Libero: verso il ribaltone dei guidici. Capitano Ultimo: combattere la giustizia criminale

«Mi sembra che il patto tra mafia e pezzi dello Stato sia quello che stanno facendo adesso questi strani personaggi , portando avanti le tesi di Riina. I ragazzi devono invece sapere che lo Stato ha combattuto la mafia e ha vinto», ha detto Ultimo […] «bisogna riflettere su criminalità e giustizia e capire se c’è una giustizia criminale che aiuta Riina e che invece combatte quelli che hanno combattuto Riina» […] Una «giustizia criminale», alla quale Ultimo fa riferimento anche a proposito della recente sentenza che ha condannato a 14 anni di reclusione per droga il generale Giampaolo Ganzer, comandante dei carabinieri del Ros […] il problema è riflettere tra criminalità e giustizia, individuare la “giustizia criminale” e combatterla (Mafia: “Cap. Ultimo”, «Chi parla di stragi di Stato è un vile criminale» – Corriere della Sera).
I giudici di Caltanissetta, di Palermo, di Firenze sono allora ‘giustizia criminale’? Ostinarsi a non credere alle frettolose ricostruzioni fatte negli anni a seguire le stragi vuol dire forse aiutare Riina? E’ strano – e pericoloso –  che un ex carabiniere dei Ros, un uomo dello Stato, giunga a dire che vi è una giustizia criminale e che questa giustizia deve essere combattuta. Sono dichiarazioni ai limiti dell’eversione. E non è finita: le sconcertanti parole di De Caprio alias Ultimo trovano una spalla di appoggio nell’editoriale di oggi di Maurizio Belpietro su Libero.
Belpietro cerca una analogia forzata con il 1992: oggi come allora le toghe tentano il ribaltone. Ieri, fuori il pentapartito e i socialisti in primis per permettere l’alternativa che il PCI non si era mai potuto permettere; oggi abbattere il nemico Berlusconi. Con una differenza sostanziale, però:
L’attacco è ora rivolto agli uomini della sicurezza, a Nicolò Pollari, a Mario Mori, a Giampaolo Ganzer, a De Gennaro. La giustizia criminale attacca i tutori dell’ordine. La tesi è che così si prepara il ‘governo dei giudici’, nella maniera già studiata a suo tempo dal temibile eversivo pool di Mani Pulite, alla cui testa vi era l’oscuro Saverio Borrelli:
Certo, c’è qualche toga che potrebbe rimanere invischiata nell’operazione pulizia, ma si tratta solo di un “effetto collaterale”.
Colpisce, e non poco, la similarità delle due tesi. Entrambe estendono l’attacco alla giustizia anche ai casi che esulano dalle inchieste di Mafia – vedi caso De Gennaro, Ganzer e Pollari. Come se ci fosse un disegno politico da far passare a tutti i costi alla luce dell’opinione pubblica proprio nel giorno della ricorrenza della strage di via D’Amelio, in cui servitori dello Stato di tutt’altra fattura persero la vita. Un disegno che comprenda tutti i funzionari dei servizi e delle forze dell’ordine coinvolti in inchieste giudiziarie. Funzionari che hanno agito ai limiti della legge o fuori della legge, funzionari che hanno tradito, secondo i magistrati; funzionari fedelissimi all’esecutivo, evidentemente secondo Libero e Ultimo, che in qualche modo bisogna pur difendere.
Sitografia

Fini-Berlusconi, le reazioni dei giornali del Padrone

Il giorno dopo l’ostensione delle divisioni in seno al PdL, gli house organ di casa Berlusconi & affini, ovvero Il Giornale e Libero, aprono con le ceneri di Fini, a proprio dire uscito sconfitto dalla Direzione Nazionale di ieri:

Il Giornale di Feltri annuncia la vittoria di Berlusconi su Fini (?). Solo Filippo Facci, il redivivo, commenta beato, che belli quei ‘vaffa’. L’elogio dello sproloquio non trova però altri estimatori: spazio ai ‘ora si deve dimettere’, ‘solo 11 con lui’, ‘Gianfranco non sa cosa vuole’ (chiunque abbia ascoltato il discorso di Fini di ieri ha potuto apprezzare le critiche circostanziate che egli ha rivolto al (finto) premier, quasi una sorta di requisitoria).

Libero, che non è di proprietà diretta di Berlusconi (ma che è pur sempre nella sua piena disponibilità), bensì degli Angelucci, imprenditori della sanità romana, molto vicini a tutti i politici disposti a sostenerne gli interessi, annuncia il degrado del generale Fini da leader a caposquadra:

Eh sì, il PdL ha votato quasi all’unanimità un documento contro il Presidente della Camera: e non poteva esser diversamente, visti i numeri della Direzione Nazionale.

Ma per coloro i quali si fossero persi il discorso di Fini, eccolo riproposto da youtube, così ognuno può verificare da sé medesimo la presunta vacuità delle critiche di Fini al centralismo carismatico di Berlusconi (una piccola annotazione, Fini non ha usato il termine ‘centralismo democratico’ di leninista memoria, bensì quello di ‘centralismo carismatico’ proprio della tipologia di leadership ascrivibile al totalitarismo stalinista):

Schizzi di fango: la macchina del tritacarne politico. Con il caso Marrazzo il potere si fa violenza.

Un’altra interpretazione del caso Marrazzo, questa, che riprende le intuizioni di Santoro a Annozero e capovolge le suggestive analisi de L’Unità di stamane, riprese da Yes,political! pur non senza qualche dubbio. Oppure, viceversa, le due narrazioni sono collegate. Solo riferite a tempi diversi.
In ogni caso, Repubblica si rifà al modello classico della purga mediatica, quella per così dire alla Watergate. Travaglio ne ha già fatto un altro post molto significativo che specifica meglio le date e prova ardite – ma neppure tanto – sovrapposizioni fra il caso Marrazzo e l’avvicendamento dei direttori al Giornale e a Libero (Feltri in cambio di Belpietro).
La trama vede gli interessi contrapposti, gli editori in conflitto d’interesse, la Tosinvest di Angelucci, editrice di Libero (le giornaliste che entrano in contatto con Cafasso sono guarda caso di Libero), Mondadori e Mediaset, ovviamente, sulle quali agisce incontrastato Alfonso Signorini. Il Deus Ex Machina della stampa scandalistica in Mediaset. Si dice che sia lui a governare tutta l’editoria di Mr b. Lui il fornitore di dossier al veleno. E Angelucci è pure il magnate della sanità privata nel Lazio. Guarda caso Marrazzo era il commissario straordinario alla sanità, nel Lazio. Tolto lui, tolto l’impedimento?
Quel che pare evidente è l’assenza di qualsiasi remora: il video arriva a Milano e viene fatto oggetto di trattativa. L’unico loro dubbio è dove, non se pubblicarlo. I carabinieri gli hanno sottratto il colpo in canna e ora forse riusciranno a ricostruire tutta la vicenda. Fatto è che Marrazzo era scomodo per molti. E molti sapevano delle sue debolezze. E’ bastato poco per metterlo spalle al muro e tirargli già i pantaloni.
Questa macchina del tritacarne politico ha molto a che fare con le purghe staliniste: espone al pubblico ludibrio, mette alla sbarra della moralità con capi d’accusa inventati o estorti con la forza. Loro usano il processo mediatico come l’olio di ricino. Usano la purga per ripulire dagli oppositori, o per ammorbidirli e tenerli sotto scacco.

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    • Le cose stanno così. Quei carabinieri che aggrediscono Piero Marrazzo in un appartamento privato, in compagnia di un viado, non sono canaglie a caccia di un bottino.

    • Non stanno preparando un’estorsione contro il governatore. Stanno raccogliendo il "materiale" per un ricatto che sarà utilizzato da altri, in altro modo, in un’altra città, con un altro obiettivo da quello del denaro

    • Sono canaglie che forse bisognerà cominciare a definire rat-fuckers, come si chiamavano tra loro, orgogliosi, gli operativi dell’affare Watergate

    • Schiacciano con violenza Marrazzo contro un muro. Lo obbligano a calarsi i pantaloni. Lo fotografano. Trasferiscono il video a Milano.

    • E’ Milano, con la sua industria editoriale, la scena del delitto

    • è solo lì che quelle immagini possono trovare la mano che le pubblica

    • Che cosa succede? Qualcosa che – niente di più, niente di meno – si può leggere nei manuali di un "assassino politico"

    • Il political hitman deve uccidere ma non lasciare la sua impronta. Così si deve "provocare una fuga di notizie verso i media rimanendo al di fuori della mischia mentre l’avversario viene tempestato da rispettabili giornalisti"

    • Accade nel nostro caso. Le immagini vengono proposte a Oggi. La direzione (Andrea Monti, Umberto Brindani) le rifiuta. Bisogna venire allo scoperto, allora. Accettare il rischio di compromettersi. È questo il momento in cui la scena s’illumina e appaiono al proscenio i protagonisti, le comparse, il mattatore

    • Nel primo atto, il protagonista assoluto è Alfonso Signorini. Che soltanto una irresponsabile ingenuità potrebbe far definire semplicemente "il direttore di Chi". A leggere le testimonianze di un carabiniere canaglia, di un fotografo, della titolare della Photo Masi che ha l’incarico di commercializzare il video del ricatto, Signorini è il padrone del gioco. Riceve in Mediaset e tratta in Mondadori. Dispone per l’intera gamma dei periodici del gruppo editoriale. Lo dice con chiarezza, nei giorni successivi, informando costantemente Silvio Berlusconi.

    • E’ esplicito uno dei carabinieri canaglia, Antonio Tamburrino: "A me fu detto che Signorini ne avrebbe dovuto parlare con Silvio Berlusconi".

    • E’ un fatto che Signorini è il playmaker in quella compagnia e nell’affaire. Consiglia, indica, sollecita.

    • Combina non soltanto le scelte dei direttori dei media berlusconiani, sovraordinato a Vittorio Feltri, capataz del giornale di famiglia, ma anche delle testate del gruppo Angelucci (Libero, il Riformista).

    • Organizza un incontro di Photo Masi con il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, il 12 ottobre

    • Due giorni dopo, Signorini combina un breafing tra Carmen Masi e Angelucci. Dice la Masi: "Angelucci visiona il filmato, si dimostra interessato, promette una risposta entro le ore 19 della stessa sera. Ho informato Signorini. Verso le 17, mi ha contattato telefonicamente. Mi ha detto di fermare tutto perché Panorama era molto interessato al tutto e dovevano decidere chi doveva pubblicare il tutto".

    • Mente dunque Signorini quando, con voce rotta di falso sdegno, protesta (è storia di qualche giorno fa) che "lui e soltanto lui ha deciso di non pubblicare le immagini di Marrazzo"

    • Sua è la guida della "macchina"

    • Chi ne decide direzione, percorso e velocità non è Signorini. E’, come appare chiaro nel secondo atto di questa vicenda, Silvio Berlusconi, il mattatore

    • Sa del video, lo vede, lo valuta. Misura le convenienze per due settimane (5/19 ottobre)

    • Il 19 ottobre, l’imprevisto. Lo informano che i carabinieri sono a caccia di un "video del presidente". Berlusconi comprende che non può starsene con quelle immagini sul tavolo: il "presidente" non è lui, ma quel disgraziato di Marrazzo

    • Lo chiama, gli dice che deve comprarselo in fretta, il video. Signorini lo aiuterà, ma – se è vero quel che riferisce lo staff del governatore a Esterino Montino (oggi governatore vicario) – aggiunge: "Rivolgiti a Giampaolo Angelucci, ti libererà dai guai"

    • Con quella mossa, sa di poter avere in futuro la piena disponibilità del destino di Marrazzo.

    • consegna il governatore, commissario straordinario alla sanità, al maggiore imprenditore regionale della sanità privata

    • Sempre ci sono anche gli affari, propri e degli amici, nelle manovre del capo del governo

    • Non è il solo contatto del premier con Marrazzo. Il 21 ottobre, il Cavaliere comunica al governatore che è tutto finito, i carabinieri sono ormai in azione, hanno arrestato i furfanti e stanno perquisendo la redazione di Chi

    • Esterino Montino, che è lì accanto a lui, vede Marrazzo sbiancare come per un malore

    • Le immagini, estorte con la violenza in un appartamento privato, vengono consegnate a un alto funzionario (Signorini) di un sistema editoriale (Mondadori, Mediaset e indirettamente Tosinvest di Angelucci) governato direttamente da un proprietario che è anche presidente del consiglio

    • L’affaire Marrazzo non è una storia di sesso e il sesso non è il focus della storia. L’affaire ci espone, nei suoi ingranaggi, una "macchina del fango" di cui già avevamo avvertito la pericolosità.

    • E’ la "macchina del fango", il cuore di questa storia. Il sesso l’alimenta. Le abitudini private di un ceto politico, amministrativo, professionale, imprenditoriale sono o possono diventare il propellente di un dispositivo di dominio capace di modificare equilibri, risolvere conflitti, guadagnarsi un silenzio servile, azzittire e punire chi non si conforma

    • L’affaire Marrazzo svela, come meglio non si potrebbe, le pratiche e le tecniche di un potere che, per volontà e per metodo, abusa di se stesso mostrandosi come pura violenza.

    • Berlusconi in luglio riordina le idee e lancia la "campagna di autunno". Cambia squadra. Vittorio Feltri al Giornale. Belpietro a Libero. Signorini su tutti.

    • Gli avversari, veri o presunti, sono colpiti come birilli. Accade al giudice Mesiano, spiato e calunniato dalle telecamere di Canale5. Accade al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all’imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, minacciato di "uno scandalo a luci rosse" perché responsabile di un civile dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle dipinta come un’adultera. È accaduto ora a Marrazzo, ma quanti ora temono che possa accadere anche a loro?

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