Ora il bavaglio è per Maroni. Per lui un nuovo partito?

Eccola, la pantomima sentimentale del divorzio Bossi-Maroni. “Non possono cacciare Bobo”, dice Tosi dalla fatal Verona, ma appunto proprio perché Bossi non lo può mandar via, gli mette la mordaccia (antica maschera di tortura che bloccava la bocca, impendendo di parlare). Saranno cancellati tutti gli incontri di Maroni nelle sedi della Lega. Cosentino è divenuto il punto di non ritorno fra maroniani e il Cerchio Magico. La Lega Tanzania è uguale uguale alla vecchia Lega Nord: il dissenso è impossibile, se dissenti sei fuori. Quale democrazia di partito? Nessuna. Non soprendetevi, non è cambiato nulla. L’unica differenza rispetto al passato è che è terminata la stagione dell’unanimismo. Qualcuno sta pensando con la propria testa. E questo è male, nel partito del Capo.

In fondo la Lega Nord è sempre stato questo: non un partito territoriale, come vi hanno fatto credere, ma un partito personalistico fondato sul carisma del leader. Ora il leader è una specie di Forrest Gump padano (cfr. imitazione di Crozza) e il partito va in pezzi. Normale. La Lega è un partito come gli altri, figlio della stagione del ’89, della fine delle ideologie e dell’avvento del partito-persona (come lo sono stati e lo sono tuttora Forza Italia/PdL, Idv, Udc (ex DC, è vero, ma è innegabile che quello sia il partito di proprietà di Casini e della famiglia che lui rappresenta). Non a caso il PD è rimasto nell’anomia, unico partito a non essere identificabile con una persona.

Intanto Maroni è sempre più ai margini e presumibilmente seguirà la medesima sorte di Fini. Ovvero, fonderà un partito-persona pure lui, naturalmente focalizzato sulla sua leadership. A questo si è ridotta la politica italiana: alla competizione fra personalismi. Non ci sono più le politiche per la società, sintetizzate dalle ideologie, bensì solo dei gruppi, dei cartelli, dei trust politici. O delle cosche, se preferite.

A sentire le voci dei leghisti in carriera, «nella Lega non c’è nessuna spaccatura». Lo dice Roberto Cota, governatore del Piemonte. Lo dicono tutti i parlamentari che chiamano la Radio e danno la colpa al Nemico, ai Poteri Forti, alle Massonerie. Lo dice perfino Marco Reguzzoni, il più noto dei Capetti, il capogruppo che, o almeno così sembra, parla con Maroni solo via messaggi indiretti su Facebook. Bobo è deluso e amareggiato? «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». E in ogni caso la Lega è unita, Bossi è il Capo, si fa solo quel che dice il Capo (La Stampa.it).

Come in una configurazione classica medievale, anche il Medioevo partitico vede attorno al Feudatario una pletora di Vassalli e Valvassori, più o meno fedeli, in cerca di prestigio e visibilità al solo scopo di incrementare il proprio potere personale. Questo sono i vari Cota e Reguzzoni e Calderoli eccetera. Maroni ha ricordato in questi giorni la Lega delle origini. Si fa sempre ritorno alle Origini. Della serie, era meglio quando si stava peggio: “la Lega degli onesti, la Lega senza intrallazzi nè conti all’estero, la Lega che mi ha conquistato per i suoi ideali trasparenza, per i suoi valori etici e per i suoi meravigliosi militanti”. Tutto questo fa parte della leggenda. Non della Storia. Gli agiografi potranno sbizzarrirsi sulla vita e le opere di Bossi, ma quel che resta è la parabola di un partito che contestava i corrotti della Prima Repubblica al solo fine di sostituirsi ad essi. Nella corruzione (e nella vergogna).

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Nicola Cosentino salvo ancora grazie alla Lega

Tratto da il Fatto Quotidiano

Con 298 sì e 309 no, la Camera dei deputati ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’economia dell’ultimo governo Berlusconi e attuale coordinatore regionale del Pdl in Campania. Il deputato di Casal di Principe è accusato dai pm napoletani di concorso esterno in associazione mafiosa, per i legami intrattenuti con i clan dei Casalesi.

Il voto è avvenuto a scrutinio segreto, ma determinanti per salvare Cosentino sono stati i voti della Lega, che sulla questione si è spaccata al suo interno. Dopo la divisione tra Maroni (che voleva votare sì all’arresto) e Bossi (“Non c’è nulla nelle carte, ciacuno voti secvondo coscienza” ha detto il Senatur), stamane la spaccatura è stata la riunione del Carroccio alla Camera, dove ci sono stati attimi di vera tensione. Ad un certo punto – viene raccontato – Roberto Paolini ha citato Enzo Carra e il caso delle ‘manette spettacolo’. Un riferimento storico (il portavoce di Arnaldo Forlani fu arrestato per falsa testimonianza e quelle immagini delle manette fecero il giro del mondo) per avvalorare la tesi della necessità di respingere gli ‘arresti facili’ che ha provocato la reazione di un gruppo di leghisti. A venire quasi alle mani Giampaolo Dozzo e Roberto Paolini. I due esponenti del Carroccio sono stati divisi dopo qualche momento di tensione. “Ma è vero che ti ha chiamato Berlusconi?” è stata la ‘risposta’ di alcuni deputati. E’ così che si è sfiorata la rissa tra i due, con alcuni esponenti del partito di via Bellerio, come Davide Caparini, intervenuti per dividere i ‘duellanti’. La discussione è stata molto animata. Umberto Bossi – riferiscono fonti parlamentari del Carroccio – ha preso inizialmente la parola spiegando che dalle carte non si evince nulla nei confronti del coordinatore campano del Pdl. Il ‘Senatur’ ha premesso che la gente del nord è per l’arresto, ma che occorre lasciare libertà di coscienza, proprio perché a suo dire non c’è alcuna prova di colpevolezza. Poi a prendere la parola è stato Roberto Maroni che, spiegano fonti del Carroccio, si è limitato a raccontare gli esiti della segreteria della Lega di lunedì, sottolineando di non essere stato l’unico a voler votare sì all’arresto del deputato Pdl. Bossi ha tirato le somme, evidenziando che non c’è alcun ‘fumus persecutionis’ ma ribadendo che ogni parlamentare potrà decidere autonomamente in Aula. “Si gioca sul filo dei voti, abbiamo recuperato più di trenta parlamentari”, dicono dal Pdl.

Cosentino è salvo, la maggioranza no, l’opposizione neppure

La Camera dei Deputati ha oggi negato con scrutinio segreto l’autorizzazione ad impiegare le intercettazioni telefoniche relative all’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino. Ne danno il triste annuncio le agenzie di stampa.

Cosentino è salvo grazie ai 308 voti a favore, mentre 285 sono stati i voti contrari per un totale di 593 presenti in aula (maggioranza a 297). Fatti i conti, c’è qualche ribelle che ha votato in maniera disgiunta rispetto alle indicazioni dei capigruppo: dei trentaquattro votanti di Futuro e Libertà, quanti sono quelli che hanno “marinato”? Fra le opposizioni non è andato tutto liscio come ci si aspettava:

Il capogruppo del Partito Democratico Dario Franceschini ha sottolineato il fatto che sono mancati 15 voti al fronte di coloro che si erano dichiarati favorevoli alla richiesta della magistratura.

“Costituisce un fatto grave che manchino circa 15 voti, contando la differenza tra la somma di quelli che avevano annunciato di votare a favore dell’uso delle intercettazioni e il voto effettivo”, ha detto Franceschini, escludendo che le defezioni siano giunte dal suo gruppo. (Reuters).

Insomma, considerate le assenze – pari a 37 deputati – è chiaro che qualcosa è andato storto. E’ vero che la maggioranza ha soltanto sfiorato quota 316, ma l’opposizione non serra le fila. Le defezioni? Facciamo due conti:

  • Contrari all’uso intercettazioni: PdL e Lega, 297 membri a ranghi completi; ne hanno ricevuti 308, vale a dire 11 in più;
  • Favorevoli all’uso delle intercettazioni: PD, IDV, UDC e Fli, per un totale a ranghi completi di 303, mentre hanno votato in tal senso 285 deputati, 18 in meno del dovuto (per Franceschini 15).
  • Da questo conteggio ho escluso i deputati del Gruppo Misto, che sono 31, di cui non ho alcuna indicazione di voto.

Al momento non sono ancora disponibili gli elenchi sulle assenze dei deputati. C’è da giurare che qualcuno dell’opposizione, nel segreto dell’urna, ha fornito il proprio soccorso alla maggioranza. Un soccorso insperato, ma non sufficiente a dare indicazioni sul prossimo voto di fiducia. La quota 316 turberà per ancora una settimana i sogni di Berlusconi.

Cosentino gioca d’anticipo e si dimette

Le opposizioni erano tutte unite, per una volta nella loro miserrima storia: la mozione di sfiducia individuale al sottosegretario Nicola Cosentino, indagato nella vicenda della Loggia P3, avrebbe riunito sotto il medesimo tetto PD, IdV, UDC, Finiani e forse anche la Lega. Un bel papocchio. D’altronde, chi può avere lo stomaco di difendere uno come Cosentino davanti all’opinione pubblica in una situazione tanto incerta come quella attuale?

Lui, il dimesso, si è manifestato alla luce della ribalta, oggi, con uno stringatissimo comunicato:

Ho deciso di concerto con il Presidente Berlusconi di rassegnare le mie dimissioni da sottosegretario per potermi completamente dedicare alla vita del partito, particolarmente in Campania, anche al fine di contrastare tutte quelle manovre interne ed esterne poste in essere per fermare il cambiamento (l’Unità).

La soluzione ‘alla Brancher’, caldeggiata ieri l’altro da Italo Bocchino, ha funzionato. In tal modo si preservano i Finiani dall’imbarazzo di un voto di sfiducia, seppur individuale. Il governo, per qualche giorno ancora, è salvo. Letta e Berlusconi tirano un sospiro (di sollievo?). Resta da capire – e sei ci sono esperti di linguaggio in codice all’ascolto, si facciano avanti – che significato abbia la parola “cambiamento” nel comunicato di Cosentino. Qualcuno lo aiuti a scrivere cose più originali.

Regionali, ecco dove l’UDC sarà determinante.

Un sondaggio pubblicato da il Fatto Quotidiano fotografa i rapporti di forza fra i partiti in vista delle regionali, quando ancora non sono chiare né le alleanze né le candidature. Ecco dove l’UDC sarà determinante.
In Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, l’apporto di voti dell’UDC al centrodestra non sarebbe sufficiente per far perdere la regione al PD: in bilico solo le Marche, ma laggiù il PD parte in testa. Per contro, Piemonte, Liguria e Lazio sono fortemente contese, e la scelta dell’UDC di propendere per la coalizione di centro-sinistra in Piemonte potrebbe non essere sufficiente. Poi, Campania, Puglia e Calabria, dove l’UDC vince sempre, ovunque vada.

In Campania pesa ancora l’incertezza determinata dal caso Cosentino:

  • Diciamo subito e con sicurezza che nel Pdl non si muoverà niente, assolutamente niente, prima della pronuncia della Corte di Cassazione. La Suprema Corte, in verità, avrebbe dovuto già decidere il 30 Dicembre scorso riguardo il ricorso dell’onorevole Nicola Cosentino avverso il provvedimento cautelare. E siccome ha constatato che il provvedimento della Procura di Napoli non era supportato da fatti inoppugnabili, allora, in attesa di nuove carte, aveva rinviato il verdetto che dovrebbe essere emanato tra il 10 ed il 15 prossimi.
  • Cosentino è ancora in corsa. Un eventuale verdetto a suo favore lo rimetterebbe in pista. Ecco perché tutto il vertice regionale e provinciale del Pdl ha deciso di sospendere ogni iniziativa in tema di candidature. Da fonte autorevole trapela la notizia che l’ultima parola spetterà a Berlusconi e questi si è impegnato a non procedere alla nomination a Governatore regionale della Campania prima della sentenza della Corte di Cassazione (Provinciali Caserta, Dell’Aquila (Sdi): “Oliviero unico candidato vincente” )

Ma, la candidatura della Polverini nel Lazio, con lo sponsor dell’UDC, e quindi la garanzia di un successo in quella regione, può permettere ai berluscones di “rischiare” Cosentino in Campania, e questo per due ragioni:

– in primis, con il Lazio si accontenta Fini e in un certo senso si “compra” il suo silenzio-assenso sulla Campania, una sorta di accordo di non belligeranza per il periodo elettorale;
– in seconda battuta, si capitalizza il bagaglio di voti di Cosentino rendendo superfluo l’accrocchio con l’UDC.

I berluscones non si sono stracciati le mutende per il Lazio, anzi, hanno lasciato che Fini facesse il suo gioco e schierasse la sindacalista “invisa” a Berlusconi. Lei, la ex leader dell’UGL, è ancora poco popolare essendo conosciuta solo dal 30% degli intervistati (fonte Europa): a quanto pare Renata non divide solo a destra, ma anche a sinistra, dove può trovare alcuni estimatori, come l’Unità, che ha ben titolato sulla neo-candidata, sottolineando come molti elettori di sinistra potrebbero votarla, e anche alcuni detrattori, come la testata Europa (ex area Rutelli, ora dalemiana?) che invece ne indaga la figura e ne evidenzia la carriera politica fulminante, agevolata dalle apparizioni televisive a Ballarò e dalla straordinaria e persino un po’ sospetta ascesa del suo sindacato di “quattro gatti” alla triade confederale CGIL-CISL-UIL.

    • ultimo rapporto Censis. Lì è riportato il numero degli iscritti ai sindacati nel 2007 e 2008. Ebbene, l’Ugl è l’unico che in controtendenza perde colpi: –4,2 per cento, passando dai 2 milioni e 145mila del 2007 ai 2 milioni e 54mila dell’anno successivo
    • i due milioni di cui si parla (che portano l’Ugl a giocarsi la terza piazza con la Uil) non trovano riscontri concreti nei numeri ufficiali. I dati sulle tessere infatti sono autodichiarati dalle singole sigle, che spesso li gonfiano ad arte
    • Tuttavia ci sono due indicatori, uno nel pubblico e uno nel privato, tramite cui ricavare i rapporti di forza fra i sindacati e il reale numero degli iscritti.
    • pubblico impiego.
      In questo settore la rappresentatività sindacale è certificata ufficialmente dall’Aran perché possono partecipare alla contrattazione solo quelle organizzazioni che superano il 5 per cento dei voti.
    • Per sanità, scuola, ministeri e tutto quello che è pubblico impiego il sindacato della Polverini è sotto. Quindi rappresenta quattro gatti.
    • circa lo 0,7 per cento, ovvero più o meno diecimila persone su un totale di due milioni di lavoratori sindacalizzati
    • Per quanto riguarda il privato, un buon indicatore è il numero di trattenute sindacali che pensionati e disoccupati delegano all’Inps. Ebbene, anche in questo caso i numeri per l’Ugl sono impietosi. «Può contare su 67mila pensionati e duemila disoccupati, più o meno l’uno per cento del totale», ci dice Marco Paolo Nigi, segretario della Confsal
    • un leader che è riuscito a strappare una candidatura pesante grazie ad altre doti. Come un’intelligenza tattica nello stringere alleanze: prima con Epifani che la sdogana e poi, adesso, con Bonanni e Angeletti con cui fa da sponda a Sacconi
    • capacità di mettersi sotto l’ombrello finiano, ritagliandosi il ruolo di donna di destra ma antiliberista e, cosa che conta di più, antiberlusconiana

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Caso Cosentino, il voto in aula copre con il segreto le defezioni dell’opposizione.

Nicola Cosentino

Nicola Cosentino, accusato di collusione con la Camorra del Clan dei Casalesi, collusione con la famiglia dei vincenti, gli Schiavone, Mr Gomorra ha incassato oggi il voto contrario dell’aula al suo arresto nell’ambito delle inchieste della procura di Napoli sui rapporti Camorra e Politica.
Secondo il relatore di maggioranza, il deputato del PdL Antonino Lo Presti, trattasi di fumus persecutionis, e per tre principali ragioni:
– il tempo: Cosentino è indagato dal 2001 e la richiesta di arresto giunge solo nel 2009;
– mancanza di riscontri sulle parole del pentito Vassallo;
– Vassallo non è genuino, ha motivo di rivalsa nei confronti del Cosentino stesso.
Dette così, motivazioni comprensibili. Ma leggete l’estratto del resoconto stenografico. Cosentino è sì indagato dal 2001, ma i pentiti parlano solo dal 2007; Lo Presti ammette egli stesso che Cosentino ha dato indicazioni relative alle nomine del corsorzio CE4 e di essere coinvolto nella torbida catena della gestione dei rifiuti; Cosentino è il referente politico di quella zona, non lo ha mai smentito, ci ricorda Lo Presti; Vassallo, infine, ha motivi di rancore nei confronti del sottosegretario, perché escluso dal giro di affari in quanto appartenente alla famiglia dei Bidognetti, i perdenti. E perché dovrebbe avercela con Cosentino? Se Cosentino fosse estraneo alla vicenda, ovvero non avesse favorito nelle nomine gli Shiavone, perché il Vassallo dovrebbe avere motivi di rivalsa contro il sottosegretario? Lo Presti se lo è domandato? Se lo sono domandati oggi in aula?
Quello che segue è il passo – allucinante – della difesa di Lo Presti a Cosentino, e la replica della relatrice di minoranza, Marilena Samperi del PD.
Il voto è avvenuto con la forma dello scrutinio segreto, sicché nessuno saprà mai chi dell’opposizione ha votato contro l’autorizzazione.

    • ANTONINO LO PRESTI, Relatore per la maggioranza
    • È noto al riguardo che la giurisprudenza della Corte di cassazione (per tutte vale la sentenza delle Sezioni unite penali n. 36267 del 2006) esige che le chiamate in correità provengano da soggetti intrinsecamente attendibili e siano corroborate da riscontri esterni individualizzanti
    • non è parso alla Giunta che questo standard di accertamento sia stato pienamente raggiunto
    • È vero che il deputato Cosentino ha ammesso di aver dato l’indicazione relativa a incarichi dirigenziali nel consorzio CE4, ma questa è una prassi diffusa e trasversale rispetto a tutte le forze politiche presenti in quella realtà, e che conoscesse diversi soggetti che i vari pentiti dicono che fossero suoi sodali.
    • È anche vero che egli fosse coinvolto nelle problematiche relative alla gestione del ciclo dei rifiuti.
    • E, ancora, egli stesso non ha mai negato di essere il referente politico di quella zona.
    • Tutto ciò, però, ancora non porta al consolidarsi di precisi profili fattuali di rilievo penale. Peraltro, questa conclusione è rafforzata da alcune evidenti incongruenze nell’impianto accusatorio
    • l’inchiesta si trascina da molti anni (la notizia di reato trova la sua prima iscrizione a registro nel 2001). Se gli inquirenti non sono riusciti per almeno otto anni a trovare elementi a carico Nicola Cosentino, vuol dire che questi sono quantomeno di dubbio accertamento
    • il Vassallo, ossia il pentito che lo accusa, per sua stessa ammissione ha motivi di rancore nei confronti di Cosentino, giacché – nell’ipotesi accusatoria – sarebbe stato escluso dal giro degli affari perché collegato alla famiglia perdente dei Bidognetti e non a quella vincente degli Schiavone, che sarebbe poi secondo l’accusa divenuta il riferimento di Cosentino
    • Vassallo sostiene di essere stato un socio di fatto della ECO4, ciò che per definizione non è verificabile, dal momento che solo i soci di diritto risultano dai libri societari. Senza contare il fatto che il collaborante – in ordine alla circostanza pure da lui riferita di una dazione illecita di danaro in favore di Cosentino – confonde addirittura la denominazione delle monete
    • la stessa ordinanza di custodia cautelare riconosce che la datazione delle principali risultanze di prova indiziaria non supera l’anno 2004. Ciò oggettivamente indebolisce il ragionamento sulle esigenze cautelari, anziché rafforzarlo come deduce il GIP di Napoli
    • In quarto luogo difetta, nell’impianto accusatorio, l’indicazione degli elementi che concretamente avrebbero sostanziato, da parte delle cosche, il sostegno elettorale in favore del Cosentino e soprattutto il vantaggio che questi avrebbe conseguito in termini di accrescimento del consenso.
    • MARILENA SAMPERI, Relatore di minoranza

    • abbiamo verificato scrupolosamente l’impianto accusatorio, non per sostituirci all’attività della magistratura, ma perché è nostro compito appurare che l’impianto procedurale e sostanziale non sia affetto da fumus persecutionis: è questo il nostro compito, è questo il compito della Giunta, è questo il compito dell’Assemblea
    • I gravi elementi circostanziati, riscontrati e – come dice l’onorevole Lo Presti – «individualizzanti» escludono il fumus persecutionis; le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ma anche dei coindagati, trovano riscontri documentali, intercettivi, dichiarativi.
    • Per quanto riguarda i tempi, tanto contestati, vorrei ricordare che solo nel 2007 il collaboratore di giustizia Vassallo comincia a parlare dell’onorevole Cosentino: il tempo trascorso da allora, dal 2007, è indice piuttosto della serietà, della laica diffidenza, della cautela con cui i giudici hanno analizzato le dichiarazioni dei collaboratori e cercato riscontri.
    • Sono del 2007 le dichiarazioni dei fratelli Orsi e di Nicola Ferraro, del 2008 quelle di Di Caterina, del 2009 – solo del 2009 – quelle del Valente, uomo di fiducia dell’onorevole Cosentino e uomo di punta del consorzio CE4 e poi della società Spa mista pubblico-privata ECO4.
    • Solo quando il quadro è compiuto, e l’impianto è solido, il GIP chiede alla Camera l’autorizzazione ad eseguire la misura cautelare nei confronti dell’onorevole Cosentino. Ma guardate che questa non è la sola ordinanza di custodia cautelare, perché anche Giuseppe Valente, che nel frattempo è stato condannato in primo grado a cinque anni e quattro mesi per fatti sempre relativi a collusioni con la camorra, è stato raggiunto, per gli stessi fatti di cui oggi discutiamo, da un’ordinanza di custodia cautelare solamente nel 2009.
    • Questi sono i fatti. Poco dopo aver cominciato a collaborare con la giustizia Michele Orsi viene ucciso come Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico, e come ha rischiato di essere uccisa Francesca Carrino, nipote di Anna, collaboratrice di giustizia ed ex compagna di Francesco Bidognetti, che solo per un miracolo è sfuggita ad un agguato mortale. Lo scambio elettorale tra l’onorevole Cosentino e i clan nella condivisione dell’ambizioso progetto nel settore della raccolta e trasformazione dei rifiuti è assai verosimile dagli atti di indagine.
      L’onorevole Cosentino, e concludo signor Presidente, dice di aver più volte chiesto di essere sentito. Lo ha chiesto in modo formale il 21 ottobre 2008, quando ancora non era iscritto nel registro degli indagati, lo ha chiesto il 9 novembre 2009, quando già da due giorni era stata emessa l’ordinanza. Ma quando il lunedì successivo all’emissione dell’ordinanza, il tribunale lo convoca per essere sentito, l’onorevole Cosentino chiede un rinvio.

    • Discussione della domanda di autorizzazione a eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del deputato Cosentino (Doc. IV, n. 5-A) (ore 11,16).
    • (Votazione – Doc. IV, n. 5-A)
    • Comunico il risultato della votazione:

      Presenti e votanti 586
      Maggioranza 294
      Voti favorevoli 360
      Voti contrari 226
      (La Camera approva – Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania – Vedi votazioni).

    • «Prendo atto che c’è stato un voto che ha oltrepassato tutti gli schieramenti, al di là della stretta maggioranza» è stato il primo commento dello stesso Cosentino. Il quale, a risultato ottenuto, dice di «non aver avuto timore del voto segreto»
    • Nel tardo pomeriggio l’aula di Montecitorio ha respinto le mozioni di sfiducia presentate da Pd, Udc e Idv nei confronti del sottosegretario. «Chiediamo le dimissioni del sottosegretario Cosentin – aveva detto nella dichiarazione di voto sulla mozione il deputato del Pd Andrea Orlando – perché le 300 pagine che motivano il suo arresto, i numerosi articoli non smentiti, le indagini dell’Antimafia, fanno emergere lo spaccato di una realtà della quale egli è parte. Per questo la sua permanenza al governo indebolisce la forza delle istituzioni. Cosentino fa la vittima, sostenendo che paga la sua origine: a noi interessa di più che la gente del suo territorio trovi la forza di ribellarsi alla Camorra»
    • Pdl e Lega hanno votato contro tranne il finiano Fabio Granata, che si è sempre astenuto: la sua lucina bianca era l’unica accesa tra tutte quelle rosse dei colleghi del Pdl. Su tutti i documenti si sono astenuti i deputati radicali. L’Udc si è astenuta sulla mozione dell’Idv.

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Nicola Cosentino, tutti i nomi di chi ha negato l’autorizzazione a procedere.

Nicola Cosentino, sottosegretario di questo governo, deputato della Repubblica, accusato dai pm di Napoli di collusione con il clan dei Casalesi, e per questo oggetto di richiesta di arresto, ha tranquillamente passato l’esame della Giunta per l’Autorizzazione a Procedere della Camera.

Le motivazioni addotte dai parlamentari facenti parte della Giunta per le autorizzazioni sono alquanto fumose e prive di fondamento. Undici i contrari, sei i favorevoli. Ha votato contro l’autorizzazione anche la Lega nella persona dell’on. Luca Rodolfo PAOLINI:

crede che la concessione dell’arresto sarebbe un atto ingiusto, con cui si otterrebbe di restringere in carcere un soggetto a carico del quale si è proceduto con metodi da inquisizione spagnola, senza il benché minimo elemento fattuale. Crede che sia domandata a Nicola Cosentino una probatio diabolica, quella cioè di essersi dissociato da un sodalizio criminoso di cui non è mai stato parte. Voterà contro l’arresto.

Avete letto bene. Secondo il leghista Paolini, si sarebbe proceduto contro Nicola Cosentino, accusato di collusione con la camorra, con metodi da inquisizione e senza il benché minimo dato fattuale. I casi sono due: o Paolini non è un vero e proprio leghista, oppure il leghismo ha fatto il suo tempo, quel leghismo del cappio e della Roma ladrona, della secessione e del sud dei terroni. Ci sarebbe da riflettere su questo trasformismo, in atto oramai da anni e che oggi ha raggiunto il suo compimento, la Lega che salva il presunto camorrista Cosentino. Chi l’avrebbe mai detto.

L’unico astenuto, il parlamentare PD in quota Radicale, Maurizio Turco, il quale si è espresso incredibilmente in accordo con Paolini, ovvero:

dichiaratosi d’accordo in via di principio con le asserzioni del collega Paolini, sottolinea però che queste valgono per tutti e non solo per i parlamentari. Data lettura di un’intervista resa al Corriere del Mezzogiorno del 15 ottobre 2009 dal procuratore generale della Repubblica presso la corte d’appello di Napoli, dott. Vincenzo Galgano, crede che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa sia un assurdo logico. Esprime rilievi sulla professionalità dei magistrati che hanno condotto l’inchiesta e si domanda se secondo costoro Cosentino debba essere considerato preminente rispetto al consorzio malavitoso o invece a questo sottoposto. Citati i risultati elettorali nelle recenti elezioni comunali di diversi paesi del casertano, preannunzia che voterà in modo tale da evidenziare il suo dissenso dall’arresto ma anche dalle ragioni esposte dal relatore.

Il resoconto non permette di capire se Turco consideri il reato di concorso esterno in associazione mafiosa un assurdo logico solo nel caso di Cosentino, oppure se invece a suo parere lo sia sempre in ogni circostanza. Poiché in tal caso dovrebbe egli stesso spiegarci come intenda argomentare ulteriormente questa affermazione, ovvero dovrebbe farsi carico di smentire la sentenza “Partecipazione e concorso esterno nel delitto di associazione di tipo mafioso ( art.416 bis c.p.) Cass. Sezioni Unite 12 luglio 2005” , detta Sentenza Mannino la quale così recita:

Si ha concorso esterno in associazione mafiosa quando un soggetto, non inserito stabilmente nella struttura organizzativa del sodalizio e privo dell’affectio societatis, fornisce all’associazione mafiosa un concreto, specifico, consapevole, volontario contributo che si configura come condizione necessaria per la conservazione o il rafforzamento delle capacità  operative dell’associazione.

In Giunta avrebbero dovuto chiedersi, sulla base delle carte processuali, se veramente da esse emergesse un quadro di contribuzione volontaria di Cosentino agli affari del clan di Casal di Principe, e se questo sia stato effettivamente concreto, specifico, consapevole.

Invece, secondo Maurizio PANIZ (PdL), “la Giunta non deve entrare nel merito della vicenda, il quale pure non ha il pregio della concludenza e della verosimiglianza, ma deve limitarsi a verificare se la situazione prospettata possa sovvertire le esigenze della sovranità popolare. Nicola Cosentino è stato eletto dal popolo per svolgere una funzione parlamentare e di governo. Un eletto del popolo non può essere privato della sua funzione senza validi motivi che in questo caso mancano del tutto. Peraltro è doveroso il compito di un esponente politico di intervenire nei fatti del suo territorio e nella nomina delle varie società di servizi. Nulla nelle carte processuali prodotte, i cui elementi peraltro si fermano al 2004, consente di intaccare il principio di sovranità popolare”.

Davvero il compito della Giunta è limitato alla valutazione della influenza della richiesta di arresto sulle “esigenze” della sovranità popolare? La sovranità popolare non potrebbe forse estrinsecarsi senza Nicola Cosentino? Non è forse la presunta collusione di Cosentino con la camorra a mettere a pregiudizio la sovranità popolare stessa? La sovranità popolare dovrebbe avere a che fare con l’interesse generale, mentre un colluso con la mafia ha in vista gli interessi – criminosi – del suo gruppo di appartenenza. L’on. Paniz è un esempio di ignoranza-crazia.

Concludo invece con l’intervento che più ha convinto, quello dell’on. Marilena SAMPERI (PD):

richiamatasi alla relazione conclusiva della Commissione d’inchiesta parlamentare sulla mafia della XV legislatura, approvata all’unanimità nel febbraio 2008, sottolinea come gli intrecci tra camorra, politica e imprese siano patrimonio conoscitivo indiscusso. L’inchiesta napoletana, a differenza di quanto ha sostenuto il relatore, non è quindi precaria o incongruente. Essa è invece cauta, verificata e puntuale. La vicenda descritta prende le mosse dalla costituzione, a opera dei fratelli Orsi, di una società la quale ha il precipuo scopo di inserirsi nel settore dei rifiuti, del quale i fratelli medesimi non conoscevano alcunché e del quale non avevano know-how. Gradualmente le strutture societarie riconducibili agli Orsi si espandono, acquisiscono compiti di gestione di servizi e si prestano alle richieste clientelari della politica. Emblematica è la vicenda della gara per scegliere il partner privato del consorzio CE4, connotata da illiceità a ogni passo. Altrettanto significativa è la vicenda della costituzione dell’Impregeco, la quale ha il precipuo scopo illecito di porsi come antagonista della Fibe-Fisia, che a sua volta si era legittimamente (con gara europea) aggiudicata l’esclusiva per una gestione industriale del ciclo dei rifiuti. Tutti questi passaggi sono seguiti e consentiti da Nicola Cosentino, quale effettivo dominus della situazione. Tutto ciò non è mera speculazione di un pentito ma è confermato da riscontri documentali, quali per esempio le verifiche al PRA in ordine ai veicoli usati per la raccolta dei rifiuti e gli atti amministrativi acquisiti (primi fra tutti i bandi di gara); le dichiarazioni dei medesimi fratelli Orsi; le intercettazioni telefoniche tra Sergio Orsi e Giuseppe Valente; un’informativa di polizia giudiziaria e dichiarazioni del medesimo Valente. Errano pertanto quanti propalano il concetto per cui si tratterebbe di un’inchiesta interamente basata sulle dichiarazioni del pentito Vassallo. A tal riguardo, si sofferma anche sulle dichiarazioni di Domenico Bidognetti ed Emilio Di Caterina e sulla perquisizione avvenuta a casa di Vincenzo Schiavone, presso la quale sono stati rinvenuti gli elenchi delle società vicine alla famiglia Schiavone che avrebbero dovuto ottenere lavori e commesse.

Qui il resoconto completo della seduta.