Futuro prossimo o futuro remoto: il PD e l’ineluttabile Vendola

credits Vauro

L’analisi di Miguel Mora su El Pais, che qui pubblico integralmente, è impietosa ma vera: quale il futuro della politica in Italia? Il futuro passa per le mani di Fini-Casini? Per quelle di Bersani? O di D’Alema? Resterà in quelle di Berlusconi, magari un pochino più ammanettate alla Lega Nord? Il giornalista di El Pais impiega spesso nell’articolo l’aggettivo ‘desolante’: è desolante questa Italia che vede compromessa la sua speranza di stabilità politica; è desolante il governo di B. che è attanagliato da una corruzione ‘senza freno’; è desolante che l’unico partito che mostri un certo grado di affidabilità – la Lega – mostri i tratti della destra europea xenofoba; è desolante che la prossima battaglia si consumi fra destra legalista e destra xenofoba; ed è oltremodo desolante che il PD non abbia il coraggio di andare oltre e affrancarsi da un gruppo dirigente ormai consegnato alla Storia. Ma forse c’è uno spiraglio: il flebile vento del cambiamento sembra spirare da sud.

Un paese senza futuro politico.

La situazione è grave ma non seria. L’adagio dello scrittore Ennio Flaiano continua a definire la deprimente scena politica italiana. Il paese va di nuovo verso il caos gettando via, dopo due anni e quattro mesi di mandato, il desiderio di stabilità degli elettori che nel 2008 scelsero la più larga maggioranza della storia repubblicana. Berlusconi, afflitto da una corruzione senza freno, senza altre idee che quella di salvare la propria ‘pelle giudiziaria’ e abbandonato dal suo delfino-squalo, è solo, a capo di un partito di plastica, un feudo in cui prosperano segretari fedeli, sudditi, dipendenti, ex veline e capi-clan più o meno legali.
Il Popolo della Libertà, o Partito dell’Amore, appare per come è sempre stato: un anti-partito, un comitato di affari e una mera fabbrica di leggi ad personam pensate e create per la maggior gloria del padrone. Quando giunge l’ora di fare una politica di verità o di responsabilizzarsi realmente per il paese, è lo stallo. La ricetta che conosce il populismo italiano è “ottimismo e elezioni”. Quando qualcosa va storto, si fa appello al popolo. La speranza è sempre il Grande Fratello: tre mesi di televisione, burle e propaganda unificata radono al suolo quelli che non hanno televisioni né sono showman. E si vince di nuovo. Se il cammino porta il paese ad affondare in una deriva greca, colpa degli altri…
L’avventura solitaria di Gianfranco Fini corre il serio rischio di finire in una partita al buio o peggio. Per disattivarlo, Berlusconi cercherà le elezioni anticipate il più presto possibile, e la Lega Nord lo abbraccia senza esitazione: alla fine è l’unico partito serio, e il crescente discredito di Berlusconi le consegnerà una valanga di voti.
Fini, meno coraggioso che opportunista, e la ex-sinistra, capace di qualsiasi aberrazione per non essere costretta a vincere le elezioni e, peggio, a governare, completano il quadro desolante di un paese senza futuro politico. Berlusconi ha 73 anni e diversi procedimenti pendenti, che gli impediscono di lasciare il potere pena la perdita dell’immunità. Fini è stato 16 anni all’ombra del magnate, e se è diventato il punto di riferimento per la legalità e il rispetto per le istituzioni è a causa della desolante inazione del Partito Democratico, incapace di diventare un’alternativa al berlusconismo data la complicità dei loro vecchi gerarchi con la casta politica, i suoi vizi irrecuperabili e i complessi propri degli ex-comunisti e cattolici.
Affiché la nuova battaglia non sia solo tra un centro-destra europeo, onesto e rispettoso della separazione dei poteri, e una destra corrotta, xenofoba e alleata di Dio e il Diavolo, la sinistra dovrebbe correggere la rotta quanto prima. Ma sarebbe un’impossibilità quasi metafisica, che i loro leader facciano harakiri politico e lascino il campo aperto ad una nuova generazione. Se lo fanno, il candidato in grado di sconfiggere il Cavaliere esiste.Si chiama Nichi Vendola, governatore della Puglia.