Adriano Zaccagnini, 5 Stelle contro

Il discorso dell’ex deputato pentastellato, ora Gruppo Misto, Adriano Zaccagnini, ieri, in chiusura di seduta, contiene in poche righe un atto d’accusa contro il Movimento di Grillo. Mentre i colleghi spingevano i toni della portesta contro l’approvazione della famosa deroga all’articolo 138 della Costituzione (cosiddetto ‘pdl Comitato dei 40’), Zaccagnini si esprimeva così:

Vorrei portare la mia esperienza di vita, io sono stato otto anni abbonato in Curva Sud con la Roma. Quest’Aula è diventata lo stadio, il mercato. È inaccettabile questo. È il Governo peggiore che possiamo avere questo Governo reazionario e la responsabilità di questo Governo non è solo di chi sta al Governo, perché questo Governo è stato avallato, avallato e promosso da più parti e anche da chi si trova all’opposizione. Vorrei ricordare che la disobbedienza civile, la mobilitazione sociale e il conflitto sociale si fa nelle piazze, non si fa qui, perché qui si è espressione delle istanze dei cittadini e chi non è capace a mobilitare i cittadini perché non ha seguito nei territori allora deve farlo qua, per lavarsi la coscienza. Ma, dato che la coscienza e l’annichilimento della coscienza fatto dal mobbing interno, della gente che viene intimorita e non si può esprimere nell’opinione pubblica e sui media, dato che voi siete espressione di questo e di questo Governo peggiore – la cosa migliore che può accadere è che cada – è importante dire ai cittadini che le questioni del Paese non si risolvono fomentando gli istinti, non si risolvono diventando animali parlamentari, con la demagogia e cercando i capri espiatori e mettendoli sulla gogna mediatica (Resoconto Camera, 10 Settembre 2013).

Potrei riassumere il discorso di Zaccagnini in alcuni punti fondamentali:

  1. questo governo è responsabilità di chi si è sottratto alla responsabilità;
  2. l’aula è intangibile, non è luogo della disobbedienza (esistono tecniche parlamentari per esprimere questa posizione);
  3. la mobilitazione si fa in prossimità dei cittadini;
  4. questo governo giustifica l’esistenza stessa del Movimento, altrimenti esso non avrebbe più alcun ruolo nella dinamica politica;
  5. il Movimento, da promotore della democrazia diretta, che si estrinsecava in primis nella dinamica interna partecipativa, è diventata un’accolita di rancorosi, dove il dissenso è schiacciato o espluso.

La risposta di Roberta Lombardi a questo discorso è stata “Zaccagnini applaudito in standing ovation dal Pd. Mo gli facciamo un fiocchetto in testa e glielo regaliamo!” (via Il Fatto Quotidiano).

Confronto Civati-Capezzone: come manipolare male i numeri

Ieri qualcuno su questo blog ha ricordato quel mirabile articolo del Fatto Quotidiano (il sempre lodato Scanzi) in cui si citavano – provocatoriamente – le affinità fra Civati e Capezzone in termini di voti espressi alla Camera. Ho replicato a quel commento spiegando che presentare quei dati in quella specifica maniera era fuorviante e certamente truffaldino. Ora vi spiego perché.

I dati presentati erano ripresi da uno screenshot del sito Openpolis. Scorrendo i dati ci si accorge già di una anomalia relativa al conteggio delle presenze in aula. Accanto al nome di Civati, infatti, è presente un ‘pollice verso’ rosso, segno di cattiva performance (131 assenze, pari al 12.6%), mentre accanto al nome di Capezzone compariva un lusinghiero ‘polllice verde’ (solo 79 assenze, pari al 7.6%). Questa è però una visione superficiale, di chi pratica male il mezzo Openpolis, o di chi lo vuol praticare per veicolare messaggi sbagliati e in malafede.

Controllate le pagine di Civati e di Capezzone:

Assente Presente In missione Totale
Capezzone 79 169 795 1043
Civati 131 912 0 1043
  1. Stiamo accomunando due parlamentari, uno dei quali, indovinate chi, è stato presente solo nel 16% dei casi ed è stato in ‘missione’ il restante 76% delle volte.
  2. Quindi, il calcolo di Openpolis è ristretto a sole 150 votazioni delle 1043 (14%) poiché solo in esse si è verificata la contemporanea presenza dei due deputati;
  3. di questi 150 voti solo 2 rientrano nel novero dei cosiddetti voti chiave (ovvero votazioni finali di leggi o decreti, sono esclusi quindi i voti su ordini del giorno o simili): si tratta del decreto sul Pagamento dei debiti della PA (entrambi favorevoli; M5S astenuto); del Decreto del Fare (entrambi favorevoli, M5S contrario).

Se quindi circoscriviamo l’analisi ai soli voti chiave possiamo concludere che:

Voti Chiave (secondo Openpolis) Capezzone Civati M5S
1 Convenzione Internazionale contro la violenza nei confronti delle donne In missione Favorevole Favorevole
2 Decreto del Fare Favorevole Favorevole Contrario
3 Decreto Emergenze In missione Favorevole Astenuto
4 Decreto ILVA In missione Favorevole Contrario
5 Decreto Lavoro In missione Favorevole Contrario
6 Decreto Svuota-Carceri In missione Favorevole Contrario
7 Delega al Governo per pene detentive non carcerarie In missione Assente Contrario
8 Dimissioni deputata Marta Leonori Voto segreto Voto segreto Voto segreto
9 Fiducia al Governo Letta Favorevole Assente Contrario
10 Modifica 416-ter, scambio elettorale politico-mafioso In missione Favorevole Favorevole
11 Pagamento debiti Pubblica Amministrazione Favorevole Favorevole Astenuto
12 Sospensione IMU Assente Favorevole Favorevole

Civati e Capezzone hanno votato ugualmente solo in due casi su dodici (17%), mentre se confrontiamo le scelte di tutto il M5S circa i voti chiave e contiamo quante volte hanno votato con Pippo Civati, ebbene, si tratta di tre casi su dodici (25%). Ergo, stando ai voti espressi ed effettivamente confrontabili, Civati è più vicino al Movimento 5 Stelle che a Capezzone.

Questi sono i numeri. Se ci vogliamo fidare di essi, bisogna anche essere in grado di leggerli.

M5S o il paradosso delle Corn Laws

Siamo ormai in vista del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi (lunedì 9 Settembre, ore 15, Giunta per le elezioni del Senato). Ad ogni soffio di vento di crisi, traballano sia il governo Letta, sia le delegazioni parlamentari del Movimento 5 Stelle, sia i mercati, ovviamente. La prospettiva della caduta del governissimo amplifica i timori per il mancato aggancio della ripresa dell’economia da parte del nostro paese. Sono, a tutti gli effetti, paure legittime. In ogni caso, ciò che non dovrebbe sorprendere – e che invece spinge, specie i 5 Stelle, alle lapidazioni di piazza – sono le tendenze associative fra le forze politiche in un sistema partitico tripolare. Non è colpa di Orellana se il medesimo intravede la possibilità di entrare in un nuovo governo e, da quella posizione, far valere il proprio potere di ricatto/riscatto. Un sistema tripolare porta con sé questo rischio e, nel suo alveo, dovrebbero essere favorite le alleanze parlamentari più omogenee, quelle cioè che vedono la congiunzione sulla base di un comune retroterra valoriale o di interesse politico/economico. Sulla carta, la forte connotazione di sinistra di taluni deputati e senatori pentastellati, specie quelli provenienti dalla regione Sicilia, avrebbe dovuto far pendere il gioco delle alleanze post-elettorali per un governo PD-M5S ma ciò, sappiamo, non è avvenuto per il mero calcolo politico del leader autoproclamatosi tale, Beppe Grillo. Evidentemente questo illustre signore non conosce il caso delle Corn Laws, avvenuto in Inghilterra nel 1815.

All’epoca si confrontavano sul terreno dei dazi doganali per le importazioni di grano, il partito conservatore, la borghesia industriale – rappresentata dai Whigs – e i latifondisti-produttori locali. Di fatto, le regole del libero mercato avevano messo fuori gioco i produttori latifondisti, il cui prezzo non era concorrenziale con il grano proveniente dalle colonie: essi premevano quindi sul partito conservatore affinché agisse mediante misure protezionistiche per mantenere alto il prezzo del grano. Tale scelta, però, andava contro l’interesse della nuova borghesia industriale, la quale invece necessitava di una riduzione del livello generale dei prezzi, specie del pane, poiché questo – secondo la teoria economica di David Ricardo – aveva effetto diretto sul prezzo delle materie prime, quindi anche del lavoro. All’epoca, un lavoratore salariato spendeva buona parte della propria retribuzione per il pane. Tali leggi protezionistiche restarono in vigore circa trent’anni e produssero scarsità di beni.

Il dibattito sull’abolizione subì una brusca accelerazione in seguito alla carestia irlandese del 1845, il primo ministro, il conservatore Robert Peel avanzò la proposta di abolire le Corn Laws nella speranza di ridurre il costo del pane al punto da renderlo acquistabile dalla popolazione irlandese. Verso la fine del 1845 Peel arrivò allo scontro con i suoi compagni di partito, giunse alle dimissioni ma rientrò in carica in seguito al rifiuto da parte dei Whig di assumere il governo del paese. La fazione contraria all’abolizione delle Corn Laws era guidata da un ancora poco conosciuto Benjamin Disraeli, a favore dell’abolizione vi erano sia i Whig sia i movimenti più radicali (wikipedia).

Il partito conservatore, quindi, schiacciato dal dilemma se votare con i whigs e tradire la propria parte politica, o dare il pane agli irlandesi e far fronte alla carestia, si spaccò in due pezzi. La parte minoritaria, che però permise l’abolizione delle anti-popolari Corn Laws, fondò il partito liberale che elettoralmente è riemerso solo negli ultimi anni; la parte ultra-conservatrice ha seguito il leader Disraeli ed è diventata la seconda metà del bipolarismo inglese.

La storia delle Corn Laws sarà datata, ma è utile a capire che, nei sistemi tripartiti, c’è sempre qualcuno che resta nel mezzo e di solito è il partito che non comprende la direzione del cambiamento. Qualcuno di voi dirà che non è il M5S ad aver ostacolato il nuovo, ma in realtà è esattamente così: la scelta di ‘salire sulla Montagna’ ha permesso la persistenza dei latifondisti-feudali berlusconiani. Solo comprendendo questo fatto, potete capire esattamente la portata anti-storica della posizione di Grillo e la ritrosia a sporcarsi le mani in un governo con i democratici.

M5S, se Luigi Di Maio contraddice Grillo

A quanto pare, se Adele Gambaro critica in pubblico Beppe Grillo, viene immediatamente espulsa, con tanto di plebiscito online; se Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, afferma – contraddicendo il Capo – che il Porcellum deve essere cambiato prima di andare al voto, invece non succede nulla. Due pesi e due misure, nella casa della Democrazia Diretta?

Grillo si era espresso per il mantenimento della attuale legge elettorale, criticata in lungo e in largo ma che potrebbe andar bene in caso di una del tutto ipotetica vittoria elettorale del Movimento. Di Maio ha dato un colpo al cerchio, almeno per evitare spaccature in seno al gruppo parlamentare: “Noi siamo da sempre per l’abolizione del Porcellum, ma quello che giovedì ha detto Grillo è che se dobbiamo abolire il Porcellum per fare un “Super-Porcellum”, una legge elettorale contro il Movimento, allora è sbagliato”. Sia chiaro, il Super-Porcellum non è contro i 5 Stelle in sé e per sé: contiene però degli elementi fortemente distorsivi della rappresentatività pura. Inevitabilmente, qualsiasi legge elettorale applicata ad un quadro partitico così fratturato rischia di avere effetti distorsivi della rappresentatività e le minoranze rischiano di essere sottodimensionate, nel futuro Parlamento della ipotetica XVIII Legislatura. Non ci sono altre alternative per garantire la governabilità di un bicameralismo perfetto.

La sottile discrasia fra il vertice e gli eletti a 5 Stelle si fa rivedere in merito alla gestione di un eventuale mandato a governare: chi sarà il presidente del Consiglio a 5 Stelle? Una persona interna al Movimento, ha scritto sempre giovedì scorso Grillo. E non ci sarà alcun mandato dall’attuale Presidente della Repubblica. Re Giorgio si dimetta, ‘noi’ vinciamo con il Porcellum e mettiamo uno dei nostri al governo. Punto. Linea politica chiarissima ancorché discutibile. Ma Di Maio – e persino Vito Crimi – aveva recentemente prospettato uno scenario diverso: cade Letta, ci diano il mandato; faremo un governo con figure forti della società civile, prenderemo i voti in aula; chi ci vuol stare, ci stia. Ancor ieri, Di Maio è apparso nei teleschermi dichiarando che un Letta bis non lo voteranno mai, ma che un governo dopo il governissimo è pure possibile, almeno per rifare la legge elettorale.

Possono i 5 Stelle, alfieri della democrazia diretta, ripresentarsi alle urne con il demerito di aver rifiutato l’opportunità di cambiare una legge odiatissima, antidemocratica, che sottrae la libertà di scelta dei candidati all’elettore?

Il tiro al bersaglio contro Laura Boldrini

La seduta di oggi alla Camera è forse la prova provata che il nostro parlamentarismo sia in cattivo stato. La manovra a tenaglia di 5 Stelle e Lega Nord si è sviluppata in interventi retorici e aggressivi nei confronti della Presidente Boldrini, rea di aver “venduto” l’idea che la seduta odierna rappresentasse effettivamente una ripresa dei lavori.

Ordine del giorno, l’assegnazione in sede referente alle Commissioni riunite del disegno di legge di conversione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 – un decreto omnibus che al suo interno contiene anche le norme della ‘stretta’ contro il femminicidio. Tale atto, l’assegnazione, è dovuto ai sensi dell’articolo 77 della Costituzione. Boldrini lo ha ricordato, in apertura dei lavori, ai parlamentari presenti. Ne ha ricevuto in cambio una selva di critiche e commenti a dir poco risibili, frutto del clima creato dal Capo Comico (Grillo!) e fatto proprio dai vecchi soloni dei leghisti. Gli interventi peggiori? Quello di di Walter Rizzetto (M5S), Gianluca Bonanno (Lega), Massimo Artini (M5S). Buona lettura.

WALTER RIZZETTO: correrò il rischio anche in questa sede – come ricordato dall’onorevole Verini – di essere populista e cinico anche in questo caso, nel senso che la ratio per cui il Movimento 5 Stelle ha alzato un po’ la voce nei confronti di questa seduta non era quella di non volerne parlare […] Quello che non capiamo effettivamente è questo stop, queste mezze ferie che sono state fatte fare al Parlamento per poi essere richiamati per fare altri dieci, dodici, quindici giorni di ferie per poi lasciare ai presidenti delle Commissioni la calendarizzazione nella stessa Commissione. […] La giornata di oggi – concludo Presidente – mediamente potrebbe costare, a conti fatti, spannometrici, 150-200 mila euro tra trasporti, servizi offerti dalla Camera dei deputati, eccetera. Probabilmente saremmo stati più d’accordo nel dare questi soldi, ad esempio, ai centri anti-violenza.

GIANLUCA BUONANNO. No, visto che ormai oggi si spendono – ed è vero, è uno spreco di soldi- 150 milioni di euro, non poteva mettersi d’accordo con il ministro qui presente per i rapporti con il Parlamento ? Si chiama proprio così, perché tra Governo e Parlamento c’è uno che tiene i rapporti e si chiama Franceschini Dario […]  Oppure non si poteva venire a lavorare una settimana intera ? Deve andare al mare ? Dove deve andare ? Questo le sto chiedendo, cara donna Prassede, perché visto che lei mi scrive continuamente […]  E non la chiamo «la» Presidente perché lei mi ha scritto due lettere in questi ultimi 15 giorni dove lei , tutta bella carina, non ha voluto nemmeno finire la carta del Presidente precedente perché si fa chiamare e fa stampare «la Presidente». Se finiva magari prima la carta con «il Presidente» faceva una buona azione non è che cambiava niente, ma dava un segno di come lei interpreta il suo ruolo.

  MASSIMO ARTINI. Signor Presidente, volevo capire, lei si è piccata molte volte oggi sul fatto che sia un atto dovuto. Ma stando alle date, lei già il 10 agosto ci ha detto che il 20 agosto plausibilmente avremmo potuto essere qui. Quindi, se io faccio i conti, visto che lei non è al Governo quindi probabilmente non sapeva quando il Governo avrebbe presentato quel decreto, quindi non poteva sapere che guarda caso proprio il 13 agosto il Governo avrebbe pubblicato quelle cose e guarda caso entro il 20 bisogna fare questo tipo di azioni. […] Quindi chiedo a lei in particolare quando ha scritto il 20 agosto prima che il Governo pubblicasse quelle cose come faceva a sapere che si trattava del 20? Il 20 le tornava comodo perché era a metà fra una vacanza e l’altra e quindi magari poteva essere comodo domani ripartire? La domanda che mi chiedo poi è: se non è così, come spero, presidente, domani lei ci farà vedere sulla pagina ufficiale della Presidenza della Camera cioè la sua pagina Facebook, le fotografie dove lei lavora nel suo ufficio oppure dobbiamo pensare che effettivamente oggi è stata una giornata… di quali termini volevamo parlare colleghi ? C’era solo una comunicazione ? di quale tema dovevamo parlare ? Oggi di quale tema dovevamo parlare ? Non c’è discussione e quindi mi dite in quale modo dovevamo ragionare sulla questione del femminicidio, delle province, della protezione civile, dei reati informatici e delle altre molteplici cose che sono comprese in questo decreto (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) ?

  PRESIDENTE. Veramente mi spiace che livello sia questo. Mi spiace veramente. È un atto dovuto, costituzionalmente dovuto. Dovevamo farlo. Se non l’avessimo fatto non avremmo rispettato la Costituzione. Mi spiace veramente che si ricorra a questi espedienti: non è segno di maturità.

Lasciali votare come vogliono

Così hanno gridato dai banchi del Movimento 5 Stelle, oggi alla Camera, mentre si discuteva animatamente la richiesta della sospensione dei lavori del PdL.

Il passo è stato registrato dal Resoconto Stenografico della Camera, poche riga prima del risultato del voto. L’invito era rivolto a Ettore Rosato, vice capogruppo del Partito Democratico alla Camera. Rosato, pochi istanti prima, aveva preannunciato il voto favorevole del gruppo PD alla richiesta formulata da Brunetta di poter svolgere la loro assemblea di gruppo e proponeva di riprendere i lavori sul decreto sull’Ilva l’indomani, con eventuale recupero del tempo perso lunedì prossimo. Mentre Rosato parlava, Di Battista (M5S) lo ha interrotto polemicamente dicendo: “volevate la fiducia!”.

Ma non è chiaro se sia stato lo stesso Di Battista, qualche minuto dopo ad urlare così: “Rosato, lasciali votare come vogliono”. Sì, perché a quel punto era chiaro anche ai muri che buona parte del gruppo avrebbe votato fedelmente all’indicazione del capogruppo ma senza alcuna convinzione. Sono scelte che alla lunga costano. Costano alla segreteria, costano in termini di coesione. Prima o poi succederà di nuovo e non sarà una tempesta in un bicchiere.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti. 
  Pongo in votazione, mediante procedimento elettronico senza registrazione di nomi, la proposta avanzata dal deputato Simone Baldelli.

GIUSEPPE D’AMBROSIO. Presidente, Presidente, mi faccia parlare…

PRESIDENTE. D’Ambrosio ho già indetto la votazione e comunque avete già parlato uno per gruppo…

GIUSEPPE D’AMBROSIO. A titolo personale (Commenti dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle)

PRESIDENTE. Non esiste il titolo personale (Commenti dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle – Dai banchi del gruppo MoVimento 5 Stelle si sventola il Regolamento)…

CRISTIAN IANNUZZI. Presidente per un richiamo al Regolamento si può chiedere anche durante la votazione…

PRESIDENTE. Io ho già indetto la votazione, dunque dobbiamo andare avanti con la votazione, poi dopo facciamo il richiamo (Commenti dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle – Una voce dai banchi del gruppo MoVimento 5 Stelle: «Rosato, lasciali liberi, falli votare come vogliono !»).

(È approvata).

  [La Camera approva per 171 voti di differenza].

E’ evidente che la disciplina di partito nel PD ha un effetto deterrente contro i voti difformi dall’indicazione del gruppo. La voce anonima che è emersa dai banchi del M5S, però, ci fornisce l’idea che il dissenso oggi in aula, fra i democratici, ha raggiunto picchi mai visti sinora. Lasciali liberi era una invocazione dettata da questa consapevolezza.

A fine seduta, l’ala dura dei 5 Stelle ha occupato l’emiciclo ed ha inveito contro il PD, gridando: «Buffoni!», «Servi di Berlusconi!», «Comanda lui!». Un’altra ghiotta occasione di denigrazione che la segreteria del PD ha consegnato, all-inclusive, ai 5 Stelle.

Ecco come si è giustificato Ettore Rosato sulla sua pagina Facebook:

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Un po’ diverso il suo discorso in aula, molto meno sibillino di quanto scritto sulla sua pagina Fb, evidentemente spaventato dalla reazione registrata dai commenti.

Noi siamo contrari, e lo abbiamo detto a chiare lettere in Conferenza dei presidenti di gruppo, sulla stampa e lo continueremo a dire, a qualsiasi tentativo di blocco delle istituzioni di qualsiasi tipo e da chiunque proposto(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Scelta Civica per l’Italia) ! Ma con la stessa chiarezza noi siamo per acconsentire a una richiesta che il capogruppo Brunetta ha posto in termini molto corretti e molto concreti all’interno della Conferenza dei presidenti di gruppo […] in cui ha presentato la richiesta di […] i consentire che ci sia una riunione di gruppo congiunta. 
  Io ricordo semplicemente che poche settimane fa ad analoga richiesta che è stata presentata dal nostro gruppo tutta l’Aula ha acconsentito cortesemente che noi potessimo svolgere lavori importanti per il nostro partito. Pertanto, noi voteremo a favore di questa richiesta che è relativa solo […] Semplicemente, per concludere Presidente la ringrazio, per dire che noi acconsentiamo alla richiesta che arriva del gruppo del PdL di poter svolgere la loro assemblea del gruppo e di riprendere domani i lavori sul decreto sull’Ilva, recuperando quel principio – che mi sembra anche altri gruppi hanno confermato – di recuperare il tempo che oggi stiamo perdendo nella prima giornata utile, cioè fin da lunedì (Resoconto stenografico Camera del 10/07/13).

Sì. insomma, la solita non-sconfitta.

 

e-Mozione Collettiva

Conversando stamane con alcuni Democratici circa il botta e risposta fra Scanzi e Civati, mi sono apparsi chiari alcuni aspetti che a mio avviso dovrebbero caratterizzare la mozione Prossima Italia (se così si chiamerà). I professori dell’anticasta proseguiranno ad affermare che il tentativo di Pippo è destinato ad infrangersi dinanzi alla potenza mediatica di Matteo Renzi: d’altronde, un cambiamento del partito in senso democratico (letteralmente, in cui la linea di autorità promana dal basso) rischia di vanificare l’ideale irraggiungibile della democrazia digitale, che peraltro i 5 Stelle fanno parecchio fatica ad applicare (e parecchio è un eufemismo).

Costruendo una identità in antitesi con quanto prodotto in questi mesi dal Movimento di Grillo, allora la Mozione Civati dovrà giocoforza essere una mozione collettiva. Loro sono ridotti all’archetipo del partito personale, carismatico, e l’idea di democrazia digitale è degradata in un autoritarismo plebiscitario costituito dalla comunità degli iscritti coinvolti in una videocrazia 2.0 in cui l’unica variazione è il cambio del medium (dalla televisione al computer-collegato-alla-Rete). Gli homini videns (Sartori, 2000) passano così dalla condizione di passività completa a quella di passività controllata (il voto perpetuo tramite i ‘Like’ si tramuta in un colossale elenco di preferenze che alimenta i software di profiling).

L’e-Mozione collettiva di Civati (mi permetto di definirla tale, e non è solo un gioco di parole) è sì una mozione che si sostanzia dell’attivismo degli iscritti e dei simpatizzanti, attivismo che passa sempre più spesso ‘sulla Rete’, ma non può permettersi di ridursi a mero click-activism. L’e-Mozione collettiva impone di andare al di là dei monitor, dei video, chiede di incontrarsi, dal vivo, faccia a faccia: di parlare a persone e di persone, in luoghi pubblici e senza necessità di leader. Il leader è collettivo poiché è comune l’emozione che ci anima: riprenderci la politica è il senso di tutto ciò. Riportare il PD alle ‘cose terrene’, espropriarlo dalle correnti, renderlo un luogo pubblico della discussione, un luogo aperto al dissenso e alla critica, alla condivisione e alla comprensione.

[Questo è un ragionamento incompleto ma aperto a chi volesse concluderlo. Cercate solo di essere pertinenti.]

A titolo personale, Di Battista

E’ fin troppo facile la linea politica del Movimento 5 Stelle. Gridare dai banchi superiori, apostrofare come collusi i deputati del Partito Democratico, usare termini tecnici come ‘supercazzola’, in un replay infinito delle patetiche elucubrazioni via blog del Capo Comico.

Il dibattito sulla mozione congiunta M5S-Sel e dissidenti del PD era l’occasione per instaurare una buona pratica discorsiva con le altre forze d’opposizione, comprese quelle che non sono pienamente manifeste e che giocoforza risiedono dentro la maggioranza. Sugli F-35 vi era l’occasione concreta di compattare il PD a sinistra ma la furia cieca dei 5 Stelle prevale su qualunque iniziativa dei moderati del gruppo. In sostanza, vi era l’opportunità di far votare il PD insieme a Sel e M5S, ma prima l’inziativa isolata di Francesco Boccia, poi la sciabolata di Di Battista hanno respinto i democratici favorevoli al ritiro dell’Italia dal programma degli Joint Strike Fighter. I quattordici firmatari del PD hanno così votato unicamente la mozione del gruppo, che intanto di ora in ora si era fatta sempre più stinta e stemperata per opera dei colleghi di Pdl e Scelta Civica.

Di Battista ha preso la parola quando in aula già si conosceva il testo della mozione Speranza, la quale contenteva una soluzione di compromesso (la richiesta di astensione del governo da decisioni su eventuali acquisti degli F35). Non il massimo della vita, sia chiaro, in quanto i 14 miliardi già stanziati rimangono lì dove sono e non è in previsione che vengano stanziati per altre questioni (per esempio, evitare l’aumento dell’acconto Irpef di Novembre al 100%, un anticipo delle tasse che dovremmo pagare sui redditi 2014, di cui parlerò a breve poiché a mio avviso è un provvedimento da ‘ultima spiaggia’).  A presiedere l’aula vi era il collega Luigi di Maio, il quale, mentre Di Battista a titolo personale mandava in aria il tavolo delle trattative con i dissidenti del PD, era nel mezzo di una crisi di identità e non sapeva se il fatto di castigare l’intervento del suo sodale poteva esser ravvisato dal supremo Capo Comico come fattispecie di reato che ne determinasse ipso facto l’espulsione dal Movimento.

Di Battista, anche se parlava a titolo personale, ha ricevuto gli applausi infervorati dei colleghi di gruppo. Il suo discorso non era diverso dalle invettive leghiste di vari Borghezio, Calderoli e così via, specie per il tono impiegato. Quel che appare sempre più evidente è la solitudine dei moderati dei 5S. Viene lasciata loro libertà di interagire e poi, in aula, le delicate trame che hanno intessuto vengono brutalmente spezzate dai Generalissimi. Una prassi che a breve comporterà altre dure e inevitabili conseguenze per ciò che resta del M5S.

Sugli F35 il PD chede al governo un impegno a non procedere

Dal blog di Civati:

La Camera impegna il governo a non procedere a nessuna fase di acquisizione degli F35 senza che il parlamento si sia espresso nel merito ai sensi della legge 244 del 2012.

Per ora il testo della mozione del Pd dice così. Ed è una buona mediazione, tra le varie anime che in questi giorni si sono manifestate, tra caccia, elicotteri e tutto il resto.

www.ciwati.it

La lettera d’addio di Zaccagnini ai 5 Stelle

Il cui passo più duro e efficace è il seguente:

Cosa sono i movimenti? I movimenti sono conflitto sociale, associazionismo, solidarietà, civismo, attivismo, invece il M5S trasforma questo conflitto sociale (scioperi, occupazioni, presidi, lotte) in violenza estemporanea fine a sé stessa, istituzionalizza lo sfogo, lo porta dentro le istituzioni senza essere sostenuto da queste lotte, ma autoproclamandosene portavoce, senza il dovuto consenso e quindi senza il sostegno reale e la continuità di tali percorsi di lotta politica e sociale. Troppo spesso rimane protesta volgare, insulto ed epurazione per chi dissente dalla linea leaderistica o meglio aziendalista.

 

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documento tratto da europaquotidiano.it

Dov’è la realtà nell’intervista di @serena_danna a Casaleggio?

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Gianroberto Casaleggio è stato intervistato da Serena Danna, giornalista del Corriere.it. Il cosiddetto guru del Movimento 5 Stelle ha palesato, nella lunga chiacchierata, un grave deficit di percezione della realtà. Prendete per esempio la risposta data alla seguente domanda:

Segretezza (nelle trattative) e leaderismo sono due caratteristiche della politica. Crede che il web possa eliminarle? Perché è giusto farlo?
«La trasparenza è uno dei princìpi di Internet e credo diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto. Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo, in caso contrario non si può parlare di democrazia diretta e forse neppure di democrazia» (@serena_danna su Corriere.it)

Ma chi ha detto che la trasparenza è uno dei principi di Internet? La trasparenza dovrebbe esser tale, è chiaro. La trasparenza va difesa, va promossa, ma non è un principio naturale di internet. Lo scandalo Nsa e Prism ci ha dimostrato che i nostri dati, le nostre tracce, vengono assimilate dagli algoritmi, catalogate, immagazzinate con procedimenti e per finalità che nessuno di noi conosce o può conoscere. Dov’è la trasparenza? La trasparenza è raggiungibile ma non è un dato di fatto. Il fatto stesso che la pagina che vedete ora è un insieme di linguaggi di programmazione che una minima parte di voi è in grado di leggere e interpretare, è già un impedimento fisico alla trasparenza. Non posso essere sicuro che, in questo momento, le tracce lasciate da voi lettori e da me autore non siano state registrate e analizzate da qualcuno, da qualche parte nel mondo, al fine unico di alimentare le strategie di marketing delle grandi corporation del web. Casaleggio idealizza la Rete e la pone in antitesi con il Sistema Politico ma ignora (volutamente?) che la Rete è di per sé un grande e potente strumento di controllo. Attraverso il web è più facile fruire dei prodotti dell’intrattenimento. Poter visualizzare sul proprio tablet, e molto celermente, l’ultimo film hollywoodiano, prima ancora che sia uscito sui grandi schermi, è consolante, rende il rapporto fra il consumatore e l’oggetto desiderato immediato. Questa immediatezza spinge al consumo non ragionato, e non è un caso se la Rete accelera la fruibilità degli audiovisivi. E’ attraverso essi che è possibile tenere occupati e distanti da problemi immanenti gli individui. Eugeny Morozov rileva, ne L’ingenuità della Rete (Codice Edizioni, 2011), il parallelo fra la diffusione dei programmi televisivi occidentali in Europa dell’Est nei primi anni ottanta e il verificarsi di rivolte e disordini contro i regimi comunisti. Ebbene, la correlazione è esattamente inversa: laddove la diffusione era scarsa, più alta era la frequenza di disordini e scioperi. Per Casaleggio, invece, la diffusione della Rete coincide esattamente con la diffusione di un sistema politico nuovo, di tipo immediato. La fruibilità del contenuto politico dovrebbe, secondo questa ‘ideologia’, andare di pari passo con il consumo di intrattenimento. Ma perché l’internauta dovrebbe interessarsi alla discussione in Rete di provvedimenti di legge se può invece accedere ad un catalogo sterminato di documenti audio e video, fatto di cinema, musica, sport, programmi tv, eccetera? Il successo del M5S in Italia è davvero frutto del maggior coinvolgimento diretto dei cittadini elettori? Serena Danna ricorda a Casaleggio che “We are the People”, il portale aperto ai cittadini di petizioni online organizzato ai margini della campagna elettorale di Obama, ha “raccolto in 3 anni solo 36 petizioni e la più votata può contare su 101 mila voti”. La risposta di Casaleggio è alquanto vaga: la Rete, afferma, aiuta a mettere in contatto gruppi di individui e “di formare una conoscenza superiore su qualunque aspetto in tempi molto brevi, condividendo esperienze e fatti”. Se questo fosse vero, allora Casaleggio ammette implicitamente la natura oligarchica della Rete: pochi gruppi organizzati (i meetup) selezionano gli argomenti della discussione pubblica e ai followers non resta che un click plebiscitario, di mera approvazione. Ciò che per astrazione viene attribuito alla Rete, la quale – secondo l’ideologia di Casaleggio – recherebbe in sé un qualche carattere di universalità, è in realtà una decisione presa dai pochi addetti ai lavori (ne sono esempio le ‘parlamentarie’, le ‘quirinarie’ e persino i voti per la ratifica delle espulsioni nel M5S: pochi gli iscritti rispetto al bacino di elettori; pochi i partecipanti reali rispetto agli iscritti). La gran parte degli otto milioni di votanti dei 5 Stelle alle elezioni del 24 e 25 Febbraio 2013 si è interessata alla politica, ed ha deciso il proprio voto, solo nelle ultime due settimane. Non si tratta né di attivisti né di cittadini pienamente coinvolti nella discussione politica, bensì di cittadini il cui rapporto con la politica è al massimo intermittente, saltuario, superficiale. In questo senso la Rete ha agito solo come facilitatore della propaganda M5S (il quale sappiamo impiega molto bene il carburante poco nobile dell’indignazione verso i privilegi di Casta).

La visione distorta di Casaleggio si spinge sino a dividere il mondo in democrazie dirette e dittature orwelliane, che naturalmente soffre della aristotelica divisione fra civili e barbari, fra occidente democratico e l’oriente dei regimi autoritari:

La Rete rende possibili due estremi: la democrazia diretta con la partecipazione collettiva e l’accesso a un’informazione non mediata, oppure una neo-dittatura orwelliana in cui si crede di conoscere la verità e di essere liberi, mentre si ubbidisce inconsapevolmente a regole dettate da un’organizzazione superiore. Può essere che si affermino entrambi. Certo, è molto più probabile che il controllo totale dell’informazione e l’utilizzo dei profili personali dei cittadini relativi a qualunque aspetto della loro vita avvenga nei Paesi dittatoriali o semi dittatoriali e che la democrazia diretta si sviluppi nelle democrazie occidentali e che queste aree in futuro confliggano.

Eppure non è forse vero che il più sofisticato software di controllo delle comunicazioni degli internauti è stato progettato e adottato dalla più grande democrazia occidentale, gli Stati Uniti d’America? Secondo Casaleggio, sarebbe la Rete a rendere possibili i ‘due estremi’ ma il suo pensiero è intriso di etnocentrismo: l’occidente sviluppato evolverà verso la democrazia diretta digitale mentre l’oriente è condannato ad involvere verso un controllo ‘orwelliano’. Ciò escluderebbe, da un lato, che elementi di controllo orwelliano siano già in atto e praticati con successo in occidente; dall’altro, che i popoli dei paesi orientali (ma anche di quelli arabi) non abbiano possibilità di sottrarsi a regimi autoritari o dittatoriali, mentre assistiamo quasi quotidianamente a sollevazioni di piazza e rivolte (la Tunisia, l’Egitto di piazza Tahrir, le rivolte in Qatar, piazza Taksim in Turchia e ora il Brasile, che pure non è annoverabile nella perfetta dicotomia di Casaleggio). Nel caso Nsa/Prism, non è la Rete a garantire la trasparenza bensì una sorta di obiettore di coscienza, Edward Snowden, che sui media italiani viene identificato come ‘talpa’ ma che è, al pari di Bradley Manning, un soldato che rifiuta un sistema ingiusto. Senza l’intermediazione di una testata mainstream, il Guardian, Snowden non sarebbe stato ascoltato da nessuno, o quantomeno sarebbe stato schiacciato dalla superpotenza Nsa. Alla medesima maniera, i leaks divulgati tramite Assange, se non fossero passati attraverso il lavoro di giornalisti professionisti, sarebbero rimasti un magma irrisolto di informazioni inconoscibili.

Casaleggio, poi, sembra divagare quando gli viene chiesto conto della propria opinione circa la selezione della leadership in un sistema di democrazia diretta. “Il concetto di leadership è estraneo alla democrazia diretta”, e cita Occupy Wall Street e il modello della leaderless. Se Casaleggio condivide il metodo di Occupy, viene da chiedersi come mai il M5S si alimenti continuamente del carisma del proprio leader. Se i 5S fossero veramente leaderless avrebbero forse la capacità di mobilitazione dei Radicali o di qualche altro micro-partito.

#DisinstallaBeppe: Tavolazzi vs. Bugani, anticipo del caos

Così Valentino Tavolazzi, qualche minuto fa su Facebook:

Ho letto il patetico minipost di Bugani, pubblicato nel blog del suo padrone. La fabbrica dei veleni di Bologna, gestita da mezze figure come Saetti, Bugani e Nik Ilnero (ex camionista, ora stipendiato dal gruppo parlamentare), è stata usata da Casaleggio per demolire il movimento emiliano. Lui e Grillo hanno fatto fuori eletti di valore, che stavano facendo (e continuano a fare) un buon lavoro. E’ accaduto nel colpevole silenzio di tutti gli altri, alcuni dei quali oggi sono a Roma, a loro insaputa. Perfino Pizzarotti ha subito la pressione dei due padroni del Movimento, e si è piegato. 

Oggi in Parlamento si sente la mancanza di quell’esperienza politica emiliana (al di là delle persone espulse), che aveva fatto crescere il M5S e lo aveva radicato nel territorio, tra i cittadini. Un movimento pensante, che Grillo e Casaleggio hanno preferito annientare, perchè pretendeva regole condivise. Hanno scelto di farne a meno, di puntare solo su rete e idolatria di Grillo, snaturando promesse iniziali, valori e principi fondanti. E per raggiungere lo scopo, si sono serviti di mezze figure e del lavoro sporco della libera diffamazione in rete. Il fallimento di quella, che fino a poco tempo fa era stata la straordinaria avventura politica del M5S, deriva in primo luogo dalla mancanza di regole condivise e di democrazia interna, ancorché promessa dal non statuto. Ma anche dalla scelta di demolire quel laboratorio politico. Ora Grillo e Casaleggio non sanno come fronteggiare le conseguenze dei loro errori. Confusi dalla complessità della situazione da loro prodotta, pubblicano post deliranti, che aumentano la distanza tra loro, gli eletti e gli elettori.

Un fallimento previsto e scritto con largo anticipo. Rimane l’amarezza per la grande occasione perduta di cambiamento del paese. Grillo e Casaleggio ne porteranno per sempre la responsabilità.

M5S | Gambaro alla sbarra per lesa Maestà – io #difendoAdele

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Il Movimento 5 Stelle organizza il Tribunale del Popolo per mandare al rogo l’eretica Gambaro. Avrà luogo lunedì la gogna virtuale.

Il gruppo del M5s in riunione apprende da un post di Beppe Grillo l’intenzione del movimento di procedere alla valutazione dell’espulsione della senatrice Adele Gambaro. Dalla riunione si sentono urla e alcuni lasciano l’Aula. Il primo ad andarsene è Lorenzo Battista con Paola De Pinna; poi anche Rosetta Blundo (Ansa.it).

Gambaro sarebbe colpevole di non aver rispettato la propria promessa di rinunciare al seggio qualora si fosse trovata in minoranza rispetto alla linea del Movimento  – non ha rubato, non ha violato i patti del contratto con gli elettori, ha espresso un’opinione, condivisibile o meno, discutibile o meno. L’idiozia che continua ad ottenebrare le menti di chi guida la pattuglia di parlamentari sta rendendo il Movimento completamente inutile al cambiamento. L’aula è vuota, non legifera, il governo stenta a trovare soluzioni al meccanismo perfetto dell’aumento automatico dell’IVA. Mentre la situazione generale, specie quella economica, scivola quotidianamente di mano, i 5 Stelle sono invece persi a censurare una loro parlamentare. Una cittadina, meno cittadina degli altri, poiché privata della libertà di espressione in virtù della regola fideistica che ciò che vuole il Capo (Comico) ha ‘vigore’ di legge. La democrazia diretta si è trasformata in un soviet.

Io difendo Gambaro poiché difendo la possibilità di esprimere sé stessi attraverso gli atti e e le opinioni. Non ci sono non-Statuti che possano ridurre la sfera delle libertà civili di una cittadina. Io #difendoAdele; difendete Adele Gambaro anche voi. Difenderete anche un po’ voi stessi.

M5S, Morra capogruppo al Senato prima reazione alla crisi?

Morra capogruppo per due voti. Crimi cede il posto senza nemmeno presentarsi. Fa capolino in video e appena prende parola, lancia una battuta (“scusate, mi ero perso”), una chiara citazione del recente diverbio fra sé stesso e Giarrusso ai margini della nomina del presidente della Giunta per le elezioni, carica per la quale Giarrusso medesimo aveva qualche remota aspirazione e che Crimi ha clamorosamente snobbato.

Morra è un fedelissimo di Grillo. Forse più di Crimi. Ma le differenze con Orellana sono puramente ipotetiche. Forse una parte dei senatori a 5 Stelle preferiva una figura più moderata. Ed ha scelto Morra che, con i suoi modi affabili e le citazioni colte, rappresenta certamente un passo in avanti rispetto alla grettezza di Crimi. Se volete, in un certo senso, è una notizia significativa.

Il linguaggio politico para-leghista assunto da Grillo nel dopo elezioni e durante le due campagne elettorali delle amministrative, ha causato una serie di danni difficili da quantificare per i 5 Stelle. La Sicilia, al voto in alcune città la scorsa domenica, non è più quella pentastellata delle regionali 2012. E’ successo che pure Grillo, tanto capace di comprendere il linguaggio della strada, ha parlato una lingua diversa, troppo intrisa di retorica anticasta e per questo priva di prospettive. Già, il Movimento 5 Stelle aveva uno scopo, ma l’aver rinunciato al governo con il Partito Democratico lo ha reso un guscio vuoto. I 5 Stelle, i suoi elettori, sono stati privati della prospettiva del cambiamento. L’Italia ideale è rimasta nel territorio dell’idealità, nuovamente posticipata, posta come un traguardo là nel futuro, un traguardo lontano, mentre il paese attende risposte adesso.

Lo staff se ne è accorto in ritardo. E’ corso ai ripari con le espulsioni dei contestatori interni e con corsi di formazione in comunicazione politica. Risposte ridicole. Dal Blog, Grillo continua a usare il pugno duro coi suoi e anche con tutti coloro che si permettono di discutere l’approccio alla sconfitta elettorale. Un approccio negazionista. Ma è evidente anche ai sassi che, se a Catania, solo tre mesi fa, il M5S prendeva il 30% dei voti e oggi solo il 4% – 5869 voti soltanto – non ci si può nascondere dietro giustificazioni improvvisate (la Politica! la solita Politica! lo schifo della Politica!).

No, gli elettori non ne possono più. La politica ha subito, dopo il 24-25 Febbraio, un crollo di interesse. Insieme ad essa, è crollato l’interesse verso il blog di Grillo e Grillo medesimo. I trend di ricerca di Google sono un indicatore insolitamente chiaro, in questo caso:

Ultimi 90 giorni

Ultimi 90 giorni

Ultimo anno

Ultimo anno

 

M5S, il cambiamento che non era

Zaccagnini, M5S, riportato da Repubblica, in merito al risultato deludente delle elezioni amministrative: ‘volevano da noi il governo del cambiamento […] Noi deputati a 5 stelle dobbiamo parlare di strategie politiche, al contrario di quel che dice Vito Crimi’. Che ieri non sapeva, non era informato, e forse nemmeno interessato.

Il risultato del voto è l’esito dell’arroccamento, quella assurda strategia che ora mette gli italiani uno contro l’altro, quelli di Serie A, i votanti residui del M5S, e di serie B, ovvero il resto del mondo. Da parte di Grillo è giunta una lettura del voto non soltanto semplicistica ma direi anche infantile (e offensiva e…). L’indicazione delle urne di Febbraio era chiara: spendetevi per il governo. Dovete contare nelle decisioni. Dovete esserci. Questo era il significato di quel 25%. E’ stato tradotto in una promessa di cambiamento slittata nel futuro, in un futuro ipotetico nel quale ne sarebbero rimasti due, di leader carismatici: ovviamente il Capo Comico e Berlusconi. Ciò evidentemente non è stato tollerato, poiché il paese ha necessità di cambiare adesso.

[Questa è solo la prima parte dell’analisi: al PD dedicherò lo spazio che merita, specie a quelli che pensano siano state ‘premiate le larghe intese’, come titola il Corriere].