M5S / Dimissioni in bianco e divieto di Mandato Imperativo

Il rapporto eletto-elettore dovrebbe rappresentare per i 5 Stelle un fattore di distinzione. Essi intendono la vera democrazia solo in senso rousseauiano (per Rousseau esiste solo un tipo di democrazia ed è quella diretta), almeno in teoria. Poiché rileggendo le parole di Giancarlo Cancelleri, raccolte per Pubblico Giornale da Angela Gennaro, viene spontanea una riflessione.

Alcuni vi hanno accusato di far firmare dimissioni in bianco ai vostri candidati…
Non è vero. Abbiamo chiesto ai candidati di firmare un documento che si chiama “la voce del movimento”. Recita: «Io sottoscritto mi impegno, qualora venissi eletto, a presentarmi ogni 6 mesi davanti agli elettori e agli attivisti del Movimento 5 Stelle». Gli eletti presenteranno il loro operato e i loro progetti. Se insoddisfatti, gli attivisti potranno proporre una votazione per chiedere le dimissioni dell’eletto.

Che però può rifiutarsi di dimettersi…
Certo. In questo caso lo buttiamo fuori dal movimento. Nell’accordo firmato dai candidati c’è questa formula: «Autorizzo il Movimento 5 Stelle Sicilia a pubblicare su giornali, blog e su qualsiasi mezzo questa frase: “Io XY ho tradito l’idea del movimento 5 stelle e non mi sono dimesso”».

Il tema sono le dimissioni dei candidati eletti ogni sei mesi. Si tratta di una sorta di riesame della ‘buona condotta’ dell’eletto a 5 Stelle, al quale l’Assemblea (degli iscritti?) può revocare la delega. L’eletto, in un modello simile, non è libero di votare secondo la propria coscienza ma deve render conto delle proprie decisioni agli iscritti del Movimento e eventualmente ammettere di essere disallineato rispetto al mandato ricevuto. L’eletto è alla stregua di un lavoratore “dipendente”. In definitiva, prende ordini. Questa è pura retorica grillesca: i deputati e i senatori sono stati dal comico più volte definiti come ‘licenziabili’ perché colpevoli di aver tradito il patto con gli elettori. Il discorso di Grillo può anche essere condiviso, ma si tratta di una eccezione storica: ci troviamo dinanzi al peggior parlamento della Storia della Repubblica ed è naturale aver voglia di cancellarlo.

In Diritto Costituzionale questa vulgata del rappresentante-dipendente si chiama ‘Mandato Imperativo’. E’ l’esatto opposto del mandato rappresentativo. L’eletto siede in Parlamento e risponde del suo operato direttamente all’elettore. Nel nostro ordinamento costituzionale, il mandato imperativo è vietato. E non è uno scandalo, come qualcuno potrebbe obiettare. La norma è contenuta nell’articolo 67 della Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

I due capoversi sono strettamente correlati: ogni parlamentare rappresenta la Nazione; ogni parlamentare esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Il primo contiene il concetto di rappresentanza. Il parlamentare rappresenta la Nazione. Non una categoria particolare o una parte, ma tutta la Nazione, intesa come il popolo nell’insieme delle generazioni passate, presenti e future. Egli non risponde delle sue azioni a nessuno, neanche al proprio partito. L’esatto opposto di quel che chiedono i 5 Stelle, che invece vorrebbero sottoporre l’eletto dal popolo non al giudizio di quest’ultimo, che fra l’altro si dovrebbe concretare alle urne con il voto, bensì al giudizio degli iscritti al movimento/partito. Questo aspetto è importante: i 5 Stelle dimenticano di essere democratici e vogliono revocare gli eletti con decisioni interne al partito e così facendo spogliano l’elettore dell’unico controllo che ha sull’eletto, ovvero il voto. Se l’eletto – per così dire – fedifrago, non accetta di dimettersi, viene espulso dal Movimento: con una tecnica che subodora di stalinismo, viene messo all’indice dei traditori del M5S.

Ci sono ragioni storiche da conoscere, prima di avanzare proposte del genere. Il divieto di mandato imperativo è contenuto nella Costituzione Francese del 1791. Il divieto di mandato imperativo ha a che fare con il concetto di rappresentanza e all’idea che esista un interesse generale e superiore a quello derivante dalla mera somma algebrica degli interessi particolari e privatistici di tutti i cittadini. L’interesse generale si costituisce come opposizione all’assolutismo regio. L’interesse generale di un io collettivo (la Nazione) contro l’interesse particolare di un uomo solo. Prima della Rivoluzione Francese del 1989, esistevano forme di parlamentarismo i cui componenti erano i rappresentanti delle varie classi sociali (Nobiltà, Clero, Terzo Stato). I componenti di queste assemblee ricevevano un incarico revocabile ed oneroso; esso, inoltre, recava le indicazioni cui questi doveva attenersi (cahiers de doléance) nelle deliberazioni, tanto che eventuali questioni impreviste non potevano essere discusse senza che il mandatario facesse ritorno alla propria circoscrizione per consultarsi con il mandante e riceverne vincolanti prescrizioni. Essi tutti erano portatori di istanze particolari.

La Costituzione del 1791 definisce il discrimine fra Ancien Regime e Modernità e separa la rappresentanza d’interessi dalla rappresentanza politica. La delega del potere di fare le leggi, che si concreta con il voto, è un vero e proprio atto di investitura. Tutto ciò collide apertamente con la teoria rousseauiana:

 “La sovranità non può venire rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste. I deputati del popolo non sono dunque e non possono essere i suoi rappresentanti, sono solo i suoi commissari. Non possono concludere niente in modo definitivo.”, J. Rousseau, Il contratto sociale, trad. di M. Garin, Roma-Bari, Editori Laterza, 1997, 137.

In Rousseau il mandato a formare il governo è una mera funzione, non un trasferimento temporaneo di poteri. In Rousseau, il cittadino è pienamente coinvolto nel politico, è un cittadino totale. Ma Rousseau non considera che la società moderna è società complessa, è società di massa e che per risolvere tale complessità, tende alla differenziazione delle funzioni. Il sistema politico presiede alla funzione della allocazione delle risorse nel senso dell’interesse generale. La Costituzione del 1791 pone in essere questo sistema per la prima volta nella storia, ricorrendo ai concetti di Nazione e di interesse generale (per una summa sull’argomento: Emmanuel Joseph Sieyès – Wikipedia). E i delegati al sistema politico non potevano avere vincoli mandatari. Certamente il problema del controllo dei deputati non era meno importante. Per Robespierre, esso si deve realizzare mediante la pubblicità dei lavori ed alla revoca delle garanzie del sistema (M. de Robespierre, Sul governo rappresentativo, trad. it. a cura di A. Burgio, Roma, 1995). Se ci pensate, il risveglio dell’opinione pubblica circa l’operato del sistema politico di questi ultimi tre anni, si è avuto in seguito al ritorno della informazione libera sugli atti dei parlamentari. L’informazione riveste un ruolo fondamentale nella funzione della pubblicità degli atti dei parlamentari. Potete bene comprendere che chi controlla l’informazione, controlla l’opinione dell’elettore sull’eletto. Nel corso del tempo, invece, nel nostro ordinamento la revoca delle garanzie si è resa sempre più difficile (es. autorizzazione a procedere). Ed è una conseguenza di quanto sopra: nella penombra lasciata da una informazione cooptata, il parlamentare può essere condizionato da interessi privati, al punto tale da divenirne tutt’uno. Spesso l’interesse privato è anche interesse criminale e di conseguenza gli atti del parlamentare invischiato nella rete privatistica diventano illegali. Ed è così che avviene lo scontro fra il potere legislativo e quello giudiziario. Le assemblee reagiscono alzando le garanzie degli eletti poiché devono preservare il potere di fare le leggi ottenuto in delega dal popolo sovrano. Ma le garanzie, se da un lato evitano il blocco della funzione legislativa, dall’altro conservano lo stato di impudicizia del sistema politico con l’interesse particolare.

I guasti della nostra democrazia rappresentativa non si risolvono trasformando i deputati e i senatori in “cani al guinzaglio”. Il divieto di mandato imperativo è principio costituzionalmente necessario per far sì che le Camere perseguano l’interesse generale della Nazione e non interessi privati. In questa frase è celato il peccato originale italiano: i partiti, queste organizzazioni che non sono né carne né pesce, a metà strada fra la sfera pubblica e quella privata, da collettori di domanda e sostengo della sfera sociale si sono trasformati in gruppi di interesse pienamente privati. La legge elettorale Calderoli, con la formula delle liste bloccate, ha di fatto costituito un aggiramento della norma del divieto di mandato imperativo. Tramite la minaccia delle non rielezione, le segreterie di partito, completamente inquinate dagli intenti privatistici, controllano i deputati e i senatori, avendo da loro la piena disponibilità a votare qualsiasi legge proposta dal vertice.

La lettere di dimissioni in bianco dei M5S vanno nella direzione di rafforzare il controllo del partito/movimento nei confronti degli eletti. Vanno cioè nella direzione sbagliata. Poiché sull’eletto l’unico giudizio non può che provenire dall’elettore, è normale che sia la legge elettorale il problema fondamentale che impedisce una genuina selezione della classe politica. Un movimento come il M5S che afferma di voler cambiare l’esistente nel senso di una maggiore partecipazione e coinvolgimento del cittadino alla dinamica pubblica, dovrebbe pertanto proporre:

  1. la modifica della legge elettorale nel senso della realizzazione di tre principi: governabilità, rappresentanza, circolazione delle élites;
  2. una legge per la rimozione del conflitto di interesse dall’ambito della politica e dell’informazione;
  3. una legge che obblighi ogni partito a dotarsi di uno statuto nel quale siano specificate le modalità di selezione delle candidature, che devono prevedere il grado massimo di inclusività (al livello dell’elettore);
  4. una legge che obblighi ogni partito a rendicontare pubblicamente gli usi dei finanziamenti ricevuti, siano essi pubblici o privati, nonché la lista dei finanziatori e l’entità degli importi ricevuti;
  5. infine – ma qui mi allineo ai 5 Stelle – l’incensurabilità come prerequisito per la candidatura alle cariche elettive.

La crisi de L’Unità divide Il Mov 5 Stelle e Grillo

Sono bastati un articolo su L’Unità e un paio di post su alcuni blog per far emergere altre fratture nel Movimento 5 Stelle. Al punto da paventare una nuova e inaspettata scomunica da parte di Beppe Grillo.

Da una parte si trova la redazione bolognese de l’Unità, sempre in procinto di esser chiusa e da almeno due anni in bilico in attesa della decisione dell’editore Soru, il quale però versa in altri, e alquanto pessimi, guai (evasione fiscale); dall’altra l’interesse – legittimo – dei grillini bolognesi per la sorte dei lavoratori della redazione locale del giornale. Si dà il caso che i grillini e Grillo hanno da sempre sostenuto la necessità di abolire il finanziamento pubblico dei giornali che, detto per inciso, mantiene in vita l’Unità, giornale che ha visto dimezzare le copie vendute in poco più di due anni, almeno dalla dipartita di Travaglio e Padellaro.

Andrea De Franceschi, noto per esser divenuto consigliere regionale grazie alle contestatissime ‘secondarie’ (vedi 1, 2), ha avuto l’ardire di fare una interpellanza al consiglio regionale dell’Emilia-Romagna chiedendo a Errani di aprire un tavolo di trattative con l’editore: “Il quotidiano l’Unità rischia davvero di sparire questa volta e, se dovesse essere così, non sarebbe una buona notizia per nessuno. Per i lavoratori e per la pluralità d’informazione, prima di tutto” (l’Unità).

Intento onorevole, quello di De Franceschi, che però ha subito incontrato la minaccia di una Fatwa da parte di Grillo: il nuovo anno, scrive quest’ultimo, vedrà la fine del finanziamento pubblico dei giornali, fatto che viene presentato come una benedizione divina. Grillo non fa mai su questo argomento alcuna menzione sul difetto di sistema insito nell’informazione nostrana, che prende il nome di monopolio del mercato pubblicitario nelle mani di uno solo (sì, ancora Berlusconi). Non mi dilungo sugli effetti perversi dell’aiuto di Stato per l’editoria – quasi sempre – di partito, né sulla necessità di un dispositivo correttivo della concentrazione monopolistica nel settore pubblicitario. Mi soffermo invece su queste frasi di Grillo: “Tra le testate che attaccò (sì ha usato il verbo al singolare…) l’iniziativa [del Vday 2008], prima, dopo e durante, spiccò l’Unità”, “Ora è in crisi, si metta sul mercato, si faccia pagare dai lettori come il Fatto Quotidiano e, se non vende, chiuda i battenti”, “Se qualche esponente del MoVimento 5 Stelle la pensa diversamente non è un problema. Il Pdmenoelle lo accoglierà subito tra le sue braccia. Beppe Grillo“. Quindi, se ne deduce:

  1. l’Unità ha la ‘colpa’ di aver criticato l’iniziativa di Grillo del 2008;
  2. la giusta punizione per quella colpa è la chiusura;
  3. chi la pensa diversamente (De Franceschi) si faccia da parte.

Giglioli, su Piovono Rane, ha così titolato un suo post: “Kim Jong-Grill”. Grillo diventa una sorta di deposta che censura e epura tutti quelli che non si allineano alle sue direttive. Vittorio Bertola, uno dei ‘Magnifici 4’ del M5S s’affretta a organizzare, nei commenti al post di Giglioli, una difesa d’ufficio in cui l’argomento principale è “Grillo non sta imponendo a Defranceschi una sua posizione politica personale su un argomento mai discusso prima, gli sta imponendo di rispettare il contratto che ha firmato con gli elettori quando ha chiesto i voti!”. Bertola affibia a Grillo la patente di controllore dell’operato degli eletti. E’ la questione annosa del mandato imperativo che i grillini dicono di voler applicare per poter licenziare quegli eletti che non rispettano il programma presentato in campagna elettorale. Un potere che dovrebbe risiedere in capo agli stessi elettori e che invece loro mettono, di volta in volta, nelle mani o di una assemblea degli iscritti o addirittura – questa la versione di Bertola – nelle mani dello stesso Grillo, “uno che in teoria (come mi ripetete sempre voi) non conta più degli altri, non comanda, non impone” (A. Giglioli, cit.).

La confusione regna sovrana. De Franceschi ha dovuto pubblicare un post in cui parla della vicenda senza mai citare Grillo, l’autore dell’unica critica:

Qualcuno non è d’accordo nella tutela dei diritti dei lavoratori? Cosa c’entrano i finanziamenti pubblici all’editoria con le famiglie e le persone che rischiano? Forse dovremmo chiedere di togliere i rimborsi fiscali sulle accise della benzina e del gasolio per le imprese di autotrasporto, così poi vedremmo finire sul lastrico gli autotrasportatori che il camion lo guidano solo? (Sulla pluralità dell’informazione – Movimento Cinque Stelle Emilia-Romagna).

De Franceschi articola la sua risposta a Grillo affermando che “l’informazione “libera” su internet che molto spesso troviamo copiata e riadattata su migliaia di blog altro non è che il rimpasto del lavoro fatto a monte da un qualche giornalista, da qualche parte nel mondo, PAGATO da una qualche testata che gli ha anche messo a disposizione i mezzi per la diffusione”. De Franceschi è realista: “l’idea che su internet si faccia informazione a costo zero è molto romantica ma non veritiera“. Forse non è proprio vero che tutto quanto si scrive in rete è una ‘ribattuta’ dei lanci di agenzia o degli articoli della carta stampata. Ma bisogna dare adito a De Franceschi di aver centrato il problema: il giornalismo classico non è in crisi per la compresenza delle fonti di informazione su internet, né internet può essere la salvezza per i giornali in crisi; il giornalismo e l’editoria sono in crisi a causa del problema storico della concentrazione di potere nel mercato della pubblicità.

Mettere il bavaglio a De Franceschi con l’accusa di non rispettare il mandato elettorale è assurdo. Secondo Bertola, Grillo “non sta agendo da capo, ma da garante verso gli elettori, che quando hanno votato si sono fidati di lui (Defranceschi manco sapevano che faccia avesse)”. Questa frase è come un sasso lanciato dal cavalcavia: De Franceschi prese meno voti di Sandra Poppi del collegio modenese (poco più di trecento contro i settecento voti della Poppi), ma quella maledetta assemblea delle secondarie votò il binomio Favia-De Franceschi. Dire oggi che gli elettori “manco conoscevano la faccia di De Franceschi” vuol dire delegittimare tutto il processo di formazione del M5S. Di fatto, significa farne a pezzi la storia.

Aggiornamento del 05/01/12: De Franceschi annuncia la pausa di riflessione e i giornali si accorgono del pasticcio …

Analisi del voto a 5 Stelle fra populismo e mandato imperativo

Parlare del Movimento 5 Stelle è sempre una operazione a rischio. Poiché spesso si deve spostare l’attenzione dai programmi alle procedure che il Movimento si è dato, si rischia immediatamente di finire accomunati alla pletora del giornalismo mainstream che taccia Grillo e il M5S di populismo e altre nefandezze.

Che il risultato elettorale sia stato eccezionale non vi sono dubbi. Il M5S in alcuni casi è il vero terzo polo. In realtà il voto non ha mascherato alcuni problemi di fondo che permangono come una zavorra e impediscono al Mov stesso di raggiungere quella forma teorizzata della formazione politica interamente determinata dal basso.

Procedo per punti, e in ordine sparso:

1. Il caso Napoli e il rapporto d’amore/odio con De Magistris:

Napoli è sede del primo storico meet-up di Beppe Grillo, l’archetipo del M5S. Roberto Fico è stato candidato alla presidenza di Regione alle scorse elezioni regionali. Il suo nome compariva anche sulla scheda delle elezioni comunali la scorsa domenica. A distanza di un anno, il suo successo elettorale è stato brutalmente ridimensionato. Effetto De Magistris, si direbbe, e in effetti è così. Secondo l’analisi di Metapapero, gli elettori del Mov si sarebbero letteralmente spaccati a metà: il 50.2% ha votato Fico, il 49.3% ha votato De Magistris. Questo nonostante gli strali di Grillo medesimo, contrario al De Magistris sindaco di Napoli in quanto reo di non aver ottemperato al mandato grillino di sorvegliare in Europa sulle infiltrazioni delle criminalità (!), di aver preso i voti grillini per poi sprecare il proprio tempo negli studi televisivi a parlare di Berlusconi.

Si dice: l’opinione di Grillo non è quella del Movimento. Sarà. Ma quando Fico fu candidato alla Regione, lo fu in seguito all’opinione di Grillo. Quando De Magistris prese quella carrettata di voti, l’endorsment grillino provenne direttamente dal blog di Beppe. Il risultato del rifiuto del figliol prodigo si è rivelato disastroso:

REGIONALI 2010, comune di Napoli: Roberto Fico voti 9947 (2.34%), M5S voti 9902 (2.48%), effetto candidato +45 voti;

COMUNALI 2011, comune di Napoli: Roberto Fico voti 6441 (1.38%), M5S voti 7203 (1.75%), effetto candidato -762 voti.

Pare chiaro che la scelta di non appoggiare De Magistris, iscritto IDV, candidato per IDV, non sia stata affatto compresa dagli elettori del M5S. Tanto più che la tanto osannata Costituzione contiene un articolo sacrosanto, il n. 67, che recita così:

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

I parlamentari esercitano la loro funzione senza vincolo di mandato. E’ l’esatto contrario di quello che in USA passa sotto il nome di lobbismo. Il parlamentare risponde solo alla propria coscienza, non al partito o a gruppi di riferimento. Per contro si può obiettare che tale libertà può essere esercitata in maniera eccessiva diventando trasformismo, un male profondissimo delle democrazie parlamentari. Ecco, tutto si potrebbe dire di De Magistris tranne che sia un trasformista. Ha solamente deciso di diventare sindaco di Napoli. Il mancato appoggio dei grillini è una occasione persa. Avrebbero ottenuto una decina di consiglieri e la possibilità di incidere veramente sulle politiche comunali, con il traino del candidato sindaco. Invece la logica ferrea del ‘non allearsi con nessuno’ ha strozzato in gola l’urlo della festa a 5 stelle;

2. Bologna, questa sconosciuta:

l’analisi dei flussi realizzata da Termometro Politico mostra l’emersione di due tendenze, entrambe dovute alla disaffezione verso il “miglior buon governo cittadino” dell’Emilia, finora rappresentato dal PD, erede diretto della tradizione comunista fortemente radicata nella regione. Da una parte, il voto della sinistra delusa converge verso Amelia Frascaroli, candidata civica ma sotto l’ombrello di Vendola; dall’altra fluisce rabbioso verso il M5S.

E’ indubbio che elettori attivi e passivi del M5S abbiamo provenienza dal movimentismo a sinistra. Ma ciò porta all’emersione di inevitabili divergenze interne ed esterne. Mi spiego:

a) l’equazione csx=cdx, per certi versi vera, si scontra con il fatto che all’interno del PD ci siano molti buoni amministratori che cercano di attuare quella politica progressista che trova il suo fulcro nel trinomio scuola-lavoro-tolleranza. Ebbene, diventa difficile per i grillini sostenere ad oltranza il non expedit di Grillo circa il fatto di potersi alleare o collaborare con la sinistra quando essa porta in discussione le buone riforme, tanto più se le condividono;

b) tanto spesso il M5S evita di schierarsi su argomenti “sensibili”: è accaduto relativamente ai problemi della scuola, come se il M5S soffrisse particolarmente l’incidenza del sindacato CGIL e la sua pervasività nell’ambito scolastico. Addirittura c’è chi lamenta l’assenza di discussione su questi temi specifici, cercando una facile condivisione sulle tematiche consuete – anticasta – del Mov: “Su queste e altre problematiche il Movimento non è in grado di prendere una posizione, perché al suo interno ci sono persone con idee spesso contrapposte: vi sono conservatori e “orfani della sinistra”, laici e cattolici integralisti, uniti nella “protesta”, nei facili luoghi comuni, ma incapaci di avere un progetto realistico e coerente di più ampio respiro […] Quando ho chiesto di discutere in assemblea di alcune problematiche, come il finanziamento dato alla fine di luglio dalla Commissaria Cancellieri alle scuole private a Bologna, l’adesione alla manifestazione in difesa della scuola pubblica indetta a Reggio Emilia il nove ottobre scorso, la discussione sull’eventuale nomina alla presidenza della Commissione Pari Opportunità in Regione di Silvia Noè, l’accordo di Pomigliano e la necessità di assumere una posizione politica in difesa dei lavoratori, non ho mai ricevuto risposta. Formalmente non rispondono, lasciano decadere, non ne parlano, così possono
fingere di essere tutti d’accordo, così possono coesistere nel movimento posizioni spesso contrapposte, intanto gli “eletti” decidono per tutti, perché loro sono i “portavoce” del
Movimento” (Monica Fontanelli, fuoriuscita dal M5S).

c) il meccanismo decisionale interno non è ancora chiaro: le dimissioni di Favia e De Franceschi sono apparse ai più come una farsa. Dovevano avere lo scopo di valutare il loro operato, applicando una sorta di customer satisfaction come avviene nelle aziende private. Però i due consiglieri regionali non sono stati valutati dai “clienti” del M5S, ovvero gli elettori, bensì dagli iscritti, che clienti non sono ma semmai sono soci. Ecco, questa confusione si aggrava dal fatto che è mancata una vera e propria discussione circa gli effetti perversi di una loro effettiva dipartita in caso di voto contrario dell’assemblea dei soci stessi. Avrebbero davvero abbandonato il seggio in Regione? Da chi sarebbero stati sostituiti? Dai secondi eletti? Da Sandra Poppi, che a Modena prese più voti di De Franceschi a Bologna?

La risposta è già scritta: non ci sarebbe stato alcun voto contrario. Non ci sarebbe stato alcun avvicendamento. Favia e De Franceschi hanno incassato il plauso dell’assemblea dei soci e hanno continuato il proprio lavoro. Mai se ne sarebbero andati. Questo è testimoniato dal fatto che nessuno ha previsto alcun meccanismo “democratico” di sostituzione  dei due. E solo il voto degli elettori sarebbe sufficientemente democratico, tanto più che i clienti-elettori del M5S potrebbero esprimere la propria soddisfazione soltanto con una consultazione elettorale, non avendo altro mezzo né possibilità di licenziare gli eletti. Vale ancora il discorso del divieto di mandato imperativo contenuto nell’art. 67 della Costituzione, elemento indiscutibile di una democrazia palramentare – dalla costituzione repubblicana francese del 1791 ad oggi è presente in quasi tutte le costituzioni (fa eccezione in Europa il caso del Bunsrat tedesco, la camera di rappresentanza dei Lander, dove se volete si realizza la rappresentanza locale e dove forse effettivamente i deputati devono esercitare la propria funzione in ottemperanza al mandato elettorale, pensate che accadrebbe se improvvisamente uno di essi si mettesse a fare gli interessi di un altro Lander: tradirebbe di fatto in un sol colpo i propri elettori e la propria terra). Certo, nella dissertazione sulla democrazia diretta, il mandato imperativo diventa un elemento di criticità: citando Rosseau, ogni cittadino è depositario di una parte della sovranità popolare, pertanto non potrbbero che esistere forme di democrazia diretta. Laddove essa è impossibile, essa si trasforma da diretta a rappresentativa, una forma nella quale la sovranità è delegata ai rappresentanti eletti a suffragio universale ma soggetti a mandato imperativo. Rosseau parlava di una società politica ancora scevra della tecnologizzazione della disucssione pubblica e nella quale il potere privato, e il conflitto che esso porta con sé, non avevano ancora quella dimensione garguntesca che hanno oggi. Il fenomeno del lobbismo è la perversione della bad influence che il privato esercita sulla funzione pubblica della rappresentanza. Il mandato imperativo diventa istituzionalizzazione del link con l’interesse particolare privatistico. Il rappresentante non esercita la propria funzione per conto della Nazione, quindi nell’interesse generale, ma per il raggiungimento di scopi privati.

Capite allora la non sussistenza del meccanismo delle dimissioni semestrali voluto dai grillini: è una misura che non cambia nulla. Il problema della casta e della mancata “circolazione delle élite” ha origine storicamente nel nostro sistema partitico e in un certa arretratezza della nostra democrazia. Sempre dalla Costituzione francese del 1791: “Art. 30. Le funzioni pubbliche sono essenzialmente temporanee; esse non possono essere considerate come distinzioni né come ricompense, ma come doveri”. Le funzioni pubbliche non sono onorificenze, ma doveri. Se non verrà assimilato questo concetto, non cambieremo mai. Forse è il caso di ribadirlo nella nostra Costituzione.