Spatuzza deporrà in aula al processo Dell’Utri. La trattativa durò fino al 2004.

"Abbiamo il paese nelle mani", disse Graviano a Spatuzza. Spatuzza il Berlusconi non lo conosceva, "chi? quello di Canale 5". "Sì", gli disse Graviano. Grazie a lui abbiamo ottenuto tutto.
Questo ha riferito Spatuzza, il pentito chiave nelle inchieste sulla trattativa Stato-mafia. Verrà ascoltato nel processo d’appello di Dell’Ultri. Le sue rivelazioni, se confermate in aula, potrebbero avere conseguenze politiche importanti. Non sarebbe più solo una mezza sentenza di corruzione – vedi caso Mills – a mettere in soggezione Mr b, ma ora anche l’accusa concreta di essere stato referente di Cosa Nostra. Non potrebbe più ricoprire il ruolo di presidente del consiglio (infra pares). Sarebbe allora costretto alle dimissioni. Poco servirebbero le armi della retorica e della propaganda elettorale sulle toghe rosse: l’insieme delle inchieste di Caltanissetta (mandanti esterni alla strage di Via D’Amelio) e Palermo (trattativa Stato-mafia e papello di Ciancimino) stringerebbero Mr b in una morsa giudiziaria mortale.
La politica, la parte sana, la restante parte sana, non può volgere il capo: non può non agire. Agire non è solo possibile, ma anche necessario. La parte restante della sua maggioranza, quella che non lo vuole seguuire fino alla fine, quella che già ora attua dei distinguo, seppure solo nei principi, dovrà prendere una decisione, e solo una sarà possibile.

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    • Il pentito Gaspare Spatuzza deporrà al processo d’appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.

    • Lo hanno deciso questa mattina i giudici della Corte, accogliendo la richiesta del pg Antonino Gatto

    • In quelle carte, una settantina in tutto, si leggerebbe che la trattativa tra lo stato e la mafia sarebbe durata almeno fino al 2004 con due referenti doc: Silvio Berlusconi e “il nostro paesano Dell’Utri”. Altra cosa rispetto a quei “crastazzi dei socialisti”

    • La ricostruzione di Spatuzza parte da due incontri con il boss Giuseppe Graviano avvenuti tra il 1993, dopo le stragi, e il gennaio del 1994. Il primo a Campofelice di Roccella, in compagnia di Cosimo Lo Nigro, il secondo al caffè Doney di via Veneto, a Roma.

    • In quel periodo, ricorda il pentito, era in progetto un attentato da compiere nella Capitale contro i Carabinieri e lo stesso Graviano aveva libertà di indicare l’obiettivo, che fu individuato nello stadio Olimpico

    • Spatuzza avrebbe manifestato al boss il proprio dispiacere per la morte di una bambina durante la strage di Firenze e in genere la sua perplessità per tutta quella serie di vittime fuori dalla Sicilia

    • Sentendosi rispondere con una domanda rivolta a lui e a Lo Nigro: Graviano, spiega Spatuzza, “ci chiese se noi capivamo qualcosa di politica e ci disse che lui ne capiva”

    • Un’affermazione che era stata preceduta da una frase rassicurante – il boss “ci disse che da quei morti avremmo tratto tutti benefici, a partire dai carcerati” – e che “mi fece intendere che c’era una trattativa che riguardava anche la politica”

    • Nel corso del secondo incontro, il pentito ricorda invece un Giuseppe Graviano esultante

    • spiegò “che avevamo ottenuto tutto” grazie a Berlusconi “e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri”

    • “Io non conoscevo Berlusconi – aggiunge – e chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”. Prima di aggiungere “che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo”. Tanto che “usò l’espressione ‘ci siamo messi il Paese nelle mani’.”

    • Per riscaldare il clima della trattativa l’attentato all’Olimpico – che a differenza di quanto precedentemente dedotto dalla Procura di Firenze il pentito sposta nel 1994 invece del 31 ottobre del ’93 – rimase in programma, ma non si riorganizzò quando fallì perché i Graviano vennero nel frattempo arrestati

    • La trattativa, secondo Spatuzza, durò invece fino al 2004 per quanto egli apprese da Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo: “Graviano mi disse che si stava parlando di dissociazione, ma che noi non eravamo interessati

    • Tornato a Tolmezzo ne parlai con Graviano che mi disse: ‘se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati

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    • Sono anni che ci domandiamo come tutto ciò sia potuto accadere: il senso della legge che si sfibra, lo Stato che suscita timore o disprezzo perché s’accomoda con l’illegalità e rinuncia al controllo del territorio, che non interviene prima delle catastrofi ma solo ai funerali.

    • E la democrazia che si perverte, divenendo qualcosa di prevaricatore: come un diritto divino che si dà all’Unto delle urne.

    • considerare legittimo quello che è illegale, illegittimo quello che è legale, dunque a sovvertire categorie, istituzioni, leggi che nella Repubblica sono ferme, durevoli, non legate alla durata effimera delle maggioranze e delle legislature

    • Sono considerati illegittimi i poteri legali di controllo sul governo, perché non eletti direttamente dal popolo; è considerata illegittima la separazione tra i vari poteri dello Stato, perché controbilanciandosi a vicenda minacciano di fare quel che ogni costituzione liberale prescrive: frenare l’abuso della forza

    • Anche per il potere della malavita, non solo per il potere legale, dovrebbero a questo punto valere le parole di Montesquieu : "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere".

    • Noi sappiamo. Sono anni che sappiamo, anche se spesso non abbiamo tutte le prove e tutti gli indizi.

    • Sappiamo che le trattative sono esistite, e si sono prolungate (secondo pentiti che hanno parlato) almeno fino al 2004.

    • Sappiamo che viviamo ancor oggi – con le leggi che rendono difficoltosa la lotta alla mafia, con lo scudo fiscale e altre misure che ostacolano la rintracciabilità dell’evasione – sotto l’ombra di un patto.

    • Sappiamo il dolore e la morte che mafia, camorra, ‘ndrangheta hanno provocato lungo i decenni.

    • Sappiamo il sacco di Palermo, e di tante città, sobborghi: sacco che continua.

    • Sappiamo che basta leggere le sentenze, oltre che le inchieste di giornalisti coraggiosi – anche le sentenze che assolvono gli imputati per mancanza di prove o, peggio, per prescrizione – per conoscere le responsabilità di uomini politici e amministratori

    • Sono i medici dell’Italia, siete i medici dell’Italia

    • Ma medici che osservano un giuramento di Ippocrate speciale, di tipo nuovo: resta il dettato che comanda l’azione riparatrice, risanatrice.

    • l’obbligo di non nuocere, di astenersi da ogni offesa e danno volontario, di “entrare nelle case per il sollievo dei malati”

    • Ma cade il comandamento del segreto, vincolante in Ippocrate. Il giuramento che comanda: “Tutto ciò ch’io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione, o anche al di fuori della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev’essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta”

    • Il paragrafo del giuramento cade, perché troppo contiguo – nella nostra attività medica – alla complicità, al delitto di omertà

    • trasformare il silenzio in parola, nel far letteralmente parlare le pietre o meglio il cemento, le terre e i mari inquinati, poiché è denunciando il male che il male vien conosciuto e che la guarigione può iniziare

    • Non c’è azione senza parola che circola liberamente e non c’è guarigione senza infrazione del segreto

    • l’informazione indipendente è così importante, in Italia: spesso lamentiamo un’opinione pubblica indifferente, ma prima di esser aiutata a divenire civica, responsabile, nel paesino più piccolo come nella grande città, l’opinione deve essere bene informata: con parole semplici, non specialiste, con esempi concreti, con un linguaggio che non presupponga, nell’interlocutore, la conoscenza di difficili dossier

    • I medici di cui ho parlato – medici dell’Italia e delle sue parole e della sua natura malate – combattono proprio contro questo silenzio, che protegge i mafiosi

    • C’è un modo invece di servire lo Stato che chiamerei paradossale: si serve lo Stato, pur sapendo che esso è pervertito, che nella nostra storia c’è stato più volte un doppio Stato.

    • Uomini come Falcone, Borsellino, il giudice Chinnici, Don Giuseppe Puglisi, Don Giuseppe Diana, e i tanti uomini delle scorte avevano questa fedeltà paradossale allo Stato

    • Uomini così sono come esuli, come De Gaulle che lasciò la Francia quando essa fu invasa dalle truppe di Hitler e dall’esilio londinese disse: la Francia non coincide sempre con la geografia. Quel che rappresento è “una certa idea della Francia”, che ha radici nella terra ma innanzitutto nella mente di chi decide, esiliato, di entrare in resistenza attiva e sperare in un mutamento.

    • La riconquista del territorio e della legalità è come la speranza, anch’essa sempre paradossale. Prende il via da una perdita del territorio, dalla consapevolezza che se lo Stato non ha più presa su di esso, ciascuno di noi perde la terra ferma e pulita sotto i piedi

    • Come nella lettera di Paolo ai Romani, è da una situazione di debolezza che si parte, altrimenti non ci sarebbe nemmeno bisogno di sperare: “Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza”.

    • Ecco, per ora speriamo quel che non ancora vediamo: speriamo in una cultura della legalità, in una politica del territorio restituito a chi vuole abitarlo nella decenza.

    • se sappiamo quel che accade in Italia da tanto tempo, pur non avendo tutte le prove, già metà del cammino è percorsa e il nostro agire diventa non solo necessario ma anche possibile

    • Anche questo Paolo lo spiega molto bene, quando elenca le tappe che si percorrono sulla via della speranza. Prima vengono le afflizioni, la conoscenza del dolore di cui sono intessute le cose sperate.

    • Le afflizioni producono la pazienza, e questa a sua volta genera la virtù provata, la messa alla prova attraverso l’azione.

    • Sul suolo dell’esperienza e della virtù provata, infine, nasce la speranza e a questo punto la prospettiva cambia e il cammino si fa chiaro. Allora sappiamo una cosa in più, preziosa: non si comincia con lo sperare, per poi agire. Si comincia con la messa alla prova attraverso l’azione, e solo dalla messa alla prova nascono la speranza, la sete di trovare l’insperato, l’anticipazione attiva – già qui, ora – di un futuro possibile.

    • Ha detto una volta Giancarlo Caselli una cosa per me non dimenticabile: “Se essi sono morti (parlava di Falcone, di Borsellino) è perché noi tutti non siamo stati vivi: non abbiamo vigilato, non ci siamo scandalizzati dell’ingiustizia; non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto abbastanza, nelle professioni, nella vita civile, in quella politica, religiosa”.

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