Il Golpe in Mali complica le trattative per liberare Rossella Urru

E’ in corso in Mali, nella capitale Bamako, un tentativo di colpo di Stato da parte di una sezione ribelle dell’esercito. Stando alla ricostruzione riportata su Il Fatto Q, la “scintilla è scoppiata nel campo militare di Kati, a una quindicina di chilometri dalla capitale, durante la visita del ministro della Difesa, Sadio Gassama”. Alcune decine di militari si sono rivoltati contro di lui, lanciandogli pietre. Gassama è quindi fuggito. Se il suo intento era quello di placare gli animi e rassicurare sull’impegno del governo di Bamako nella repressione della rivolta Tuareg nel nord del paese, possiamo dire che ha in realtà innescato una vera e propria insurrezione armata. Da Kati, i militari golpisti si sono diretti nella capitale e hanno assaltato la tv pubblica e in un secondo momento anche il palazzo presidenziale. Motivo della rivolta sono le condizioni con cui i militari sono costretti a combattere. I ribelli Tuareg del Fronte di liberazione nazionale dell’Azawad hanno “ereditato” molti degli armamenti e degli ufficiali delle ex truppe fedeli a Gheddafi, dissoltesi con la cattura del Rais. L’Azawad intende separarsi dal governo di Bamako per riunificare i popoli del Sahel, la regione intermedia tra il Sahara e l’Africa nera, a sud del Maghreb. Nella zona è operativa la cellula di Al Qaeda AQMI, responsabile del rapimento di Rossella Urru e dei suoi due colleghi cooperanti spagnoli. Molto probabilmente i tre rapiti sono tenuti nascosti in una città del nord del Mali, al confine con l’Algeria. Nelle scorse settimane era emerso che la trattativa per la liberazione di Rossella passava attraverso alcuni mediatori maliani, fra cui l’attuale presidente del Mali, Amadou Toumani Touré e uno sceicco, tale Bahla Ag Nouh. Ebbene, il primo sta per essere defenestrato; il secondo è stato ucciso lo scorso undici Marzo, tra le città di Onafis e Taodney, nel centro del paese. L’impressione è che da questo momento in poi, se il golpe dei militari dovesse concludersi con il ribaltamento dell’attuale regime, le trattative per la liberazione di Rossella dovranno ricominciare daccapo.

Il silenzio di Obama sui massacri a Piazza Tahir. Islamisti in testa anche al secondo turno

Da qualche ora in rete e sulle principali home page dei giornali europei potete constatare la gravità della situazione in Egitto attraverso la visione di uno sconvolgente filmato in cui una donna viene brutalmente pestata e bastonata dai militari dell’Esercito. Un atto talmente vile e efferato che dovrebbe meritare subito una condanna netta da parte della Comunità Internazionale. Invece, anche in Italia (Ministro degli Esteri, Presidente della Repubblica, perché non parlate?) vige il silenzio delle istituzioni, un silenzio che nel mondo anglosassone investe pure i giornali più importanti, in primis The Washington Post. Questo il misero trafiletto che la vicenda ha meritato sulla pagina internazionale del WP, peraltro privo di riferimenti al video che circola sul web:

D’altronde né Hillary Clinton, né Barack Obama hanno emesso note ufficiali con le quali condannano le violenze di questi giorni in Tahir. Il massimo dell’esposizione che Washington ha avuto nei giorni scorsi è stata quella di strigliare i militari con un comunicato dai toni molto delicati:

In Egitto la transizione verso la democrazia deve continuare, con elezioni in tempi brevi, e la messa in atto di tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza e prevenire l’intimidazione. Innanzitutto noi crediamo che il passaggio dei poteri ad un governo civile debba avvenire quanto prima possibile in maniera giusta e completa per soddisfare le legittime aspirazioni del popolo egiziano (blitz quotidiano).

I militari, con la scelta di nominare capo del governo Kamal el-Ganzouri, ex primo ministro durante il regime di Hosni Mubarak, hanno apertamente sfidato la Casa Bianca. Per trent’anni gli USa hanno sostenuto e finanziato la casta dei militari in Egitto al solo scopo di difendere la pace di Camp David del 1979 fra Egitto e Israele. Se Obama eccede nelle pressioni, i militari potrebbero loro stessi, ancor prima di un eventuale governo islamico, mettere in discussione i rapporti con Gerusalemme. Obama ha riferito che gli USA continueranno a fornire supporto all’Egitto con qualsiasi governo. In realtà, gli aiuti in armi che gli USa forniscono al paese, vengono impiegati per reprimere la rivolta. E il solo affermare che gli USA chiedono al più presto la transizione a un regime democratico, stride con quanto sta emergendo dai risultati del secondo turno delle elezioni:

Egitto, partiti islamisti in testa anche al secondo turno

 

Gli islamisti, sia quelli più moderati che quelli più intransigenti, avrebbero vinto anche il secondo turno delle legislative egiziane. Con il 39% dei voti, il Partito Giustizia e Libertà, braccio politico dei Fratelli Musulmani egiziani, ha rivendicato di essere la prima formazione. Secondi, come alla prima tornata, nuovamente i salafiti del partito Al Nour, che sostiene di aver ottenuto oltre 30%. L’affluenza sarebbe stata del 67%. (Il Sole 24 ore).

Chiunque è in grado di capire che un governo fra Fratelli Musulmani e i salafiti sostenuto dagli USA con la medesima intensità degli ultimi trent’anni è cosa impossibile, tanto più che aiuti sotto forma di armamenti avranno buona probabilità di essere impiegati un giorno contro lo stesso Israele. E’ già accaduto nella storia: che i nemici in un conflitto si sparino entrambi con proiettili made in USA.