Financial Times: Monti ha il vento in poppa, Papademos no

Il Financial Times dice che il professor Monti va a gonfie vele: l’Italia è un caso diverso dalla Grecia, scrive Peter Spiegel, corrispondente per FT da Bruxelles. Questo l’articolo intero, tradotto dall’inglese – con qualche licenza – dal sottoscritto.

Articolo originale

Il primo ministro Monti, in Italia fresco di vittorie sulla revisione dei regimi pensionistici e sull’aumento delle tasse di proprietà, è in sella a una ondata di consenso in patria, mentre all’estero viene accolto nei rari vertici che una volta erano il dominio esclusivo del francese Nicolas Sarkozy e della tedesca Angela Merkel.

Infatti, l’ultimo vertice a tre, che era stato programmato per Venerdì, è stato posticipato a causa di sconvolgimenti politici non in Italia ma in Francia, dove Sarkozy sta combattendo per la propria sopravvivenza politica dopo la perdita da parte della Francia della sua totemica tripla A del rating del debito.

Il signor Papademos, invece, si è trovato sull’orlo di un default sovrano, è bloccato nella zona euro tra il suo salvataggio e i finanziatori titolari privati ​​di debito greco, che si trovano nel mezzo di una lotta feroce su quanto grande debba essere la perdita obbligazionista affinché Atene ritorni sulla via della sostenibilità finanziaria.

Anche se Papademos è in grado di trovare un accordo sul taglio del debito in tempo perla riunione dei ministri delle finanze dell’Eurozona Lunedi – come sta cercando sempre più possibile – si troverà ad affrontare ancora la non invidiabile prospettiva di nuove richieste da parte degli istituti di credito dell’UE di una ancor più forte austerità, prima di essere premiato con un secondo bail-out di € 130 miliardi.

“L’economia politica in entrambi i casi è ovviamente difficile, ma Monti ha chiaramente il vento in poppa, mentre Papademos no”, ha detto Mujtaba Rahman, un analista europeo della Eurasia Group Risk Consultant.

Parte della differenza tra le fortune dei due uomini è il clima politico nei rispettivi paesi. In Italia, i partiti politici sia a destra e sinistra sono disorganizzati e Silvio Berlusconi, predecessore del presidente Monti, è stata finora pubblicamente di sostegno, dando al nuovo Primo Ministro un percorso relativamente libero in politica.

Nei giorni scorsi, il presidente Monti ha affrontato molteplici proteste da parte di gruppi disparati come tassisti, avvocati e farmacisti rispetto a un altro round di riforme che avrebbero dovuto essere svelate la notte scorsa. Ma il signor Monti non ha ancora visto il livello di opposizione apparso a molti dei suoi colleghi dell’eurozona.

“Questa combinazione di fiducia molto, molto bassa [a partiti politici] e allo stesso tempo questo supporto notevole per questo governo, per quanto dolorose siano le sue azioni … sinceramente sono sorpreso”, ha detto Monti in un’intervista questa settimana. “Non può durare, ma per ora è così.”

Ad Atene, invece, Papademos è vincolato a un gabinetto composto dai leader delle due principali fazioni politiche del paese. Anche se questo gli dà più legittimità politica e la base naturale in Parlamento che manca il signor Monti,egli ha politicizzato il processo decisionale in un modo che in Italia le iniziative del professore non hanno.

Funzionari ​​greci riconoscono che, anche se Papademos è in grado di ottenere un accordo per una ristrutturazione del debito entro la prossima settimana, la sfida per il primo ministro probabilmente sta solo diventando sempre più difficile. “Questo sarebbe un risultato importante, ma ci sono molti più ostacoli lungo la strada per la sua esecuzione”, ha detto un alto funzionario del ministero delle finanze greco.

Papademos è anche di fronte ad una linea temporale politica molto più breve. A differenza di Monti, per il quale le dimissioni sono previste in vista delle nuove elezioni in programma nella primavera del 2013, il voto greco è previsto entro la metà dell’anno, anche se il mandato Papademos è già stato esteso da quattro mesi a sei. Funzionari ​​e diplomatici di Bruxelles hanno già cominciato a fare conoscenza con il ‘gamesmanship’ politico della Grecia, il principale partito del centro-destra, Nuova Democrazia, e del suo leader Antonis Samaras, che credono che si posizioni in modo tale d a reclamare a sè il potere del governo socialista, recentemente deposto.

Un alto funzionario europeo, con rabbia, ha citato un recente articolo sulla stampa internazionale, di Iannis Mourmouras, il vice ministro delle Finanze nonché alto funzionario di partito dell’onorevole Samaras ‘, che ha sostenuto che “i programmi di aggiustamento nella periferia della zona euro sono stati difettosi” e ha chiesto agli istituti di credito dell’area dell’euro di porre fine alla loro richiesta di maggiore austerità.

“Lo fanno a se stessi”, ha detto il funzionario.

“C’è un crescente senso che, nonostante i valorosi sforzi di Papademos … il recalcitrante enstablishment greco stia occupando il suo tempo per preparare le prossime elezioni, confidando sul presupposto che il mondo continuerà ad intervenire in loro aiuto, non importa in che modo”, ha detto un diplomatico europeo. “Sta diventando sempre più chiaro che la Grecia sia un caso piuttosto diverso rispetto a l’Italia.”

Capitani vigliacchi e marinai poco coraggiosi nel mar mosso del default

La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l’occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi. (J. Conrad, La Linea d’ombra, Einaudi, p. 67).

O si è marinaio o non lo si è. O si è capitani o non lo si è. Di capitani coraggiosi questo mondo è assai povero. E non è un caso se nemmeno se ne trovano sulle navi, quelle vere. La vicenda del Capitano Schettino, l’uomo che dinanzi alla catastrofe non sa esser uomo e fugge da sé medesimo, dalla responsabilità, è una parabola triste di un sistema sociale, economico, finanziario, pieno di falle, con scogli conficcati nella pancia, nella stiva, con squarci ben più lunghi dei sette metri della Costa Concordia.

E se fino a qualche tempo fa il vascello senza guida, diretto nel baratro del default finanziario e politico, era il nostro paese per intero, guidato da un Capitano che non solo non era coraggioso ma era pure ingannatore, oggi la Nave da Crociera puntata verso il suo scoglio è nientemeno che l’Europa. Là, a Bruxelles, non c’è alcun capitano. La Nave non ha alcuna guida e nessuno aspira ad averla. E’ tutto un sottrarsi dalle responsabilità. Angela Merkel ignora l’appello di Mario Monti di oggi. L’Italia non deve essere aiutata dalla BCE. La Grecia? Parrebbe già affondata per metà, o tre quarti, inclinata di novanta gradi. E’ solo una questione di metri, pochissimi, poi il fondale è toccato. Fitch, una della triade del Rating, il triangolo della morte (o del paradiso, a seconda del loro personalissimo giudizio – “sono solo opinioni”, cfr. Inside job), si è accorta in queste ore che i greci sono affondabili, che la scialuppa di salvataggio dell’EFSF è peggio che una bagnarola e che l’inaffondabile Merkel non cambierà rotta.

Invece questo fallatissimo mondo ha bisogno di qualcuno con l’occhio del marinaio, con il cuore del marinaio. Qualcuno che sappia prendere il timone e virare a dritta. Senza il timore delle conseguenze. C’è bisogno di azione, subito e ora. Lo scoglio è vicinissimo. Troppo vicino. E’ passata la metà di Gennaio e l’Italia si finanzia ancora al 7%, centesimale più, centesimale meno. Il vero naufragio, questo sì che è roba grossa, ci potrebbe coinvolgere fra un mese, forse un mese e mezzo. Se l’Italia sarà in grado di finanziarsi ancora sui mercati, avremo superato la linea d’ombra, quella che divide i semplicemente vivi dai sopravvissuti.

Non saprei dire se Mario Monti è un vero marinaio. Non so se è il capitano giusto per la nave enorme che è questo paese, pieno di ciurmaglia, di sgherri al servizio dei loro padroni. Se dentro se stesso sente davvero di esserlo, allora la smetta con i tecnicismi e parli al cuore di noi mozzi e marinai.

Noi siamo Lord Jim, questo codardo che a un certo momento salta dalla nave e abbandona migliaia di pellegrini al loro destino. E poi comincia il grande rimorso, il senso di colpa. E tutti noi, un giorno, abbiamo «saltato»… (Ugo Mursia, cfr. Federica Almagioni, prefazione a Joseph Conrad, Lord Jim, traduzione di Alessandro Gallone, Alberto Peruzzo Editore, 1989).

Forse dovremo, prima di giudicare il pavido Schettino, giudicare noi stessi, poiché ognuno di noi dinanzi alle difficoltà ha la tentazione di scegliere per la via di fuga più vicina. Possiamo fuggire dalle nostre responsabilità verso il paese proprio ora che la nave deve affrontare la Tempesta perfetta? Possiamo permetterci di evocare la secessione, o la ribellione, dinanzi alla maggiore tassazione e alla riduzione della sfera dei diritti?

Quello che ci accomuna è il medesimo destino. Là, nel mare, non c’è scampo. Se si è da soli si è presto morti. E non giova a nessuno remare contro. Bisogna, per forza di cose, remare tutti nella medesima direzione. Che vuol dire esser tutti sottoposti alla clave delle liberalizzazioni e della riduzione dei privilegi. Tutti, ripeto, indistintamente. Perché se proprio i capitani non danno il buon esempio alla ciurma, allora c’è poco da sperare. Se questi capitani, che non sono nemmeno eletti ma nominati per mezzo di quella sporca legge del Porcellum, non mettono fine al gozzoviglio del denaro pubblico, allora non resta che l’ammutinamento. Proprio come sul Concordia, mentre i capitani fuggono, i paria, gli ultimi, dovranno sbrigarsela da soli.

Fuori dal Default, una proposta politica per non soccombere alla Fase Due di Monti

Questo è un concorso di idee: uscire dal giogo della stretta creditizia senza più parlare solo di crescita economica ma di crescita in senso lato. Prima di tutto, politica. Scrivete qui la vostra proposta per il rinnovamento.

Siamo passati nell’arco di un mese dalla politica pro domo sua alla fredda tecnica del governo degli esperti. Doveva essere il Tempo del Noi, ma ci hanno sottratto anche quello. Dove è finita la stagione di Maggio, di Milano, dei Referendum? Abbiamo già smesso di partecipare?
Allora no. Anche se la finanza presuppone un sapere scientifico che non è di tutti, spezziamo questo dominio elitario della guida degli Ottimati e facciamo sentire la nostra voce. L’idea è quella di raccogliere idee per uscire fuori dal default, un default che è soprattutto politico. Cosa bisogna cambiare nell’assetto politico? Quale legge elettorale? Come garantire il ricambio della classe dirigente? Siamo fuori dalla Videocrazia, o essa è soltanto rimandata?

Fate sapere la vostra idea. Qui.

Filippo Patroni Griffi, nuovo ministro: ci fu per lui una leggina ad personam

dal sito del senatore Pietro Ichino 03/03/2011

La nuova disposizione consente ai membri della Civit che sono anche dipendenti pubblici di restare in ruolo e svolgere contemporaneamente le due funzioni
Comma 12-decies inserito dalla legge di conversione nell’articolo 2 del decreto-legge 29 dicembre 2010 n. 225

“Al fine di garantire, senza pregiudizio per le amministrazioni di provenienza, la prosecuzione della attività di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, al comma 3, ultimo periodo, del medesimo articolo 13, dopo le parole: “sono collocati fuori ruolo” sono inserite le seguenti: “, se ne fanno richiesta.” La facoltà di essere collocati fuori ruolo, su richiesta, prevista dall’articolo 13, comma 3, ultimo periodo, del citato decreto legislativo n. 150 del 2009, come modificato ai sensi del presente comma, si applica anche ai componenti in carica alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto che continuano a operare fino al termine del mandato.”

TRADUZIONE IN ITALIANO

Le “attività di cui all’articolo 13 del d.lgs. n. 150/2009″ sono le funzioni della Civit, cioè della Commissione per la Valutazione, l’Integrità e la Trasparenza, istituita dalla legge Brunetta come chiave di volta del nuovo sistema della valutazione indipendente delle amministrazioni pubbliche. L’idea originaria, che si esprimeva nella formulazione dell’articolo 13 in vigore fino a ieri, era che i cinque membri si dedicassero al lavoro della Commissione a tempo pieno: per questo la norma disponeva che, “se dipendenti della pubblica amministrazione o magistrati in attività di servizio”, essi venissero “collocati fuori ruolo” o “in aspettativa senza assegni” automaticamente. Ora, invece, il Governo ha ritenuto opportuno consentire che i membri della Civit dipendenti da amministrazioni pubbliche possano optare per rimanere in ruolo, riducendo evidentemente il proprio impegno per la Civit a un tempo parziale.

Questa innovazione riguarda oggi soltanto uno dei membri della Commissione, il dott. Filippo Patroni Griffi (perché il presidente Antonio Martone, già magistrato di Cassazione, è ora pensionato; mentre Luciano Hinna e Luisa Torchia, professori universitari, erano e restano nella posizione del docente in aspettativa senza assegni, senza possibilità di opzione per il cumulo delle due attività). Nel caso specifico il dott. Patroni Griffi godeva già, in base alla disciplina previgente, del cumulo dei due trattamenti economici: in questo caso, dunque, il beneficio per l’interessato recato dalla nuova norma non è di carattere economico. Ma la nuova norma disattende l’intendimento originario, nel senso dell’impegno a tempo pieno per i membri della Commissione: in futuro il cumulo di attività – oltre che di trattamenti economici – diverse potrà riguardare anche un numero maggiore di commissari. Per altro verso, la nuova norma non corrisponde a equità, dal momento che al minore impegno nella funzione propria della Civit non corrisponde una riduzione del relativo compenso.

Va osservato, infine, che l’incompatibilità sancita dal testo originario della legge aveva anche la funzione di garantire l’indipendenza della Civit: un commissario non può avere, verso l’amministrazione presso cui continua a svolgere la propria attività, la stessa indipendenza e libertà d’azione che avrebbe se invece quell’attività fosse interrotta.

Nuovo Patto di Stabilità, Sarkozy e Merkel vogliono anche l’Italia fra i paesi aderenti

Da qualche giorno si sono affermate voci circa un piano segreto di Merkel-Sarkozy sull’euro a due velocità. Un piano B, una estrema ratio per non far crollare la moneta unica. Il nuovo Trattato dovrebbe prevedere una integreazione della politica fiscale ed economica, con potere di veto del Consiglio sulle politiche finanziarie nazionali preventivamente alle deliberazioni dei Parlamenti Nazionali. Ebbene, le voci sono talmente attendibili che si sta prefigurando un nuovo pre-vertice a tre – Merkel, Sarkozy e Monti – già martedì prima del Consiglio e dell’Ecofin, appuntamenti decsivi per noi, Mario Monti dovrà infatti presentare in anteprima il pacchetto di misure finanziarie urgenti, previsto per il CdM del 5 Dicembre.

Il Nuovo Trattato si prefigura come uno scarto in avanti nel processo di integrazione ma un passo indietro in termini di democrazia. Di fatto le novità che emergono in queste ore sono tre:

  1. Merkel e Sarkozy pongono come condizione imprescindibile per la formulazione del nuovo Trattato la presenza dell’Italia fra i paesi primi sottoscrittori (“Paris et Berlin feront des propositions en ce sens au cours de la semaine, avant le sommet européen du 9 décembre et souhaitent que Rome s’y associe, selon ces sources”, Le Monde.fr). In questo senso devono essere interpretati l’appello di Sarkozy di oggi – ‘vi sosteniamo ma attuate le promesse’, molto visibile sui giornali italiani ma passato inosservato, per esempio, su Le Monde – nonché gli allarmi circa il fatto che se ‘crolla l’Italia, crolla anche l’euro’, messi in circolo in questi giorni sia dalla Presidenza francese che dalla Cancelliera;
  2. la nuova materia comunitaria, che però rientrerà nel metodo intergovernativo del Consiglio e dell’Ecofin, la potremmo definire fiscale e finanziaria. Dovrebbe prevedere appunto un meccanismo di stretto e mutuo controllo da parte dei governi su sé stessi. La conditio sine qua non per il suo recepimento da parte di Berlino è che il controllo sia esercitato in via preliminare sui bilanci nazionali, prima cioè del loro esame e della loro approvazione da parte dei parlamenti nazionali. Ciò di fatto prefigura la spoliazione dei Parlamenti del loro potere di stesura, verifica e controllo del bilancio dello Stato, di fatto una sostanziale e profonda riduzione di democraticità nei paesi membri e nell’Unione. Ancora una volta verrebbe evitato di dare veri e propri poteri di governo alla Commissione, organo che è visto come fumo negli occhi sia da Parigi che da Berlino, soprattutto da quando è presieduto da Barroso, federalista convinto.
  3. il nocciolo duro di paesi dovrebbe comprendere Francia, Germania, Italia, Belgio, Danimarca, ovvero il nucleo storico dell’Unione, probabilmente la Slovenia e la Spagna. Fuori dal Euro forte resterebbero Grecia e Portogallo, lasciati al loro destino, finiranno per fare default e abbandonare la moneta unica. Non c’è bisogno di dire che l’Italia partirebbe già commissariata.  Va da sé che senza l’Italia non se ne fa nulla. L’Italia fuori da questo gruppo di paesi significherebbe Italia fuori dall’euro e in default. Con conseguenze inimmaginabili per i sistemi bancari fracesi e tedeschi. A Parigi possono tollerare le perdite sui titoli di Stato greci o portoghesi, ma non quelle sui titoli italiani. Nessuno potrebbe reggere. Il nostro mercato finanziario è troppo vasto per essere lasciato andare in rovina.

Sembrerebbe che al Nuovo Patto di Stabilità non ci siano alternative. Il piano Barroso per istituire gli stability bonds, visto in sé, non è che un palliativo. Gli eurobonds non servono senza una politica comune in materia fiscale e finanziaria, questa è l’opinione della Merkel.

Di fatto stiamo svendendo la nostra sovranità a istituizioni sopranazionali che già nel corso della loro lenta costruzione e evoluzione hanno palesato pesanti deficit di democrazia, tanto più che l’organo effettivamento eletto dell’Unione Europea, il Parlamento, è praticamente esautorato, marginalizzato alla sola pratica codecisionale del vecchio primo pilastro della Comunità, messo sotto il giogo del Consiglio, quel consesso litigioso di capi di governo e di stato che dall’allargamento a 27 Stati non decide più nulla ed è eterodiretto dal mostro a due teste Merkozy.

Nessun accordo per salvare l’Europa

Tutti d’accordo che l’euro e l’Europa vadano salvati ma accordo zero su come debbano essere salvati. Scrivono su Le Monde che la distanza d’opinione fra Merkel e Sarkozy sia abissale e che l’incontro di oggi abbia sancito l’isolamento del presidente francese, spiazzato dalle dichiarazioni di Mario Monti, a sorpresa orientato sulla lughezza d’onda di Berlino.

Riporto e traduco un articolo di Le Monde che riassume le diverse posizioni dei leader europei.

Tratto da Le Monde, 25/11/2011, traduzione propria

Angela Merkel : la riforma dei trattati

Angela Merkel ha fatto della riforma dei trattati europei la conditio sine qua non per il nuovo sforzo di solidarietà. Per lei, questa revisione “limitata” è quella di scrivere nella pietra i principi della disciplina di bilancio tanto cara alla Germania.

Per integrare ulteriormente il governo economico della zona euro, la Cancelliera domanda nuovi trasferimenti di sovranità di bilancio. Essa propone, tra l’altro, di rendere possibile il deferimento alla Corte di giustizia europea contro gli Stati non in grado di soddisfare il patto di stabilità. Prima del Consiglio europeo del 9 dicembre, che può essere preceduto da un picco [negativo] nella zona euro, la signora Merkel sta cercando di convincere i suoi partner, piuttosto divisi sull’utilità e le modalità di tale revisione. Il processo è lungo e complicato, potrebbe anche fallire in fase di ratifica, se si ricorda la triste esperienza della Costituzione respinta da Francia e Olanda nel 2005. La Francia, riluttante in un primo momento, vuole allargare il dibattito a favore della convergenza economica e fiscale. Essa propone la fine dell’unanimità in materia fiscale.

Nicolas Sarkozy : costruire il firewall BCE

Per Nicolas Sarkozy, come molti leader della zona euro, la Banca centrale europea (BCE) dovrebbe essere trasformata in un prestatore di ultima istanza dell’unione monetaria. Sarebbe un modo per allineare la sua azione con quella di altre banche centrali come la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra, molto attive nel sostenere i loro stati. Visti da Parigi, ma anche da Londra e Washington, la BCE è oggi l’unica in grado di calmare la crisi, così come il fondo di salvataggio costituito da un anno potrebbe essere rafforzato nel tempo. La Germania si oppone a questa visione e obbietta che i Trattati europei vietano alla banca centrale di ‘far camminare la macchina da stampa‘ per tirare fuori dai guai gli stati. Ansioso di difendere la sua indipendenza, Mario Draghi , il presidente della BCE dopo la partenza di Jean-Claude Trichet il 1 ° novembre, ha avvertito che gli interventi in corso della Banca dal Maggio 2010 che hanno comprato il debito dei paesi in difficoltà, sarebbero stati temporanei. La questione divide il consiglio di amministrazione dell’istituto in cui una grande minoranza, guidato da Jens Weidman, presidente della Bundesbank, si oppone a eventuali cambiamenti nel ruolo della BCE.

José Manuel Barroso: eurobbligazioni e federalismo

José Manuel Barroso , presidente della Commissione europea, ha proposto Mercoledì 23 novembre di passare ad una più o meno completa condivisione dei debiti europei. L’introduzione delle obbligazioni in euro hanno il vantaggio di facilitare il finanziamento dei paesi a basso costo in difficoltà. A Bruxelles, questa opzione è considerata possibile solo se messa in atto un vero e proprio sistema integrato di sorveglianza di bilancio. Senza attendere, la Commissione ha inoltre proposto Mercoledì che gli Stati e il Parlamento europeo si dotino di nuovi poteri di controllo dei progetti di bilancio dei paesi in disavanzo eccessivo, anche prima della approvazione dei bilanci da parte dei parlamenti nazionali.

“Senza una più forte governance economica, sarà difficile se non impossibile, mantenere una moneta comune“, ha avvertito Barroso. L’obiettivo è quello di placare Germania, Finlandia e Paesi Bassi. Per questi paesi, gli Eurobonds sono suscettibili di favorire il lassismo dei meno virtuosi. Angela Merkel, che ha respinto sin dall’inizio della crisi l’istituzione di un tale meccanismo, ha descritto Mercoledì come “estremamente inappropriate” le proposte della Commissione.

David Cameron : contro un’area euro onnipotente

David Cameron, il primo ministro britannico, teme la creazione di una Europa a due velocità, guidata da una unione monetaria più integrata. Le sue preoccupazioni sono condivise dalla maggior parte degli Stati dell’Europa centrale, Polonia in testa, la cui adesione all’euro è ritardata a causa della crisi del debito. Ansioso di non essere emarginati, ma tenendo i piedi più che mai lontani da l’euro, il Regno Unito ha affermato il diritto di rivedere alcune decisioni dell’unione monetaria, in particolare nel regolamento finanziario. David Cameron ha avvertito che in caso di aggiunta di nuova revisione dei trattati, il partito più conservatore ed euroscettico è sicuro che chieda il rimpatrio dei poteri trasferiti da Londra a Bruxelles. Questa posizione è un anatema per i suoi partner, a cominciare da Nicolas Sarkozy. “Sarebbe stato meglio tacere“, ha fatto sapere il presidente francese in un recente Consiglio europeo, circa i consigli del sig Cameron. Se la riforma del trattato dei 27 sembrerebbe essere impossibile, a causa degli inglesi, i francesi sono i soli a considerare la possibilità di un trattato tra i soli paesi della zona euro. Una sorta di zoccolo duro, a condizione che l’euro superi la crisi.

[scritto da Philippe Ricard (Bruxelles, Ufficio europeo) per Le Monde, tradotto in italiano da cubicamente]

 

Tecnocrazia e fallimento della Rappresentanza

Ci tengo a precisare che ritengo superfluo parlare di colpo di stato, o di golpe bianco, che fa più chic, nemmeno vorrei sprecare del tempo a sostenere la tesi del complotto pluto-giudaico-massonico. No.

Lo scandalo della successione a Berlusconi non sta nel successore, ma in quello che era (ed è) purtroppo la democrazia italiana e in senso più estensivo la nostra società intera. Il ‘colpo di mano’ di Merkozy-Napolitano-Draghi (la nuova vera troika) era ineludibile, ineluttabile e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso ci hanno salvato dal ridicolo. Di questo dobbiamo esser loro grati (!), grati al mostro a due teste Merkozy, a Napolitano e a Draghi (per non aver comprato Btp quel maledetto mercoledì di paura).

La porcata non è la defenestrazione di B. ma è averlo votato, avere permesso di votarlo, avergli concesso una due e pure tre possibilità di essere eletto. Tutta questa degenerazione è figlia di ciò che eravamo, del 1992, di Capaci, Via D’Amelio, il quasi fallimento e la lira fuori dallo SME, Tangentopoli e la Seconda Repubblica fondata sul patto mafioso. Il mostro che noi siamo oggi, questo ammasso di macerie, è il prodotto della Videocrazia, il populismo fondato sull’immagine, una forma di governo che ha pienamente sostituito qualsiasi ideologia con l’imagologia, i simboli con le icone, la collettività con l’interesse di uno solo.

A dare il colpo mortale quella tremenda legge elettorale che trolleriamo da troppi anni. Una legge che trasforma la maggior minoranza in maggioranza e impedisce al cittadino elettore di scegliere il proprio rappresentante, ha permesso di arruolare una pletora di marionette guidate dal solo proprio interesse che come banderuole possono essere agitate in qualsiasi direzione.

Parlare di golpe soltanto perché è stato formato un nuovo governo ‘apartitico’ con una maggioranza bulgara ma non così diversa da quella che è uscita dalle urne (un pezzo, ovvero FLI, era allo stesso identico posto solo undici mesi or sono, mentre l’altro pezzo, l’UDC, lo era fino a sei anni fa, e si tratta persino delle stesse persone!) è esagerato e, anzi, fuorviante. La Tecnocrazia non è altro che una forma di aristocrazia meritocratica, per giunta resa possibile dalla Costituzione, che non vieta di nomirare ministro persone non elette che si sono distinte per meriti e per sapere nel loro agire nella società – è sempre successo e succede anche nei governi cosiddetti ‘politici’, altrimenti non si spiegherebbe il ‘fenomeno’ Gianni Letta, da sempre sottosegretario alla Presidenza di Berlusconi e mai eletto. Semmai dovremmo chiederci come mai il sistema politico non è stato in grado di sussumere in sé le migliori menti economiche e politiche, come mai non è stato in grado di formare individui altrettanto competenti nel sapere tecnocratico politico-economico. Prima di dare aria alla nostra bocca con parole come golpe, dovremmo interrogarci sul fallimento della rappresentanza in Italia, e a come rimediare in fretta, rifondando le istituzioni parlamentari e extraparlamentari.

Non spaventiamoci, allora, se questo economista, dal sottile humor ‘andreottiano’, si sia installato al posto del comando con il gravoso compito di tirarci fuori dalle secche di diciassette anni di ‘bipolarismo’ contrapposto e incapace di decidere. La pistola alla tempia del possibile default 2012 è il giusto motore affinché questi inetti dei parlamentari prendano decisioni razionali per il bene comune. Ci siamo forse liberati dalle inconcludenti discussioni sul Legittimo Impedimento e il Bavaglio (e ribadisco, forse…).

Intanto Mario Monti si è preso l’impegno di smentire la retorica golpista: il governo pubblicherà sul web, in perfetto stile ‘british’, i redditi dei ministri:

 

Il discorso di Mario Monti al Senato

Signor Presidente, onorevoli senatrici, onorevoli senatori, è con grande emozione che mi rivolgo a voi come primo atto del percorso rivolto ad ottenere la fiducia del Parlamento al Governo ieri costituito. L’emozione è accresciuta dal fatto che prendo oggi la parola per la prima volta in quest’Aula, nella quale mi avete riservato qualche giorno fa un’accoglienza che mi ha commosso. Sono onorato di entrare a far parte del Senato della Repubblica.

Desidero rivolgere un saluto deferente al Capo dello Stato, presidente Napolitano; che con grande saggezza, perizia e senso dello Stato ha saputo risolvere una situazione difficile in tempi ristrettissimi, nell’interesse del Paese e di tutti i cittadini. Vorrei anche rinnovargli la mia gratitudine per la fiducia accordata alla mia persona, per il sostegno e la partecipazione che mi ha costantemente assicurato nei miei sforzi per comporre un Governo che potesse soddisfare le richieste delle forze politiche e, al contempo, dare risposte efficaci alle gravi sfide che il nostro Paese ha di fronte a sé.

Rivolgo il mio saluto ai Presidenti emeriti della Repubblica, ai senatori a vita e a tutti i senatori.

Mi auguro di poter stabilire con ciascuno di voi anche un rapporto personale come vostro collega, sia pure l’ultimo arrivato. Il Parlamento è il cuore pulsante di ogni politica di Governo, lo snodo decisivo per il rilancio e il riscatto della vita democratica. Al Parlamento vanno riconosciute e rafforzate, attraverso l’azione quotidiana di ciascuno di noi, dignità, credibilità e autorevolezza. Da parte mia, da parte nostra, vi sarà sempre una chiara difesa del ruolo di entrambe le Camere quali protagoniste del pubblico dibattito.

Un ringraziamento specifico e molto sentito desidero, infine, esprimere al vostro, al nostro, Presidente. Il presidente Schifani ha voluto accogliermi, fin dal primo istante di questa mia missione – come potete immaginare, non semplicissima – svoltasi, in gran parte, a Palazzo Giustiniani, con una generosità e una cordialità che non potrò dimenticare. Rivolgo, infine, un pensiero rispettoso e cordiale al presidente, onorevole dottor Silvio Berlusconi, mio predecessore, del quale mi fa piacere riconoscere l’impegno nel facilitare in questi giorni la mia successione nell’incarico.

Il Governo riconosce di essere nato per affrontare in spirito costruttivo e unitario una situazione di seria emergenza. Vorrei usare questa espressione: Governo di impegno nazionale. Governo di impegno nazionale significa assumere su di sé il compito di rinsaldare le relazioni civili e istituzionali, fondandole sul senso dello Stato. È il senso dello Stato, è la forza delle istituzioni, che evitano la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità di origine in localismo, del senso del partito in settarismo. Ed io ho inteso, fin dal primo momento, il mio servizio allo Stato non certo con la supponenza di chi, considerato tecnico, venga per dimostrare un’asserita superiorità della tecnica rispetto alla politica; al contrario, spero che il mio Governo e io potremo, nel periodo che ci è messo a disposizione, contribuire, in modo rispettoso e con umiltà, a riconciliare maggiormente – permettetemi di usare questa espressione – i cittadini e le istituzioni, i cittadini alla politica.

Io vorrei, noi vorremmo, aiutarvi tutti a superare una fase di dibattito, che fa parte naturalmente della vita democratica, molto, molto, accesa, e consentirci di prendere insieme, senza alcuna confusione delle responsabilità, provvedimenti all’altezza della situazione difficile che il Paese attraversa, ma con la fiducia che la politica che voi rappresentate sia sempre più riconosciuta, e di nuovo riconosciuta, come il motore del progresso del Paese.

Le difficoltà del momento attuale. L’Europa sta vivendo i giorni più difficili dagli anni del secondo dopoguerra. Il progetto che dobbiamo alla lungimiranza di grandi uomini politici, quali furono Konrad Adenauer, Jean Monnet, Robert Schuman e – sottolineo in modo particolare – Alcide De Gasperi e che per sessant’anni abbiamo perseguito, passo dopo passo, dal Trattato di Roma – non a caso di Roma – all’Atto Unico, ai Trattati di Maastricht e di Lisbona, è sottoposto alla prova più grave dalla sua fondazione.

Un fallimento non sarebbe solo deleterio per noi europei. Farebbe venire meno la prospettiva di un mondo più equilibrato in cui l’Europa possa meglio trasmettere i suoi valori ed esercitare il ruolo che ad essa compete, in un mondo sempre più bisognoso di una governance multilaterale efficace.

Non illudiamoci, onorevoli senatori, che il progetto europeo possa sopravvivere se dovesse fallire l’Unione Monetaria. La fine dell’euro disgregherebbe il mercato unico, le sue regole, le sue istituzioni. Ci riporterebbe là dove l’Europa era negli anni cinquanta.

La gestione della crisi ha risentito di un difetto di governance e, in prospettiva, dovrà essere superata con azioni a livello europeo. Ma solo se riusciremo ad evitare che qualcuno, con maggiore o minore fondamento, ci consideri l’anello debole dell’Europa, potremo ricominciare a contribuire a pieno titolo all’elaborazione di queste riforme europee. Altrimenti ci ritroveremo soci di un progetto che non avremo contribuito ad elaborare, ideato da Paesi che, pur avendo a cuore il futuro dell’Europa, hanno a cuore anche i lori interessi nazionali, tra i quali non c’è necessariamente una Italia forte.

Il futuro dell’euro dipende anche da ciò che farà l’Italia nelle prossime settimane, anche e non solo, ma anche. Gli investitori internazionali detengono quasi metà del nostro debito pubblico. Dobbiamo convincerli che abbiamo imboccato la strada di una riduzione graduale ma durevole del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Quel rapporto è oggi al medesimo livello al quale era vent’anni fa ed è il terzo più elevato tra i Paesi dell’OCSE. Per raggiungere questo obiettivo intendiamo far leva su tre pilastri: rigore di bilancio, crescita ed equità.

Nel ventennio trascorso l’Italia ha fatto molto per riportare in equilibrio i conti pubblici, sebbene alzando l’imposizione fiscale su lavoratori dipendenti e imprese, più che riducendo in modo permanente la spesa pubblica corrente. Tuttavia, quegli sforzi sono stati frustrati dalla mancanza di crescita. L’assenza di crescita ha annullato i sacrifici fatti. Dobbiamo porci obiettivi ambiziosi sul pareggio di bilancio, sulla discesa del rapporto tra debito e PIL. Ma non saremo credibili, neppure nel perseguimento e nel mantenimento di questi obiettivi, se non ricominceremo a crescere.

Ciò che occorre fare per ricominciare a crescere è noto da tempo. Gli studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti che in questi mesi abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee. Non c’è nessuna originalità europea nell’aver individuato ciò che l’Italia deve fare per crescere di più. È un problema del sistema italiano riuscire a decidere e poi ad attuare quanto noi italiani sapevamo bene fosse necessario per la nostra crescita.

Non vediamo i vincoli europei come imposizioni. Anzitutto permettetemi di dire, e me lo sentirete affermare spesso, che non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi.

Quelli che poi ci vengono in un turbinio di messaggi, di lettere e di deliberazioni dalle istituzioni europee sono per lo più provvedimenti rivolti a rendere meno ingessata l’economia, a facilitare la nascita di nuove imprese e poi indurne la crescita, migliorare l’efficienza dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche, favorire l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne, le due grandi risorse sprecate del nostro Paese.

L’obiezione che spesso si oppone a queste misure è che esse servono, certo, ma nel breve periodo fanno poco per la crescita. È un’obiezione dietro la quale spesso si maschera – riconosciamolo – chi queste misure non vuole, non tanto perché non hanno effetti sulla crescita nel breve periodo (che è vero che non hanno), ma perché si teme che queste misure ledano gli interessi di qualcuno. Ma, evidentemente, più tardi si comincia, più tardi arriveranno i benefìci delle riforme. Ma, soprattutto, le scelte degli investitori che acquistano i nostri titoli pubblici sono guidate sì da convenienze finanziarie immediate, ma – mettiamocelo in testa – sono guidate anche dalle loro aspettative su come sarà l’Italia fra dieci o vent’anni, quando scadranno i titoli che acquistano oggi.

Quindi, non c’è iato la tra le cose che dobbiamo o fare oggi o avviare oggi, anche se avranno effetti lontani, perché anche gli investitori, che ci premiano o ci puniscono, agiscono oggi, ma guardano anche agli effetti lontani.

Riforme che hanno effetti anche graduali sulla crescita, influendo sulle aspettative degli investitori, possono riflettersi in una riduzione immediata dei tassi di interesse, con conseguenze positive sulla crescita stessa. I sacrifici necessari per ridurre il debito e per far ripartire la crescita dovranno essere equi. Maggiore sarà l’equità, più accettabili saranno quei provvedimenti e più ampia – mi auguro – sarà la maggioranza che in Parlamento riterrà di poterli sostenere. Equità significa chiedersi quale sia l’effetto delle riforme non solo sulle componenti relativamente forti della società, quelle che hanno la forza di associarsi, ma anche sui giovani e sulle donne. Dobbiamo renderci conto che, se falliremo e se non troveremo la necessaria unità di intenti, la spontanea evoluzione della crisi finanziaria ci sottoporrà tutti, ma soprattutto le fasce più deboli della popolazione, a condizioni ben più dure.

La crisi che stiamo vivendo è internazionale; questo è ovvio, ma conviene ripeterlo ogni volta, anche ad evitare demonizzazioni. È internazionale, lo sto dicendo a tutti. Ma l’Italia ne ha risentito in maniera particolare. Secondo la Commissione europea, al termine del prossimo anno il prodotto interno lordo dell’Italia sarebbe ancora quattro punti e mezzo al di sotto del livello raggiunto prima della crisi. Per la stessa data, l’area dell’euro nel suo complesso avrebbe invece recuperato la perdita di prodotto dovuta alla crisi. Francia e Germania raggiungerebbero il traguardo di riportarsi al livello pre-crisi nell’anno in corso. La relativa debolezza della nostra economia precede l’avvio della crisi.

Tra il 2001 e il 2007 il prodotto italiano è cresciuto di 6,7 punti percentuali, contro i 12 della media dell’area dell’euro, i 10,8 della Francia e gli 8,3 della Germania. I risultati sono deludenti al Nord come al Sud. E non vi propongo un paragone con la Cina o con altri Paesi emergenti, ma con i nostri colleghi ed amici stretti della zona euro. La crisi ha colpito più duramente i giovani. Ad esempio, nei 15 Paesi che componevano l’Unione europea fino al 2004, tra il 2007 e il 2010 il tasso di disoccupazione nella classe di età 15-24 anni è aumentato di cinque punti percentuali, in Italia di 7,6 punti percentuali.

Il nostro Paese rimane caratterizzato da profonde disparità territoriali. Il lungo periodo di bassa crescita e la crisi le hanno accentuate. Esiste una questione meridionale: infrastrutture, disoccupazione, innovazione, rispetto della legalità. I problemi nel Mezzogiorno vanno affrontati non nella logica del chiedere di più, ma di una razionale modulazione delle risorse. Esiste anche una questione settentrionale: costo della vita, delocalizzazione, nuove povertà, bassa natalità. Il riequilibrio di bilancio, le riforme strutturali e la coesione territoriale richiedono piena e leale collaborazione tra i diversi livelli istituzionali. Occorre riconoscere il valore costituzionale delle autonomie speciali, nel duplice binario della responsabilità e della reciprocità. In quest’ottica, per rispondere alla richiesta formulata dalle istituzioni territoriali che, devo dire, ho ascoltato con molta attenzione.

Se dovete fare una scelta – mi permetto di rivolgermi a tutti – ascoltate, non applaudite! Non ripeterò l’importanza del valore costituzionale delle autonomie speciali, perché altrimenti arrivano di nuovo applausi; l’ho già detto e lo avete ascoltato.

In quest’ottica – come stavo dicendo – per rispondere alla richiesta formulata dalle istituzioni territoriali nel corso delle consultazioni, ho deciso di assumere direttamente in questa prima fase le competenze relative agli affari regionali. Spero in questo modo di manifestare una consapevolezza condivisa circa il fatto che il lavoro comune con le autonomie territoriali debba proseguire e rafforzarsi, nonostante le difficoltà dell’agenda economica. In tale prospettiva si dovrà operare senza indugio per un uso efficace dei fondi strutturali dell’Unione europea.

Sono consapevole che sarebbe un’ambizione eccessiva da parte mia e da parte nostra pretendere di risolvere in un arco di tempo limitato, qual è quello che ci separa dalla fine di questa legislatura, problemi che hanno origini profonde e che sono radicati in consuetudini e comportamenti consolidati. Ciò che si prefiggiamo di fare è impostare il lavoro, mettere a punto gli strumenti che permettano ai Governi che ci succederanno di proseguire un processo di cambiamento duraturo.

Per questo il programma che vi sottopongo oggi si compone di due parti, che hanno obiettivi ed orizzonti temporali diversi. Da un lato, vi è una serie di provvedimenti per affrontare l’emergenza, assicurare la sostenibilità della finanza pubblica, restituire fiducia nelle capacità del nostro Paese di reagire e sostenere una crescita duratura ed equilibrata. Dall’altro lato, si tratta di delineare con iniziative concrete un progetto per modernizzare le strutture economiche e sociali, in modo da ampliare le opportunità per le imprese, i giovani, le donne e tutti i cittadini, in un quadro di ritrovata coesione sociale e territoriale.

In considerazione dell’urgenza con la quale abbiamo dovuto operare per la formazione di questo Governo – ed in questo senso voglio ringraziare le diverse forze politiche che, nei miei confronti, figura estranea al vostro mondo, si sono gentilmente e con sollecitudine apprestate all’ascolto e all’offerta di contributi dei quali ho cercato di tenere conto – quello che intendo fare oggi è semplicemente presentarvi gli aspetti essenziali dell’azione che intendiamo svolgere. Se otterremo la fiducia del Parlamento, ciascun Ministro esporrà alle Commissioni parlamentari competenti le politiche attraverso le quali, nei singoli settori, queste azioni verranno avviate.

È in discussione in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un vincolo di bilancio in pareggio per le amministrazioni pubbliche, in coerenza con gli impegni presi nell’ambito dell’Eurogruppo.

L’adozione di una regola di questo tipo può contribuire a mantenere nel tempo il pareggio di bilancio programmato per il 2013, evitando che i risultati conseguiti con intense azioni di risanamento vengano erosi negli anni successivi, come è accaduto in passato. Affinché il vincolo sia efficace, dovranno essere chiarite le responsabilità dei singoli livelli di Governo.

A questo proposito ed anche in considerazione della complessità della regola, ad esempio l’aggiustamento per il ciclo, sarà opportuno studiare l’esperienza di alcuni Paesi europei che hanno affidato ad autorità indipendenti la valutazione del rispetto sostanziale della regola, dato che in questa materia la credibilità nei confronti di noi stessi e del mondo è un requisito essenziale. Sarà anche necessario attuare rapidamente l’armonizzazione dei bilanci delle amministrazioni pubbliche. Opportunamente la proposta di legge in discussione in Parlamento già prevede l’assegnazione allo Stato della potestà legislativa esclusiva in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici. Nell’immediato daremo piena attuazione alle manovre varate nel corso dell’estate, completandole attraverso interventi in linea con la lettera di intenti inviata alle autorità europee.

Nel corso delle prossime settimane valuteremo la necessità di ulteriori correttivi. Una parte significativa della correzione dei saldi programmata durante l’estate è attesa dall’attuazione della riforma dei sistemi fiscale ed assistenziale. Dovremmo pervenire al più presto ad una definizione di tale riforma e ad una valutazione prudenziale dei suoi effetti. Dovranno inoltre essere identificati gli interventi, volti a colmare l’eventuale divario rispetto a quelli indicati nella manovra di bilancio.

Di fronte ai sacrifici che sono stati e che dovranno essere richiesti ai cittadini sono ineludibili interventi volti a contenere i costi di funzionamento degli organi elettivi. I soggetti che ricoprono cariche elettive, i dirigenti designati politicamente nelle società di diritto privato, finanziate con risorse pubbliche, più in generale quanti rappresentano le istituzioni ad ogni livello politico ed amministrativo, dovranno agire con sobrietà ed attenzione al contenimento dei costi, dando un segnale concreto ed immediato. Si dovranno rafforzare gli interventi effettuati con le ultime manovre di finanza pubblica, con l’obiettivo di allinearci rapidamente alle best practices europee.

Per quanto di mia diretta competenza, avvierò immediatamente una spending review del Fondo unico della Presidenza del Consiglio. Ritengo inoltre necessario ridurre le sovrapposizioni tra i livelli decisionali e favorire la gestione integrata dei servizi per gli Enti locali di minori dimensioni. Il riordino delle competenze delle Province può essere disposto con legge ordinaria. La prevista specifica modifica della Costituzione potrà completare il processo, consentendone la completa eliminazione, così come prevedono gli impegni presi con l’Europa.

Per garantire la natura strutturale della riduzione delle spese dei Ministeri, decisa con la legge di stabilità, andrà definito rapidamente il programma per la riorganizzazione della spesa, previsto dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, in particolare per quanto riguarda l’integrazione operativa delle agenzie fiscali, la razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, il coordinamento delle attività delle forze dell’ordine, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica, la razionalizzazione dell’organizzazione giudiziaria.

Gli interventi saranno coordinati con la spending review in corso, che intendo rafforzare e rendere particolarmente incisiva con la precisa individuazione di tempi e responsabilità. Negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi, che hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi. Già adesso l’età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle cosiddette finestre, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi.

Il nostro sistema pensionistico rimane però caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio.

Il rispetto delle regole e delle istituzioni e la lotta all’illegalità riceveranno attenzione prioritaria da questo Governo. Per riacquistare fiducia nel futuro dobbiamo avere fiducia nelle istituzioni che caratterizzano uno Stato di diritto, quindi si procederà alla lotta all’evasione fiscale e all’illegalità, non solo per aumentare il gettito (il che non guasta), ma anche per abbattere le aliquote: questo può essere fatto con efficacia prestando particolare attenzione al monitoraggio della ricchezza accumulata (ho detto monitoraggio della ricchezza accumulata) e non solo ai redditi prodotti.

L’evasione fiscale continua a essere un fenomeno rilevante: il valore aggiunto sommerso è quantificato nelle statistiche ufficiali in quasi un quinto del prodotto. Interventi incisivi in questo campo possono ridurre il peso dell’aggiustamento sui contribuenti che rispettano le norme. Occorre ulteriormente abbassare la soglia per l’uso del contante, favorire un maggior uso della moneta elettronica, accelerare la condivisione delle informazioni tra le diverse amministrazioni, potenziare e rendere operativi gli strumenti di misurazione induttiva del reddito e migliorare la qualità degli accertamenti.

Il decreto legislativo n. 23 del 14 marzo 2011 prevede per il 2014 l’entrata in vigore dell’imposta municipale che assorbirà l’attuale ICI, escludendo tuttavia la prima casa e l’IRPEF sui redditi fondiari da immobili non locati, comprese le relative addizionali. In questa cornice intendiamo riesaminare il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare: tra i principali Paesi europei, l’Italia è caratterizzata da un’imposizione sulla proprietà immobiliare che risulta al confronto particolarmente bassa. L’esenzione dall’ICI delle abitazioni principali costituisce, sempre nel confronto internazionale, una peculiarità – se non vogliamo chiamarla anomalia – del nostro ordinamento tributario.

Il primo elenco di cespiti immobiliari da avviare a dismissione sarà definito nei tempi previsti dalla legge di stabilità, cioè entro il 30 aprile 2012. La lettera d’intenti inviata alla Commissione europea prevede proventi di almeno 5 miliardi all’anno nel prossimo triennio. A tale scopo verrà definito un calendario puntuale per i successivi passi del piano di dismissioni e di valorizzazione del patrimonio pubblico. Tuttavia, è necessario volgere tutte le politiche pubbliche, a livello macroeconomico e microeconomico, a sostegno della crescita, sia pure nei limiti determinati dal vincolo di bilancio.

La pressione fiscale in Italia è elevata nel confronto storico e in quello internazionale (nel testo scritto che avrete a disposizione si danno ulteriori elementi). Nel tempo e via via che si manifesteranno gli effetti della spending review sarà possibile programmare una graduale riduzione della pressione fiscale; tuttavia anche prima, a parità di gettito, la composizione del prelievo fiscale può essere modificata in modo da renderla più favorevole alla crescita. Coerentemente con il disegno della delega fiscale e della clausola di salvaguardia che la accompagna, una riduzione del peso delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e sull’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico.

Dal lato della spesa, un impulso all’attività economica potrà derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture. Gli incentivi fiscali stabiliti con legge di stabilità sono un primo passo, ma è anche necessario intervenire sulla regolamentazione del project financing, in modo da ridurre il rischio associato alle procedure amministrative. Occorre inoltre operare per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea con l’agenda digitale.

Con il consenso delle parti sociali dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro, per allontanarci da un mercato duale dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione.

Le riforme in questo campo dovranno avere il duplice scopo di rendere più equo il nostro sistema di tutela del lavoro e di sicurezza sociale e anche di facilitare la crescita della produttività, tenendo conto dell’eterogeneità che contraddistingue in particolare l’economia italiana. In ogni caso, il nuovo ordinamento che andrà disegnato verrà applicato ai nuovi rapporti di lavoro per offrire loro una disciplina veramente universale, mentre non verranno modificati i rapporti di lavori regolari e stabili in essere.

Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come ci viene chiesto dalle autorità europee e come già le parti sociali hanno iniziato a fare, che va accompagnato da una disciplina coerente del sostegno alle persone senza impiego volta a facilitare la mobilità e il reinserimento nel mercato del lavoro, superando l’attuale segmentazione. Più mobilità tra impresa e settori è condizione essenziale per assecondare la trasformazione dell’economia italiana e sospingerne la crescita.

È necessario colmare il fossato che si è creato tra le garanzie e i vantaggi offerti dal ricorso ai contratti a termine e ai contratti a tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano le imprese a ricorrere a questi ultimi. Tenendo conto dei vincoli di bilancio occorre avviare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta a garantire a ogni lavoratore che non sarà privo di copertura rispetto ai rischi di perdita temporanea del posto di lavoro. Abbiamo da affrontare una crisi, abbiamo da affrontare delle trasformazioni strutturali, ma è nostro dovere cercare di evitare le angosce che accompagnano questi processi.

È necessario, infine, mantenere una pressione costante nell’azione di contrasto e di prevenzione del lavoro sommerso. Uno dei fattori che distinguono l’Italia nel contesto europeo è la maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizioni di occupazione delle donne. Assicurare la piena inclusione delle donne in ogni ambito della vita lavorativa ma anche sociale e civile del Paese è una questione indifferibile.

È necessario affrontare le questioni che riguardano la conciliazione della vita familiare con il lavoro, la promozione della natalità e la condivisione delle responsabilità legate alla maternità da parte di entrambi i genitori, nonché studiare l’opportunità di una tassazione preferenziale per le donne.

C’è poi un problema legato all’invecchiamento della popolazione che si traduce in oneri crescenti per le famiglie; andrà quindi prestata attenzioni ai servizi di cura agli anziani, oggi una preoccupazione sempre più urgente nelle famiglie in un momento in cui affrontano difficoltà crescenti.

Infine un’attenzione particolare andrà assicurata alle prospettive per i giovani; dico "infine" nel senso di finalità di tutta la nostra azione. Questa sarà una delle priorità di azione di questo Governo, nella convinzione che ciò che restringe le opportunità per i giovani si traduce poi in minori opportunità di crescita e di mobilità sociale per l’intero Paese. Dobbiamo porci l’obiettivo di eliminare tutti quei vincoli che oggi impediscono ai giovani di strutturare le proprie potenzialità in base al merito individuale indipendentemente dalla situazione sociale di partenza. Per questo ritengo importante inserire nell’azione di Governo misure che valorizzino le capacità individuali e eliminino ogni forma di cooptazione. L’Italia ha bisogno di investire sui suoi talenti; deve essere lei orgogliosa dei suoi talenti e non trasformarsi in un’entità di cui i suoi talenti non sempre sono orgogliosi. Per questo la mobilità è la nostra migliore alleata, mobilità sociale ma anche geografica, non solo all’interno del nostro Paese ma anche e soprattutto nel più ampio orizzonte del mercato del lavoro europeo e globale.

L’ultimo punto che desidero brevemente presentarvi – ed è una caratteristica spero distintiva del nostro Esecutivo, se consentirete al nostro, o vostro, Governo di nascere, è quella delle politiche micro-economiche per la crescita.

Un ritorno credibile a più alti tassi di crescita deve basarsi su misure volte a innalzare il capitale umano e fisico e la produttività dei fattori. La valorizzazione del capitale umano deve essere un aspetto centrale: sarà necessario mirare all’accrescimento dei livelli d’istruzione della forza lavoro, che sono ancora oggi nettamente inferiori alla media europea, anche tra i più giovani. Vi contribuiranno interventi mirati sulle scuole e sulle aree in ritardo, identificando i fabbisogni, anche mediante i test elaborati dall’INVALSI, e la revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti. Nell’università, varati i decreti attuativi della legge di riforma approvata lo scorso anno, è ora necessario dare rapida e rigorosa attuazione ai meccanismi d’incentivazione basati sulla valutazione, previsti dalla riforma. Gli investimenti in infrastrutture, di cui tante volte e giustamente abbiamo parlato e si è parlato negli corso degli anni, sono fattori rilevanti per accrescere la produttività totale dell’economia.

A questo scopo, abbiamo per la prima volta valorizzato in modo organico nella struttura del Governo la politica, anzi, le politiche di sviluppo dell’economia reale, con l’attribuzione ad un unico Ministro delle competenze sullo sviluppo economico e sulle infrastrutture ed i trasporti. Questo vuole indicare quasi visivamente e in termini di organigramma del Governo che pari attenzione e centralità vanno attribuite a ciò che mantiene il Paese stabile, la disciplina finanziaria, e a ciò che ad esso consente di crescere e, quindi, di restare stabile a lungo termine, cioè appunto la crescita.

Occorre anche rimuovere gli ostacoli strutturali alla crescita, affrontando resistenze e chiusure corporative. In tal senso, è necessario un disegno organico, volto a ridurre gli oneri ed il rischio associato alle procedure amministrative, nonché a stimolare la concorrenza, con particolare riferimento al riordino della disciplina delle professioni regolamentate, anche dando attuazione a quanto previsto nella legge di stabilità in materia di tariffe minime.

Intendiamo anche rafforzare gli strumenti d’intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato in caso di disposizioni legislative o amministrative, statali o locali, che abbiano effetti distorsivi della concorrenza, accrescere la qualità dei servizi pubblici, nel quadro di un’azione volta a ridurre il deficit di concorrenza a livello locale, ridurre i tempi della giustizia civile, in modo tale da colmare il divario con gli altri Paesi, anche attraverso la riduzione delle sedi giudiziarie, e rimuovere gli ostacoli alla crescita delle dimensioni delle imprese, anche attraverso la delega fiscale.

Un innalzamento significativo del tasso di crescita è condizione essenziale non solo del riequilibrio finanziario, ma anche del progresso civile e sociale. In tal senso, una strategia di rilancio della crescita non può prescindere da un’azione determinata ed efficace di contrasto alla criminalità organizzata e a tutte le mafie, che vada a colpire gli interessi economici delle organizzazioni e le loro infiltrazioni nell’economia legale.

Il risanamento della finanza pubblica ed il rilancio della crescita contribuiranno a rafforzare la posizione dell’Italia in Europa e, più in generale, la nostra politica estera: vocazione europeistica, solidarietà atlantica, rapporti con i nostri partners strategici, apertura dei mercati, sicurezza nazionale ed internazionale rimarranno i cardini di tale politica. Voglio qui ricordare i nostri militari impegnati in missioni all’estero, le Forze Armate ed i rappresentanti delle forze dell’ordine, che sono in prima linea nella difesa dei nostri valori e della democrazia.

L’Italia ha bisogno di una politica estera coerente con i nostri impegni e di una ripresa d’iniziativa nelle aree dove vi siano significativi interessi nazionali.

Dimenticavo di dirvi, a proposito di militari impegnati in missioni all’estero, che se non vedete ancora in questi banchi il nostro collega Ministro della difesa, è perché l’altra sera l’ho svegliato alle tre di notte in Afghanistan, pensando che fosse a Bruxelles dove si trova la sua sede ordinaria di lavoro. Ho notato prima una certa esitazione e poi grande entusiasmo nell’accettazione della proposta. Ecco un esempio di militare impegnato all’estero che sta facendo i salti mortali per arrivare a giurare nelle mani del Capo dello Stato nelle prossime ore. Scusate quindi la sua assenza.

La gravità della situazione attuale richiede una risposta pronta e decisa nella creazione di condizioni favorevoli alla crescita nel perseguimento del pareggio di bilancio, con interventi strutturali e con un’equa distribuzione dei sacrifici.

Il tentativo che ci proponiamo di compiere, onorevoli senatori, e che vi chiedo di sostenere è difficilissimo; altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui oggi. I margini di successo sono tanto più ridotti, come ha rilevato il Presidente della Repubblica, dopo anni di contrapposizione e di scontri nella politica nazionale. Se sapremo cogliere insieme questa opportunità per avviare un confronto costruttivo su scelte e obiettivi di fondo avremo occasione di riscattare il Paese e potremo ristabilire la fiducia nelle sue istituzioni. Vi ringrazio.

Scenari di un default italiano: manovre draconiane e uscita dall’euro

Parliamoci chiaro: questo è il momento della verità. SuperMario Monti ha giurato oggi e domani si accinge a prendere la fiducia (condizionata) di Senato e Camera. Il Monti entusiasmo potrebbe spegnersi in un nano secondo se non accadono due o tre cose a livello europeo, ovvero cambio di governance della BCE e governo economico dell’Unione (con magari qualche briciola di democrazia in più).

Eppure tutto ciò potrebbe non essere sufficiente per l’Italia. Il quadro macroeconomico della nostra nazione è dipinto a tinte fosche da tre quarti degli analisti finanziari, e fra di essi ci metto pure Beppe Grillo, se non altro per la sua preveggenza (leggete il suo post del 29/05/2010, e qui finisco la lode).

Invece vi voglio citare ampiamente un post di Edward Harrison su ‘Credit Writedowns‘ intitolato Running through Italian default scenarios. Scenari di un default italiano. Perché default? Davvero non ci possiamo salvare? La risposta potrebbe essere: dipende. Harrison è perentorio: “l’Italia ha bisogno di un avanzo primario di bilancio (al netto degli interessi) di circa il 5 per cento del PIL, solo per mantenere il suo indice di indebitamento costante a rendimenti attuali. Questo non succederà. Così i rendimenti dei titoli italiani devono scendere o in Italia è insolvente”. C’è poco da dire, basta questa frase per metterci k.o. Ma non è tutto: se l’Italia continua a “zoppicare sulla linea del 7% di rendimento, vedremo una brutta recessione double dip e fallimenti bancari”. Dexia in primis, poi altre banche, magari italiane e francesi. Siamo quindi di fronte a un vero e proprio Armageddon finanziario. Accadeva qualcosa del genere per l’Irlanda mesi or sono, poi i suoi tassi sono cresciti oltre il 9% e il paese è stato messo sotto tutela dal FMI. L’Italia è invece ‘too big to save’.

L’austerità [annunciata, dico io] non sta riportando i rendimenti italiani indietro. In primo luogo, ora è in questione di solvibilità e le “mani deboli” venderanno. Inoltre, gli investitori in tutto il debito sovrano, temono di essere senza copertura a causa del piano greco elaborato a Bruxelles il mese scorso. Come Marshall Auerback mi ha detto, qualsiasi gestore di denaro con responsabilità fiduciaria non può permettersi di comprare debito italiano o di qualsiasi altro titolo del debito sovrano in euro dopo questo piano [che ricordo prevede il taglio del 25% del valore nominale del debito, una sorta di svalutazione che prelude a un default pilotato].

Di fatto, senza un intervento da parte della Banca Centrale, si formerà una sorta di spirale autoalimentata fra incremento dei tassi e crisi di liquidità: gli investitori venderanno titoli italiani e i rendimenti saliranno, i rendimenti più elevati generano un peggioramento dei fondamentali macro che portano alla diretta percezione di un rischio di insolvenza più elevato e quindi rendimenti ancora più elevati. C’è modo di uscirne? Come fare a rompere questo schema che sembra perfetto?

La BCE dovrebbe muoversi come prestatore di ultima istanza, almeno. Non ci sono molte opzioni, ora che il ‘genio della lampada’ dell’insolvenza è stato liberato. Se la BCE fa ‘backstop’, ovvero la sicurezza, il sostegno di ultima istanza, qualcuno potrebbe decidere di comprare titoli italiani. Un default italiano “significherebbe perdite massicce per le banche tedesche e olandesi e l’apertura di una Depressione con la ‘D’ maiuscola”.

Harrison prevede uno scenario ‘Armageddon’ simile a questo:

    1. una volta avvenuto il default dell’Italia, le banche italiane sarebbero insolventi a causa delle perdite, poiché sono i più grandi detentori di debito sovrano italiano. Data la svalutazione pari a € 10000000000 da parte di  Unicredit proprio ieri, possiamo comprendere come queste banche siano già molto deboli. Pertanto, dovremmo immaginare corse agli sportelli!
    2. Spagna e Slovenia in crisi di insolvenza: altri creditori sovrani più deboli all’interno della zona euro, senza fondi FMI, andrebbero subito sotto pressione di pesanti vendite di titoli. Questo include Spagna e Slovenia in primis, ma includerebbe anche il Belgio e poi forse l’Austria a causa della sua esposizione verso l’Europa orientale. In Spagna, i rendimenti hanno già superato il 6% e la Slovenia hanno già superato il 7%. Questi governi farebbero default e poi scaricano a cascata le perdite sui loro sistemi bancari. Il default qui porterebbe a insolvenza delle banche nazionali e le banche funzionano come in Italia. Paesi come Irlanda, Portogallo e Grecia vorrebbero fare default anche loro per sfuggire alle soffocanti restrizioni dell’ austerità dato che il percorso di solvibilità diviene insostenibile anche a causa di una profonda depressione. Probabilmente, questi paesi farebbero default. Gli analisti come Sean Egan stimano eventuali perdite in Grecia pari al 90%. Nello scenario di default italiano, queste perdite si cristallizzano in una notte.
    3. Contagio in Europa dell’Est: le perdite di Unicredit includono svalutazioni significative in Europa orientale e Asia centrale (Kazakistan e Ucraina). Un’area di contagio potrebbe essere quella di altre banche con esposizione alle economie deboli in Europa orientale come l’Ungheria e Slovenia. Banche greche, tedesche e austriache sarebbero più vulnerabili a causa dell’esposizione verso l’Europa centrale e nei Balcani. L’Ungheria, già sotto la minaccia di un downgrade sovrano alivello junk, ammetterà una diminuzione del rapporto di cambio Fiorino/Euro, e soffribbe così il contagio. La moneta andrebbe sotto la pressione di pesanti vendite. Altri debitori sovrani più deboli sarebbero influenzati.
    4. Contagio dei sistemi bancari francesi e tedeschi, che non hanno neanche loro un prestatore di ultima istanza;
    5. I CDS (Credit Default Swap) sul debito italiano sono stati venduti dalle istituzioni bancarie statunitensi che potrebbero non essere in grado di pagare. Ne consegue una serie di fallimenti a catena di questi istituti, o di una serie di interventi della mano pubblica che incrementerebbe a dismisura il debito pubblico USA. Anche quest’ultimo è uno scenario da Depressione con la ‘D’ maiuscola;
    6. In ultima istanza, ma non secondariamente, il default italiano potrebbe creare disordini civili, disgregazione dell’eurozona, colpi di stato del governo.

Il contagio, scrive Harrison, “si sta diffondendo per tutta la zona euro fino a quando essa non si romperà – e ciò lo dimostrano i rendimenti in aumento in tutta la zona euro, oggi, in Francia, Austria e anche Olanda”. La percezione è che la crisi di sfiducia stia puntando su Parigi e che Parigi lo sappia perfettamente ma non sa fare nulla per evitarlo. La crisi del debito punta dritto al cuore dell’Unione e o si realizza “la monetizzazione comleta dell’Unione o la si rompe”.

Gli scenari sono questi. Default, depressione e cigno nero sui mercati di azioni, titoli di Stato, valute, materie prime e metalli preziosi.

Ora sapete perché la politica italiana appoggia unanime o quasi Mario Monti.

 

 

Si chiamano Goldmanien, gli uomini di Goldman Sachs

Goldmanien è il termine utilizzato da Le Monde per definire gli uomini ‘ombra’ che costituiscono la rete di Goldman Sachs in Europa e nel mondo. Se ne è fatto un gran parlare in rete: Mario Draghi, Mario Monti, Lucas Papadémus, tutti uomini con un passato nella banca d’affari e con un piede o nella Trilaterale o nel Gruppo Bilderberg.

Certo, GS ha una rete di economisti sparsa per il globo, ma GS ricerca l’eccellenza e l’eccelenza in Italia è difficilmente riscontrabile nella classe politica che siede in parlamento. Si è dovuto pescare da fuori, e non a casa si è scelto un uomo – Mario Monti, e prima di lui Draghi (ricordate? prima di Draghi in Bankitalia c’era Fazio) – che già fu scelto da GS. E se hai la mano di GS sulla spalla, ce l’hai per sempre, sebbene i ‘goldmanien’ non siano mai gente che ‘cala la maschera’: pare che sia una sorta di tacito accordo fra gli stessi goldmanien e la banca. Mai dire che sei uno dei nostri.

Nella realtà, scrivono su Le Monde, la ‘rete’ ha perso la sua efficacia: troppi i passi falsi, troppo il coinvolgimento nell’avvio della più grande crisi finanziaria dopo il 1929. La politica non si fida degli uomini GS poiché sa che sono impopolari. Dietro il fallimnento greco, per esempio, c’è la mano di GS con l’incredibile truffa degli swap.

Sappiate però che la lista degli uomini GS non si ferma a Draghi, a Monti o a Papadémus. Pensate per esempio alla Grecia, fregata da GS e ora guidata dai ‘goldmanien’. Papadémus era presidente della Banca Nazionale Greca quando GS orchestrava la truffa dello swap; Papadémus ha oggi voluto un uomo come Petros Christodoulos capo dell’agenzia di gestione del debito greco. Christodoulos è un ‘goldmanien’: è stato un trader di GS.

Goldmanien è pure Otmar Issing, economista tedesco, membro del board della Deutsche Bundesbank dal 990 al 1998 e poi dell’Executive Board odella BCE fino al 2006. Oggi è un advisor di GS, un consigliere. Issing è un falco dell’euro, sostiene che l’Italia deve e può farcela da sola e che non servono aiuti. L’Italia deve fare le riforme e la BCE non può soccorrere i governo che hanno fallito. Tradotto: la BCE la smetta di comprare Btp. Divergenze di vedute, anche nella rete di GS.

Fra i goldmanien troviamo anche Jim O’Neill, l’inventore del termine BRICS, un visionario dell’economia (intuì l’ermegere di paesi come il Brasile già nel 2001): O’Neill è attualmente il presidente della Goldman Sachs Asset Management, tanto per dire.

E il presidente del comitato promotore dei giochi olimpici di Londra? Si chiama Paul Deighton. Goldmanien anche lui.

Voi che sostenete il teorema del New World Order, del Complotto Mondiale, ora avrete di che pensare.