Financial Times: Monti ha il vento in poppa, Papademos no

Il Financial Times dice che il professor Monti va a gonfie vele: l’Italia è un caso diverso dalla Grecia, scrive Peter Spiegel, corrispondente per FT da Bruxelles. Questo l’articolo intero, tradotto dall’inglese – con qualche licenza – dal sottoscritto.

Articolo originale

Il primo ministro Monti, in Italia fresco di vittorie sulla revisione dei regimi pensionistici e sull’aumento delle tasse di proprietà, è in sella a una ondata di consenso in patria, mentre all’estero viene accolto nei rari vertici che una volta erano il dominio esclusivo del francese Nicolas Sarkozy e della tedesca Angela Merkel.

Infatti, l’ultimo vertice a tre, che era stato programmato per Venerdì, è stato posticipato a causa di sconvolgimenti politici non in Italia ma in Francia, dove Sarkozy sta combattendo per la propria sopravvivenza politica dopo la perdita da parte della Francia della sua totemica tripla A del rating del debito.

Il signor Papademos, invece, si è trovato sull’orlo di un default sovrano, è bloccato nella zona euro tra il suo salvataggio e i finanziatori titolari privati ​​di debito greco, che si trovano nel mezzo di una lotta feroce su quanto grande debba essere la perdita obbligazionista affinché Atene ritorni sulla via della sostenibilità finanziaria.

Anche se Papademos è in grado di trovare un accordo sul taglio del debito in tempo perla riunione dei ministri delle finanze dell’Eurozona Lunedi – come sta cercando sempre più possibile – si troverà ad affrontare ancora la non invidiabile prospettiva di nuove richieste da parte degli istituti di credito dell’UE di una ancor più forte austerità, prima di essere premiato con un secondo bail-out di € 130 miliardi.

“L’economia politica in entrambi i casi è ovviamente difficile, ma Monti ha chiaramente il vento in poppa, mentre Papademos no”, ha detto Mujtaba Rahman, un analista europeo della Eurasia Group Risk Consultant.

Parte della differenza tra le fortune dei due uomini è il clima politico nei rispettivi paesi. In Italia, i partiti politici sia a destra e sinistra sono disorganizzati e Silvio Berlusconi, predecessore del presidente Monti, è stata finora pubblicamente di sostegno, dando al nuovo Primo Ministro un percorso relativamente libero in politica.

Nei giorni scorsi, il presidente Monti ha affrontato molteplici proteste da parte di gruppi disparati come tassisti, avvocati e farmacisti rispetto a un altro round di riforme che avrebbero dovuto essere svelate la notte scorsa. Ma il signor Monti non ha ancora visto il livello di opposizione apparso a molti dei suoi colleghi dell’eurozona.

“Questa combinazione di fiducia molto, molto bassa [a partiti politici] e allo stesso tempo questo supporto notevole per questo governo, per quanto dolorose siano le sue azioni … sinceramente sono sorpreso”, ha detto Monti in un’intervista questa settimana. “Non può durare, ma per ora è così.”

Ad Atene, invece, Papademos è vincolato a un gabinetto composto dai leader delle due principali fazioni politiche del paese. Anche se questo gli dà più legittimità politica e la base naturale in Parlamento che manca il signor Monti,egli ha politicizzato il processo decisionale in un modo che in Italia le iniziative del professore non hanno.

Funzionari ​​greci riconoscono che, anche se Papademos è in grado di ottenere un accordo per una ristrutturazione del debito entro la prossima settimana, la sfida per il primo ministro probabilmente sta solo diventando sempre più difficile. “Questo sarebbe un risultato importante, ma ci sono molti più ostacoli lungo la strada per la sua esecuzione”, ha detto un alto funzionario del ministero delle finanze greco.

Papademos è anche di fronte ad una linea temporale politica molto più breve. A differenza di Monti, per il quale le dimissioni sono previste in vista delle nuove elezioni in programma nella primavera del 2013, il voto greco è previsto entro la metà dell’anno, anche se il mandato Papademos è già stato esteso da quattro mesi a sei. Funzionari ​​e diplomatici di Bruxelles hanno già cominciato a fare conoscenza con il ‘gamesmanship’ politico della Grecia, il principale partito del centro-destra, Nuova Democrazia, e del suo leader Antonis Samaras, che credono che si posizioni in modo tale d a reclamare a sè il potere del governo socialista, recentemente deposto.

Un alto funzionario europeo, con rabbia, ha citato un recente articolo sulla stampa internazionale, di Iannis Mourmouras, il vice ministro delle Finanze nonché alto funzionario di partito dell’onorevole Samaras ‘, che ha sostenuto che “i programmi di aggiustamento nella periferia della zona euro sono stati difettosi” e ha chiesto agli istituti di credito dell’area dell’euro di porre fine alla loro richiesta di maggiore austerità.

“Lo fanno a se stessi”, ha detto il funzionario.

“C’è un crescente senso che, nonostante i valorosi sforzi di Papademos … il recalcitrante enstablishment greco stia occupando il suo tempo per preparare le prossime elezioni, confidando sul presupposto che il mondo continuerà ad intervenire in loro aiuto, non importa in che modo”, ha detto un diplomatico europeo. “Sta diventando sempre più chiaro che la Grecia sia un caso piuttosto diverso rispetto a l’Italia.”

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Rom, ovvero sporco, ladro e scippatore

Sarebbe molto importante che a tutti gli scolari si raccontasse chi sono “gli zingari”. Quanti sono, quanti anni hanno, quanti sono italiani e da quante generazioni, quanti abitano in case e quanti vorrebbero abitarci, e quanti furono sterminati, e che storia millenaria di paura e attrazione, di brutalità e demonizzazione si è rovesciata su loro, e quale incomparabile avversione ai rom di Romania nutrano i romeni… Quanti bambini risulta che abbiano rapito – per esempio: nessuno – e quanti bambini furono rapiti a loro, in paesi civilissimi, in nome dell’assimilazione (Adriano Sofri, La Repubblica2 Diario, 26/08/2010).

Rom, ovvero ladro di bambini e scippatore: il grande uomo nero che si nasconde alle porte della città delle persone per bene è Rom. Non importa che i Rom siano un popolo senza nazione, non importa che siano pochi e relativamente innocui, essi sono la categoria residuale utile a spiegare la malvagità della nostra società. Sono la categoria del ripugnante, dell’usurpatore, dello sporco, del malato, dell’ignorante che non possiamo vedere affibiata a noi, gente civile che vive nelle case con la corrente elettrica e la tv e internet. No, i Rom nemmeno possono essere cacciati del tutto: gli sgomberi dei campi nomadi sono sempre temporanei. Passata la burrasca, essi possono tornare, come in uno stato di latenza, per esser poi riadoperati per paventare al cittadino-suddito l’immagine del mostro alla soglia dell’uscio di casa. Gli zingari servono ai governanti. Servono a instillare nel cittadino-suddito l’idea che sia necessario qualcuno che li protegga dai pericoli portati da questi barbari accampati alle perifierie. Servono a giustificare il potere.

Questo ha fatto Sarkozy. Questo fanno da anni i leghisti, assommando ai Rom anche l’extra-comunitario, l’immigrato irregolare, che porta via il lavoro ai nostri figli, che viene nel nostro paese e vive con i nostri soldi, che non lavora e diventa sicuramente un delinquente e si introduce nelle nostre case, di notte, quando nel sonno siamo soli e indifesi.

Nessuno vi ha detto che i Rom sono un popolo. Pensate, hanno persino una bandiera. Al cui centro campeggia un sole, che non sarà quello delle Alpi, ma pur sempre un sole è. E forse nessuno si è domandato perché il nome Rom, da che deriva, quale la sua etimologia. Quando Veltroni, anni fa, ai tempi in cui era sindaco di roma, ordinò lo sgombero del campo nomadi del Testaccio per trasferirlo al Prenestino, nemmeno fece caso alla strana curiosa assonanza fra Roma e Rom – che al plurale diventa proprio romá. E cosa vorrà mai dire Rom?

L’etnonimo “Rom” nella loro lingua detta “romanes”, significa “uomo”, termine che li differenzia dai non zingari, nel loro idioma detti “gagè”, che in origine individuava i “contadini zotici e ignoranti” (Ministero degli Interni, Pubblicazione sulle minoranze senza territorio).

Pensate a quale inversione di senso ha avuto il termine nel corso dei millenni: ora rom non è più uomo è “gagè”, è lo zotico e ignorante accampato ai margini, nel fango e negli escrementi. E lo sapevate che le varie etnie nomadi si differenziano anche attraverso l’attività economica prevalente che conducevano? Esistono i Lovara (da lob =cavallo in ungherese o da love denaro in romanes); i Kalderasha (calderai e indoratori) e i Churara (da churi = fabbricanti di setacci). Tutte attività che le rivoluzioni industriali hanno spazzato via. Quando il ministro Maroni parla di imminenti sgomberi dei campi nomadi abusivi, dimentica di dire che le etnie Rom, Sinti e Caminanti sono presenti in Italia da circa 600 anni. E soprattutto ignora che la Costituzione contiene all’articolo 6 il principio della tutela con apposite norme delle minoranze linguistiche.

[A causa] della difficoltà di applicazione alla popolazione zingara di molte delle norme dell’articolato, per il mancato ancoraggio della stessa ad un territorio definito […] allo stato attuale, non esiste nel nostro ordinamento alcuna norma che preveda e disciplini “l’inclusione” e il “riconoscimento” delle popolazioni Rom nel concetto di “minoranza etnico-linguistica” (Ministero degli Interni, cit.).

Si potrebbe pensare che l’intervento della Commissaria Europea alla Giustizia, Viviane Reding, sia stato fuori luogo. L’Europa, qualcuno avrà certamente detto e scritto, non può impicciarsi negli affari interni di una nazione. Sbagliato: l’Unione Europea esiste proprio per assolvere a questa funzione; è di fatto un limite allo Stato Nazione, che non ammette disomogeneità al proprio interno. La Francia, come l’Italia, ha sottoscritto i trattati che istituiscono l’Unione Europea: ne ha quindi riconosciuto la fattispecie di organismo sovranazionale. In quanto tale, le sue istituzioni cercano di applicare e di far rispettare principi e norme contenuti nei trattati istitutivi. L’Europa riconosce e tutela le minoranze etniche linguistiche. Uniti nella diversità, questo il tanto discusso motto della UE. E ancora prima della Reding, dell’Unione Europea, le istituzioni europee sovranazionali, create dopo i genocidi della Seconda Guerra Mondiale,  si preoccuparono del caso dei popoli senza territorio:

la Risoluzione 13, sottoscritta dal Comitato dei Ministri d’Europa il 22 maggio 1975, dichiarava che “il patrimonio linguistico e l’identità dei nomadi saranno salvaguardati”. Chi siano questi “nomadi” lo precisa la Risoluzione 125 del 1981, con la quale si invitava i 23 Stati membri del Consiglio d’Europa a “riconoscere come minoranza etnica gli zingari e altri gruppi nomadi quali i Sami e, quindi, ad accordare loro il medesimo statuto e i medesimi vantaggi delle altre minoranze, soprattutto per ciò che concerne il rispetto e la tutela della loro cultura e della loro lingua” […]

[Il] Parlamento europeo nel 1994 nella “Risoluzione sulla situazione degli zingari nella comunità” (A3-0124/94), […] riconosce “che il popolo Rom è una delle minoranze più importanti dell’Unione Europea”, per cui vanno tutelate “la lingua e gli altri aspetti della cultura zingara come parte integrante del patrimonio culturale europeo”; e quindi si “raccomanda ai governi degli Stati membri di completare la Convenzione europea dei diritti umani con protocollo aggiuntivo sulle minoranze, nel quale la definizione di minoranza possa comprendere gli zingari in forma esplicita, attraverso un riferimento alle minoranze che non abbiano un territorio proprio” (Ministero degli Interni, cit.).

Il popolo Rom ha una sua cultura, una lingua, una tradizione. E’ un popolo che nella sua diaspora secolare ha perso la propria religione, adattandosi via via a quella cristiano-orotodossa o a quella cristiano-cattolica, ma ha mantenuto un senso di religiosità. Invece lo raccontiamo come un gruppo di abusivi da sgomberare poiché minaccia la nostra sicurezza. Il problema Rom è in primis un problema di narrazione.

Questo l’eccezionale documento del Ministero degli Interni, datato 2006, dal quale ho attinto per questo post: da leggere e diffondere: (download).

No Sarkozy Day: germi di Popolo Viola in Francia, ma quante difficoltà, quante differenze.

Ieri si è svolto il primo “No Sarkozy Day”. Qualcosa di familiare? Certo, gli organizzatori si sono largamente ispirati al “modello italiano” del No Berlusconi Day, il famoso raduno del popolo dei senza partito, del popolo senza capo, profondamente antiberlusconiano non soltanto quindi in opposizione alle politiche ma contro il corpo, la persona, l’immagine dell’uomo che occupa abusivamente la scena politica italiana.
E che dire della versione francese? Essi sono viola ma non violano nessun muro dell’omertà. Essi scendono in piazza, e i giornali e le tv ne parlano, anche se sono in numero nettamente inferiore alle adesioni del gruppo su Facebook. In Italia, il Popolo Viola è stato trattato dal Tg1 né più né meno che come una scampagnata di tre(centomila) amici.
Sarkozy è decisamente un presidente della Repubblica che interpreta il proprio ruolo nell’alveo tracciato dalla Costituzione della Quinta Repubblica. Berlusconi è un presidente del Consiglio, un ‘primus inter pares’, un primo fra pari, un capo del governo con poteri molto ridotti, costituzionalmente parlando, ma che invece esercita la propria funzione in maniera autoritaria, travalicando il dettato costituzionale, con estensione del dominio sui mezzi dell’informazione televisiva.
Sarkozy è criticato in patria, per le politiche e per l’immagine. La critica è permessa ed è parte della funzione della formazione dell’opinione pubblica. In Italia, il pardone non permette critica, telefona ai commissari delle Autorità di Garanzia, suoi ex dipendenti, per indurli ad agire contro l’unica voce libera – e critica – del panorama dell’informazione televisiva italiana (Annozero), i quali obbediscono e riescono poi a tappare la bocca a tutti con il famoso regolamento sulla par condicio della Vigilanza.
Inoltre, la campagna elettorale per le Regionali in Francia si è consumata sui temi preminenti, sulla crisi oscena che ha messo in ginocchio interi settori produttivi del paese. In Italia, ancora una volta, la campagna e il voto sono stati trasformati nel consueto plebiscito sulla persona di Mr b. I problemi reali, la crisi, la disoccupazione, la precarietà del lavoro, la delocalizzazione delle fabbriche, la concorrenza minacciosa dei cinesi in ogni ambito del manufatturiero, ma anche la deriva videocratica, sono aspetti del reale che la logica berlusconiana ha cancellato dalla mente delle persone. I dati sull’affluenza delle elezioni in corso sono solo apparentemente simili a quelli francesi: gli astenuti in Francia sono maggioranza, in Italia no. Sono una minoranza esclusa, che si fa governare da una gerontocrazia che attua il voto di scambio per perpetuare sé stessa.

Sul Popolo Viola francese:

    • L’onda viola francese è riuscita a mobilitare le masse più sul web che nelle piazze. Ad una settimana dalle regionali dove ha dominato l’astensione, il primo ‘No Sarkozy day’ è stato ampiamente disertato nei cortei.
    • Erano 400 a Marsiglia, 300 a Grenoble, 250 a Nantes, 50 a Bordeaux e ad Ajaccio, alcune decine a Lilla. “È un buon inizio”, ha commentato all’ANSA Benjamin Ball, uno degli organizzatori del corteo nella capitale, ma nella voce del giovane blogger si percepisce una punta di delusione. Nei giorni scorsi si attendevano 100.000 persone in tutto il Paese, almeno 50.000 a Parigi.
    • Nell’euforia della vigilia qualche militante aveva lanciato il più ottimista dei pronostici, prevedendo un milione di persone nelle strade. “Certo avremmo preferito una maggiore partecipazione, ma non fa niente. Siamo molto fiduciosi – ha continuato Ball – l’onda viola ormai si è levata e nessuno potrà fermarla”.
    • Il ‘No Sarkozy Day’ è nato sul web per iniziativa di 55 blogger francesi seguendo il modello del ‘No Berlusconi Day’ italiano dello scorso dicembre. Il passaparola è andato su Facebook, Twitter, MaySpace, sui blog. Oggi il gruppo Facebook conta 387.977 membri, mentre in calce alla petizione anti-Sarkozy è comparsa una lista di 7.000 firme.
    • mentre a Parigi hanno sfilato slogan che denunciano il fallimento della politica economica del governo, le ingerenze sulla giustizia, le pratiche poliziesche dello stato, un sondaggio di oggi conferma l’opposizione crescente alla politica del capo dello Stato: se oggi i francesi dovessero votare per l’Eliseo, vincerebbe la socialista Martine Aubry.

Regionali 2010, differenze e analogie fra il voto francese e noi.

I risultati del recente voto francese al primo turno delle elezioni regionali hanno mostrato alcune linee di tendenza generali che possono benissimo, senza alcuna difficoltà interpretativa, essere applicate al nostro paese.

Procediamo con ordine:

– il record dell’astensionismo, il vero vincitore della tornata elettorale: i partecipanti al voto sono stati circa il 46% e solo sei regioni hanno superato di poco il 50% degli aventi diritto. Segno di una stanchezza profonda dei francesi, di una disaffezione non solo nei confronti del governo centrale, ma persino per quelle istituzioni che più gli sono vicino, che più direttamente incidono sulla loro esistenza. E in Italia? Per il sondaggio commissionato da Italia Futura (area Montezemolo), “il 35% dei cittadini ritiene che la scelta di non andare a votare o di votare scheda bianca sia una scelta legittima. Dato che sale ulteriormente, fino ad arrivare al 51%, se si prende in esame la classe di età tra i 18 e i 34 anni. I giovani sono dunque più propensi a usare l’astensione come strumento di pressione politica” (Italia Futura). Il dato è interessante, soprattutto perché ci dà l’informazione fondamentale che dovrebbe indirizzare i nostri politici candidati governatori alla ricerca del voto: parlare ai giovani e motivarli ad andare al voto potrebbe essere la chiave di volta per risolvere le regioni in bilico. Ma la disaffezione giovanile è forse motivata dal fatto che fra di essi prevale il canale informativo di Internet. I giovani superano il blocco della par condicio televisiva e, la maggior conoscenza, il miglior grado di informazione, fanno pendere l’ago verso l’astensionismo. Questa analogia con il voto francese è anche un elemento di distinzione: in Francia l’astensione è stata intergenerazionale, estesa a tutte le regioni, maggioritaria; in Italia avrà i crismi del clevage (della rottura, ndr.) generazionale, del digital divide che separa chi naviga e chi no, non sarà estesa a tutte le regioni (forse prevarrà al Nord), e non sarà maggioritaria (il paese è “vecchio”, l’età media degli italiani è quarantanni);

– il voto ha punito la leadership di Sarkozy, già in affanno: l’approvazione all’operato del presidente della Repubblica è scesa drammaticamente al 36% e solo un francese su tre ne approva la ‘politica sociale’; addirittura, secondo un altro sondaggio, il 46% degli intervistati preferisce vedere candidato alle presidenziali del 2012 Francois Fillon al posto di Sarkò; il partito UMP, il partito del Presidente, non ha possibilità di vittoria certe in nessuna delle regioni, ha gestito molto male la pratica delle alleanze (mentre i socialisti e gli ecologisti faranno blocco unico in quasi tutte le regioni):

Il colore rosa pallido indica la quasi certezza di vittoria del centro-sinistra; il punto interrogativo, le regioni in bilico

il tema della leadership in affanno è centrale anche da noi – recentemente è stato detto, ma non dal Tg1, che la popolarità di Berlusconi è scesa al 46% e lui, come Sarkò, ha trasformato l’evento elettorale in un plebiscito sulla sua persona, errore grave che finirà per prevaricare le vere tendenze elettorali. Nel nostro caso, però, devono essere introdotti forti correttivi alla “formula francese”: si deve tener conto che la sola carta nelle mani di Berlusconi per ribaltare il trend è l’inasprimento del confronto politico, la “chiamata alle armi”, pratica in cui lui primeggia. Considerando i toni impiegati negli ultimi giorni, questa pratica è già in atto. Si aggiunga il blocco del canale informativo televisivo, il più importante in Italia (il 70% delle persone si informa con il solo telegiornale delle 20), dove, con l’alibi di un nuovo regolamento della par condicio, si è steso il divieto assoluto di parola, in spregio alle garanzie costituzionali. Contrariamente a quel che si pensi, la sola perdita di popolarità potrebbe non essere sufficiente a disinnescare Berlusconi: le sue risorse mediatiche, ancora una volta, lo salveranno;

– l’avanzata della destra xenofoba e razzista, in Francia all’11% (l’inossidabile Le Pen, nel grafico indicato con FN, Fronte Nazionale):

Elezioni Regionali 2010, Francia: partiti, dato nazionale.

questa tendenza è prevalente in tutta l’Europa. Recentemente, le elezioni amministrative in Olanda, hanno premiato il partito xenofobo, razzista, antieuropeista, antislamista di Geert Wilders, il Pvv. Un segnale così preoccupante da risvegliare dal lungo sonno persino Napolitano (CorSera). Lo scorso anno, le elezioni amministrative in Carinzia (Austria) hanno confermato al potere l’estrema destra del Bzoe, l’ex partito del defunto Joerg Haider, con il 44% dei voti. Una dinamica che ci coinvolge. In Italia esiste un partito xenofobo, razzista, antieuropeista, antislamista: si chiama Lega Nord. Un partito che è al governo, che detiene il Ministero dell’Interno, che si appresta a fare incetta di voti nel lombardo-veneto, laddove, attraverso la logica spartitoria dei candidati governatori che ha consegnato il Veneto nelle mani del ministro Zaia al posto del pidiellino Galan, grazie alle difficoltà del PdL mostrate nel caos della presentazione delle liste, e in previsione della dichiarazione di ineleggibilità di Formigoni (Bossi in questi giorni ha invitato i lombardi a votare Lega), si è praticamente consumata la svolta nei rapporti con il partito di Berlusconi, garantendo alla Lega una supremazia territoriale senza precedenti. La Lega, alle regionali, sarà partito di maggioranza relativa in Lombardia e Veneto, almeno. La scossa produrrà effetti indesiderati al PdL, già attraversato dalla latente tensione Fini-Berlusconi. La Lega uscirà dai consueti argini e immediatamente sorgerà da Roma la necessità di un contrasto forte al partito padano. Le notizie di manovre in Sicilia fra Lombardo e Micciché di una Lega del Sud, non sono casuali. Saranno sempre più intense, nei giorni successivi alle elezioni, e sono il segnale di un prossimo, improvviso, cambio di scenario. Il PdL non è più funzionale al duplice scopo, imbrigliare la Lega e tener fede al patto del 1992-93. Qualcuno farà sentire la propria voce.