Astensionismo e Mafia: qualche dato sul voto nelle carceri

Il dato sull’astensionismo nelle carceri siciliane mi ha sin dall’inizio lasciato perplesso. Poiché l’equazione viene facile: se non votano i detenuti, allora è la mafia ad averlo imposto. Dopo qualche giorno, Lirio Abbate ha scritto per L’Espresso un articolo in cui snocciola i numeri: su 7050 detenuti, solo quarantasei hanno votato. Ergo, la mafia ha veramente scelto per il non-voto. Manca il partito di riferimento? Per il pm Ingroia, se la mafia non vota, allora c’è aria di una nuova trattativa. Detta così, può anche significare che si sta preparando una nuova stagione di terrorismo mafioso. Enrico Mentana, in diretta al Tg La7, commenta: se il dato fosse confermato, sarebbe inquietante. Se fosse confermato, appunto.

L’articolo di Abbate non approfondisce il dato statistico, che rimane pertanto un numero, un numero qualsiasi, di difficile interpretazione soprattutto per i molti – me compreso – che non conoscono la realtà carceraria italiana. Mi sarei aspettato una abbondanza di dati statistici, una storia completa fatta di numeri e di elezioni e di partiti e di preferenze. Invece niente. Per tale ragione, Sergio Scandura su Linkiesta ha potuto etichettare l’articolo di Abbate come una bufala, argomentando erroneamente sull’inesistenza di una sezione 41bis a Palermo. Fatto che gli è stato contestato da Arianna Ciccone in un perfetto fact checking su Valigia Blu. Arianna ha concluso il suo articolo con un auspicio:

Sarebbe interessante (e decisivo) confrontare questi dati con i dati delle scorse elezioni, ma purtroppo non sono riuscita a trovarli e né L’Espresso né Linkiesta li riportano.

Sappiate che questa richiesta di informazioni si scontrerebbe con un muro di gomma, un muro che si chiama Ministero della Giustizia (o dell’Interno). In poche parole, i dati non ci sono. Intanto considerate che l’ultimo rapporto del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) pubblicato sul sito del Ministero è datato 2010. In secondo luogo, i numeri messi in circolazione da Scandura (alle politiche del 2006 e del 2008 ha votato il 10% dei carcerati) derivano da una interrogazione parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini, la n. 4-06146, alla quale (cito testuale dalla successiva interpellanza n. 2/01705 rivolta al Presidente del Consiglio Mario Monti) “non è mai stata data risposta nonostante i solleciti del 22/03/2010, 12/04/2010, 12/10/2010, 01/12/2010, 12/01/2011, 03/02/2011, 03/03/2011, 23/03/2011, 15/04/2011, 23/05/2011, 06/07/2011, 21/09/2011, 16/11/2011, 15/02/2012, 11/04/2012, 04/07/2012 26/07/2012”.

Nel testo, Rita Bernardini parla di trentamila reclusi aventi diritto di voto nel 2008, di cui solo il 10% lo ha esercitato (ovvero circa tremila votanti). Si tratta di detenuti in condizione “non ostativa”. In Italia, l’esclusione del diritto di voto è una pena accessoria: “l’ordinamento italiano aggancia l’esclusione dall’elettorato attivo all’interdizione dai pubblici uffici (D.P.R. n. 223 del 1967), che è perpetua nel caso di reati punibili con l’ergastolo oppure con una condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni, mentre è pari a cinque anni per i reati che importano la reclusione per un tempo non inferiore a tre anni (art. 29 c.p.). Per effetto di tali disposizioni, oltre il sessanta per cento dei detenuti non gode del diritto di voto” (Diritto di voto e detenzione | Rebus Magazine).

Sulla base di quanto sopra, la prima obiezione da fare ad Abbate è: i 7050 detenuti corrispondono alla popolazione carceraria residente in Sicilia oppure alla parte di essi aventi diritto di voto? Se guardiamo i dati del rapporto ISTAT 2012, Noi Italia, i detenuti maschi in Sicilia nel 2010 sono pari a 7614. Raffrontare i due numeri per me è impossibile: bisogna che Abbate almeno riveli la fonte del suo dato. In secondo luogo, bisogna considerare che per esercitare tale diritto, il detenuto, ancora in possesso dei diritti politici, deve far pervenire al Sindaco del comune di residenza una dichiarazione della propria volontà di votare nel luogo in cui si trova, con l’attestazione del Direttore del carcere comprovante la sua detenzione; ciò per consentire l’iscrizione del richiedente in un apposito elenco ed essere munito della propria tessera elettorale. La richiesta può pervenire al Sindaco non oltre il terzo giorno antecedente il voto. Tutto ciò sulla base di una legge del 1976. La seconda domanda da fare, non ad Abbate, semmai al Ministero dell’Interno e a quello della Giustizia, è: i detenuti siciliani sono stati messi in condizione di poter esercitare il diritto di voto?

Ripeto, non si tratta di domande nuove. Quando a Maggio è stato eletto il sindaco di Palermo, l’astensionismo carcerario (cinque votanti su cinquemila) che si è verificato anche in quella occasione, aveva già fatto parlare alcuni di “astensionismo mafioso”:

Sono due le interpretazioni che si possono dare se nelle carceri di Palermo non si e’ votato: una protesta nei confronti della politica o che nessuno ha dato indicazioni di voto come si faceva una volta“. Lo afferma il procuratore Antimafia Piero Grasso […] Ecco alcuni dati: all’Ucciardone di Palermo, dove è stato allestito un seggio speciale, su 2693 detenuti, 5 hanno votato, facendo registrare 3 voti con regolare preferenze e 2 schede bianche.Al Pagliarelli, su 1282 reclusi, zero i votanti. Stessa musica nelle carceri di Agrigento e Trapani, dove in un totale di 911 carcerati nessun ha votato (Amministrative Sicilia, il voto nelle carceri: su cinquemila detenuti solo cinque votanti. I commenti – Stretto Web | Stretto Web).
“Non solo nessuno ha votato – rileva il magistrato a margine dell’inaugurazione del Festival della legalità a Catania – ma non è stato richiesto neppure il seggio volante, quindi non c’era nemmeno la richiesta preventiva” (livesicilia.it).
Secondo Marco Pannella, all’Ucciardone è stato di fatto impedito ai detenuti di votare. La mafia non avrebbe avuto nessun ruolo. Semplicemente le amministrazioni carcerarie avrebbero reso difficoltoso il voto, attraverso la non informazione dei detenuti, attraverso l’eccessiva burocratizzazione costruita intorno a quella legge del 1976. Un problema non nuovo.
Nel 2008, il Presidente della Conferenza Nazionale dei Garanti regionali dei detenuti, Angiolo Marroni, inviava una lettera al ministro dell’Interno Giuliano Amato nella quale chiedeva “notizie circostanziate in ordine ad eventuali provvedimenti adottati per l’istituzione dei seggi elettorali nelle carceri e per la verifica della sussistenza del diritto di voto in capo ai soggetti che non hanno perduto tale diritto, benché reclusi” (Elezioni: Il garante scrive al ministro Amato; “Garantire il voto nelle carceri”). Insomma, il diritto di voto per i detenuti non è affatto scontato e i ministri interessati, di anno in anno, forniscono la stessa quantità di informazioni: ovvero, nulla. Quella che segue è una notizia Ansa del 2009:

Ansa, 21 Maggio 2009 – In carcere dilaga il non voto. Da Sollicciano hanno fatto richiesta solo in 20 su quasi mille detenuti. “I mezzi di comunicazione devono informare di più”. Il partito dell’antipolitica vince dietro le sbarre. L’ultimo dato che rivela il numero dei detenuti interessati a partecipare al voto delle prossime elezioni, è sconfortante. Al carcere di Sollicciano solo in 20, su un totale di 950 detenuti, hanno chiesto di poter esercitare il proprio diritto di voto il l 6 e 7 giugno.

Franco Corleone, il garante dei diritti dei detenuti nel Comune di Firenze, chiedeva che i media diffondessero nelle carceri tutte le informazioni sulle modalità dell’esercizio del diritto di
voto. “Il diritto di voto – ha continuato – rappresenta per i detenuti l’esercizio della partecipazione alla vita democratica e ha un profondo significato strategico di non separatezza del mondo del carcere da quello della società. Ma soprattutto testimonia l’affermazione del diritto di cittadinanza comune”. L’Ansa del 2009 riportava che “nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, il numero dei detenuti che votò in carcere fu ancora addirittura inferiore a quello che si prevede per quest’anno: solo 16 persone”.

In conclusione potrei affermare che è alquanto prematuro attribuire alla mafia la responsabilità dell’astensionismo nelle carceri siciliane. Un giornalista avrebbe dovuto tergiversare prima di dare una notizia simile. E specificare che il primo responsabile è lo Stato, il quale impedisce con ostacoli burocratici agli aventi diritto di esercitare il voto. E non si tratta di guerra di bufale, ma di un giornalismo che tende a dar spazio impropriamente all’emozione piuttosto che alla verifica dei fatti.

Carceri, il project financing non è una novità – esiste in Italia dal 2000

Nel Decreto liberalizzazioni, presumibilmente all’articolo 43 (o 44 a seconda della bozza in circolazione), viene introdotta – secondo alcuni – la privatizzazione delle carceri, una novità deprecabile, qualcosa che assomiglia al tanto perverso e invasivo sistema carcerario statunitense. Uno sporco businness, che in un paese come il nostro si trasformerà in un cedimento totale della legalità: ecco come la Mafia e la Camorra e l’ndrangheta si faranno il carcere da soli.

Cosa potrebbe accadere se la Mafia o la corruzione entrasse nel giro d’affari delle carceri d’oro?
Chi ci garantirà che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed i diritti umani previsti dalla legge?
Trasformando la detenzione in business, chi garantirà che la “domanda” (ovvero la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori)  non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza, così come avviene oggi con lo spread? Siamo sicuri che, un giorno, non riceveremo ricatti del tipo: se non mi porti più detenuti, allento le maglie della sicurezza (quindi incentivo la fuga)? Chi sarà responsabile della fuga dei detenuti, il proprietario dell’infrastruttura o lo guardie carcerarie ? (Privatizzazioni:le carceri nelle mani delle Banche | Informare per Resistere).

Tutti questi interrogativi sono legittimi, se fossero datati 23 Gennaio 2000. Sì, 2000. Poiché il project financing in ambito carcerario è presente nel nostro ordinamento normativo già con “la finanziaria del 2000 (la 388/2000)” che fu “voluta dal governo dell’Ulivo”; essa “aveva introdotto l’amministrazione penitenziaria l’opzione della locazione finanziaria: la possibilità, cioè, che il capitale privato si inserisca nella gestione e nella valorizzazione dell’investimento pubblico” (Varese News). La formula della locazione, o leasing, o project financing, comporta due fatti:
  • che lo Stato non si accolli direttamente i costi della costruzione ma si limiti a pagare al privato costruttore un fisso annuale;
  • in sostituzione del fisso annuale o canone, al privato che ha investito vengono conferiti direttamente i servizi correlati alla detenzione: vitto, alloggio, lavanderia, istruzione carceraria, eccetera.

Sono stati costruiti con questo sistema (e si spera ultimati) nel 2006-2007 ben due carceri: a Varese e a Pordenone. La situazione carceraria italiana non lascia dubbi circa l’esigenza di costruire nuovi edifici e di riqualificare quelli esistenti. I dati del Ministero della Giustizia riportano un indice di affollamento di circa il 150%, con picchi del 200% in 15 strutture, dato ottenuto mettendo in rapporto i 66897 detenuti con i 45700 posti totali disponibili sull’intero paese (dati Ministero della Giustizia, aggiornati al 31/12/2011). I casi della Puglia e della Lombardia sono lampanti.

Chiarito che l’intervento dei privati non significa automaticamente corruzione e tangenti e che il paese ha bisogno di rispondere al problema carcerario, resta da comprendere se davvero l’investimento privato può essere efficiente o se invece il progetto rischia di essere un flop. Intanto bisogna precisare che il malcostume italiano di veder lievitare il costo delle opere pubbliche è stato rispettato anche nel caso della costruzione del carcere di Pordenone: “inizialmente previsto in base ad un programma ordinario di finanziamento, sarebbe dovuto costare 20 miliardi di vecchie lire […] con il project financing la cifra è salita di circa tre volte, 60 miliardi” (Varese news, cit.). In fondo si tratta sempre di denaro pubblico. Il nodo del problema è sempre il medesimo. E non andate tanto lontano a cercare i responsabili di ciò: la lievitazione dei costi è stata permessa dalle medesime persone che hanno autorizzato l’investimento, ovvero i politici e gli amministratori pubblici. I 40 milioni in più spesi a Pordenone sono il costo della corruzione.

Il sistema del project financing è impiegato nel mondo anglosassone, e in Inghilterra in modo prevalente, sin dal 1992, con investimenti di circa 60 milioni di sterline a progetto. Ma si tratta del Regno Unito, non dell’Italia. Il nostro problema  non è affidare la costruzione delle carceri al capitale privato, ma affidare la cosa pubblica a questa classe politica. Da ciò nasce tutto il male.