Volemose bene, storia di una mutazione bersani-franceschini-centrica.

Fatto due più due, nel segno del fair play istituzionale che già fu accordato a Berlusconi, Bersani e Franceschini rinunciano a darsele sul grugno per un salomonico volemose bene. Vinca il migliore, ma non il "terzo", sia chiaro.
D’alema deve essersi allarmato. Ha visto che il chirurgo, che dovrebbe a suo avviso tornare presto a quel mestiere ché il "politico" non gli addice – siamo meglio noi che lo facciamo da trent’anni, questo (sporco) lavoro – sta invece raccogliendo consensi oltre le più rosee previsioni. E non solo sul web. Si sa, la gente parla, non scrive solo su FB. I giornali non li legge nessuno. L’elettorato di sinistra-centro è per molta parte un elettorato che le notizie se le va a cercare. E questo maledetto terzo è dappertutto, è andato anche fra gli operai, dove noialtri non ci facciamo vedere da anni. E’ andato a Casale Monferrato dove – nel silenzio generale – ancora si muore per il mesotelioma, il tumore da amianto. E’ andato a Genova da Don Gallo. E’ simpatico al mondo dell’università e dei ricercatori, che li incarna perfettamente (è addirittura venuto alla Convenzione vestito da ricercatore, con la camicia spiegazzata e la penna a sfera nel taschino). E sta anche dalla parte degli insegnanti.
Insomma, sta erodendo l’elettorato tradizionale del vecchio PDS che avrebbe potuto vedere Bersani come un ritorno alle origini, alla purezza delle origini. Macché. Chi gli può credere ora che viene appoggiato anche dalla Binetti? La Binetti è come un’ombra lunga che gli si è posata sopra. E lui non fa nulla per spostarsi.
La mutazione bersani-franceschini-centrica è proprio tutta qui: chiudere con la bagarre interna e mettere i sottomarini in minoranza, così imparano a scegliere il metodo democratico, qui la democrazia l’hanno sempre fatta nel chiuso delle loro stanze, e gli va ancora bene così.

NB: il secondo articolo citato è a firma di Marco Pannella e stupisce per la lucidità dell’analisi. Da leggere.

  • l’Unità – Dare senso alla partita – Concita Di Gregorio

    • Dario Franceschini e Pierluigi Bersani avevano amichevolmente accettato la proposta avanzata da Eugenio Scalfari: stringere un accordo in deroga allo statuto per nominare segretario del partito il candidato che avrà la maggioranza dei voti espressi alle primarie

    • Maggioranza relativa e non assoluta: non occorre arrivare al 51 per cento, si eviterà così di tornare all’Assemblea costituente

    • Accordo fatto, quand’ecco che Ignazio Marino scrive che il patto non gli pare niente affatto amichevole, non nei suoi riguardi per lo meno

    • le regole non si cambiano in corsa

    • Le ragioni: Marino punta a vincere, se si dovesse giudicare dal popolo del web bisognerebbe prenderlo molto sul serio

    • Ma siccome tutti sanno, lui per primo, che oltre ai blogger e agli internauti esiste un mondo che non frequenta il web è possibile che ottenga un eccellente risultato ma non il migliore

    • In questo caso l’unico strumento a sua disposizione per fare pesare gli argomenti del suo programma sul vincitore sarebbe quello di offrirgli sostegno in cambio di un vincolo a rispettare certi punti

    • Notizia due. Paola Binetti, protagonista del voto contrario alla legge anti-omofobia, annuncia che sosterrà Bersani (il quale alla notizia non deve aver festeggiato) e non più Franceschini perché avvilita dalle parole del segretario: «Non può restare nel Pd»

    • La ragione per cui ogni due per tre il dibattito politico a sinistra debba essere paralizzato dalle dichiarazioni di una parlamentare cattolica variante Opus Dei attiene all’autolesionismo della compagine

    • La proposta, infine. Viene da Paola Gaiotti de Biase, Lidia Ravera, Nadia Urbinati: proviamo a trasformare l’indignazione che ci coglie ogni volta che le donne vengono insultate («Non sono a sua disposizione», dice la Piccoletta di Beatrice Alemagna) in un’azione politica. Il voto delle donne sposta i risultati, accade sempre. Se tutte/i coloro che non sono a sua disposizione si trovassero in fila il 25 questa storia tornerebbe ad essere la loro.

    • Da diversi giorni Massimo D’Alema lancia deliberatissime provocazioni politiche, che nessuno mostra di raccogliere, men che mai dall’interno del Pd (dove Ignazio Marino è silenziato), dal Partito degli editori in fallimento, e assai comprensibilmente dai resti delle cosiddette "Sinistre Radicali".

    • D’Alema, in meno di una decina di giorni, dichiara: 1) di essere «per una politica laica, non di tradizione comunista ma democristiana»; 2) che l’obiettivo del Pd deve essere quello – un po’ ultradipietrista – di unire "tutte le opposizioni" attuali al Governo Berlusconi, dall’Udc all’Italia dei valori e a Sinistra e Libertà (non nomina, beninteso, al solito i Radicali; e, ora… i Verdi?)

    • 3) che «Nichi Vendola, cui riconosco una leadership indiscussa» dovrebbe chiamare per le elezioni regionali e discutere e lanciare nuove alleanze con «Udc e il Sud di Adriana Poli Bortone; con i quali Vendola dovrà eventualmente discutere la scelta del candidato presidente alla Regione, se non dovesse esserlo lui»

    • Bersani completa e precisa questo "progetto" insistendo sulle due radici del suo Pd (quella del cattolicesimo – democratico – e quella del socialismo – riformista) e sulla scelta di una legge elettorale proporzionale, con preferenza "tedesca" cioè Casiniana. Intanto il Pd resta il coautore, con Berlusconi, di leggi elettorali che hanno di fatto, ormai sempre più dal 2005, tolto i diritti politici e civili ai cittadini italiani che non siano acquisiti al selvaggio monopartitismo ("bipolare!") e alle sue due componenti del Regime antidemocratico, populista e antipopolare

    • quel che ci appare ancor più grave e chiaro è il non detto dalemian-bersaniano; che riguarda la politica estera e quella comunitaria di piena loro coincidenza "strategica" con le tappe del quotidiano rotolare, per mera forza di gravità, nella totale subalternità al "G1" berlusconiano

    • Così «la Libia è strategica» e si fa da anni a gomitate con il Silvio nazionale nella tenda di Gheddafi, si vota "unanimi" e bipolari gli accordi con lui; non si fa una piega sulla politica fraterna con il democraticissimo Putin e i suoi gasdotti; con la sua politica caucasica, non ci si occupa troppo di tibetani, uiuguri, laotiani, delle minoranze vietnamite, cambogiane, mongole e dintorni; di federalismo spinelliano nemmeno più l’ombra, continua ad imperversare la linea dalemian-berlusconiana inaugurata al tempo della "pericolo Bonino"

    • In Rai si fa fuori Corradino Mineo colpevole solo di aver quadruplicato gli ascolti; e si ottiene – senza mostrare di accorgersene – che nel periodo che va dal primo settembre a oggi i Radicali non siano andati nemmeno un secondo in voce nei principali tg

    • l’osservazione più grave: D’Alema conosce benissimo l’origine del "successo" del sanguinario Dittatore libico. Fu quando, nel marzo 2003, operò, letteralmente, come killer del presidente Bush per tentare di impedire la liberazione pacifica dell’Iraq con l’esilio ormai accettato di Saddam Hussein

    • Quella guerra fu scatenata da Bush, con la collaborazione essenziale di Blair e di Berlusconi, per impedire la liberazione dell’Iraq con la pace, ormai praticamente assicurata. La democrazia e la suprema legge degli Usa, del Regno Unito, della Repubblica italiana furono in quella occasione – e a lungo – letteralmente tradite. Crimine massimo in qualsiasi Paese civile

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