Le parole pesanti come metastasi della Santanché

Metastasi, cancro, ma in senso figurato. No, avevamo pensato per davvero – che sciocchi – che quelle abusate parole fossero state impiegate, volontariamente, per il verso giusto. Indicare i magistrati come metastasi aveva già acquisito il senso mortifero che quella parola ha nell’immaginario collettivo: un senso di speranza tradita, di orizzonti che si richiudono su sé stessi, di fine dell’esistenza e della vita.

E invece erano usate in senso figurato. Già, come dire che le parole possono essere impiegate a piacimento, come un martello, e date sulla testa delle gente, così, tanto per disseminare male e dolore, per inquinare il pensiero e suscitare ribrezzo. Quelle parole diventano un mezzo per stabilire associazioni di pensiero pericolose, per abituare all’oscenità del dolore, e anestetizzare al contempo.

Il volto marmoreo della Santanché esce dal video e scandisce la parola metastasi: in un attimo trasforma la politica in chirurgia e apre stomaci, intestini, cervelli praticando un turpe ribaltamento di significato, indicando, non più in una categoria ma in una persona, il male terminale, l’obiettivo da distruggere. Invita cioè all’atto di guerra civile, allo spargimento di sangue.

Qualcosa che abbiamo già visto nella storia:

Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani (Hitler, Mein Kampf).

Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana (Berlusconi citato in la Repubblica, 5 settembre 2003)