Trattativa Stato-Mafia, parla Brusca e Ciancimino non serve più

Le dichiarazioni di Giovanni Brusca, lo sporco assassino del piccolo Di Matteo, decretano l’inutilità del dibattito sull’attendibilità di Ciancimino. Brusca confessa di aver contattato personalmente Dell’Utri tramite Mangano, di averlo avvertito delle bombe. Siamo a metà del 1993 e Berlusconi non è ancora “sceso in campo”: Brusca avvisa Dell’Utri che “senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate”. Perché avvisare personaggi estranei al mondo della politica? Forse perché questi stavano preparando un progetto politico e erano in cerca di “adesioni”. Il progetto politico doveva servire a gestire la transizione dal vecchio sistema di referenze a quello nuovo, dal mondo andreottiano a quello post-DC, post Salvo Lima, eccetera. Brusca ha ricordato che Riina era colui che gestiva in prima persona la trattativa, che il papello fu consegnato già nel 1992, dopo la strage di Capaci e prima di Via D’Amelio, “mi fece il nome del committente finale”, ha detto. Il suo nome è quello dell’allora ministro dell’Interno: Nicola Mancino. C’è stato un prima e un dopo: fino a Capaci era la vendetta della Mafia contro il Maxi Processo e il suo artefice principale. Dopo è “trattativa”.

Così sul Corsera:

Brusca ha raccontato infatti che fino all’attentato di Falcone l’obiettivo di Riina era di influenzare il maxi-processo di mafia a Palermo. In seguito, sarebbero subentrati Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino che volevano «portare» a Riina la Lega e un altro soggetto politico. «In un primo tempo Riina era titubante e anch’io gli chiedevo se ci fossero novità -ha dichiarato Brusca-. Fino all’ultimo attentato Riina pensava di condizionare il maxi-processo». Ma poi, ha concluso, sarebbero subentrati,«dei soggetti indicati in Marcello Dell’Utri e Vito Ciancimino che gli volevano portare la Lega e un altro soggetto che non ricordo» (Corriere della Sera.it).

Join the dots. Unisci i puntini. Dell’Utri e lo stalliere. Una storia, una banca.

Il processo Dell’Utri si sta consumando alla Corte d’Appello di Palermo, dove procede celermente alle battute finali. Anche il Giudice ha fretta: lo aspetta una bella promozione al Tribunale di Caltanissetta. Ovviamente il processo non farà luce sulle relazioni fra il caso Mangano, i rapporti Dell’Utri, Cinà e Bontade; nemmeno fra questi e il ruolo di Banca Rasini e dei Berlusconi, padre e figlio. Un intreccio troppo oscuro, che in realtà condurrebbe sino alle società off-shore di Mr b, al capitale di dubbia provenienza con il quale aprì tutta la sua attività imprenditoriale nell’editoria e nell’edilizia, e che invece viene disvelato solo in parte, solo in relazione ai rapporti intercorsi con il Mangano, quando invece c’è stata "tutta una banca intorno" a far da collante fra questi biechi personaggi.

  • L’arrivo di Mangano a Villa San Martino era avvenuto in un clima pesante per gli imprenditori milanesi. Lo stesso Silvio Berlusconi, oltre ai progetti di rapimento del padre Luigi e alle minacce di sequestro del figlio Pier Silvio, aveva subito anche un attentato: una bomba contro la sede delle sue società, l’ex villa Borletti di via Rovani a Milano. I pericoli però spariscono con l’arrivo di Mangano.
    • Francesco Di Carlo, capo della potente famiglia di Altofonte, poi espulso da Cosa Nostra con l’accusa di aver imbrogliato gli amici fingendo il sequestro di una partita di droga, riparato a Londra, mafioso pentito, racconta di aver conosciuto Dell’Utri perché “Cinà me lo presentò in un bar di via Libertà a Palermo, a metà degli anni 70. Qualche mese dopo rividi Dell’Utri a Milano. In un ufficio di via Larga di proprietà di alcuni nostri amici incontrai Cinà, Mimmo Teresi e Stefano Bontade. Quel giorno erano particolarmente eleganti. Io domandai il perché e loro mi risposero che dovevano andare da un grosso industriale milanese amico di Cinà e Dell’Utri, e mi proposero di seguirli”. Secondo il racconto di Di Carlo, i quattro si recano nella sede dell’Edilnord dove incontrano Berlusconi e Dell’Utri.
    • Parla Bontade: “Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io…Perché piuttosto non pensa ad investire nella nostra bellissima isola? Da noi c’è tanto da costruire”. E Berlusconi: “Vorrei, vorrei, …Ma sa, già qui al nord ci sono tanti siciliani che
      non mi lasciano tranquillo…”. Bontade: “La capisco, ma adesso è tutto diverso. Lei ha già al
      suo fianco Dell’Utri, io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema con quei siciliani”.
      Berlusconi: “Non so come sdebitarmi, resto a sua disposizione per qualsiasi cosa”.
    • E fu dopo questo incontro che arrivò Vittorio Mangano. Questo secondo il racconto del pentito
      Di Carlo
    • Il fatto è che Mangano non avrebbe fatto solo lo stalliere, come pure l’amministratore, ma anche il furbetto nel suo soggiorno a villa San Martino, organizzando estorsioni, anche ai danni di Berlusconi, e progettando addirittura sequestri ai danni degli ospiti del suo nuovo padrone. Così racconta un altro pentito, Salvatore Cocuzza, successore di Mangano alla guida del clan di Porta Nuova, e suo compagno di cella dal 1983 al 1990.
    • Sempre secondo Cocuzza, Berlusconi si rivolse a Cinà per trattare direttamente con
      Bontade e Teresi e “raggiunse con loro un accordo per il versamento di una tangente di 50
      milioni l’anno. La stessa cifra che veniva prima versata a Mangano”. E così Mangano venne
      liquidato dalla ditta Berlusconi. I motivi dell’allontanamento di Mangano vanno a quadrare con le stesse dichiarazioni di Berlusconi e Dell’Utri, che lo motivarono con i tentativi di sequestro. Anzi, ci fu persino una bombetta, un “rozzo ordigno, poca roba”, vicino al cancello della sua villa, e in una telefonata con Dell’Utri, il cui telefono era sotto controllo dell’antimafia, Berlusconi aveva attribuito “l’avvertimento” allo stesso Mangano, ridendoci sguaiatamente sopra con l’amico Marcello, dicendo che “un altro avrebbe mandato una raccomandata, lui una bomba…è perché non sa scrivere”.
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    • "Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza".
    • lla requisitoria del processo di secondo grado in cui il senatore Marcello dell’Utri (Pdl) è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa
    • Il parlamentare è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere
    • Vittorio Mangano, morto alcuni anni fa, condannato nell’ambito di un processo di mafia. L’uomo per alcuni anni aveva svolto il ruolo di stalliere ad Arcore
    • Una scelta, secondo il magistrato, non legata a interessi agricoli, ma alla necessità, che all’epoca avevano tanti imprenditori, tra i quali lo stesso Berlusconi, di "proteggersi" dal pericolo di sequestri
    • Era stato lo stesso Dell’Utri a farlo assumere
    • "Ma davvero – si chiede il Pg – non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero dall’estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole?"
    • non solo Mangano di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava erano di tutt’altra natura rispetto a quelli agricoli
    • "Nelle dichiarazioni spontanee rese il 29 novembre del 2004 – dice il Pg – fu Dell’Utri a dire che in realtà Mangano si interessava di cani e non di cavalli. Non si vede quale sarebbe stato dunque il suo contributo alla cura di animali che Berlusconi voleva allevare nella tenuta appena acquistata"
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    • “Nei processi non patteggiate mai, non parlate mai e fate passare più tempo possibile: magari intanto muore il pm, o il giudice, o un testimone…”. Così dieci anni fa Marcello Dell’Utri erudiva i colleghi imputati e i discepoli in un circolo delle Marche
    • Tirare in lungo, a dispetto dei programmi e proclami del Pdl per una giustizia più rapida, gli è convenuto parecchio. Il processo di Milano che lo vedeva imputato per estorsione insieme al boss Vincenzo Virga s’è chiuso dopo due condanne, un annullamento in Cassazione e una nuova sentenza d’appello che ha riformulato l’accusa in “minaccia grave”, ormai caduta in prescrizione.
    • L’appello a Palermo per concorso esterno in mafia ha appena imboccato una fulminea dirittura d’arrivo, con l’incredibile rifiuto della Corte di ammettere le nuove prove emerse dal fronte Ciancimino (compresa le lettere che Provenzano avrebbe scritto a Berlusconi per fargliele recapitare da Dell’Utri): il presidente Guido Dell’Acqua ha una gran fretta di raggiungere il Tribunale di Caltanissetta, dov’è stato promosso.
    • a furia di “far passare più tempo possibile”, rischia addirittura di evaporare in zona Cesarini l’appello del “Dell’Utri-bis”, in corso a Palermo per un presunto complotto di falsi pentiti che l’onorevole imputato avrebbe imbeccato per calunniare i veri pentiti che accusano lui
    • In primo grado Dell’Utri era stato generosamente assolto. In appello però s’è imbattuto in un presidente inflessibile: Salvatore Scaduti, giudice conservatore di Magistratura Indipendente, celebre per aver ribaltato in appello le assoluzioni di Andreotti (prescrizione per il reato commesso fino al 1980) e Contrada (condanna a 9 anni). Sentenze inossidabili, poi confermate in Cassazione. Ora anche Dell’Utri rischia grosso. Ma, proprio in extremis, Scaduti è stato nominato consulente della commissione Antimafia. Se il Csm desse l’ok alla sua nomina, collocandolo subito fuori ruolo, il processo ripartirebbe da zero e riposerebbe in pace grazie alla solita prescrizione.
    • c’è un dettaglio: a proporre Scaduti all’Antimafia è stato il Pdl. Cioè il partito di Dell’Utri e di alcuni suoi avvocati.
    • Scaduti, per la sua carriera, merita questa e altre promozioni. Ma, per un’esigenza di giustizia e per risparmiargli inutili malignità, il Csm dovrebbe autorizzarla a condizione che, prima, il giudice concluda il suo lavoro.
    • si consacrerebbe una singolare versione dell’antico “promoveatur ut amoveatur”: l’imputato fa promuovere il suo giudice per far saltare il suo processo.

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Join the dots. Unisci i puntini. Pesce pilota e la banca intorno.

Il pesce pilota è una specie di pesce che sguazza nei mari del nord e che di solito guida tutto il resto del branco verso i lidi migliori. si dà il caso che uno dei lidi di maggior interesse e attrattiva del Nord fosse tale banca Rasini, la banca costruita intorno a te.
Che stridore con le dichiarazioni di stamane e dell’annunciato piano anti criminalità che secondo il governo in quattro anni – ma cosa dico quattro – spazzerà via la criminalità e, udite udite, anche quella organizzata. Le forze del male, le ha chiamate Mr b. Le stesse forze che – così si suppone in una sentenza (emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003) – un giorno ebbero la premura di far saltare per aria il giudice che rilasciò l’intervista che segue, la quale sembra quasi fatta apposta per fargli dire cose che era molto meglio non dire. Quel giudice, quello che venne ricevuto al Viminale ma al Viminale non l’ha visto nessuno, o forse no, l’hanno visto ma solo di sfuggita, nei corridoi.
E oggi, guai a chi si riempie la bocca di verità ,guai a scrivere che le forze del male sono colluse con quelle che dovrebbero essere le forze dell’ordine (quindi del bene) ma che accettano un ordine sbagliato. Guai a rompere l’accordo oscurantista.

Un piano straordinario a lungo termine contro la criminalità. È questo il progetto del governo lanciato dal premier Silvio Berlusconi al termine del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica con i ministri Roberto Maroni e Angelino Alfano. L’esecutivo, ha spiegato il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di Ferragosto, sarà «in carica per quattro anni e metterà in atto un piano a lungo termine e si spera definitivo contro le forze del male, non solo contro la criminalità diffusa ma anche contro la criminalità organizzata». Il progetto anti-criminalità, hanno poi precisato il titolare del Viminale e il Guardasigilli, partirà da settembre e sarà operativo per i prossimi 4 anni.

  • Fabrizio Calvi intervista Paolo Borsellino (tratto da "L’odore dei soldi. Origini e misteri delle fortune di Silvio Berlusconi", Elio Veltri e Marco travaglio, Editori Riuniti, 2001)

Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d’onore" appartenente a Cosa nostra.
Uomo d’onore di che famiglia?
Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò – ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì da un procedimento cosiddetto "procedimento Spatola", che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Il Mangano, di droga… Vittorio Mangano – se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti – risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane,
preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli".
Comunque lei, in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Sì. Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu asseverata dalla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga.
E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.
A Palermo?
Sì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.
Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?
Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… Cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi.
I fratelli?
Sì.
.. Quelli della Publitalia?
Sì. Perché c’è, se ricordo bene, nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di "cavalli". Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo, quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo.
C’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontate.
Eh, Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose. Si è parlato addirittura in certi periodi almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime: la famiglia di Stefano Bontate sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200. Si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.
Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
So dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente.
Perché a quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, ex assessore regionale siciliano ai tempi di Ciancimino, sindaco di Palermo e socio di Filippo Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex amico dei fratelli Dell’Utri.
Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi – ripeto sempre – di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.
Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?
All’inizio degli anni ’70, Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa: un’impresa nel senso che, attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.
Lei mi dice che è normale che Cosa nostra si interessa a Berlusconi?
E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.
Mangano era un pesce pilota?
Sì, guardi, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia.
Si è detto che ha lavorato per Berlusconi.
Non le saprei dire in proposito, o… anche se le debbo far presente che, come magistrato, ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, poiché so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali atti sono ormai conosciuti e ostensibili, e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda che, la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.
C’è un’inchiesta ancora aperta?
So che c’è un’inchiesta ancora aperta.
Su Mangano e Berlusconi, a Palermo?
Sì.

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    • il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”
    • peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura
    • sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata
    • L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”
    • come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…
    • Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto.
    • E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno.
    • anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
    • Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.
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    • è insorta anche l’opposizione. "Si può – ha osservato Marco Minniti responsabile Sicurezza del Pd – discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l’Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell’azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione"
    • il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.
    • Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l’assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell’ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l’ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.
    • Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri ‘nei secoli fedeli’ si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’.

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