[Dis]Fare il PD

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Ho visto D’Alema balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia

In questi mesi, ha detto oggi Dario Franceschini, ministro del governissimo, siamo passati a riconoscerci non più come ex margherita ed ex ds, siamo passati a riconoscerci addirittura come comunisti e democristiani. E’ pericoloso, avverte. Non possiamo metterci per quattro o cinque mesi in un clima di lacerazioni. Tradotto significa che non possiamo permetterci un Congresso vero, bensì è meglio, per il cheto vivere del governo Letta, un Congresso addormentato e addormentante. Deve prevalere, dice Franceschini, uno spirito “basato su due punti”, il primo dei quali è “difendere il mescolamento che è l’antidoto a quel rischio, se non vogliamo essere ipocriti” (fonte Huffingtonpost.it).

Mescolamento? La neolingua di Franceschini ci mostra la vera linea politica, peraltro espressa limpidamente dal governissimo: il mescolamento. Non siamo ipocriti, dice Franceschini. E in una frase ha legittimato, senza accorgesene (ed è un dramma, per lui in primis), tutti i discorsi di Beppe Grillo sul PD meno L eccetera.

A questa riunione dei ‘big’ (definizione del TG3) del partito, ha esposto il proprio pensiero anche l’ex segretario Pierluigi Bersani. Basta chiacchiericcio, ha detto. Ci facciamo compatire. Di cosa avrebbe paura, Bersani? Il chiacchiericcio è altresì detto dialettica. Senza una libera dialettica, un partito si suddivide in un comitato di affezionati e in una lista di espulsi. “Il percorso verso il congresso”, ha spiegato alla folta platea, “deve essere un luogo [detto per inciso, un percorso è un percorso e un luogo è un’altra cosa, generalmente i percorsi conducono ai luoghi, ma per Bersani non è così] dove ci si confronta senza tirar su bandierine e tutti quanti cerchiamo di dirci, ciascuno con le sue idee, di che cosa dobbiamo discutere”. Ecco, questo è il dilemma: di cosa dobbiamo discutere quando dobbiamo discutere? Per esempio, io suggerirei, di strategie per uscire dalla crisi, di soluzioni al caso degli F-35, di una sacrosanta riforma della legge elettorale. Eppure, grazie anche alla politica del mescolamento, i ‘big’ del PD sono più preoccupati a mandarsi messaggi trasversali e sibillini poiché di questo dobbiamo discutere: del nulla. Per tutto il resto,  se ne discute al caldo dei caminetti e magari in accordo – accordissimo – con pitonesse e capigruppo di bassa statura.

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Il contropiede dalemiano/berlusconiano in salsa cattolica

Mi sbaglierò, ma ormai la disfatta è totale. L’intransigenza dei 5 Stelle sommata alle divisioni interne al PD, all’opportunismo montiano, al cinismo di Berlusconi, ha partorito il suo topolino: con l’asticella posta a 504 voti, domani, se il PD non riuscirà a compattarsi e a convergere unito sul nome di Rodotà, ipotesi che ha tante probabilità quanto la caduta di un asteroide, si realizzerà il piano perfetto per Silvio Berlusconi. L’elezione di Massimo D’Alema.

Prodi è stato bruciato sull’altare sacro delle Larghe Intese. E così il Partito Democratico. Che stando all’attuale situazione, vivrà certamente la stagione congressuale come l’atto finale della propria esistenza. La resistenza dell’élite dirigenziale del Partito Democratico è senza senso, nasconde una volontà di distruggere tutto pur di conservarsi. Sappiano, questi signori, che il loro tempo è scaduto e che questo inutile abbarbicamento sulla cresta del Quirinale renderà solo più veloce la caduta.

I cento che hanno tradito Prodi non sono giustificati dalla libertà di mandato. Essi hanno mentito. Hanno dichiarato pubblicamente al Capranica il voto per il fondatore dell’Ulivo. Nel segreto dell’urna, invece, si sono fatti guidare dall’interesse malevolo di distruggere per conservare. E dall’altra parte, consapevole dell’esito, Berlusconi si farà passare per un grande statista responsabile verso la Nazione. Un paradosso.

-.-.-

In serata, Berlusconi si è recato a Palazzo Chigi per incontrare Mario Monti. Il disegno, grosso modo, è questo: proporranno Anna Maria Cancellieri, ora ministro dell’Interno, la quale verrà votata in blocco dal centrodestra, dai montiani e dai popolari del PD. Il trapasso è compiuto.

Alle ore 22, la riunione del gruppo del PD. Senza Sel. Brutta abitudine.

E ora Prodi vs. D’Alema?

Lo dice Libero e secondo me non è tanto distante dal vero.

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L’Antirenzismo

Le battute carpite a Massimo D’Alema da Federico Geremicca, giornalista de La Stampa, e poi smentite dal portavoce del presidente del Copasir, rappresentano in qualche modo l’inaugurazione di una nuova disciplina nel mare magnum della politica italiana: l’antirenzismo. Una sorta di coazione a ripetere, per un esponente della vecchia guardia Ds come D’Alema, orfano del nemico per antonomasia, Silvio Berlusconi. Paradossalmente, le battute dell’ex presidente del Consiglio, arrivano lo stesso giorno in cui Renzi guadagna l’ambito palmares della scomunica di Marchionne. Un premio di cui andarne fieri mentre Vendola ricorda in un poster dei suoi che Renzi solo lo scorso Gennaio plaudiva alle opere del manager Fiat:

Appena apre bocca, il sindaco di Firenze diventa il centro della polemica. Tutti cercano di marcare la differenza da Renzi. L’antirenzismo funziona come l’antiberlusconismo: gli avversari di Renzi non cercano di specificare le proprie idee e i propri programmi politici, bensì definiscono sé stessi in senso negativo rispetto all’avversario. Basta che Renzi parli che loro tutti, in coro, spiegano che non sono come lui, che sono diversi. E come potrebbe essere altrimenti? Vendola non è come Renzi, ovvero è contro Marchionne, ma i rapporti del governatore pugliese con i titolari dell’Ilva di Taranto come si dovrebbero definire? D’Alema dice (e poi smentisce) che Renzi è arrivato in Molise con il jet, ma D’Alema non potrebbe parlare di jet, lui che ha usufruito di ben cinque voli aerei in forma di regalo da parte della Rotkopf Aviation, società low cost che pagò tangenti per ottenere appalti Enac.

Naturalmente non importa. Importa soltanto identificare in Renzi il male e definirsi rispetto a lui in senso negativo.

 

 

Legge elettorale: per Bersani, il “referendum è come una pistola sul tavolo”

Un’altra delle similitudini azzardate di Bersani nasconde in verità il totale endorsment del PD per il referendum sulla Legge Elettorale. La spiegazione la fornisce D’Alema, principale oppositore di un ritorno del Mattarellum (l’uninominale a turno unico made in Italy), a sorpresa diventato favorevole alla consultazione elettorale. Cosa ha fatto cambiare idea al Lidér Massimo e al tentennante Bersani?

Corriere della Sera, 13/09/11, p. 19

Pensate che mente sopraffina ha potuto partorire un ragionamento simile. Non già l’interesse pubblico dinanzi alla strategia di sostenere i referendari e il bistrattato Parisi, bensì una machiavellica teorizzazione di un annichilimento della Lega Nord, obbligata a smarcarsi da B. per poter esistere ancora ‘sul territorio’ e quindi pronta a far saltare il governo davanti alla prospettiva di un referendum che ripristini l’uninominale. Mi pare puerile, ma anche diabolico.

Più esplicito Bersani, che oltre alla metafora, aggiunge: noi – la pistola – la teniamo lì, e vedrete che pur di non pronunciarsi su questi temi, la maggioranza farà terminare la legislatura.

L’ombra di Nichi Vendola e i proverbi di Chiamparino

Giorni di ombre lunghe, anche per il PD. E nel PD le ombre hanno un nome solo, Nichi Vendola, il ‘papa straniero’, come definito da Marino. Oggi D’Alema ci ha fatto sapere che Vendola non lo voterebbe mai. Ma se ribaltate la domanda agli elettori del PD, la risposta sarebbe un’altra: D’Alema? Non lo voterei mai.

Chiamparino ci ricorda dagli schermi di La7, oltre ai detti piemontesi, che il titolo (Ha tradito Papi e papà) di un giornale su Chiara Moroni, fresca di tradimento del PdL e di passaggio a FLI, è ‘osceno’. lui, il Chiampa vorrebbe fare un PD tutto nuovo ma non sa quale. E ritorna a parlare di ‘cambio di passo’:

Chiampa 1: I tatticismi vanno bene per riempire qualche pagina estiva di giornale, ma al Pd serve subito un cambio di passo su grandi temi come federalismo, fisco e lavoro.

Chiampa 2: E’ essenziale il messaggio che si dà ai cittadini. La tattica ha un senso per i centristi, ma il Pd deve prima di tutto ricominciare a dire ai cittadini cosa pensa sui grandi temi.

Chiampa 3: il Pd deve dunque prepararsi alle elezioni anticipate, e il candidato “non può che essere scelto dal centrosinistra nel suo complesso” […] “se si giudica utile una mia candidatura non mi tirerei indietro”.

Chiampa 4: sogno un partito di sinistra che realizzi, sulla base dei valori della sinistra, una società che sappia affrontare le sfide della globalizzazione.

Chiampa 5: ci vogliono le primarie, io non mi tiro indietro; se serve a dare una mano a costruire una leadership credibile, io mi candido, anche contro Bersani. Si valuterà.

Chiampa 6: L’iniziativa di Vendola è utile, perchè in Italia esiste un’area di sinistra, oggi dispersa, che non può rimanere senza rappresentanza, e perchè di riflesso il suo attivismo stimola anche noi a muoverci.

Ma i temi? I grandi temi? Fisco e lavoro? Immigrazione, globalizzazione, legge elettorale, nord, sud, federalismo? Pensare al Nuovo Ulivo forse non aiuta.