un deserto che vomita disperati che si accontenterebbero di una paga da miseria. Certo meglio dei lager del Rais. Siete sorpresi del ruolo di primo piano dell’Unione Europea? E’ frutto del multilateralismo obamiano. Gli europei si prendano la parte di costi per la liberalizzazione della Libia, non soltanto i benefici. Noi sorvoliamo i cieli libici perché in terra abbiamo già l’ENI e non possiamo permettere che Total e Bp la scalzino: meglio una spartizione. Un pozzo a ciascuno. Intanto Frattini ipotizza: si andrà avanti finché Gheddafi non cadrà. Con un ministro degli esteri così c’è poco da star tranquilli. Berlusconi ci tiene a tranquillizzare tutti: Gheddafi non ha la tecnologia necessaria per colpire le nostre isole: Lampedusa, Linosa, Pantelleria. Poi lo scopriamo alla testa di una cordata con Putin con lo scopo di ricomporre le parti, come se noi non fossimo pienamente coinvolti nella alleanza dei volenterosi occidentali griffata ONU. Una specie di sclerosi della visione dei rapporti internazionali: le iperbole di un vecchio governante esautorato e privo di dignità.

Lampedusa è il fronte di questa guerra, o meglio la più immediata retrovia: un’immensa isola campo-profughi. Chi, che cosa potrà partorire una situazione tanto simile?

Due anni fa nessuno previde che Mohamed Game, cittadino libico residente da anni in Italia, si sarebbe fatto esplodere di fronte alla caserma Santa Barbara di Milano per protesta «contro il governo e Silvio Berlusconi responsabile della politica estera» (Corriere.it).

Esiste una circolare del capo della Polizia Manganelli che invita prefetti e questori a innalzare il livello di attenzione per gli obiettivi sensibili, in particolar modo le frontiere marittime e terrestri, nonché i luoghi simbolo. Non serve ipotizzare armi chimiche: l’unica arma più pericolosa – e che può attuare la vera rappreseglia contro i civili – potrebbe essere già fra di noi. E questa è una della ragioni per cui la chiamiamo guerra.

L’apocalisse giapponese spingerà gli USA alla guerra in Libia?

Per qualche ragione, due mari lontanissimi, il Mediterraneo e l’Oceano Pacifico, diventano stranamente “comunicanti” e non già perché si possa navigare da uno all’altro senza passare per terra, bensì perché la storia e la geologia hanno deciso così. E tutto per colpa della necessità degli uomini di avere energia a buon prezzo per le proprie attività e per le proprie abitazioni. Sì, diciamolo, per colpa del petrolio.

Da un lato, il Giappone con la sua inimmaginabile apocalisse, la distruzione di intere città e di industrie, in primis quella energetica che sta portando al melt down due o tre reattori della centrale di Fukushima. Domani è annunciato il razionamento dell’energia elettrica: per Tokyo sarà il black out. Parliamo di una città di 13 milioni di abitanti. In tutta l’area metropolitana vivono circa 35 milioni di persone. Ergo, il governo giapponese dovrà rivedere la propria politica energetica con misure emergenziali, la prima delle quali sarà incrementare la produzione di elettricità attraverso quella parte di infrastruttura che impiega combustibile non nucleare, ovvero gas e petrolio. Ma mentre per il gas è difficile incrementare la produzione in tempi brevi – sono necessari nuovi gasdotti, nuovi rigassificatori – per il petrolio il problema non sussiste: faranno arrivare qualche petroliera in più. L’energia elettrica di provenienza nucleare in Giappone è circa il 30% di quella prodotta. Considerando che gli impianti coinvolti dal sisma-tsunami sono circa sette, in funzione ne restano almeno undici delle diciotto attualmente funzionanti. Ne consegue – e questo è certo un calcolo spannometrico poiché non conosco la potenzialità degli impianti né il numero di reattori spenti – circa il 10-15% di energia in meno.

Alla riapertura dei mercati sapremo se il rally del prezzo del petrolio di questi giorni si tramuterà in una tendenza chiara al rialzo. L’incremento di fabbisogno di oro nero del Giappone produrrà una scossa sui listini dei mercati. E di riflesso avremo uno shock petrolifero in piena regola. Il sistema produttivo è in grado di reagire alla nuova domanda? I paesi OPEC incrementeranno le attività estrattive? Gli USA metteranno mano alle famigerate riserve?

Qui entra in campo il ‘problema Libia’. L’Europa se n’è lavata le mani, con Italia e Germania su una linea prudente mentre Sarkozy spingeva già per la guerra totale (o Total) al dittatore libico. Gli Stati Uniti sono divisi fra amministrazione Obama desiderosa di cacciare il brutale Gheddafi e gerarchie militari tiepide sull’ipotesi di aprire un terzo gravoso conflitto. In mezzo gli interessi petroliferi degli inglesi – Bp e le sue dannate trivelle – già a far da grancassa agli insorti, speranzosi di trovare il nuovo link per inserirsi nel paese, mentre russi e cinesi, pronti a sostituire i ‘traditori italiani’ con le loro imprese e i loro soldi, restano freddini essendo in buoni rapporti con il Raiss. Questo scenario di blocco potrebbe essere risolto in un batter d’ali se domani i mercati dovessero aprire con il barile sopra i 105 dollari:


A fine Febbraio, infatti, all’apice della crisi libica, quando sembrava che Gheddafi dovesse abbandonare il paese da un momento all’altro, il greggio è volato sopra i 100 dollari. In un solo giorno era aumentato di dodici dollari. E allora la catastrofe giapponese potrebbe far rivedere i piani degli americani: il greggio dell’Arabia Saudita potrebbe non essere sufficiente. Le truppe mercenarie di Gheddafi stanno marciando su Bengasi senza trovare resistenza. Sta a vedere che ora andrà bene anche una No Fly Zone, fatta anche male.