Mario Monti vs. Germania / Le frasi della discordia

La frase della discordia Mario Monti la pronuncia in un contesto di critica più ampia. Sebbene i giornali tedeschi si siano soffermati sulla sua strana idea di democrazia – i parlamenti nazionali “da educare”, che rischiano di costituire un freno all’integrazione europea – nelle frasi di Monti c’è dell’altro. La sua intervista a Der Spiegel si presta a letture su più livelli.

Innanzitutto Monti parla a Berlino e alla Corte Federale Tedesca, la quale deve pronunciarsi a Settembre sulla liceità costituzionale del Trattato MES. Ebbene, il giudizio di legittimità è tutt’altro che scontato. Il ricorso è stato presentato, fra gli altri, dal partito di sinistra Linke, timoroso che, dovendo finanziare il MES, i tedeschi siano costretti a fare a meno di parte dei loro diritti sociali. La sinistra tedesca è molto premurosa con i lavoratori e i cittadini tedeschi; si cura meno, molto meno, della sorte dei diritti sociali nei paesi del sud Europa, Italia compresa, distrutti non già dalla crisi bensì dai Memorandum of Understanding e dalle richieste della Trojka che il governo tedesco impone in sede europea come strumenti di controllo e di coercizione sui provvedimenti finanziari dei paesi sottoposti a tutela.

Monti avvisa che “nel corso dei negoziati tra governi Ue può rivelarsi necessaria una certa flessibilità” fra i medesimi governi e i parlamenti nazionali. Questa flessibilità è da intendersi nel senso di una generale acquiescenza dell’operato dei governi in sede di Consiglio. Significa che trattati come quello del MES(1), aventi una caratura di provvedimento emergenziale, non dovrebbero essere ostacolati dagli “interessi particolari” dei lavoratori tedeschi o di qualsivoglia altro paese. Il bene supremo che si vuol tutelare è la sopravvivenza della casa comune europea, quindi anche la sopravvivenza degli stessi lavoratori tedeschi. Il problema è insito in questa frase, si nasconde in essa: i falchi del bastone della Trojka non riescono a considerare l’Europa e gli Europei nel loro insieme, ma sono ottenebrati dalla visione nazionalistica, particolaristica del continente. In quest’ottica non ci sono cittadini europei, bensì cittadini tedeschi e italiani ciascuno divisi e relegati nei loro ambiti locali, non in relazione fra di loro ma isolati in una categoria che li rende responsabili solo verso sé stessi e non del destino altrui. Si chiama “incapacità di una visione sistemica” della crisi (cfr. M. Seminerio). La crisi del debito ha mostrato nuovamente che i destini dei popoli europei sono intrecciati come tele di ragno e se un solo filo della tela si spezza, precipitiamo tutti in un vortice di distruzione. Ciò che manca, e che Monti non ha detto ma che risulta implicito nelle sue parole, è una vera e propria cultura della solidarietà fra i popoli europei. Monti parla di ostilità antitedesca, ma è proprio questo che vuol dire.

In secondo luogo, nell’intervista allo Spiegel ci sono parole ancor più vere che i giornali tedeschi hanno (volutamente?) ignorato. Quando Monti dice che la Germania sta guadagnando dalla crisi del debito, dice una sacrosanta verità. I tassi del bund tedesco a breve termine sono negativi. Ciò può essere inteso come una forma di sussidio nascosta. La crisi del debito in Germania è intesa come un premio per la bontà delle riforme tedesche di dieci anni fa. Loro hanno fatto i sacrifici a tempo debito, ora tocca agli altri, a chi non ha fatto “i compiti a casa”. I “cattivi alunni”, i somari del sud, devono essere sculacciati. Questa visione moralistica fraintende il premio che la Germania “riceve” grazie alla crisi. Essi sono semplicemente beneficiari della speculazione sul destino dell’euro. I mercati, quando comprano Bund, scommettono su un ritorno del Marco tedesco. Si cautelano da una eventuale dissoluzione dell’unione monetaria. Non significa che i tedeschi sono i più bravi. Forse sanno di non esserlo e a loro volta speculano su questo fraintendimento, cercando di ampliare il più possibile questo periodo di tassi sottozero. Così facendo però, mettono fuori dal mercato del debito tutti quei paesi strutturalmente (e politicamente) più deboli, come l’Italia. Hanno trasformato il “libero” mercato del debito (se mai è esistito) in un terribile oligopolio. In altri settori, l’Unione Europea sarebbe intervenuta con provvedimenti legislativi o giudiziari per smontare questa posizione di predominio.

(1) Lungi da me dal sostenere che il Trattato MES sia democratico. Esso è fortemente antidemocratico. Ma il MES è una struttura finanziaria, risponde a impellenti esigenze dei mercati di saper se l’Europa è in grado di fornire risposte in termini di capacità di tamponare la crisi del debito, non è una struttura di governo. Dovrebbe anzi avere la forma di uno strumento che i governi riuniti nell’Eurogruppo usano per bilanciare il mercato del debito e quindi difendersi da crisi di solvibilità.

FAZ.net: la strana idea di democrazia di Mario Monti

Sulla stampa tedesca le parole di Mario Monti, intervistato dallo Spiegel, rimbalzano come palline di gomma e forse hanno creato il fastidio che dovevano creare. Nell’intervista, Monti ha osservato che la crisi del debito è certamente un fattore di blocco per i paesi del sud Europa, che devono rifinanziarsi sui mercati ad un più alto prezzo e al contempo operare tagli e aumentare le tasse alimentando la spirale depressiva, mentre i paesi del nocciolo del Nord, Germania, Olanda, Finlandia, stanno beneficiando di tassi di interesse negativi: di fatto ricevono una sorta di sovvenzione. In merito, posso segnalarvi una interessante riflessione di Mario Seminerio su Phastidio.net: “esiste un errore di lettura di quanto sta accadendo in Eurozona in questi mesi e settimane, è quello che vuole che i rendimenti dei debiti sovrani siano rappresentativi di “premi” e “sanzioni” per comportamenti “viziosi” e “virtuosi” dei singoli paesi”. Detto in sintesi, la posizione del bund tedesco è una posizione di predominio, un vero e proprio trust; ha sbilanciato il mercato del debito e sta mettendo fuori gioco tutti i paesi ‘avversari’. Se ci pensate bene, il teatro dove ciò avviene è il mercato unico, il luogo dove ognuno dovrebbe avere pari opportunità. Invece c’è un paese che “guadagna” dalla crisi altrui. Il mercato unico non può che uscirne a pezzi, da questa crisi. L’interdipendenza fra i paesi è evidente e imprescindibile: pensare che la Germania possa continuare a godere dei tassi negativi è follia. La Germania non è “sola”. Attribuire allo Spread un valore etico è sciocco. E’ interesse della Germania che l’Italia, la Spagna, e persino la Grecia, possano tornare a finanziarsi sui mercati senza problemi. Non comprendere questo, significa negare l’esistenza di un qualsivoglia sistema economico europeo.

Ecco appunto che è necessario per i giornali tedeschi, e in particolar modo per la FAZ, bibbia della city di Francoforte e soprattutto voce dei falchi della Bundesbank, prendere posizione contro il “tracotante” Mario Monti. Così Werner Mussler inizialmente concorda con le parole del “sobrio e preciso” Monti, secondo il quale l’Euro rischia di essere un fattore di “disgregazione psicologica” dell’Unione Europea, però poi si dice “sorpreso” per le ricette del Professore contro la crisi. Sorpreso del fatto che Monti suggerisce all’Europa di migliorare la comunicazione delle decisioni sull’euro, “proprio Monti che ha rovinato l’accordo secondo cui il solo Van Rompuy possa parlare in pubblico delle decisioni dell’Eurogruppo” quando quella volta, quella dell’accordo di Bruxelles e della celebratissima (dai giornali italiani) vittoria di Mario, comparì nottetempo annunciando il risultato favorevole all’Italia del vertice. Grazie a quelle dichiarazioni estemporanee, Monti mise il cappello sull’accordo di Bruxelles, lasciando intendere di aver piegato le resistenze di Berlino sullo scudo anti-spread, resistenze che invece sono ancora tutte lì ed operano contro Draghi e il nuovo futuro – futuribile – Quantitative Easing della BCE.

Mussler ricorda anche che Monti si pregia all’estero di aver “educato” il riottoso Parlamento italiano. Esclama Mussler: che strana idea di democrazia ha il Professore! Davvero la rottura dell’Europa sarebbe più vicina se le decisioni sull’euro fossero lasciate ai soli Parlamenti? C’è quindi qualcuno che vuol salvare la moneta unica a qualsiasi costo, qualsiasi siano i danni collaterali, anche la privazione dei diritti dei parlamenti nazionali. Monti ha appena dato alla Corte Federale tedesca una ragione in più per credere alla incostituzionalità del Trattato ESM. Mussler ricorda che solo la via indicata da Jurgen Habermas, quella della unione politica, è adeguata a superare la crisi. Ma in questo aspetto i tedeschi somigliano molto ai politici italiani quando trattano sulla riforma della legge elettorale: prima pensano a cosa non vogliono, poi fissano nell’agenda politica l’obiettivo di una riforma radicale che anziché interessare la sola legge elettorale punta a modificare persino la forma di stato del paese. Un progetto irrealizzabile, sicuramente a breve termine, quindi ininfluente per risolvere i guai di oggi. Così l’idea tedesca di una unione federale europea. Serve solo ad evitare di coinvolgere il proprio paese nei salvataggi, a mantenere lo status quo dei bund a tassi negativi e dell’inflazione quasi a zero (il 2,5% è importato dai prodotti petroliferi). Serve a creare una narrazione artificiosa di sé, del proprio governo, come autenticamente europeista, quando invece si è portatori dell’interesse particolare della propria nazione.

Cittadini Europei, l’antidoto alla distruzione dell’Euro

L’ora dei cittadini europei!

di Ernesto Gallo e Giovanni Biava

L’esistenza stessa dell’Euro è minacciata da attacchi speculativi, soprattutto da parte di Wall Street, mentre gli USA hanno scelto di dare priorità alla regione Asia-Pacifico. Perché i politici europei, invece di discutere soluzioni tecniche dal fiato corto, non ritornano ad un’idea democratica e ‘politica’ di Europa federale?  Il tempo passa, e le tensioni sociali aumentano; soprattutto la rabbia dei giovani. Chi e’ pronto a combattere per l’unita’ europea? Che cosa e’ rimasto dell’Unione europea sull’agenda politica di Washington? Forse l’Atlantico e’ diventato una periferia del Pacifico?

Se uno spettro si aggira ancora per l’Europa, quello spettro è l’Europa stessa – quella politica, per essere precisi. Almeno dal 2011 il progetto politico europeo è colpito dalla speculazione finanziaria internazionale, dalle sue sedi a Wall Street e nella City di Londra. La politica internazionale intanto è del tutto assente.  Gli USA hanno rifocalizzato la loro attenzione strategica sull’area del Pacifico e contribuito all’indebolimento dell’Unione europea, potenzialmente un competitore di tutto riguardo. L’Europa, d’altra parte, resta in silenzio. I cittadini europei continuano ad essere bombardati da notizie su tassi di interessi, debito pubblico, spread, mentre disoccupazione, incertezze, disperazione e povertà aumentano. Un intero tessuto sociale pare in via di disgregazione.

Perché nessuno ridà voce all’idea di un’ Europa politica federale, un tempo promossa da Altiero Spinelli e alcuni statisti illuminati ed ora apparentemente dimenticata? Come può una politica ‘tecnocratica’ aiutare a tenere in vita ideali, valori ed il welfare in un mondo di competizione ‘globale’?

In realtà il progetto europeo è importante, attuale e potenzialmente benefico come non mai. L’unità europea degli anni del dopoguerra non era affatto un’idea di pochi ‘esperti’ motivati dalla volontà di contrastare la minaccia sovietica: era anche una speranza di pace e democrazia.

Si considerino gli aspetti internazionali, economici, e sociali della crisi attuale, e le ragioni per cui un’Europa politica è ancora una volta importante, in un modo nuovo e differente.

Tra pochi anni, forse già nel 2016, per la prima volta nella storia moderna, la più grande economia del mondo non sarà in occidente. Così secondo il World Economic Outlook Database del Fondo Monetario Internazionale (Aprile 2011), e stiamo naturalmente parlando della Cina Popolare. E’ il principale creditore del Tesoro USA e dispone del secondo budget militare nel mondo. E’ chiaro che Washington ne sia preoccupata e rivolga le proprie attenzione alla Cina e a tutta l’area del Pacifico.

Tale centralità è ben illustrata dalla scelta di nominare al Tesoro USA Timothy Geithner, un economista indipendente con esperienza di vita e di studi in Cina e Giappone, e da dichiarazioni chiave di esponenti di punta dell’amministrazione USA. Su ‘Foreign Policy’ di Novembre 2011, il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha scritto di una ‘svolta strategica verso la regione Asia-Pacifico’, mentre, durante il viaggio di Obama in Indonesia lo scorso anno, il Consigliere per la Sicurezza nazionale, Tom Donilon, ha parlato di ‘implementazione di un sostanziale e importante riorientamento della strategia globale USA’.

Non si tratta solo di parole e diplomazia. Gli USA hanno accresciuto il proprio sforzo economico e strategico in Australia, Burma, Corea del Sud. Il Pil pro capite di Australia e Singapore ha da anni superato quello dell’antica madre patria britannica. L’intero Pil della Corea del Sud potrebbe superare quello italiano intorno al 2015. I numeri non lasciano dubbi.

Dove è dunque l’Europa? Come ha detto Hillary Clinton nel suo articolo in ‘Foreign Policy’: ‘L’Europa è ancora un alleato importante e stiamo investendo nell’aggiornamento della struttura della nostra alleanza.’

Insomma, l’Europa vale un ‘aggiornamento’, niente di più.

Per gli Stati Uniti, un’Europa politica sarebbe un competitore forte, e l’Euro una minaccia all’egemonia mondiale del dollaro. La fisionomia dell’Unione europea di oggi riflette già la sua subordinazione a Washington e a Wall Street; con la crisi finanziaria del 2008 la sua fragile struttura è collassata.

Quanto agli USA, essi non hanno né gli strumenti né la volontà di aiutare l’Europa. Anzi.

Semmai gli Stati Uniti hanno scelto di lasciar affondare l’Euro e prevenire ogni possibilità di reale unione politica. La crisi inoltre offre alle istituzioni finanziarie statunitensi e britanniche la possibilità di intervenire e appropriarsi di assets finanziari ed industriali europei di livello a basso costo.  In questo senso, si possono comprendere gli attacchi all’Euro lanciati da speculatori finanziari, hedge funds, agenzie di rating, nella relativa inerzia dell’amministrazione USA. In altri termini, Wall Street sta conducendo una guerra di posizione contro l’Euro e la stessa idea di integrazione europea.

Nel frattempo, la Casa Bianca tace e mette a fuoco l’Asia, a parte le estemporanee fregole elettorali di Barack Obama.

In effetti, sin dall’inizio degli anni 70, particolarmente negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed altri paesi anglofoni, i capitalisti hanno principalmente investito in attività finanziarie. Banche di investimento, fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, agenzie di rating e altro ancora sono entrati gradualmente nel gioco economico e politico globale.

Non ci si meravigli allora che l’UE abbia assunto connotati ‘tecnici’, di ‘governance’,  malgrado le intenzioni dei suoi fondatori; non ci si sorprenda che attori economici quali banche di investimento o hedge funds (o le molto chiacchierate agenzie di rating) abbiano iniziato a speculare ed attaccare l’UE che vedono come debole e fondamentalmente incapace di difendere la propria valuta. Il punto chiave non è che gli Stati Uniti o altri attori siano interessati a fare profitti in Europa; dopo tutto, è il loro lavoro. Il punto chiave è che l’UE non ha proprie istituzioni, o un’agenzia europea di rating, o altri strumenti come i molto discussi Eurobonds. Tali istituzioni però non sarebbero sufficienti. L’UE non può semplicemente essere una ‘macchina’ economica efficiente; necessita di una forma politica democratica, senza la quale la sua legittimità sarà sempre debole. Tale debolezza è già evidente ora, se diamo un’occhiata ai crescenti problemi sociali ed alle tensioni, che rappresentano una terza fase della crisi dopo il crollo finanziario e la crisi economica.

I giovani stanno pagando il prezzo più alto. Il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 52% sia in Spagna che in Grecia, e non e’ ancora finita, visto che entrambi i paesi sono in recessione. Intanto il numero dei giovani NEET (‘not in education, employment, or training’) sta crescendo anche nel Regno Unito, dove la disoccupazione dei giovani si aggira ‘soltanto’ intorno al 20%.

Mario Monti ha spesso lodato le virtù dell’”economia sociale di mercato”, e criticato i modelli di sviluppo sia degli USA che della Cina. Purtroppo, il modello che piace a Monti sembra destinato ai libri di storia, soprattutto se, come ha dichiarato il ministro Fornero, il lavoro ‘non è un diritto’. Un’Europa divisa, debole e tecnocratica rischia infatti di cadere preda o del modello USA o di quello cinese, entrambi rispettabili, ma tipici di esperienze storiche e culturali diverse dalla nostra.

Lo spirito originale dell’Unione europea – le idee di pace, democrazia, inclusione sociale – sembra essersi diluito in una tecnocrazia sempre meno efficace. Perché nessun leader politico – neanche i ‘nuovi’ come Hollande – si fa bandiera di una vera unione politica e democratica? Forse l’Europa è diventata troppo anziana ed auto-compiaciuta? Forse nessuno vuole davvero cambiamenti radicali?

Senza di essi, senza unità politica federale, parlare di pace e welfare sarà sempre più difficile. Inoltre, il peso del declino e della inerzia della classe dirigente europea verrà probabilmente sopportato dai giovani.

Come è possibile che nessuno sia pronto a rinfrescare l’idea di unità europea ed a battersi in suo nome?

L’ora dei cittadini europei!

Monti ha minacciato le dimissioni per forzare il sì di Merkel

Secondo El Pais, Mario Monti avrebbe tenuto in scacco il Consiglio Europeo per un’ora – quell’ora di mistero in cui Angela Merkel ha rimandato la propria conferenza stampa – minacciando le dimissioni se non fossero state prese in considerazione le sue proposte. “E’ stato un momento di grande tensione”, ha rivelato un dirigente comunitario di massimo livello. La situazione si è sbloccata soltanto alle tre della mattina di Venerdì, durante l’incontro bilaterale Monti-Merkel. Gli accordi siglati in precedenza, al G-20 a Los Cabos (Messico), e durante i due incontri a Roma e Parigi, che avevano praticamente delineato le misure per fronteggiare la crisi del debito e la mancata crescita, una volta che i leader europei erano arrivati a Bruxelles, erano diventati “lettera morta”, riportano le fonti de El Pais. Questa circostanza avrebbe fatto infuriare il primo ministro italiano, sino alla minaccia di dimissioni.

Continua a leggere: http://internacional.elpais.com/internacional/2012/06/29/actualidad/1340996603_211857.html

Proposta Monti e la distorsione dell’ESFS: non ci resta che piangere

La proposta Monti è un asso nella manica che il giocatore di poker esperto sa di dover giocare per ultimo, solo quando ha capito che sta per perdere la partita. Impiegare i fondi dell’ESFS per rastrellare titoli di Stato sui mercati secondari e riprendere l’azione di alleggerimento che la BCE operava nei giorni della Tempesta di Novembre, senza per questo imporre alcuna politica restrittiva sulla spesa ai governi “alleggeriti”, è la mossa che nessuno si aspettava ma che Monti sa bene essere già l’estrema ratio per il nostro paese.

Ieri a sorpresa anche il Financial Times, in home page, propagandava questa soluzione. Usare il MES per comprare titoli di stato. Fare con il meccanismo salva-stati quel che la FED fa normalmente (il cosiddetto quantitative easing, di seguito QE) e che alla BCE è vietato dai Trattati. E’ subito apparso chiaro che alla base ci sono differenze di lettura: Monti non vorrebbe assoggettare il governo alla Troika (BCE, Commissione, FMI) ; il Financial Times non si pone il problema, volto com’è a considerare solo la fase dell’emergenza che probabilmente si presenterà dinanzi al nostro paese prima dell’autunno; Merkel si è dichiarata prima contraria poi probabilista, ma in definitiva accetterebbe un QE da parte dell’ESFS o del MES solo ed esclusivamente in cambio di politiche finanziarie restrittive.

Il punto è questo: Draghi ha abbandonato dall’inizio dell’anno gli acquisti diretti di PIIGS Bond per fronteggiare la crisi del debito sovrano con l’arma del LTRO, longer-term refinancing operation, ovvero i prestiti agevolati alle Banche europee (durata tre anni con tasso all’1%). Le Banche hanno preso questi soldi con uno scopo ben preciso: rastrellare titoli di stato dei paesi di appartenenza. Sono avvenuti due LTRO: Il 22 dicembre 2011, 523 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 489,191 miliardi di euro; il 29 febbraio 2012, 800 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 529,53 miliardi di euro (Lavoce.Info – Articoli – Finanza – Prestiti Della Bce E Deposit Facility). Quasi mille miliardi di euro iniettati nel sistema. Risultato? Ora le banche italiane hanno una esposizione sul debito pubblico italiano pari al 170% della loro capitalizzazione (Linkiesta). E lo Stato Italiano dovrà rifinanziare da qui alla fine dell’anno circa 347 miliardi di euro del debito pubblico. Si tratta di una cifra che supera la disponibilità dell’ESFS ed è circa la metà del futuro MES (che non è ancora operativo). Nel mezzo ci sono le banche spagnole, altrettanto malmesse e in procinto di capitolare se non verranno ricapitalizzate. I denari dell’ESFS finirebbero quasi tutti nel gorgo muto delle banche spagnole. Ergo, non ci sono soldi per aiutare l’Italia. Un rebus di difficile soluzione:

Due sono i suggerimenti per Mario Draghi: un abbassamento dei tassi di mezzo punto percentuale e un nuovo Ltro. Nemmeno quest’ultima ipotesi, tuttavia, sarebbe una panacea. È come un cane che si morde la coda: le banche hanno soltanto 185 miliardi di euro di asset utilizzabili come collaterale a garanzia in caso di nuove aste agevolate messe in campo da Eurotower. Coprendo l’80% delle emissioni, da qui a un anno, si ritroverebbero però in portafoglio ben 575 miliardi di euro in obbligazioni governative contro 185 miliardi “liberi”: una sproporzione non da poco in caso di peggioramento delle condizioni macroeconomiche. http://www.linkiesta.it/banche-italiane-non-comprano-debito-italiano#ixzz1ySQxjRqI

Titolo Unicredit, ultimo anno (Milanofinanza.it)

Insomma, questa è la nuda verità e spiega il perché delle difficoltà borsistiche degli istituti di credito italiani. Il titolo Unicredit vale il 20% di quel che valeva lo scorso anno: circa 2 euro. E dire che fino ad un anno fa ci vantavamo che “il sistema bancario italiano non ha avuto la necessità di ricevere aiuti pubblici mentre altre banche e sistemi sono stati sostenuti dalla droga dei debiti” (Giulio Tremonti, 23/05/2011). Sembra preistoria.

Nomine Agcom, fra lottizzazione e primarie spunta il Quarto Uomo

Noi abbiamo rispettato i patti. C’è da esserne orgogliosi. Il Pd partecipa alla lottizzazione dell’Agcom, spartita con un accordo a tre, viene affermato sui giornali, eppure i lottizzatori sono ben quattro: il Pdl, il Pd, l’UDC insieme a Fini e soprattutto i supertecnici bocconiani. Già, perché Monti ha piazzato in testa all’Autority delle comunicazioni tale Angelo Marcello Cardani, classe 1949, un suo fedelissimo:

Professore associato di Economia politica e Direttore del BIEMF (Bachelor degree in International Economics, Management and Finance). Dal 1995 al 1999, in aspettativa, è stato Membro del Gabinetto del Commissario europeo Mario Monti responsabile per il mercato interno, i servizi finanziari e la tassazione e dal 1999 al 2004, sempre in aspettativa, Capo di Gabinetto aggiunto del Commissario Monti responsabile per la politica della concorrenza. E’ stato direttore generale e membro del Consiglio di Amministrazione dell’International Management Institute of St. Petersburg (IMISP), docente di Economia politica presso la SDA Bocconi, Visiting fellow, National Bureau of Economic Research, New York e Visiting assistant professor of Economics, New York University, NY. Dal 1992 al 1995 stato consulente dell’United Nations Development Programme per lo sviluppo manageriale dell’Est Europa (http://faculty.unibocconi.it/angelomarcellocardani/).

Qualcuno aveva titolato che si sarebbe trattato di una Agcom tecnica. Ma in realtà è pienamente politica, fino alla vergogna. Il Gentle Agreement che ha portato alla spartizione inizialmente doveva prevedere la riduzione del numero dei commissari e una procedura “open” di selezione degli stessi. In sostanza è accaduto il contrario:

  1. due sono i membri in quota Pdl, il quale ha fagocitato il commissario in quota Lega Nord, esclusa perché non all’interno della maggioranza. Si tratta di Antonio Martusciello(1), già commissario Agcom ed ex manager Fininvest, e Antonio Preto, attuale capo di gabinetto del commissario europeo Antonio Tajani;
  2. un commissario in quota Pd, scelto democraticamente (??) attraverso primarie (???) dei parlamentari. La scelta è “caduta” sul professore del Politecnico di Torino, Maurizio Decina;
  3. un commissario in quota UDC-Terzo Polo tale Francesco Posteraro, vicesegretario della Camera.

Guido Scorza, su Il Fatto Quotidiano, le ha bollate come le primarie “più anomale ed antidemocratiche della storia del partito”. I parlamentari del Pd, riuniti in conclave, hanno scelto il nome del loro commissario sulla base di una lista. Pare che questa lista nulla avesse a che fare con le centinaia di curriculum pervenuti alla Presidenza della Camera. Fin qui nulla di così anomalo: Decina è persona competente in materia, come prescritto dalla legge. Hanno scelto votando, o Bersani avrebbe imposto un suo candidato, la legge purtroppo non impone nulla, le scelte possono essere le più antidemocratiche, va bene lo stesso.

Oggi, però, intorno alle 14, sono trapelate notizie di un accordo fra Bersani e Casini sul nome di Posteraro. L’accordo dovrebbe essere: io voto Decina, tu voti Posteraro. Un voto di scambio. Vincenzo Vita (Pd) aveva inizialmente e inutilmente chiesto un rinvio della deliberazione, che avverrà domani. Non c’è stato il tempo materiale per esaminare i profili professionali. Ne consegue che non c’era nessuna intenzione di farlo. I curriculum sono stati una farsa. Vincenzo Vita ha pubblicamente espresso il proprio disagio di fronte alla scelta di Bersani d fare un accrocchio con Casini:

Posteraro non ha la preparazione prevista per legge (così recita la legge sulle Autorità di Garanzia: “i componenti di ciascuna Autorità sono scelti fra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore”). Posteraro che competenza ha? Il suo curriculum sarebbe stato presentato oggi, quasi di soppiatto.

Vedremo domani se l’Aula riserverà delle sorprese.

(1) Ex dirigente di Publitalia (dopo un passaggio alla Sipra Rai) fondatore nel ‘94 della Forza Italia campana; ex sottosegretario e poi viceministro ai Beni Culturali con Urbani: sostituisce pari pari Giancarlo Innocenzi, dimessosi dall’Agcom dopo che nelle intercettazioni di Trani era emerso il suo lavorio con il direttore generale Rai, Masi, per cacciare Santoro (via Il Post).

 

Mario Monti che rifiutò la lottizzazione dell’Iri

Beppe Grillo ha ricordato negli ultimi suoi comizi che Mario Monti è stato consigliere dell’ex ministro del Bilancio Cirino Pomicino nei furiosi anni 1989, ’90, ’91 e ’92, quelli che produssero il profondissimo debito pubblico italiano e che portarono proprio nel 1992 la Lira e l’Italia a un passo dal default. Facile l’equazione: Mario Monti è stato complice degli artefici del debito! Prova inoppugnabile: nella sua biografia non compare neanche una riga di quella antica consulenza.

Ho voluto guardarci più a fondo. Ho impiegato come strumento di ricerca l’Archivio Storico de La Stampa. Dovrebbe essere il punto di partenza per chiunque voglia scrivere sui blog. D’altronde, forse per deformazione professionale, non mi posso accontentare di accettare le affermazioni di Grillo o di chicchessia senza tentarne una verifica. E poco serve sapere che è stato proprio Cirino Pomicino a ricordarci questo fatto.

Iniziamo con il dire che Cirino Pomicino fu Ministro per la Programmazione Economica e il Bilancio nel governo Andreotti, ovvero dal 22 luglio 1989 al 28 giugno 1992. In realtà, Monti fu nominato, insieme ad altri economisti già durante il precedente governo De Mita, dall’allora Ministro del Tesoro Giuliano Amato. Strana coincidenza: oggi Amato viene chiamato come super consulente sui tagli della politica. Evidentemente fra i due vige una stima reciproca:

Stampasera, 04.05.1988

E’ curioso vedere che del comitato scientifico scelto da Amato facesse parte anche Francesco Giavazzi, economista, bocconiano, molto amico di Mario Monti e suo acceso critico dalle colonne del Corriere della Sera, fresco di nomina a consigliere per il riordino degli incentivi alle Imprese. Era il 1988, quindi. Nel frattempo Monti (22.10.1989) diventa per la prima volta rettore della Bocconi, il governo De Mita cade, viene varato un nuovo esecutivo a guida Andreotti, quello che conduce direttamente alle strage di Capaci. Cosa succede a Mario Monti? Davvero dicenta “complice” dello sfacelo economico di quel periodo?

Ho una vaga idea che non sia così. E ve lo dimostro con due indizi. Due indizi non fanno una prova, ma aiutano.

Primo indizio.

Nel 1989, a Marzo, il governo Amato ha un deficit di 17-18 mila miliardi di lire. Ad agosto, con il nuovo governo, il buco si incrementa di altri dieci mila miliardi di lire. Il ministro del Tesoro era Guido Carli e il nuovo buco fu reso manifesto in seguito alle critiche dell’economista Mario Monti giunte dalle colonne del Corriere della Sera sulla politica economica dell’esecutivo Andreotti. Non è chiaro se il comitato scientifico creato da Amato fosse allora ancora in essere, ma si presume che non lo fosse.

Secondo indizio.

Non c’è traccia della nomina di Monti a consigliere di Cirino Pomicino. C’è invece traccia di un vero e proprio scandalo che coinvolse l’attuale presidente del consiglio. Monti era infatti anche vicepresidente della Comit, la Banca Commerciale Italiana (oggi confluita in Intesa Sanpaolo). Era una delle tre banche di interesse nazionale (BIN) ed era controllata dall’Iri, quindi dal Tesoro. Nel 1990, nella più tradizionale consuetudine da Prima Repubblica, i vertici della banca vengono lottizzati. E Monti che fa? Semplicemente sbatte la porta.

Il presidente Enrico Braggiotti lascia il più importante degli Istituti dell’Iri, e gli succede Sergio Siglienti, attuale amministratore delegato, a sua volta sostituito dal direttore generale Luigi Fausti. Alla Comit non c’è stato il ribaltone che ha sconvolto il Credito Italiano. Tutte nomine interne, come nella tradizione della banca milanese. L’unica eccezione è il de Camillo Ferrari, designato alla vice presidenza. Un caso clamoroso, comunque, è scoppiato. Il rettore dell’Università Bocconi, Mario Monti, non accetta di restare alla vice presidenza della Comit. In una lettera inviata a Siglienti (e per conoscenza al presidente dell’Iri, Franco Nobili), Monti chiede di «non dare corso alla proposta della mia conferma a vice presidente». Scrive l’economista: «Il contesto nel quale la conferma avverrebbe, l’elevazione a tre del numero dei vice presidenti e il peculiare significato che nell’insieme delle banche d’interesse nazionale sembra ora essere stato attribuito alle vice presidenze, mi fanno ritenere che si tratterebbe di un incarico essenzialmente formale, non giustificato da esigenze funzionali, non in linea con la tradizionale sobrietà della struttura di vertice della nostra banca. Poiché non intendo contribuire a tale evoluzione, chiedo di essere sollevato dalla vice presidenza». Monti informa Siglienti di essere «disponibile a contribuire all’amministrazione della banca nella veste di semplice consigliere, se Tiri e lei lo vorranno». E’ chiaro che Monti non contesta Siglienti o i due amministratori delegati, Fausti e Mario Arcari, persone verso le quali ha la più totale fiducia. Semplicemente non vuole essere confuso con altri vice presidenti (Palladino e Ferrari) di nomina chiaramente politica e sottolinea di non condividere quel «peculiare significato», cioè l’elezione dei vice presidenti secondo criteri di appartenenza partitica e non di professionalità, che ha distinto questa tornata di nomine delle Bin. Monti non aveva cariche operative alla Comit, ma il suo rifiuto, in un momento in cui tutti fanno l’impossibile per ottenere poltrone più o meno importanti, è certamente un fatto molto significativo anche se, purtroppo, isolato (La Stampa, 26 Maggio 1990).

Questa è verità storica, documentata. Non altro. Gianfranco Rotondi potrà dire che Monti era collaboratore di Pomicino, ma peccato che ciò non sia scritto da nessuna parte. Difficile credere a Gianfranco Rotondi. Difficile credere a chi crede a Gianfranco Rotondi. Detto ciò, non significa che tutto quel che fa il governo Monti è giusto. Ma è sbagliato attaccarlo per il suo ruolo negli anni della prima Repubblica.