Nomine Agcom, fra lottizzazione e primarie spunta il Quarto Uomo

Noi abbiamo rispettato i patti. C’è da esserne orgogliosi. Il Pd partecipa alla lottizzazione dell’Agcom, spartita con un accordo a tre, viene affermato sui giornali, eppure i lottizzatori sono ben quattro: il Pdl, il Pd, l’UDC insieme a Fini e soprattutto i supertecnici bocconiani. Già, perché Monti ha piazzato in testa all’Autority delle comunicazioni tale Angelo Marcello Cardani, classe 1949, un suo fedelissimo:

Professore associato di Economia politica e Direttore del BIEMF (Bachelor degree in International Economics, Management and Finance). Dal 1995 al 1999, in aspettativa, è stato Membro del Gabinetto del Commissario europeo Mario Monti responsabile per il mercato interno, i servizi finanziari e la tassazione e dal 1999 al 2004, sempre in aspettativa, Capo di Gabinetto aggiunto del Commissario Monti responsabile per la politica della concorrenza. E’ stato direttore generale e membro del Consiglio di Amministrazione dell’International Management Institute of St. Petersburg (IMISP), docente di Economia politica presso la SDA Bocconi, Visiting fellow, National Bureau of Economic Research, New York e Visiting assistant professor of Economics, New York University, NY. Dal 1992 al 1995 stato consulente dell’United Nations Development Programme per lo sviluppo manageriale dell’Est Europa (http://faculty.unibocconi.it/angelomarcellocardani/).

Qualcuno aveva titolato che si sarebbe trattato di una Agcom tecnica. Ma in realtà è pienamente politica, fino alla vergogna. Il Gentle Agreement che ha portato alla spartizione inizialmente doveva prevedere la riduzione del numero dei commissari e una procedura “open” di selezione degli stessi. In sostanza è accaduto il contrario:

  1. due sono i membri in quota Pdl, il quale ha fagocitato il commissario in quota Lega Nord, esclusa perché non all’interno della maggioranza. Si tratta di Antonio Martusciello(1), già commissario Agcom ed ex manager Fininvest, e Antonio Preto, attuale capo di gabinetto del commissario europeo Antonio Tajani;
  2. un commissario in quota Pd, scelto democraticamente (??) attraverso primarie (???) dei parlamentari. La scelta è “caduta” sul professore del Politecnico di Torino, Maurizio Decina;
  3. un commissario in quota UDC-Terzo Polo tale Francesco Posteraro, vicesegretario della Camera.

Guido Scorza, su Il Fatto Quotidiano, le ha bollate come le primarie “più anomale ed antidemocratiche della storia del partito”. I parlamentari del Pd, riuniti in conclave, hanno scelto il nome del loro commissario sulla base di una lista. Pare che questa lista nulla avesse a che fare con le centinaia di curriculum pervenuti alla Presidenza della Camera. Fin qui nulla di così anomalo: Decina è persona competente in materia, come prescritto dalla legge. Hanno scelto votando, o Bersani avrebbe imposto un suo candidato, la legge purtroppo non impone nulla, le scelte possono essere le più antidemocratiche, va bene lo stesso.

Oggi, però, intorno alle 14, sono trapelate notizie di un accordo fra Bersani e Casini sul nome di Posteraro. L’accordo dovrebbe essere: io voto Decina, tu voti Posteraro. Un voto di scambio. Vincenzo Vita (Pd) aveva inizialmente e inutilmente chiesto un rinvio della deliberazione, che avverrà domani. Non c’è stato il tempo materiale per esaminare i profili professionali. Ne consegue che non c’era nessuna intenzione di farlo. I curriculum sono stati una farsa. Vincenzo Vita ha pubblicamente espresso il proprio disagio di fronte alla scelta di Bersani d fare un accrocchio con Casini:

Posteraro non ha la preparazione prevista per legge (così recita la legge sulle Autorità di Garanzia: “i componenti di ciascuna Autorità sono scelti fra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore”). Posteraro che competenza ha? Il suo curriculum sarebbe stato presentato oggi, quasi di soppiatto.

Vedremo domani se l’Aula riserverà delle sorprese.

(1) Ex dirigente di Publitalia (dopo un passaggio alla Sipra Rai) fondatore nel ‘94 della Forza Italia campana; ex sottosegretario e poi viceministro ai Beni Culturali con Urbani: sostituisce pari pari Giancarlo Innocenzi, dimessosi dall’Agcom dopo che nelle intercettazioni di Trani era emerso il suo lavorio con il direttore generale Rai, Masi, per cacciare Santoro (via Il Post).

 

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Mario Monti che rifiutò la lottizzazione dell’Iri

Beppe Grillo ha ricordato negli ultimi suoi comizi che Mario Monti è stato consigliere dell’ex ministro del Bilancio Cirino Pomicino nei furiosi anni 1989, ’90, ’91 e ’92, quelli che produssero il profondissimo debito pubblico italiano e che portarono proprio nel 1992 la Lira e l’Italia a un passo dal default. Facile l’equazione: Mario Monti è stato complice degli artefici del debito! Prova inoppugnabile: nella sua biografia non compare neanche una riga di quella antica consulenza.

Ho voluto guardarci più a fondo. Ho impiegato come strumento di ricerca l’Archivio Storico de La Stampa. Dovrebbe essere il punto di partenza per chiunque voglia scrivere sui blog. D’altronde, forse per deformazione professionale, non mi posso accontentare di accettare le affermazioni di Grillo o di chicchessia senza tentarne una verifica. E poco serve sapere che è stato proprio Cirino Pomicino a ricordarci questo fatto.

Iniziamo con il dire che Cirino Pomicino fu Ministro per la Programmazione Economica e il Bilancio nel governo Andreotti, ovvero dal 22 luglio 1989 al 28 giugno 1992. In realtà, Monti fu nominato, insieme ad altri economisti già durante il precedente governo De Mita, dall’allora Ministro del Tesoro Giuliano Amato. Strana coincidenza: oggi Amato viene chiamato come super consulente sui tagli della politica. Evidentemente fra i due vige una stima reciproca:

Stampasera, 04.05.1988

E’ curioso vedere che del comitato scientifico scelto da Amato facesse parte anche Francesco Giavazzi, economista, bocconiano, molto amico di Mario Monti e suo acceso critico dalle colonne del Corriere della Sera, fresco di nomina a consigliere per il riordino degli incentivi alle Imprese. Era il 1988, quindi. Nel frattempo Monti (22.10.1989) diventa per la prima volta rettore della Bocconi, il governo De Mita cade, viene varato un nuovo esecutivo a guida Andreotti, quello che conduce direttamente alle strage di Capaci. Cosa succede a Mario Monti? Davvero dicenta “complice” dello sfacelo economico di quel periodo?

Ho una vaga idea che non sia così. E ve lo dimostro con due indizi. Due indizi non fanno una prova, ma aiutano.

Primo indizio.

Nel 1989, a Marzo, il governo Amato ha un deficit di 17-18 mila miliardi di lire. Ad agosto, con il nuovo governo, il buco si incrementa di altri dieci mila miliardi di lire. Il ministro del Tesoro era Guido Carli e il nuovo buco fu reso manifesto in seguito alle critiche dell’economista Mario Monti giunte dalle colonne del Corriere della Sera sulla politica economica dell’esecutivo Andreotti. Non è chiaro se il comitato scientifico creato da Amato fosse allora ancora in essere, ma si presume che non lo fosse.

Secondo indizio.

Non c’è traccia della nomina di Monti a consigliere di Cirino Pomicino. C’è invece traccia di un vero e proprio scandalo che coinvolse l’attuale presidente del consiglio. Monti era infatti anche vicepresidente della Comit, la Banca Commerciale Italiana (oggi confluita in Intesa Sanpaolo). Era una delle tre banche di interesse nazionale (BIN) ed era controllata dall’Iri, quindi dal Tesoro. Nel 1990, nella più tradizionale consuetudine da Prima Repubblica, i vertici della banca vengono lottizzati. E Monti che fa? Semplicemente sbatte la porta.

Il presidente Enrico Braggiotti lascia il più importante degli Istituti dell’Iri, e gli succede Sergio Siglienti, attuale amministratore delegato, a sua volta sostituito dal direttore generale Luigi Fausti. Alla Comit non c’è stato il ribaltone che ha sconvolto il Credito Italiano. Tutte nomine interne, come nella tradizione della banca milanese. L’unica eccezione è il de Camillo Ferrari, designato alla vice presidenza. Un caso clamoroso, comunque, è scoppiato. Il rettore dell’Università Bocconi, Mario Monti, non accetta di restare alla vice presidenza della Comit. In una lettera inviata a Siglienti (e per conoscenza al presidente dell’Iri, Franco Nobili), Monti chiede di «non dare corso alla proposta della mia conferma a vice presidente». Scrive l’economista: «Il contesto nel quale la conferma avverrebbe, l’elevazione a tre del numero dei vice presidenti e il peculiare significato che nell’insieme delle banche d’interesse nazionale sembra ora essere stato attribuito alle vice presidenze, mi fanno ritenere che si tratterebbe di un incarico essenzialmente formale, non giustificato da esigenze funzionali, non in linea con la tradizionale sobrietà della struttura di vertice della nostra banca. Poiché non intendo contribuire a tale evoluzione, chiedo di essere sollevato dalla vice presidenza». Monti informa Siglienti di essere «disponibile a contribuire all’amministrazione della banca nella veste di semplice consigliere, se Tiri e lei lo vorranno». E’ chiaro che Monti non contesta Siglienti o i due amministratori delegati, Fausti e Mario Arcari, persone verso le quali ha la più totale fiducia. Semplicemente non vuole essere confuso con altri vice presidenti (Palladino e Ferrari) di nomina chiaramente politica e sottolinea di non condividere quel «peculiare significato», cioè l’elezione dei vice presidenti secondo criteri di appartenenza partitica e non di professionalità, che ha distinto questa tornata di nomine delle Bin. Monti non aveva cariche operative alla Comit, ma il suo rifiuto, in un momento in cui tutti fanno l’impossibile per ottenere poltrone più o meno importanti, è certamente un fatto molto significativo anche se, purtroppo, isolato (La Stampa, 26 Maggio 1990).

Questa è verità storica, documentata. Non altro. Gianfranco Rotondi potrà dire che Monti era collaboratore di Pomicino, ma peccato che ciò non sia scritto da nessuna parte. Difficile credere a Gianfranco Rotondi. Difficile credere a chi crede a Gianfranco Rotondi. Detto ciò, non significa che tutto quel che fa il governo Monti è giusto. Ma è sbagliato attaccarlo per il suo ruolo negli anni della prima Repubblica.

Franceschini al gancio, ora copia gli slogan. È Marino a dettare l’agenda politica del PD.

È un segretario imbarazzato e imbarazzante quello di oggi a Genova. Ha detto che "occorre dire dei sì e dei no". Ma lo slogan originale, made in Marino, prevede che questi sì e questi no siano chiari. Franceschini parlava a una platea di immigrati e di immigrati di seconda generazione e ha parlato di cittadinanza. Ha detto "dobbiamo prendere scelte nette". Questo senza scendere nei particolari. È favorevole o contrario alla introduzione nel nostro ordinamento del principio dello ius solis (l’aquisizione della cittadinanza per nascita sul territorio italiano subito, non più positicipata al compimento del diciottesimo anno di età)? È favorevole o contrario ai respingimenti? È favorevole o contrario alla abolizione della legge che li ha introdotti?
È comparso sbiadito, spento, in televisione stasera nel servizio del TG1, con un cartello blu davanti, lo sfondo bianco, solo, nessun sorriso, poca autorevolezza, e le parole che ha detto sono pure le parole di un altro. Peggio di così.
Intanto Marino lancia altri comunicati video che riassumono la sostanza del suo progetto: questa volta parla della politica e della necessità di riformare il sistema. La legge elettorale, per esempio, è assolutamente da riformare, ma il PD dovrebbe stabilire diverse regole di selezione dei candidati. Poiché è inutile annunciare, come fa Bersani, la volontà di riformarla e poi produrre delle liste elettorali formate nel segreto delle riunioni di partito. Secondo Marino il modello delle primarie dovrebbe essere applicato anche a dopo il congresso, fare cioè le "doparie", vale a dire sottoporre gli eletti al giudizio degli elettori e formare le liste con consultazioni locali nei singoli territori. Inoltre, si dovrà dire con assoluta chiarezza che il PD respinge qualsiasi forma di lottizzazione della RAI. La manifestazione di domenica 3 ottobre non avrebbe alcun senso se all’indomani si prosegue a legittimare il modello dello spoil system applicato dal governo. Le nomine RAI devono essere espresse dal CdA stesso e la responsabilità non può che ricadere su di esso.

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    • Franceschini ha poi dichiarato che occorre ”dire con chiarezza dei si’ e dei no. E allora si’ alla sicurezza, no al razzismo. Dobbiamo saper riconoscere la domanda di sicurezza che c’e’ nel nostro Paese e contrastare con decisione le infiltrazioni criminali che penetrano nel fenomeno dell’immigrazione. Dobbiamo dire si’ al diritto delle donne di uscire la sera senza la paura delle violenze, al diritto degli anziani di andare a ritirare la pensione senza essere aggrediti o scippati. Ma dobbiamo dire no al razzismo, chiamandolo senza reticenze col suo nome”.

    • Franceschini ha annunciato che il Partito democratico andra’ avanti per il diritto di voto, per i residenti stranieri alle elezioni amministrative e che gli immigrati alle primarie hanno gia’ votato per Prodi e Veltroni e voteranno il 25 ottobre.

    • dobbiamo essere piu’ netti e avere piu’ radicalita’

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    • Rispetto alla necessità, affermata da Dario Franceschini, di rispondere con dei sì e dei no chiari su temi importanti come quello dell’immigrazione, Ignazio ha commentato che “Dario Franceschini è davvero pronto ad aderire alla mozione Marino. Franceschini parla sempre più, nei contenuti e nei toni, con le parole della mia mozione. A questo punto potrebbe aderire anche alla parte sul lavoro: che ne pensa del contratto unico, con salario minimo garantito? E rispetto ai diritti civili, come valuta l’adozione ai single? Se conviene anche su questi due punti, perché non sottoscrive la mia mozione?”.

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    • Pier Luigi Bersani parla di un suo impegno a cambiare la legge elettorale

    • potremmo fare di più e soprattutto qualcosa di immediatamente più concreto:  impegnandoci da subito a stabilire che il partito democratico indipendentemente da una legge – che oggi per passare ha comunque bisogno dei voti del centro destra – può decidere che d’ora in avanti i parlamentari non verranno più imposti dall’alto, non verranno più nominati dalla segreteria del partito ma dovranno essere scelti attraverso elezioni  primarie da svolgere nei singoli territori

    • sono favorevole a una legge migliore ma in sua assenza possiamo già noi prenderci la responsabilità di cambiare le regole interne

    • insieme alle primarie per scegliere i nostri eletti dovremmo anche immaginare delle “doparie” che consentano ai cittadini di valutare il dopo, e cioè se il comportamento dei  nostri eletti è stato all’altezza

    • chiunque sarà il nuovo segretario del Pd, chiederemo nuove regole per la governante della Rai. Stiamo assistendo, infatti, a una gestione sconcia del servizio pubblico e noi non vogliamo essere considerati anche solo in parte corresponsabili

    • Non tocca al segretario del Pd dare o meno il suo gradimento a nomine di direttori di telegiornali e reti

    • Tocca al consiglio di amministrazione assumersi la responsabilità delle scelte che fa. E se non rispetteranno i criteri di pluralismo chiedere che si dimetta il direttore generale e  il consiglio di amministrazione  e il presidente della Rai

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    • Riformare la legge elettorale in senso maggioritario e uninominale.

      Superare il bicameralismo perfetto, trasformando il Senato in Camera delle Regioni.

      Ridurre il numero di parlamentari ed eletti a tutti i livelli e semplificare il sistema delle autonomie locali, per ridurre i costi della politica e dell’amministrazione.

      Promuovere un nuovo e più deciso assetto federale, con maggiore distribuzione di risorse ai comuni, rafforzamento della premialità per gli enti virtuosi, la responsabilizzazione delle sedi politiche locali.

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No alla Normalizzazione. No alla Lottizzazione. 19 Settembre. Una fascia rossa per la libertà d’informazione.

Mentre ancora si attende una risposta da Bersani sulle nomine di Raitre e sulla astensione del PD della pratica lottizzatoria, proposta che giunse da Ignazio Marino e che per lunghi giorni restò inascoltata mentre si susseguivano i nomi dei papabili alla direzione del terzo canale – Franceschini si è poi pronunciato a Genova ma a caso Raitre già esploso – la redazione del TG3 scrive un comunicato in cui chiede non sia messa in atto la tanto temuta normalizzazione della testata giornalistica, operazione che equivale a mettere la sordina a chi sta compiendo il proprio dovere di fare giornalismo.
La lottizzazione, contrariamente a quel che si dice – viene sempre negata dai diretti interessati – è pure una pratica istituzionalizzata. Una regola non scritta che il vecchio PCI barattò in cambio del decreto Berlusconi, quell’atto governativo che permise alla Fininvest di restare in onda contrariamente alle sentenze della Consulta. Ilprotagonista di quella decisione di accettare la proposta Craxi di uno spoil system a carico del PCI fu – udite udite – di Walter Veltroni. Chissà se ha tenuto conto di ciò nella sua recente rivalutazione dell’esule di Hammamet.

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    • "Nessuna ‘normalizzazione’ per l’informazione del Tg3". Il comitato di redazione del Tg3, con una nota, "respinge l’ipotesi di scelte liquidatorie del ruolo della testata
    • Le polemiche delle ultime settimane a cominciare dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, fanno pensare ad una tentazione di risolvere ‘l’anomalia Tg3’ da parte di alcune aree politiche
    • "A parlare per noi -continua il Cdr del Tg3- sono innanzitutto i nostri telespettatori in continuo aumento, con buona pace di chi trova il Tg3 ‘deviato’ o ‘noioso’
    • rivendichiamo con orgoglio le nostre scelte in un panorama informativo viziato da un conflitto di interessi non risolto e condizionato da un governo che ha più volte dichiarato di non gradire alcuna voce critica
    • Respingiamo il principio che la direzione del Tg3, e in generale qualsiasi nomina Rai, debba dipendere dall’esito di un congresso di partito".
    • è il consiglio di amministrazione a dover tutelare il pluralismo informativo, e compiere scelte basate su criteri professionali ed editoriali trasparenti.
    • Carlo Verna, segretario nazionale Usigrai condivide l’invito del vice presidente della commissione di vigilanza Giorgio Merlo: “Il cda scelga subito all’unanimità per il Tg3 e RaiTre. Ma è cruciale quel che afferma il CdR del Tg3: nessuna normalizzazione
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    • Cari amici di Articolo 21, la manifestazione che avete convocato per sabato 19 settembre, insieme alla Fnsi e ad altre associazioni, non è una delle tante.
    • E’, deve essere, la presa di coscienza da parte della società italiana del pericolo che corre la libertà d’informazione nel nostro paese la cui democrazia è sfigurata dal colossale conflitto d’interessi di cui è  portatore il presidente del consiglio e che proprio in questi giorni si è dispiegato nella sua devastante potenza.
      I giornali e i giornalisti che non si adeguano alla volontà del premier (come nel caso dell’Unità, di Repubblica, e di Avvenire) devono essere messi a tacere; le loro domande, legittime in qualsiasi democrazia, considerate alla stregua di attentati terroristici; la loro stessa identità distrutta con inaudita violenza squadristica da manipoli di manganellatori mediatici.
    • Le piccole isole di indipendenza e di vero servizio pubblico che sono rimaste in Rai, come Rai Tre, il Tg Tre, i programmi di Santoro, devono essere normalizzate; la 7 è già stata messa sotto controllo affinché non crei fastidi
    • Così la tv , dalla quale si informano l’80% degli italiani, non solo tace sugli stili di vita del premier  ma, ed è ancor più grave, rappresenta una realtà mille miglia lontana dai problemi, gli affanni, le preoccupazioni degli italiani e delle italiane nella drammatica crisi che stiamo vivendo. I problemi: la disoccupazione, la scuola, gli immigrati lasciati annegare nei nostri mari, la vita reale nelle tendopoli in Abruzzo, sono  sostituiti da fondali di cartapesta nei quali mettere in scena la salvifiche virtù del governo e del suo leader
    • Per questo ho fatto della battaglia per la libertà d’informazione, per troppo tempo sottovalutata da un centrosinistra che, quando poteva, nulla ha fatto contro il conflitto d’interessi, una delle priorità della mia battaglia congressuale. La libertà di essere informati dei cittadini è infatti la condizione basilare di una democrazia funzionante.
    • Per tutte queste ragioni non solo aderisco alla manifestazione del 19 ma ho chiesto a tutti i miei sostenitori di indossare da qui ad allora una fascia rossa come simbolo del pericolo che corre la libertà d’informazione nel nostro paese.
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    • E’ un uomo di parola il Cavaliere e non si permetterebbe mai di tradire gli accordi presi oltre 20 anni fa col Partito Comunista, accordi che ebbero come protagonista niente di meno che il futuro leader del Partito Democratico Walter Veltron
    • Oggetto della trattativa era il cosiddetto “decreto Berlusconi”, targato Partito Socialista di Bettino Craxi
    • Il “decreto Berlusconi”, quello che serviva a sanare definitivamente il pericolo di oscuramento delle antenne del magnate di Arcore, venne convertito in legge alla Camera il 31 gennaio con i voti decisivi di 37 deputati missini
    • Il decreto arrivò al Senato il primo di febbraio, che era di venerdì e non venne approvato. Il lunedì si giocava tutto sul filo dei minuti: il testo passò in Commissione e arrivò in aula. Il presidente del Senato, Francesco Cossiga, contingentò il tempo degli interventi per evitare che l’ostruzionismo potesse affossare il decreto fortemente voluto da Bettino Craxi.
    • La Sinistra indipendente, capeggiata da Giuseppe Fiori, inventò uno stratagemma procedurale e riuscì ad arrivare alle undici e mezza di sera. “Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare”, ricorda Fiori, “sarebbe passata la mezzanotte e il decreto sarebbe decaduto”.
    • Il capogruppo del PCI Gerardo Chiaromonte gli spiegò, però, che l’ordine era di votare contro, ma di far passare il decreto. L’indicazione arrivava dal giovane responsabile del PCI per le comunicazioni, Walter Veltroni. Il fatto era che Bettino Craxi era riuscito a legare il passaggio del decreto in favore di Berlusconi a un riassetto della Rai che prevedeva, fra l’altro, il “passaggio” di Raitre sotto la sfera di influenza del PCI”.
    • “Intendo rivolgere a Berlusconi due complimenti sinceri, di stima. Il primo per la sua capacità di imprenditore che è riuscito a “inventare” un settore. Il secondo complimento va alla sua capacità di aver imposto, attraverso un alto grado di egemonia, i tempi della decisione politica in un settore così delicato come quello nel quale opera”, dirà qualche anno più tardi il comunista Veltroni

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Marino: il PD si astenga dalle nomine. CdA RAI contro la Gabanelli e Report, senza assistenza legale.

Ignazio Marino stamane torna a chiedere al PD tutto di fare retromarcia sulle nomine di Raitre in modo da lasciare la pratica della lottizzazione, e la sua ignomia, alla maggioranza, fugando ogni dubbio sul ruolo del PD e invece mostrando le macchinazioni del CdA che tenta di mettere la museruola a trasmissioni scomode. La notizia che circola in rete sulla Gabanelli e su Report, è che verrebbero lasciati senza tutela legale. Report, con il suo coraggioso giornalismo d’inchiesta – senza eguali nel panorama televisivo – verrebbe così esposto alle querele e pertanto il proseguio della sua attività ne risulterebbe messo a pregiudizio.

Marino domani sarà in Piemonte: questo il programma

Ignazio in Piemonte

  • Alle ore 11.30 Ignazio terrà una conferenza stampa nella sede del Pd di Novara.
  • Alle ore 12.30 Aperitivio pubblico Piazza Martiri – Novara.
  • Alle ore 15.30 Ignazio incontrerà i partecipanti alla Tavola Valdese.
  • Alle ore 17.00 Ignazio Marino parteciperà all’incontro “Le sfide del nostro tempo” presso la Festa Democratica del pinerolese a Torre Pellice – centro polivalente in via filatoio (ex stadio del ghiaccio).
  • Alle ore 19.00 Ignazio sarà alla Cascina Roccafranca di Torino per un aperitivo con amici e sostenitori.
  • Alle ore 21.00 alla Festa Democratica di Torino presso il Parco Ruffini, Ignazio Marino sarà intervistato da Vera Schiavazzi.

Qui invece potete ascoltare il podcast della trasmissione radiofonica “Un giorno da pecora” dove Marino parla del suo programma:

  • La Repubblica – Quotidiano – Data 28-08-2009

    Nomine Raitre prima del Congresso del Pd

    Sen. Ignazio Marino:
    In più occasioni sono intervenuto sulla necessità di un cambio di governance per il servizio pubblico radiotelevisivo. L’ho fatto, anche recentemente, affermando con forza che non tocca al segretario del Pd – quale esso sia o sarà – scegliere e imporre i direttori di Raitre e del Tg3. Condivido l’approccio e i timori espressi da Curzio Maltese e non accetto l’idea che, per decidere le nomine della terza rete e del suo telegiornale, si debba aspettare il Congresso del Partito Democratico. Sarebbe un pessimo segnale politico, soprattutto in forte contraddizione con lo spirito e l’identità che vogliamo per il Pd. La proposta che avanzerò martedì, nel corso della Segreteria del Pd, è semplice: Pierluigi Bersani, Dario Franceschini ed io si faccia insieme un appello, perché il Consiglio di amministrazione della Rai proceda celermente con le nomine in sospeso, assumendosi la piena responsabilità delle scelte che compie. Non voglio neppure immaginare che il richiamo alla responsabilità di tutti i consiglieri possa tradursi in una normalizzazione della Rete e del Tg3. Ci sono trasmissioni di successo come quelle, tra le altre, di Milena Gabanelli, di Fabio Fazio, di Serena Dandini, di cui il servizio pubblico dovrebbe essere orgoglioso. La qualità dell’informazione è una questione centrale per la nostra democrazia: democrazia non è soltanto poter esprimere liberamente la propria opinione, ma anche avere accesso ad un’informazione libera.

    • si accende ora lo scontro su Rai 3 e TG 3, che nello schema della lottizzazione storica dominante nel Servizio Pubblico spettano alle scelte del PD, ma che il premier dichiaratamente non sopporta
    • sembra riaprirsi così una giostra di nomi, il cui esito dipenderà da giochi  di potere, anche con personalismi all’interno del CDA, non certo da oggettive valutazioni sulle professionalità e le esperienze acquisite, la qualità dei contenuti, i bilanci degli ascolti, il consenso di quella parte dei cittadini che, considerate le scelte delle altre Reti, già permeate dal modello evasivo e propagandistico caro al premier, su Rai 3 appuntano i residui motivi di affezione al Servizio Pubblico.
    • Il PD a sua volta, immerso a testa bassa solo nel confronto congressuale, sembra vivere su un altro pianeta e rischia di essere posto all’angolo, assumendosi brutalmente l’immagine del lottizzatore
    • E tutto questo passerà largamente al di sopra della società italiana, tramortita da un quadro dell’informazione televisiva fatto del nulla, dove la banalità e il conformismo affogano gli enormi problemi della realtà
    • E’ decisivo comprendere come gli attacchi di Berlusconi a Rai 3 e il tentativo di cambiarne assetti, gestione e probabilmente scelte editoriali non sono cosa diversa, ma costituiscono una parte essenziale di questo piano, che non si accontenta più  del servilismo dell’impero mediatico, sul parametro del TG 1, ma che esige un bavaglio più stretto, rifiutando anche sprazzi di verità, di memoria  critica, attraverso inchieste,  news non reticenti, uso della diretta giornalistica nel vivo delle situazioni sociali e delle battaglie sui diritti.
    • Sull’obiettivo di salvare e rendere anzi più incisivi i Report, gli approfondimenti del TG 3, le serate di Lucarelli, le inchieste di Jacona, come la satira intelligente e creativa, si può saldare subito uno schieramento, che veda insieme i tanti giornalisti e tecnici Rai che non accettano di esercitare il mestiere ammanettati dal potere

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PD, la questione della visibilità. Ma c’è chi si preoccupa della Festa a Genova.

Sì, sono questi i temi del momento nel PD: il programma della festa democratica nazionale a Genova. Ma certo. Intanto in televisione curano i rapporti fra Bersani e Franceschini. L’ala dalemiana preme per un avvicendamento in Raitre, Di Bella alla direzione di rete e Bianca Berlinguer al TG3. I consigliere d’opposizione in CDA RAI, tutti di estrazione veltroniana, invece tergiversano. Lo scopo, rimandare a dopo il congresso.

L’appello di Marino per una condanna della lottizzazione cade nel vuoto del dibattito congressuale.

  • Secolo XIX- Gozi:”Così stanno oscurando Marino” – LUCA DE CAROLIS
    ROMA. A lanciare il sasso è stato il dalemiano Nicola Latorre: «La festa nazionale del Pd? E pro-Franceschini». Ma dallo staff di Marino sbuffano: «Siamo noi ad avere problemi di visibilità». L’ennesima polemica precongressuale dei Democratici è sul programma della festa di Genova. Ritagliato su misura dell’attuale segretario e dei suoi alleati, secondo Latorre: «Ai dibattiti sono stati invitati solo gli uomini di Franceschi, come Piero Fassino, Franco Marini e Antonello Soro. Il quadro mi sembra chiarissimo». Anche per il «trattamento» previsto per Massimo D’Alema, come l’ha definito Latorre. Nelle ultime quattro edizioni della festa nazionale, l’ex premier aveva sempre avuto l’onore di una serata a lui dedicata, con un unico intervistatore ad accompagnarlo sul palco. A Genova, invece, D’Alema parteciperai a un dibattito sulle possibili alleanze future con la leader dei Verdi, Grazia Francescato, e Bruno Tabacci dell’Udc. Un appuntamento troppo marginale, a detta di Latorre, che con la sua tirata contro la festa sbilanciata a favore di Franceschini, ha risposto alle polemiche dello staff del segretario contro il Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. Un appuntamento che, per Franceschini e i suoi, è stato monopolizzato dalla mozione di Bersani.
    Di certo, tra i due principali candidati alla segreteria continuano a (volare stracci, dopo lo scontro sui sondaggi di qualche settimana fa «Polemiche interne che non interessano per nulla la gente» sibila Sandro Gozi, coordinatore della mozione di Ignazio Marino. Il terzo incomodo, tra due colossi che hanno risorse e rapporti ben più consolidati. «Sentire che si lamentano per le presenze nelle feste o su determinati mezzi di informazione è ridicolo, di fronte alle nostre difficoltà ad avere spazio sui media», si lamenta un membro dello staff di Marino. Mentre Gozi ribadisce: «Noi andiamo in giro per l’Italia a portare idee, a dare risposte: gli altri due candidati, invece, parlano solo delle beghe interne al Pd. Non esprimono mai una posizione sui problemi che interessano davvero alle persone».
    Marino, alfiere della laicità e della chiarezza sui temi etici, conta di raccogliere voti proprio tra la base insoddisfatta «dai tatticismi di Bersani e Franceschini». Ma deve fare i conti con la scarsa attenzione dei media, almeno rispetto a quella riservata agli altri candidati. Che, come fanno notare dallo staff di Marino, nella polemica sui sondaggi non l’hanno mai citato, come a volerne negare anche la presenza. Per i suoi sostenitori, è fi segno che il senatore genovese, anche se non può competere per la vittoria finale, può comunque conquistare parecchi consensi, complicando il successo (e le sue dimensioni) per Bersani e Franceschini. Marino lo sa, e per questo tira dritto. Sperando di far sentire la sua voce anche dopo il Congresso del 25 ottobre.
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    • A rompere il diplomatico silenzio attorno alla faccenda è stato il terzo incomodo del congresso Pd, Ignazio Marino.
    • ha chiesto che la scelta dei direttori di Tg3 e Rai3 – di spettanza dell’opposizione – non venga rimandata a dopo il congresso [questa affermazione non corrisponde a verità: Marino ha chiesto al PD e ai suoi avversari nella corsa alla segreteria di astenersi dal determinare le nomine di Raitre, di sottrarsi alla logica della lottizzazione]
    • Nel Cda Rai, però, il Pd è rappresentato da due esponenti entrambi legati alla mozione Franceschini: Rizzo Nervo, cattolico di origini rutelliane e vicino all’ex ministro Gentiloni, e Van Straten, amico personale di Veltroni e da lui designato come ultimo atto prima delle dimissioni da segretario del Pd.
    • Entrambi i consiglieri dunque sostengono la continuità: Ruffini (Rai3) e Di Bella (Tg3) non si cambiano. L’ala bersaniana (D’Alema in testa) chiede invece un cambio: Bianca Berlinguer al Tg e lo spostamento di Di Bella alla rete.
    • Rizzo Nervo e Van Straten hanno fatto muro, e oggi – sul Corriere della Sera – attribuiscono la proposta di ricambio al direttore generale della Rai, dunque alla maggioranza: “La colpa del blocco delle nomine è di Mauro Masi: noi abbiamo proposto di confermare Ruffini e Di Bella ma lui ci ha fatto capire che preferirebbe il secondo al posto del primo e la Berlinguer al Tg”. E spiegano la manovra con un intento censorio: “La verità è che certe trasmissioni (di Rai3, ndr) danno più fastidio di altre”.
    • Senza l’assenso dei consiglieri di opposizione, alle nomine non si arriverà. E per ora i due non faranno passare proposte alternative all’esistente.

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Marino l’eretico. Chiede al resto del PD di non lottizzare la RAI.

C’è chi parla di gaffe di Marino (Il Giornale). Marino, l’eretico. Marino, il candidato perdente. Un boomerang per Marino.
E certo: Marino chiede parità di trattamento ai direttori dei tg RAI, poiché in tv vanno solo Bersani e Franceschini, forse più Bersani. Fanno notizia? Marino non sarebbe una notizia, per i direttori dei tg RAI. Non è una notizia quel che Marino dice in fatto di RU486. Non è notizia quel che dice in fatto di nomine RAI (no, questo giammai). Ecco infatti che il comunicato a firma Carlo Verna per UsigRai sulle nomine di Raitre non trova spazio alcuno, né in televisione, né sui giornali (solo qualche riga). E invece la risposta di Marino a Verna? Nessuna traccia. La trovate qui, che è poi ripresa dal sito del Senatore.
Nelle sue dichiarazioni, Marino rinnova l’invito a Bersani e Franceschini di astenersi dal partecipare al banchetto della lottizzazione RAI; il Senatore sostiene che il PD dovrebbe farsi portatore di diversi principi, in primis la meritocrazia, al centro di tutte le mozioni, ma richiesta per la RAI solo da lui.

Gli altri candidati? Non una parola. Giorgio Merlo, vicepresidente alla Vigilanza RAI, ammette di essere scandalizzato. Per le dichiarazioni di Marino? Dovrebbe scandalizzarsi in primis per il mercato di poltrone a cui il PD non fa mancare le proprie richieste. Anzi, pare che  il conflitto d’interesse valga una direzione di telegiornale. Tutto ha un prezzo.

L’articolo de Il Giornale, poi, prosegue in uno sproloquio sulla lottizzazione RAI per anni appannaggio della sinistra. Va bé, è chiaro che è una penna padronale quella che scrive, non ci si può aspettare sincerità di giudizio da autori del genere. Addirittura attribuiscono al Senatore intenzioni che non ha avuto, come quella di considerare i redattori dei tg tutti in mano ai veltroniani e/o dalemiani, poiché egli, rivolgendosi ai direttori che sono tutti o quasi “imparziali”, chiede di mantenere la “massima correttezza”. Un ribaltamento di senso in piena regola. Trattasi di un nuovo giornalismo, credo. Un giornalismo comico.

Tg3 e Raitre, nel Pd guerra per le nomine

ROMA. Per le nomine a Tg3 e Raitre nel Pd è ormai sempre più guerra. Da un lato i bersaniani, dall’altro i franceschiniani se le stanno dando di santa ragione. Al punto da provocare finanche la reazione di Carlo Verna, segretario dell’Usigrai: «Faccio appello a Franceschini, Bersani e Marino. Dicano subito con chiarezza che riconferme o avvicendamenti al Tg3 e Rai3 non sono affar loro – afferma il segretario nazionale Usigrai Carlo Verna – Dichiarino come il Pd non pretenda che il vertice aziendale attenda il congresso per decidere. Marchino una differenza di stile e di credibilità, giochino sul terreno della libertà e del pluralismo». Un appello, però, raccolto in serata soltanto da Ignazio Marino: «Rispondo volentieri all’appello dell’Usigrai. Già nelle scorse settimane e alla presentazione della mozione dello scorso 23 luglio abbiamo affermato che il Pd non deve partecipare alla lottizzazione della Rai». Marino aggiunge, un po’ provocatorio: «Auspico che anche Bersani e Franceschini facciano la mia stessa richiesta: nomine zero. Non possiamo reggere il gioco del conflitto d’interesse perché il Pd possa poi nominare un direttore o un vicedirettore». Nella polemica s’inserisce anche l’Italia dei Valori, che con Pancho Pardi, capogruppo in commissione di Vigilanza, accusa: «Il Partito democratico, proprio con il suo vicepresidente in commissione di Vigilanza, i suoi strali li lancia contro Di Pietro. Sarebbe ora che il Pd se ne accorgesse e che invece di tutelare solo se stesso, per salvare Raitre e il Tg3 provi, una volta tanto a tutelare gli interessi degli italiani che pagano il canone, magari facendo per una volta vera opposizione».

    • Dicevano che il Cavaliere nero ha messo gli artigli sul mondo dell’informazione, ha okkupato la Rai e spadroneggia nei tigì pubblici e privati, no? Contrordine compagni, non è vero. C’è Ignazio Marino, il senatore chirurgo e terzo incomodo tra Dario Franceschini e Pierluigi Bersani, che si rivolge addirittura alla commissione di Vigilanza Rai, affinché tigì e talk show di Stato garantiscano «trasparenza e imparzialità» nella contesa per la leadership democrat.
    • Non si fida dei suoi compagni di partito e dei giornalisti Rai che sostengono gli altri due. Non lo dice, ma è convinto che non soltanto al Tg3, Telekabul d’antan, siano tutti partigiani dei tandem D’Alema-Bersani o Veltroni-Franceschini.
    • che in Rai la lottizzazione favorisca da lustri il centrosinistra, come nella Corte Costituzionale, è cosa risaputa. Ancora adesso il centrodestra deve accontentarsi delle briciole
    • È storia nota anche la guerra scatenata negli anni dell’Ulivo dai veltroniani contro i dalemiani: oggi in Rai, per 4 veltronianfranceschiniani si contano solo 2 dalemianbersaniani. E nessun mariniano (nel senso di Ignazio, non Franco), ovviamente.
    • Il candidato perdente dunque invoca la par condicio, e poco gli importa di ufficializzare così che le mani sulla Rai ce l’hanno i big del suo partito.
    • Marino s’appella ai direttori, quasi tutti imparziali, perché tengano le briglie dei loro redattori: «Sono certo che lo spirito di tutti i direttori sarà quello della massima correttezza, ma è importante ricordare che la democrazia non è solo libertà di poter votare liberamente, ma è anche potersi formare liberamente un’opinione. In questo caso, sui programmi di tutti e tre i candidati».
    • Un boomerang? Certamente, e se ne è accorto subito Giorgio Merlo, vicepresidente della Vigilanza Rai, pro Franceschini, che ha bacchettato l’eretico trovando «strano» l’appello alla commissione parlamentare per chiedere «l’applicazione di una legge dello Stato nata per altri obiettivi».
    • È scandalizzato, Merlo, e s’indigna: perché Marino scrive a Zavoli «per una questione informativa che riguarda i rapporti interni a un partito? Siamo, per caso, tornati ai tempi della lottizzazione correntizia all’interno dei partiti?».

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