Il frutto delle Primarie

frutto

Sarebbe l’accordo Italicum. Renzi ci sta dicendo che abbiamo speso mesi di campagna congressuale non per dare una segreteria – e una linea politica – al Partito Democratico, bensì per stringere un accordo per le riforme elettoral-costituzionali con Berlusconi. E ce l’avevamo già un accordo simile. Il governo Letta I, cosiddetto delle Larghe-Larghe Intese, era sorretto dalla mirabile promessa delle riforme ad opera del Comitato delle Riforme, che a sua volta sarebbe passato per la riforma dell’articolo 138, un fantastico stratagemma per tirare a campare e oltretutto una miniera d’oro per gli sfruttatori di indignazione a scopi editoriali.

Detto ciò, l’Infografica diffusa ieri dallo staff del Sindaco-Segretario, comincia con un proposito, ‘Facciamo chiarezza’, poiché evidentemente è necessaria l’interpretazione autentica dinanzi alle dure critiche ricevute da dentro il Partito. Facciamo chiarezza: Renzi si presenta per Renzi e non per il Segretario. Il Partito è ancora quella cosa dalla quale prendere distanza. “In questi giorni tanto parlano di strani accordi”, continua. Tanto parlano, gli altri, mentre lui arriva con l’accordo che non è strano ed appunto lo saprete perché lui può chiarirvi le idee, non le parole eccessive udite sinora.

L’accordo è il frutto ed è già avviato. Mi avete votato, questo sforzo ha prodotto qualcosa che si è già avviato. Badate bene a questa narrazione e ai simboli: il frutto è concretezza, è visibile, tangibile: è sul ramo che matura. La parola è confusione, è il ciancicare di una moltitudine scomposta. Da una parte chi lavora; dall’altra chi fa filosofia. L’immedesimazione è ricavata sul frame della produzione: chi produce, fa fatica, ma porta a casa un risultato. Il politico parla, quindi non fa fatica. Non ci spostiamo un millimetro dalla dicotomia Casta-Popolo. Una riedizione della sempiterna metafora berlusconiana dell’uomo che, tramite il lavoro (imprenditoriale), si è fatto da sé ed è estraneo alle liturgie del sistema. Come può Renzi, che è un politico da molti anni, presidente prima della Provincia poi primo cittadino del Comune di Firenze, farsi riconoscere come espressione dell’antitesi alla classe politica? La narrazione della rottamazione è slittata in un significato più largo che trova eco su un’antica opposizione, quella fra Stato e società civile.

L’abilità del Sindaco-Segretario è appunto quella di farsi percepire come fattore emergente ed esogeno al partito-casta. C’è un prima, fatto di una classe di inamovibili; c’è un poi, nel quale l’élite è spazzata via e sazia la sete di rivalsa del Popolo. Tutto l’accordo dell’Italicum è orientato da questa necessità: l’eliminazione del Senato non è reale, il Senato verrà declassato a camera non elettiva, i suoi componenti saranno nominati per via indiretta dalle istituzioni locali. Ma l’infografica renziana spiega che l’amputazione della Camera più alta, che esprime la seconda Carica dello Stato, renderà le leggi più veloci (anche quelle cattive?), permetterà la riduzione dei parlamentari e soprattutto il risparmio delle spese di funzionamento. Spenderete meno per la chiacchiera, viene detto. La parola è improduttiva, quindi non è necessario spendere per essa. Le leggi devono essere veloci: velocemente ideate e velocemente approvate, esattamente come per un prodotto. Bisogna arrivare primi sul mercato e spiazzare la concorrenza. Non è richiesto che la legge sia giusta o ingiusta, ciò che importa è che essa diventi tale con il minimo costo.

Definitiva, la chiusura: “Molti di quelli che criticano sono gli stessi che non hanno fatto nulla in passato”. E continua: “è ora di dimostrare” (con i frutti) “che cambiare si può e si deve”. L’Italicum porta il cambiamento, e se il cambiamento prevedesse di riprendere pari passo alcune soluzioni del Porcellum, ovvero il torbido passato, allora il passato non esiste.

[per chi non l’avesse ancora letta Infografica_Italicum]

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L’infelice #Italicum

Al di là degli psicodrammi sulla visita al Nazareno del Nemico Pubblico Numero Uno (con il quale il Pd ha – purtroppo – governato dalla fine del 2011), ciò che conta, dal mero punto di vista politico, sono due aspetti: uno prettamente legato al metodo, l’altro alla questione più tecnica del contenuto della proposta di legge elettorale.

Comincio dal secondo. Facendo riferimento all’analisi pubblicata oggi da Civati con il contributo di Andrea Pertici, il premio di maggioranza posto al raggiungimento del 35% dei suffragi è sproporzionato e irragionevole; il ballottaggio di coalizione si somma agli effetti distorsivi dello sbarramento, riducendo ulteriormente la rappresentatività; le liste sono nuovamente bloccate e la ripartizione nazionale dei seggi le unificherebbe in un unico listone nazionale, vanificando qualsiasi collegamento eletto-elettore. Inoltre, questo disegno di legge riguarda la sola Camera dei Deputati: nell’Italicum non è prevista alcuna norma per quanto concerne il Senato. Si è voluto collegare la nuova legge elettorale alla riforma costituzionale del Senato non elettivo. Un azzardo inutile. La “cancellazione” del Senato deve avvenire giocoforza sulla base del dettato costituzionale dell’articolo 138. I tempi non sono certi. Se la linea del consenso trovata è quella fra Pd e Forza Italia, non si capisce perché gli altri componenti della attuale maggioranza dovrebbero essere clementi nei confronti di questo complesso di riforme. Ergo, la riforma di Renzi è attesa al soglio di Montecitorio (e sappiamo di che palude si tratti). Tanto più che, recentemente, un precedente tentativo (non si sa quanto serio), spacciato per una riforma istituzionale ma incuneatosi in una torbida modifica al 138, è finito sul consueto binario morto (insieme a tutto l’armamentario di buone e buonissime intenzioni, finanche il cambiamento del Porcellum), con buona pace di tutti.

Appunto, il metodo. A parte lo scazzo (termine tecnico) con Cuperlo, la frase “Nessuna modifica o salta tutto” lascia ben intuire che verso abbia preso il #cambioverso. A che serve la Direzione? A che servono gli organi di un partito, se la discussione è messa in un angolo? Non si può modificare nulla? Allora perché se ne è parlato oggi? Per un patetico e formalistico voto? Quale può essere il contributo della minoranza se ciò che dice il Segretario è lettera scritta immodificabile?

Il ricorso alla speciosa argomentazione che un milione e settecentomila persone ti hanno dato un voto non giustifica l’azzeramento della dialettica interna. Questo valeva ai tempi di Bersani, e vale ora. Ancora di più, se possibile.

Romanzo Nazareno | #renziberlusconi

Il racconto dell’incontro Renzi-Berlusconi ha un qualcosa di drammatico e insieme grottesco che resterà a lungo come archetipo della narrazione mass mediatica, questa volta non circoscritta alla sola televisione ma che dalla televisione si è trasferita, in un gioco di rimandi e percezioni distorte, ai social-cosi, ai giornali web: qualcosa che domani rifletterà, come la pancia lucida di un cetaceo spiaggiato, sulla marcescibile carta stampata.

Ecco B. salire le scale del Nazareno. Lo scatto è sfocato, rubato, chissà. La foto del Che e di Fidel Castro che giocano a golf – i Rivoluzionari intenti in un gioco così borghese, mentre sotto di loro si consuma il Grande Peccato.

Prima ancora, l’auto del Prescelto solca due ali di folla. Parte il lancio di uova, ma la mano è la solita che recita lo stesso copione mandato a memoria per venti lunghi anni. Fanno l’accordo con il diavolo, che poi era al governo fino a qualche mese fa proprio con quel partito la cui sede è ora un santuario violato.

Renzi prende il treno dopo che in mattinata ha inaugurato un gruppo di case popolari. Il tempo di tagliare il nastro che il sindaco sale sul Treno ad Alta Velocità e giunge a Termini, dove in mezzo ad una ressa di giornalisti una donna cade rovinosamente a terra, e il buon Renzi si arrabbia tanto, titolano quelli di Repubblica. Per un buon quarto d’ora, sembra la notizia più importante della giornata.

Alle 19 Renzi convoca la conferenza stampa. Quasi un’ora dopo la conclusione dell’incontro. I giornalisti devono salire al secondo piano del Nazareno e l’ascensore porta solo quattro persone alla volta. Che iattura.

Angelino tuona tramite alcuni tweet non appena sente parlare della ‘profonda sintonia’ che ha unito il suo ex capo e il nuovo Leader. In fondo, che sarà mai un partitino, @angealfa.

In due ore e mezza, dice il responsabile comunicazione del Pd, Francesco Nicodemo. In due ore e mezza abbiamo chiuso il ventennio. Forse era già chiuso e lo avete riaperto. Forse era già chiuso e basta. Poi percula @angealfa:

In ogni caso, se l’accordo è sul modello spagnolo, dite a Renzi che vince Grillo: http://www.youtrend.it/2014/01/09/proposte-matteo-renzi-legge-elettorale/

Primarie PD | Renzi e il rendiconto spese molto light

Leggi la prima parte – https://yespolitical.com/2013/12/27/primarie-pd-alcune-curiosita-nei-rendiconti-spese/

Vi dicevo ieri che il rendiconto spese del Comitato Matteo Renzi meriterebbe una più ampia e attenta analisi. Perché? Per una serie di ragioni, la prima delle quali è che il totale spese dichiarato è appena al di sotto del limite, imposto per regolamento, stabilito a 200000 euro, ma è indicato Iva esclusa – almeno per le spese di “Comunicazione, Web e Servizi” di cui all’Allegato E. Ora, il Comitato Renzi non è soggetto giuridico che fiscalmente può scaricare l’Iva essendo esso stesso il terminale dell’interazione economica quindi non se ne comprende la omissione dal resoconto finale. Solo aggiungendo l’imposta prevista dalle prestazioni elencate in fattura nell’allegato suddetto (pari a 12000 euro), il totale spese supera già il tetto regolamentare.

Preciso un aspetto, onde evitare fraintendimenti: la vittoria di Renzi è netta e regolare. Non si vuol qui dire che Renzi abbia vinto violando le regole, bensì che abbia vinto e che abbia violato le regole (in materia di finanziamento). I due aspetti vanno tenuti disgiunti, altrimenti si commette un grave errore, diciamo così, svilendo la volontà elettorale espressa democraticamente da quasi tre milioni di elettori.

Ma Democrazia equivale a dire anche parità di condizioni e rispetto delle regole. In entrambe le voci, il Comitato Renzi si trova in una posizione delicata.

In termini di parità delle condizioni, ci sarebbe da dire qualcosa circa il ruolo della Fondazione Big Bang (oggi Fondazione Open). Renzi ha potuto cominciare la campagna congressuale sfruttando il volano finanziario ed organizzativo della sua struttura personale che gli ha consentito di coprire gli extra costi per circa 89000 euro e di organizzare la manifestazione “Leopolda 2013” senza per questo farla rientrare nelle manifestazioni correlate al congresso. I costi della Leopolda sono quindi stati espunti dal Resoconto Generale renziano e non sono nemmeno così chiari, non essendo ancora stati resi pubblici. Sul sito della Fondazione Open (fondazioneopen.it) si spiega – alla voce ‘Spese’ –  che “il totale e le voci di spesa della Fondazione, con i relativi importi, risultano dai bilanci di esercizio annuali”, per cui occorre attendere la chiusura del bilancio (a Gennaio?). In ogni caso, sul sito matteorenzi.it, che è il media ufficiale del sindaco-segretario e lo è stato per tutta la campagna elettorale, potete ancor oggi entrare nella pagina dedicata alla manifestazione della Leopolda come se fosse una iniziativa stessa del (ex) candidato. Innegabile che la Leopolda abbia consentito al sindaco una esposizione mediatica eccezionale: durata tre giorni, è stata l’apertura di quotidiani online e cartacei, nonché dei telegiornali. Un bel credito comunicativo che è stato sfruttato a dovere, non c’è che dire. Gli altri due candidati? Uno aveva dalla sua la macchina del partito (un po’ inceppata, ad onor del vero); l’altro – Civati – non aveva proprio nulla, a parte l’operosità dei propri volontari. La Commissione di Garanzia nazionale avrebbe, pertanto, dovuto adoperarsi affinché i candidati avessero parità di trattamento e di opportunità a livello comunicativo. Sorvoliamo?

Non del tutto. Perché di mezzo, appunto, c’è il rispetto delle regole. Veniamo al famigerato Allegato E. In esso, come anticipato poche righe più sopra, sono contenute le fatture dei servizi di Comunicazione e Web, fra cui quelle relative ai pagamenti verso Proforma, la nota agenzia di Comunicazione e Marketing politico. Si tratta di tre pagamenti fatturati da Proforma al Comitato Matteo Renzi che elenco qui di seguito: fattura n. 76 del 16/10/2013 per un importo totale di 27450 iva compresa; fattura n. 100 del 13/12/2013, con importo totale pari a 9150 euro; fattura n. 82 per 1342 euro. Niente di illecito, sia chiaro. Ma, ad un occhio più attento, sorgerebbe un dubbio. Il primo documento, il n. 76 del 16 Ottobre reca nel campo descrizione la frase seguente: “Quota acconto (pari al 50% del compenso totale concordato)”. L’importo netto è di 22500 euro; ne consegue che il totale pattuito con Proforma sarebbe di 45000 euro Iva esclusa. Purtroppo i pagamenti verso Proforma, come rendicontati dal Comitato Renzi, ammontato a sole 31100 (Iva esclusa), di cui 1100 di rimborso spese. Mancano 15000 euro più Iva che (insieme all’imposta omessa) impattano sul totale speso da Renzi spingendolo ben sopra quota 250000, sforando il tetto massimo di spesa consentito dal Regolamento congressuale di 50000 euro.

Riassumendo:

  1. il Comitato Renzi ha presentato un rendiconto spese per 197000 euro circa, ma in esso non ha conteggiato l’Iva;
  2. nel Rendiconto Spese – Allegato E, mancano almeno 15000 euro di versamenti verso Proforma;
  3. non è chiaro se la somma messa a disposizione da parte della Fondazione Big Bang/Open sia stata nelle disponibilità del sindaco-segretario sin dall’inizio della campagna o se sia stata ‘trasferita’ in forma di copertura degli extracosti (considerato il budget pari alla somma raccolta con i finanziamenti volontari); non è altrettanto chiaro se tale finanziamento rientra nelle finalità della fondazione medesima;
  4. la manifestazione Leopolda è stata espunta dal rendiconto ma era parte integrante del sistema comunicativo del candidato; non esiste rendiconto pubblico di entrate/uscite della Leopolda 2013.

Avete spiegazioni in merito?

Primarie Pd | Alcune curiosità nei rendiconti spese

Leggi la seconda parte: https://yespolitical.com/2013/12/28/primarie-pd-renzi-e-il-rendiconto-spese-molto-light/

Una curiosità che è passata pressoché inosservata. Le primarie, è vero, sono finite da un pezzo, e forse non è neanche interessante quel che vado dicendovi. Ma spulciando i rendiconti delle spese, obbligatori secondo la norma regolamentare (art. 16) che il Pd si è dato, ci si accorge che sia il primo classificato che il secondo hanno chiuso la campagna ufficialmente ‘in rosso’.

Tutta la documentazione è consultabile a questo link: Partito Democratico Rendiconto Primarie.

Veniamo a Cuperlo. Ha ottenuto contributi per 93509 euro ma ne ha spesi 100590. Ne consegue che è in debito di circa settemila euro.

Civati – c’è bisogno di dirvelo? – ha chiuso con 41 centesimi di attivo. Ha ricavato 93430, ne ha spesi 93429,59. In pratica, un ‘no profit’.

Ultimo Renzi. Forse il suo rendiconto merita una trattazione a parte. E’ complesso, ha smosso cifre doppie rispetto agli avversari, e questo è già un caso. Ha ricevuto più di 30000 euro da “soggetti terzi paganti direttamente spese della campagna”. Questa voce di entrata è l’unica alla quale non è stato dedicato un approfondimento in allegato. Mentre dei donatori diretti su conto corrente sono noti i nomi (allegato A), e così dei donatori via paypal (allegato B), di questi soggetti terzi che hanno elargito i 30 mila euro non conosciamo nulla. In ogni caso, Renzi ha raccolto circa 159000 euro fra contributi e vendita gadget. Ne ha spesi 197000. Fra le uscite, spicca la manifestazione di apertura della campagna a Bari (la ricorderete, specie per la presenza nel parterre del sindaco Emiliano e di alcuni dalemiani pentiti), costata ben 71000.

Va da sé che i conti in rosso (passivo di quasi 38000 euro) sono colmati grazie al contributo della Fondazione Big Bang, la quale, sempre secondo il resoconto pubblico, ha erogato a Renzi ben 89000 euro, indicati come ‘anticipo’ (che sta a significare che erano già nelle disponibilità del sindaco all’apertura della campagna).

Insomma, lo strapotere elettorale sembra esser andato di pari passo allo strapotere finanziario. Renzi ha mobilitato cifre significative tramite la raccolta volontaria, ma ha avuto dalla sua la disponibilità finanziaria della propria Fondazione. Una sorta di serbatoio personalistico prepolitico, a sé stante rispetto al partito e che segue regole proprie e un po’ sibilline, se mi è permessa una critica.

In ogni caso, il tema del ruolo delle Fondazioni politiche è caldissimo, ed era anche al centro del dibattito politico sul finanziamento dei partiti di qualche settimana fa. Ed è strano pensare che il voto del cambiamento sia stato suscitato in parte con i denari di una fondazione.

P.S: ultima curiosità sul rendiconto Renzi. Gli importi delle spese sono IVA esclusa? Prendete l’Allegato E – spese per consulenze, servizi e web. Il totale nel frontespizio è pari a 56193.44 euro. Ma se pazientemente sommate i totali nelle fatture, otterrete 68556 euro. Il Comitato Renzi è forse soggetto intermedio che può scaricare l’Iva? A me pare di no e quindi viene il dubbio che anche le altre cifre siano alleggerite della tassazione. Si tratterebbe quindi di circa 42000 euro non rendicontati, da aggiungere ai 38 mila di passività coperti da Big Bang. Ecco, se siete anche voi appassionati del gioco ‘Scopri le Differenze’ della Settimana Enigmistica, vi invito a cimentarvi in questa nuova prova: scopri le incongruenze nei rendiconti di Renzi.

#AssembleaPd | Prima la borsa

Alla prima in Assemblea Nazionale Pd da segretario, Matteo Renzi non ha sprecato tempo e, messa da parte per ora la rivalità con Enrico Letta, ha puntato tutta la sua ars retorica contro il nemico numero uno alias Beppe Grillo, il Comico. L’operazione in sé contiene una serie di aspetti che definire critici è dir poco. Lo saprete tutti: il sindaco-segretario ha proposto al Comico una sorta di ‘scambio di prigionieri’: Renzi riconsegna i denari dei rimborsi elettorali previsti sui conti del Pd per il 2014 mentre Grillo accetta la proposta di riforma della legge elettorale e istituzionale del Pd. Lanciata in pompa magna sui social con l’hashtag #Beppefirmaqui, facendo il verso a quelli usati dagli influencer a 5 Stelle, la strategia renziana diventa immediatamente l’apertura di tutti i giornali. D’altronde Renzi, dal palco, ha usato parole forti, parole che simulano il lessico del Comico. Se non accetti sei un buffone. Quel ‘buffone’ viene rimbalzato dalle agenzie, dalla comunicazione ufficiale del Pd (tramite gli account twitter di @youdem e @pdnetwork). Chi l’ha ideata avrebbe dovuto però accorgersi di due aspetti.

Il primo, quello più serio. Ancor oggi non è chiaro se la proposta congressuale di Renzi (per la parte in cui si scrive della legge elettorale del sindaco d’Italia e dell’eliminazione del bicameralismo perfetto) sia stata assunta a programma di governo da parte di Letta. Tanto più che, se le due riforme dovessero procedere di pari passo, ci ritroveremmo nell’alveo di una riforma costituzionale ai sensi dell’articolo 138 (che tuttora è vigente nel testo storico). Ma la riforma del bicameralismo ha implicazioni profonde su buona parte del dettato costituzionale in quanto impatta almeno sui Titoli I, II, III e VI della Parte II. Andrebbero riviste e modificate le procedure legislative, di elezione del Capo dello Stato, di controllo di legittimità costituzionale delle leggi, questo a seconda del ruolo che verrà attribuito al Senato. Se sarà, come detto, Senato delle Autonomie (quindi con una composizione fissa a seconda del potere costituitosi localmente nelle Regioni), molto probabilmente non avrà più la caratura democratica per poter eleggere i membri della Corte Costituzionale, per esempio, o piuttosto per poter eleggere il Capo dello Stato. Certamente, il mancato passaggio delle proposte di legge in Senato, renderebbe più facile l’approvazione di norme non congrue con i principi fondamentali: tutto il sistema di controllo e verifica (checks & balances, direbbe un costituzionalista) andrebbe perciò rivisto dando – per esempio – al Presidente della Repubblica maggior potere di filtro attraverso il potere di rinvio alle Camere; o facilitando il ricorso alla Consulta da parte delle Regioni, o quello al referendum da parte dei cittadini. Potete comprendere che quest’opera di revisione costituzionale non potrebbe esser completata in un anno, specie da questo Parlamento, praticamente bloccato al Senato. Spiegatemi la differenza fra quanto proposto da Renzi oggi e la strategia lettiana delle riforme futuribili contenute in quel temuto attacco al 138.

Inoltre non è ben chiara la figura del cosiddetto ‘sindaco d’Italia’: se si tratti cioè del Presidente del Consiglio o del Presidente della Repubblica. Una implicazione non da poco, poiché nel primo caso, si porrebbe in essere uno sbilancio grave fra la figura del Presidente del Consiglio (nel nostro ordinamento, un primus inter pares, un primo fra pari – non ha infatti potere di licenziare i ministri), così eletto dal popolo, e quella del Presidente della Repubblica, eletto indirettamente dalle Camere (o da una sola). Andrebbe così rafforzato il potere del Presidente del Consiglio, poiché sarebbe inammissibile che un eletto dal popolo fosse costretto a far nominare i propri ministri da un ‘eletto’ dalle Camere. La figura del Presidente della Repubblica sarebbe viceversa fortemente svilita: e si tratta proprio dell’istituzione che rappresenta l’Unità della Nazione.

Nel secondo caso, ovvero quello in cui si eleggesse direttamente il Presidente della Repubblica, si procederebbe, in maniera sproporzionata solo con una riforma della legge elettorale, a modificare la forma di governo, trasformando di fatto la nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale. Sarebbe una riforma con profili di incostituzionalità non di poco conto che dovrebbero, sin da ora, suggerire maggiore riflessività. La nuova legge elettorale potrebbe esser approvata già domattina e dovrebbe consistere nel reviviscenza (con modifiche) della legge Mattarella, la via più breve per il ripristino della legalità costituzionale. Poiché se si dovesse anche solo ipotizzare di riformulare un progetto di legge, di dover riscrivere la mappa dei collegi, allora sono da mettere in conto almeno sei mesi di dibattito in Commissione Affari Costituzionali, con slittamento per l’approvazione finale in aula a Maggio-Giugno 2014, periodo di inizio del Semestre di Presidenza Europea per Enrico Letta. Ergo, le elezioni si potrebbero svolgere solo nella tarda primavera del 2015.

La seconda parte di questa critica è relativa ad aspetti comunicativi. I riflessi di carattere costituzionali della proposta di Renzi sono ben chiari a Beppe Grillo, il quale reagirà al gioco di ‘o la borsa o la vita’ intimando a Renzi ‘prima la borsa’. E la borsa consiste nella restituzione dei rimborsi elettorali percepiti sinora dal Partito Democratico in seguito alle elezioni di Febbraio, una somma intorno ai 25-30 milioni di euro. Al di là della restituzione, che mai avverrà perché a Grillo conviene così (e a Renzi conviene che Grillo non accetti la proposta), gli strateghi del sindaco-segretario avrebbero dovuto ponderare meglio. Mi chiedo che differenza c’è fra questo aut-aut e quello rivolto ad Aprile da Bersani circa la formazione del nuovo governo? Pensateci: Renzi oggi fa il medesimo errore di Bersani ieri. Perché, fra dire ‘o me o il caos’ (Bersani) e dire ‘o i rimborsi o niente legge elettorale’ (Renzi), la via è strettissima.

Quattordici

Quando a Settembre iniziavano a circolare i primi sondaggi sulle primarie del Partito Democratico, accanto al nome di Giuseppe Civati compariva un 5. Cinque per cento. La macchina congressuale doveva ancora mettersi in moto. E in due mesi scarsi doveva svolgersi ciò che in passato si era svolto in quattro mesi: elezioni delle segreterie, convenzioni di circolo, convenzione nazionale, campagna elettorale, primarie. Il sondaggio della IPR Marketing del 2 Settembre scorso assegnava a Renzi l’80% dei consensi. A Cuperlo il 14%. Non si poteva parlare nemmeno di polarizzazione dell’elettorato.

Dalle consultazioni di ieri, la mozione del #civoti esce con il 14%. Ed è puntualmente seconda nelle regioni del Nord, laddove il Pd fa sempre troppa fatica a raccogliere i voti. Per intenderci, le regioni rosse sono esclusivo appannaggio del neo-segretario sindaco di Firenze. Il flusso elettorale rispetto alle precedenti primarie – non quelle del 2009, bensì quelle del 2012 – è ben chiaro. Questo è un voto di riparazione. È un voto di pentimento. Ha pesato, sulla scelta dell’elettorato, la ferita del 24-25 Febbraio scorso e la convinzione che, se si fosse votato diversamente a Novembre, il risultato sarebbe stato profondamente diverso. È un voto del se.

L’elettorato del Pd è rimasto, in questo lasso di tempo, impermeabile alla politica. Poco hanno pesato i tentennamenti di Renzi sul governo Letta, i riposizionamenti di molta parte delle seconde e terze linee bersaniane, il carrismo franceschiniano. Lo choc è stato tale da fissare l’immagine della sconfitta. Avremmo potuto scegliere la rottamazione per tempo, è stato il sottotesto che in questi mesi si è insinuato nel senso collettivo circa il congresso democratico.

Questo schema è stato via di seguito rafforzato dalla prospettiva televisiva che, per dirla con le parole di Fabio Fazio, ha scelto i due candidati che essa stessa riteneva più rilevanti. Così, per conto proprio, e in maniera del tutto arbitraria, la televisione ha riflesso solo l’immagine che giudicava congrua alla narrazione dello scontro bipolare. Gli altri, che pure esistono e solo il 14%, sono una anomalia trascurabile. In tal modo, lo schermo è ancora il primo e principale strumento della conservazione.

È facile per taluni dire ora che Twitter non conta nulla. Dopo essersi posti pesantemente il dubbio di quel che stava accadendo, dopo non esser riusciti a leggere il dato di Febbraio, dopo aver arrangiato alla buona una ‘war room’ nel tentativo di contrastare la vivacità della comunicazione di Civati, adesso sentenziano l’inutilità dei social media. Posso smentire. Posso dire che i social media sono stati uno strumento essenziale nell’organizzare la campagna vis à vis. Non avranno spostato migliaia di voti, ma hanno permesso di rendere trascurabili i costi dell’interazione fra i volontari, e fra i volontari e i sostenitori. Civati ha percorso chilometri, così i referenti regionali e provinciali. I social media hanno permesso di stabilire una comunicazione politica anche localmente. È In tal modo che la mozione #civoti ha quasi triplicato il consenso iniziale. Dopotutto, ciò è successo mentre il frame della rottamazione è rimasto nell’aria, non in virtù di una strategia comunicativa, ma di un sentimento diffuso. Un sentimento molto difficile anche solo da scalfire. È la sconfitta di Febbraio ad aver indirettamente determinato questo risultato.

Grazie al #civoti una comunità politica dispersa ha ripreso a conoscersi. È ciò che chiamiamo sinistra e che non smette certo di esistere perché ha vinto Matteo Renzi, anzi. Il contributo di innovazione portato dall’iniziativa politica di Civati non deve essere disperso, deve essere invece di sprono ad uscire dall’isolamento. La sinistra esiste. Ed è ora che si manifesti, che si riprenda il proprio ruolo nella politica. Una politica fatta di cose concrete, di buona amministrazione, di passione verso il giusto. È questo a cui abbiamo lavorato, a cui anche chi scrive ha preso parte con il proprio piccolo contributo di parole. È possibile guardare alle cose non più in senso disfattista. Il nichilismo non alberga più qui. Non è tutto da distruggere e da cancellare. Abbiamo trovato un significato comune e il 14 è infine solo un numero.