SOS Aiuta Di Battista a firmare ICE New Deal for Europe – #dibbaciao

Perché uno che è parlamentare da un anno e dovrebbe essere l’archetipo della Nuova Politica, pulita, senza scheletri negli armadi, senza ombre, che parla una lingua diretta e schietta, afferma in diretta tv di aver visto la “mafia” in Giuseppe Civati? Questa incapacità di raccontare una realtà diversa dall’abisso della corruzione che dovrebbe investire ogni dove, ogni singolo anfratto del sistema politico italiano, è il limite palese su cui ci infrangeremo quando persone come Alessandro Di Battista avranno raccolto un numero di voti sufficiente a governare.

E’ un problema di visione, di pensiero. Mentre Civati racconta di un mondo che oggi non è e che potrebbe essere se solo prendessimo armi contro il mare di guai nostrano, Di Battista deve giocoforza caricare ogni sua singola frase per alimentare quella diversità ontologica che presume di avere. Tutto è marcio, e ogni speranza va lasciata a sé stessa: la politica è compromesso e il compromesso è mafia. Ma dal momento che la politica è la sfera delle decisioni collettive comuni ed ha a che fare con la vita associata di noi cittadini nella polis, questa totale identità della criminalità con la politica implica che non vi sia alcun modo di correggere l’albero storto. L’abisso è sempre evocato, è sempre dietro l’angolo: lo sfascio sociale è sia uno spettro da agitare, sia la finalità dell’azione politica. Poiché lo sfascio è la fine dello Stato, e con la fine arriverà la Rivoluzione (della Rete) che – per antonomasia – tutto cambia (qualcosa che ha un sapore marxiano, poiché proprio in Marx la finalità dell’azione politica è la fine dello Stato borghese).

Immaginare la speranza è più difficile. “La politica è oggi sequestrata da un continuo stato di eccezione”, scriveva Pippo nel documento congressuale. Pretendere un paese diverso passa anche da questa consapevolezza: urlare, solo per un attimo, quindi mettere da parte la disperazione e fare lo sforzo di pensare concretamente alle cose da cambiare e modificare e rivedere. Il conflitto – immaginifico – fra Casta e Popolo è fuorviante dal momento che spinge a concentrare lo sforzo non già sul paese ideale che si intende raggiungere – bensì sulla querelle del giorno, in un dibattito chiuso in sé stesso e completamente fuori dal proprio tempo.

Per questo Di Battista andrebbe aiutato. Aiutato a uscire dal circuito vizioso della conflittualità politica, della bagarre, della frase ad effetto in televisione. Potrebbe essere ancora in tempo. Potrebbe addirittura salvarsi.

Domenica si voterà per le Europee. Vorremmo si parlasse di ICE per un New Deal d’Europa. ICE, che sta per Iniziativa dei Cittadini Europei. Una petizione, sì, uno strumento di democrazia diretta che Di Battista dovrebbe conoscere e promuovere, essendo il Movimento 5 Stelle campione della democrazia diretta. In Italia gli ICE sono ignoti, eppure ci sono altre sette iniziative aperte con la finalità di influenzare dal basso (!) la politica dell’Unione Europea.

Se siete d’accordo, allora, invitate l’amico Dibba a firmare e sostenere e propagandare le ICE come forma di democrazia diretta. Nonché a sostenere queste iniziative:

 Grazie @ale_dibattista!

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La rivoluzione piccola del #416ter

Facciamo piazza pulita di tutti i retroscenismi. Per una volta. E focalizziamoci, se possibile, sul testo della norma, pura, per come è stata votata oggi alla Camera.

Parlo del reato dello scambio politico-mafioso, previsto dall’articolo 416-ter del Codice Penale e oggetto di una riforma storicamente necessaria e storicamente inevasa dal sistema politico. Il testo è giunto alla quarta lettura, approvato oggi dalla Camera sotto gli strali dei 5s, che paventavano l’accordo Pd-Forza Italia e la collusione con la mafia; con il voto di oggi sono state cancellate quasi del tutto le modifiche operate dal Senato, che rischiavano di vanificare l’efficacia della riforma.

Quindi, dicevo, questo è il testo:

 1. L’articolo 416-ter del codice penale è sostituito dal seguente:
«Art. 416-ter. – (Scambio elettorale politico-mafioso). – Chiunque accetta consapevolmente il procacciamento di voti con le modalità previste dal terzo comma dell’articolo 416-bis in cambio dell’erogazione di denaro o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.
La stessa pena si applica a chi procaccia voti con le modalità indicate al primo comma».

A questo link, invece, il confronto fra il testo approvato in prima lettura alla Camera e le modifiche votate al Senato il 28 Gennaio 2014: http://www.camera.it/leg17/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=17&codice=17PDL0015990&back_to=http://www.camera.it/leg17/126?tab=2-e-leg=17-e-idDocumento=204-B-e-sede=-e-tipo=

Il relatore della Commissione II Giustizia, Davide Mattiello, nel suo breve discorso di oggi, ha ricordato la portata storica della modifica apportata dalla riforma: nello scambio politico-mafioso, “abbiamo finalmente reso irrilevante il denaro”. Già, poiché nella formulazione attualmente in vigore, il reato è correlato ad una promessa (di difficile dimostrazione) nonché allo scambio di denaro:

Art. 416-ter.
Scambio elettorale politico-mafioso.

La pena stabilita dal primo comma dell’articolo 416-bis si applica anche a chi ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma del medesimo articolo 416-bis in cambio della erogazione di denaro.

Per tale ragione, oggi lo scambio ‘voti per appalti’ non è una fattispecie punibile secondo il 416-ter. La riforma ammette questa possibilità ed è, nel suo piccolo, una rivoluzione. Spiega Mattiello sul suo blog: “il presupposto dell’accordo tra le due parti per il procacciamento di voti [è] fondato sulla sua consapevolezza; si intende, in tal modo, sottolineare più chiaramente il carattere doloso (ovvero, ex art. 43 c.p., secondo l’intenzione)”. Non è più centrale la promessa dello scambio: il reato inizia con l’accordo. E sussiste anche non in presenza di denaro (concetto di altra utilità).

La norma, al Senato, era stata modificata e resa meno netta nella sua proposizione. Il testo riproponeva il termine della ‘promessa’, alzava nuovamente le pene edittali equiparandole a quanto previsto dal 416-bis (associazione mafiosa). Ma l’accettazione dello scambio da parte dell’uomo politico non necessariamente e non immediatamente significa appartenenza all’organizzazione criminale: è stato questo concetto ad ispirare una diversa trattazione per il reato dello scambio politico-mafioso che, pur essendo una gravissima condotta, da solo non basta a dimostrare l’affiliazione. Lo scambio è un accordo, consapevole, che produce utilità per i contraenti, utilità non necessariamente coincidente con il denaro. Franco Roberti, procuratore nazionale Antimafia, si è così espresso: “dopo le correzioni della Camera al testo del 416-ter sul voto di scambio, abbiamo una norma perfetta e veramente utile a contrastare lo scambio tra politica e mafia”.

I 5 Stelle, tramite il blog di Grillo, scrivono invece che la norma è stata ‘svuotata’: “un politico può essere a disposizione della mafia: non è reato. Renzi e Verdini hanno ammazzato il 416 ter”. Nel testo del commento non è chiaro perché questa norma sia stata svuotata, né come. Quale è la natura della contestazione? Il mancato riferimento alla promessa? Quanto successo è esattamente il contrario di ciò che è stato votato in aula. Continuano i parlamentari 5s:

Dopo una lunga e dura battaglia il governo delle larghe intese sulla mafia, previo incontro tra capi, ha deciso che lo scambio politico mafioso non deve essere punito (blog Grillo).

I due capi sono Napolitano e Berlusconi, naturalmente. Peccato che la norma sia rivolta invece a colpire lo scambio anche in assenza di denaro, quindi è estensiva rispetto a quella attualmente in vigore. Perché il reato di scambio politico-mafioso è già reato, è già punibile. Ma la formulazione non copre tutte le fattispecie di scambio, per così dire. Non so se è chiaro. E non so se è chiara la disinformazione che i 5s stanno facendo in materia.

Semmai si dovrebbe operare al fine di approvare la norma immediatamente, già domani o dopo, al Senato. Non c’è più nulla da correggere, se la norma è perfetta. Citando nuovamente i 5s: “Non ci sono giri di parole da fare. Bisogna essere duri e determinati nella lotta contro la corruzione politica e mafiosa”. Sono d’accordo. Si adoperino per far votare subito la norma nello stesso testo approvato oggi. Grazie.

L’italia peggiore. Ancora ‘ndrine al Nord

Operazione “Maglio” in Piemonte. Il gip: “Il consigliere comunale Giuseppe Caridi è un pericolo per la democrazia”, Newz.it

‘Ndrangheta, Caselli: “Caridi vero affiliato” Videopiemonte – 5 ore fa

‘Ndrangheta: arrestato il consigliere comunale di Alessandria Caridi, Radiogold (Comunicati Stampa) – 10 ore fa

Blitz contro la ‘ndrangheta in Piemonte, arrestato esponente Pdl‎ – TM News
‘Ndrangheta a Alessandria: arrestato un consigliere comunale del Pdl‎ – La Repubblica
‘Ndrangheta: Pd Piemonte, Pdl prenda posizione netta‎ – La Repubblica Torino.it

Sebbene fosse affiliato come semplice picciotto, il gip del Tribunale di Torino, Giuseppe Salerno, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per Caridi e altre 18 persone, ha detto che Caridi, il consigliere comunale di Alessandria, iscritto al PdL, è “un vero pericolo per la democrazia”. La mafia è dentro al partito con cui sono alleati da quindici anni e di cui non possono fare a meno. Ergo, la Lega è alleata con la mafia.

Le ‘ndrine sono al Nord. Lo ha detto anche Bossi, a Pontida, con smacco per il ministro dell’Interno Maroni: la mafia è in Brianza, al Nord. Siamo pieni di mafia. Lui, Maroni, sedicente presidente del consiglio in pectore, invece si vanta dei passi in avanti nella politica di repressione. Progressi che vede solo lui.

Ciancimino, lo scenario inquietante

Nessuno spende più una parola per Massimo Ciancimino. Nessuno dei padri dell’antimafia. Nessuno. Il fatto, la falsificazione del documento che recava il nome di De Gennaro come uno dei super poliziotti mafiosi, è dato per certo. La perizia pare non lasci spazio a dubbi. I magistrati che ne hanno disposto l’arresto sono anche coloro i quali hanno assegnato alle parole di Ciancimino un certo grado di credibilità. Hanno, su di esse, costruito teoremi accusatori. Hanno formulato – anche grazie ad esse – una teoria che è detta della ‘trattativa Stato-Mafia’. Si dice oggi che il falso e la calunnia non minano più di tanto l’impianto del teorema, che poggia invece su dichiarazioni di altri pentiti, su fatti ricostruiti seppur con difficoltà, su qualche pizzino passato dallo stesso Ciancimino e ritenuto autentico.

Li Gotti (IDV) si è così espresso: “‘La calunnia di Massimo Ciancimino in danno del prefetto Gianni De Gennaro, documentalmente costruita su un chiaro falso, apre uno scenario inquietante”. Si sospetta, e sono gli stessi magistrati a dirlo, che alcune dichiarazioni del pentito Ciancimino, e quindi anche questo documento esibito come opera del padre, siano stati ispirati da qualcuno che ha interesse a usare Ciancimino medesimo come un’arma. Lui, che si è guadagnato credibilità per le sue rivelazioni, potrebbe esser stato messo nelle condizioni di dover truccare quel foglietto. Potrebbe.

“Il prefetto De Gennaro, da direttore della DIA, nel 1993 manifestò contrarietà alla revoca dei 41 bis e nelle valutazioni sulle ragioni dello stragismo ipotizzo’ la sinergia dello stragismo con la ricerca di nuova interlocuzione con il soggetto politico emergente, dopo la dissoluzione dei partiti della prima repubblica”, ci ricorda Li Gotti. Se qualcuno ha pensato di costringere Ciancimino – con la minaccia – alla calunnia, perseguiva un obiettivo fondamentale, quello di screditare l’accusa. Minare la validità delle dichiarazioni di Ciancimino, colpendo un prefetto sostanzialmente integerrimo, se si escludono i fatti di Genova del 2001, per abbattere tutto il teorema della trattativa.

E’ notizia di qualche ora fa che è stato ritrovato dell’esplosivo nell’abitazione di Ciancimino. Ciancimino potrebbe essere stato messo così alle corde per mezzo del ricatto, da non dargli alcuna scelta: mentire per salvare i figli.

Ciancimino ha svelato di avere ricevuto nei giorni scorsi un pacco bomba. “L’ho sotterrato nel giardino della mia casa di Palermo – ha detto – avevo timore che questa ennesima minaccia mi si rivoltasse contro e si dicesse che l’avevo costruita io” (La Repubblica.it).

Sembra tutto studiato a tavolino. Solo qualche mese fa erano uscite intercettazioni su Ciancimino intento a riciclare denaro da un malavitoso in Veneto. Perché avrebbe dovuto farlo? Ciancimino ha già sulla testa una condanna per il medesimo reato. Aveva un così disperato bisogno di denaro? Per ultimo, ma comunque come un orologio svizzero, il tritacarne del PdL si è messo in moto:

MAFIA: GASPARRI, DOPO CIANCIMINO INIZIATIVA PDL SU USO PENTITI

MAFIA: CICCHITTO (PDL), CIANCIMINO FA GLI AFFARI SUOI

Quanto contenuto in questo post è un’ipotesi. Come ipotesi sono le ricostruzioni de Il Giornale e di Libero. Qualcuno invece pensa che l’arresto sia stato un’iniziativa personale di Ingroia al fine di sottrarre Ciancimino alla procura di Caltanissetta, che lo indaga per il medesimo reato. Ingroia conterebbe poi di riabilitare Ciancimino in un secondo momento.
Dove la verità? Lui, Massimo Ciancimino, passa alla storia con il soprannome di sfinge. In lui bene e male si confondono fino a perdere di senso. Figlio partecipe delle pratiche mafiose del padre sindaco del Sacco di Palermo, sembra guadagnare le stigmate dell’atimafia in virtù della sua collaborazione con i giudici. Ma che stillicidio di dichiarazioni e mezze dichiarazioni prima di arrivare al famoso papello. In tutta questa storia, Ciancimino sembra vittima di sé stesso, vittima del nome e del sospetto che sempre si porterà dietro.

Massimo Ciancimino è stato arrestato

Ciancimino arrestato. Questo il lancio di agenzia ripreso su La Repubblica:

Agenti del centro operativo Dia di Palermo hanno arrestato a Bologna Massimo Ciancimino sulla base di un fermo disposto dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido. Ciancimino è accusato di truffa pluriaggravata, secondo la ricostruzione della scientifica avrebbe falsificato un documento, poi consegnato alla magistratura, in cui si faceva il nome dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

Non sarebbe vero quindi il coinvolgimento di De Gennaro nella questione della trattativa Stato-Mafia. O per meglio dire, le prove addotte da Ciancimino sono un falso.

In questo post https://yespolitical.wordpress.com/2010/10/30/il-sisde-parallelo-super-poliziotti-antimafia-o-spie/ si ipotizzava, con una ricostruzione storica attraverso articoli di giornale, il ruolo dei super poliziotti antimafia nella Palermo degli anni ottanta, quando personaggi come Arnaldo La Barbera e Bruno Contrada si muovevano indisturbati nella zona grigia che congiunge Mafia e Stato. De Gennaro era collega di La Barbera, parte di quel pool di investigatori che venne chiamato a ricostruire la Squadra Mobile di Palermo. Come gli altri, è poi transitato al Sisde. Le accuse di Ciancimino parevano fin dall’inizio piuttosto fumose, indimostrabili. Perché attaccare De Gennaro?

Per la Corte d’Appello, Dell’Utri tramite fra la Mafia e Berlusconi

Quella che segue è la notizia battuta dall’ANSA qualche minuto fa relativa alle motivazioni della Sentenza della Corte d’Appello di Palermo su Marcello Dell’Utri, condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa:

Il senatore Marcello Dell’Utri (Pdl) avrebbe svolto una attivita’ di ”mediazione” e si sarebbe posto quindi come ”specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle motivazioni, depositate oggi e in possesso dell’ANSA, della sentenza con la quale Dell’Utri e’ stato condannato il 29 giugno scorso a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, Dell’Utri ”ha apportato un consapevole contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” (ANSA.it).

E ora Fini potrà ancora chiedere a Berlusconi senso di responsabilità per la fase della crisi di governo che verrà presumibilmente dopo il 14 dicembre? Può Berlusconi, con un macigno simile, continuare a fare il Presidente del Consiglio? Possono i deputati radicali, eletti nelle liste del PD, compiere la trasmigrazione degli scranni e votare con il PdL la fiducia a Berlusconi come ha ventilato Marco Pannella oggi:

Premier a caccia di nove deputati Pannella tratta: da noi sei voti

Il Sole 24 Ore – ‎17/nov/2010‎

Forse si tratta di una provocazione. Certamente ogni deputato ha un prezzo e pare che questi non abbiano alcun ribrezzo a trovarsi dal giorno alla notte a votare per un signore connesso alla mafia per tramite del suo socio in affari. Pensate all’onorevole per fortuna, al secolo Maurizio Grassano: diventato deputato dopo l’elezione a governatore del Piemonte di Roberto Cota, l’ex leghista, ex presidente del consiglio comunale di Alessandria, inquisito per truffa al suo stesso comune, oggi ha manifestato l’intenzione di votare per B. Grassano è stato arruolato. Leggete la sua storia. Pare essere pienamente in sintonia con il governo che andrà a sostenere:

Stragi del 1993, quando Mannino ipotizzava la mano dei Servizi Segreti

Il 27 Maggio 1993 avvenne l’attentato di Via Dei Georgofili. Cinque furono i morti. Il giorno dopo sui giornali compaiono le dichiarazioni dei politici, del Presidente del Consiglio, Ciampi, del Presidente della Repubblica Scalfaro, del Ministro degli Interni Mancino. Il quale, in una maniera un po’ enigmatica, giunge a ipotizzare la mano della mafia dietro alla strage. Perché, incalzano i giornalisti. E lui, sibillino: “chi capisce quello che è successo qui, capisce l’Italia”.

La Stampa, 28.05.1993, prima pagina

Senza indugi, Mancino dice chiaramente, qualche ora dopo l’attentato, che si tratta dell’opera della mafia. La mafia vorrebbe sviare l’attenzione da “quanto sta accadendo a Palermo e ovunque operi la criminalità organizzata, perché la mafia è dappertutto”. Mentre invece Piero Luigi Vigna dubita di questa ricostruzione: parla di “strategia terrorizzante” più che di mafia. La strage verrà poi rivendicata dal sedicente gruppo chiamato Falange Armata. Lo stesso giorno, l’inchiesta sulla strage di Via D’Amelio fa un grosso passo in avanti: viene arrestato Pietro Scotto, il telefonista di Via D’Amelio secondo la ricostruzione fasulla della prima inchiesta dei giudici di Caltanissetta, quella realizzata con la regia occulta di Arnaldo La Barbera e forse di Giovanni Tinebra. Una coincidenza che solo oggi possiamo considerare “strana”.

Accanto alle dichiarazioni di Mancino, la Stampa pubblicò una intervista all’esponente della DC siciliana Calogero Mannino, ai tempi un pezzo forte della politica italiana, avversario della corrente andreottiana che fu di Salvo Lima. La sua e quella di Vigna erano le uniche voci discordanti rispetto alla ricostruzione ufficiale fatta dal Ministro Mancino. Il giorno dopo, Mancino già sapeva che si trattava di mafia. Oggi sappiamo della trattativa Stato-Mafia, sappiamo dell’esistenza di mandati occulti, dell’esistenza di un livello militare stragista e di un livello politico e finanziario che finora non è stato svelato. Mannino, a sua volta accusato di mafia dai pentiti e assolto solo dopo una travagliatissima battaglia giudiziaria, a quel tempo indicò prima di altri l’evidenza di una sproporzione fra le capacità di Riina e la devastazione provocata dall’esplosione in Via Dei Georgofili. Le sue parole, raccolte da un allora promettente abile cronista di nome Augusto Minzolini, acquistano oggi una valenza diversa, quasi profetica:

Mannino: ma quali boss

«Il complotto viene dall’Est Riina non ne avrebbe le capacità»

ROMA. «E adesso non mi vengano a dire che questa bomba l’ha messa la mafia di Toto Riina. Anzi, a questo punto dubito anche sulla matrice mafiosa degli omicidi di Lima, Falcone e Borsellino». Seduto su una poltrona di Montecitorio, Calogero Mannino, ex-ministro dell’Agricoltura e primo attore della DC siciliana, si lascia andare ad un serie di congetture sulla bomba di Firenze. Sarà l’emozione per quello che è avvenuto, o, il fatto, di aver tenuto in corpo per tanti mesi questo sfogo, ma Mannino parla senza pausa e dalla sua bocca, come da un fiume in piena, esce di tutto.

Lei ha davvero dubbi sul fatto che non c’entri la mafia?

«Io dietro alla bomba di Firenze vedo ben altro. E, se non sbaglio, tra le minacce ricevute all’epoca da Falcone c’era anche quella della falange armata. La verità è che gli assassinii che ci sono stati in Sicilia hanno messo in ginocchio la DC o il sistema di potere andreottiano. E non è cosa da poco conto: in Italia quello che è avvenuto può essere paragonato alla caduta del muro nei Paesi comunisti. Quindi chi l’ha fatto deve avere degli obiettivi ben più grandi di quelli della mafia. Solo che dopo aver fatto fuori i partiti di governo, nessuno si è fatto avanti per prenderne il posto».

E allora?

«Proprio per questo si possono fare solo delle ipotesi su chi muove i fili dell’intera vicenda. Può esserci in atto, ad esempio, un’utilizzazione di servizi segretti deviati, ad opera di altri Paesi. O, ancora, bisogna vedere chi si muove dietro alla Serbia. Ed ancora, si dice che in Russia i comunisti si stanno riorganizzando e la stessa cosa sta facendo l’esercito. Infine bisogna fare un discorso un po’ più complesso sulla mafia…».

Si spieghi.

«Ma lei crede davvero che un personaggio come Toto Riina possa stare dietro a tutto questo? Suvvia, al massimo quello può fare ridere o, come succede a me, può far girare le scatole. La verità, secondo me, è che esiste un apparato militare molto efficiente e, poi, una mente politico-finanziaria, che non si trova certo in Italia. E questi due livelli si incontrano raramente: o meglio, nei momenti importanti la mente finanziaria ordina all’apparato militare quello che deve fare».

Ma lei crede davvero a queste sue ipotesi, non le paiono un po’ azzardate?

«Senta, le faccio una domanda: perché Giuliano i carabinieri lo hanno trovato morto, mentre Riina è stato trovato vivo? La verità è che Riina si è sganciato. Fatto il lavoro che gli era stato commissionato si è sganciato».

Ma quale interesse potrebbe avere quell’«entità» che, secondo lei, starebbe dietro a tutto questo?

«Non vogliono avere a che fare con un governo degno di questo nome. Quello attuale è come se non ci fosse. Sono passate due settimane e vedete, non esiste. E non avere a che fare con un governo significa tante cose: ad esempio da la possibilità di comprare i beni dello Stato a pochi soldi. E se, poi, si arrivasse a provocare una divisione dell’Italia in due, qualcuno potrebbe ricavarne altri vantaggi. Potrebbe, ad esempio, disporre senza problemi, di basi militari dell’Italia meridionale di grande importanza strategica, come Fontanarossa e Comiso. Sì, potrebbe usarle come vuole, a proprio piacimento, senza rischiare incidenti diplomatici con il governo italiano come è avvenuto a Sigonella. Le mie, comunque, sono solo ipotesi che partono, però, da una convinzione».

Quale?

«Tutto quello che sta avvenendo pone una questione: qualcuno insidia la nostra sovranità nazionale».

Secondo lei siamo a questo punto?

«Ci siamo e nessuno se ne rende conto. Ad esempio, i giudici hanno fatto il loro lavoro, diciamo che la loro è stata un’operazione chirurgica, ma adesso dovrebbero lasciare di nuovo il posto alla politica. E lo stesso problema dovrebbero porsi anche i pidiessini, insieme a noi devono porsi il problema di salvare il Paese. Fatto questo potrebbero governare loro».

Ma senta non è che le sue supposizioni nascono solo dalla voglia di far dimenticare quello che è avvenuto in questi mesi? Insomma, un tentativo di azzerare il tutto nel nome dell’emergenza?

«Non scherziamo. Io la politica la lascio. Guardi io ho già fatto un patto con mia moglie: io lascio, ma lei deve accettare di lasciare la Sicilia. Io non posso rimanere lì, perché so quello che ho fatto contro la mafia. Voglio andarmene, non all’estero, magari a Roma».

[Augusto Minzolini]