Sul Lavoro il vuoto della politica e dell’imprenditoria

Dire che le relazioni industriali in Italia devono essere riformate è cosa ovvia: il sistema attuale della contrattazione collettiva partorito dall’Accordo del 23 Luglio 1993 è farraginoso e non produce quei miglioramenti retributivi che i lavoratori si aspettano, mentre costa ore di lavoro di sciopero e la contrattazione sulle norme è arrivata anche a mettere in discussione principi basilari come l’indennità di malattia. Dall’altro lato, c’è il problema della rappresentanza, che è sempre meno rappresentativa degli effettivi voleri dei lavoratori e non procede quasi mai dalla discussione deliberativa delle assemblee di fabbrica che al contrario sono delle mere riunioni in cui si comunicano le decisioni prese da altri e altrove.

Sulla base di queste ragioni non si può affermare che Marchionne sia un innovatore: ha solo portato alla luce del dibattito il difetto del mondo del lavoro dipendente, vincolato a schemi inefficienti e inefficaci. Marchionne, semmai, ha invaso una terra di nessuno, un vuoto che è innanzitutto politico. Ciò gli è consentito dall’arretramento della Politica alla sfera del privato (lotta di egemonia fra personalismi e pertanto di interessi particolari, fatto testimoniato dalla personalizzazione dei partiti politici – partito di Berlusconi, partito di Di Pietro, di Fini, di Casini, e così via). Un vuoto che nemmeno il Sindacato è stato in grado di percepire e di prevenire, assorto com’è dalla comodità delle posizioni consolidata all’interno di organigrammi gerarchici in cui – anche lì – la discussione è messa alla porta.

Di tutto questo non si è parlato e non si parla. Marchionne punta a deregolamentare il lavoro: la sfida della globalizzazione non la si vuol combattere sul piano della Ricerca e Sviluppo, bensì passando per la riduzione della sfera del diritto del lavoro. Come ci ricorda Oscar Giannino, su Il Messaggero,

L’intera storia della globalizzazione, dalla prima rivoluzione industriale manchesteriana, è fatta di Paesi che si affermano e restano per lungo tempo leader anche nell’espansione dei mercati ad aree a più basso costo del lavoro. Purché naturalmente quei Paesi avanzati non dimentichino che devono preservare due condizioni. La prima è che devono avere una struttura produttiva flessibile, in grado di rispondere rapidamente alla mutata domanda internazionale. La seconda è che devono restare titolari di tecnologie di prodotto e processo, gestionali, commerciali e distributive, capaci di preservare m la leadership nella parte più elevata del valore aggiunto, quella che i Paesi emergenti metteranno più tempo a raggiungere (Oscar Giannino, Il Messaggero, 27/08/2010).

Bè, viene da chiedersi se l’Italia ha davvero conservato la titolarità delle “tecnologie di prodotto e di processo”.  Non è forse vero, piuttosto, che Fiat, come buona parte dell’imprenditoria italiana, è sopravvissuta grazie al sussidio statale (incentivi auto) e grazie all’abuso di contratti di lavoro a tempo determinato (interinali e altre tipologie atipiche)? La verità è che l’imprenditoria italiana non “fa”, non crea più nulla: anch’essa, come le relazioni industriali, è ferma al paradigma degli anni sessanta dell’imprenditore padre di famiglia, alla prima industrializzazione. Anziché convertire le produzioni (vedi caso Omsa), gli imprenditori preferiscono delocalizzare. Oppure pretendono che i lavoratori rinuncino ai loro diritti, accordandosi con quella spirale di compromessi verso il basso che la competizione globale impone: una tesi falsa, secondo Giannino, “abilmente insufflata da quel pezzo di sindacato e di sinistra che continua a guardare alla storia attraverso lo specchietto retrovisore”. Naturalmente Giannino punta il dito al solo sindacato, e ignora del tutto le colpe di una imprenditoria che ha guardato al mero guadagno di oggi, sacrificando la competitività del futuro. Giannino condanna Fiom e assolve Confindustria, ma è Confindustria ad aver spalleggiato per anni la politica del privato berlusconiano, scommettendo su una riduzione delle tasse che non vi è mai stata e mai vi sarà. Sono loro i primi colpevoli di questa stagnazione della cultura industriale.

Quando parla della necessità di abbandonare i vecchi schemi, compreso quello della contrapposizione fra capitale e lavoro nei termini di cento anni fa, l’amministratore delegato della Fiat segnala insomma un ritardo delle culture politiche a cui siamo tutti, destra e sinistra, abbarbicati, perché le nostre categorie sono interessanti per gli studiosi di storia ma non servono per fare politica oggi. Ma i cittadini, i lavoratori, vivono nell’oggi (Nicola Rossi, Europa, 27/08/2010).

I rimedi? Una legge sulla rappresentanza, che pure già esiste ma è parcheggiata in un angolo delle Commissioni Lavoro. E la novità è che Bersani ha aperto alla riforma:

«Un nuovo patto sociale lo vogliamo tutti» […] Il segretario del Pd indica anche una possibile via: «Un rafforzamento dei meccanismi di democrazia e partecipazione diretta dei lavoratori nelle aziende» […]  (P. Bersani, CorSera, 27/08/2010).

Qualcuno per favore però dica che ‘partecipazione’ deve andare di pari passo ad adeguata retribuzione.

La scandalosa storia della Texo Group, fabbrica occupata.

Texo, una storia incredibile e vergognosa

La Texo Group di Alessandria era una azienda sana, almeno stando alle apparenze. Solo qualche anno fa avevano inaugurato il capannone nuovo, nella zona industriale alle porte della città. La Texo si occupa della costruzione di macchinari per la fabricazione di cartone ondulato. Da due mesi è sotto sequestro. In atto la procedura fallimentare. Si attendeva una proposta di acquisto da parte di un imprenditore, ma nulla è successo. gli operai, diciotto fra uomini e donne, alle prese con questa situazione di instabilità da mesi, hanno deciso per l’occupazione. Hanno disseminato la statale per Alessandria di cartelli come quello in foto. Sono stati abbandonati dalle istituzioni locali, solo la FIOM CGIL li sta seguendo passo passo ma come per la INNSE, gli operai sono dimenticati da tutti.

Non si vedono spiragli per la Texo Group di Spinetta Marengo, azienda che produce macchinari per la lavorazione di cartone ondulato, occupata da giovedì scorso. L’azienda è sotto sequestro da due mesi, con rischi gravissimi per i diciotto dipendenti. L’altro giorno in Prefettura si è tenuto un incontro a cui non hanno partecipato il curatore fallimentare, nè due dei tre soci dell’azienda, da qui un’azione di volantinaggio di lavoratori e sindacati, ieri, ancora di fronte alla Prefettura di Alessandria, per far conoscere alla città la difficile situazione. In attesa di sviluppi i lavoratori continuano l’occupazione. Nel frattempo si sono attivati gli ammortizzatori sociali a loro favore e i sindacati hanno rivolto un appello agli industriali della provincia perchè decidano di investire in un’azienda che ha potenzialità enormi.

Le/I 18 lavoratrici/tori della Texo Group di Spinetta continuano l’occupazione, dopo l’incontro tra le parti di ieri in Provincia, rivelatosi un fallimento. Uno solo dei tre soci si è presentato all’incontro e il curatore fallimentare ha fatto trapelare che per lui la partita è da considerarsi chiusa.Al momento si trascina una tesa situazione di stallo. Gli operai vivono nell’esasperazione di sapere che l’azienda potrebbe ricominciare a lavorare da subito e l’ombra della chiusura definitiva a causa delle fallimentari e irresponsabili gestioni precedenti e dell’intricato rapporto con il curatore fallimentare.Intanto nella mattinata di oggi un gruppo di operai della Texo insieme ad alcuni sindacalisti della Fiom, in rappresentanza dei compagni in occupazione, sono andati davanti alla Prefettura a distribuire un volantino informativo per cominciare a sensibilizzare la città e per “portare la lotta anche fuori dalla fabbrica” come sostiene un operaio rimasto a mantenere l’occupazione.Nel pomeriggio una delegazione di trenta persone, fra attivisti dei centri sociali e studenti dell’Onda, sono tornati alla fabbrica occupata dove si sono fermati a parlare con gli operai in lotta alcune ore e hanno portato un contributo per la cassa di resistenza. L’ennesima pessima notizia sembra essere il rischio che non venga pagata la cassaintegrazione già da questo mese, la goccia che potrebbe far traboccare il vaso.La disperazione e l’esasperazione si fanno giorno dopo giorno più intense, nuove iniziative eclatanti di protesta sono previste nei prossimi giorni.

I Lavoratori della Cnh Imola. Un caso nel silenzio. Per prevenire la Innse.

Per la Innse si fecero collegamenti dai principali telegiornali. Ogni sera l’aggiornamento. Gli operai Cnh sono lasciati all’oblio. E Guido Barbieri è in sciopero della fame dal 24 agosto.

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    • I lavoratori CNH Imola (Case New Holland) sono indignati per la mancanza quasi totale di interesse da parte del governo e dei media nazionali della nostra vicenda.

      Questo ha portato un nostro collega a fare uno sciopero della fame che va avanti dal 24/8.
      Per questa ragione ci siamo organizzati e comunichiamo indipendentemente attraverso questo blog.
      Siamo qui dal 24 giugno!

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    • E’inaccettabile il comportamento della Fiat che si rifiuta di aprire un confronto con i sindacati e tratta le istituzioni come dei "sottoposti". Questo indebolice sempre di più i rapporti tra le parti. Registriamo nello stesso tempo la latitanza del Governo
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    • Di fronte alla noncuranza della Fiat, che ha deciso unilateralmente di chiudere lo stabilimento di Imola, i lavoratori si stringono intorno a Guido Barbieri, arrivato oggi al nono giorno di sciopero della fame,
    • Ma la protesta prende anche forme nuove.
    • Il 30 agosto, primo giorno dopo la fine della cassa integrazione ordinaria, i lavoratori senza sigle sindacali hanno messo online un blog dal titolo "Il diario dei lavoratori della Cnh Imola"
    • Trattativa che, fino ad ora, non c’è stata affatto. Un caso che stenta ad avere sui media nazionali lo spazio che meriterebbe.
    • MARCHIONNE HA MENTITO – "Marchionne promette al governo di non chiudere stabilimenti in Italia per avere gli incentivi sull’auto. Pochi giorni dopo chiude la Cnh di Imola. Non è questo d’interesse nazionale?"
    • Tra i lavoratori della Cnh c’è anche chi da tempo usa il proprio spazio web per raccogliere e diffondere le informazioni sullo stabilimento. Si tratta di Girolamo Papagni, delegato della Cisl, che nel proprio blog ha catalogato le notizie apparse sui quotidiani e ha postato i video degli interventi al presidio
    • NUOVE FORME DI PROTESTA – Come spiegato ieri da Gianni Rinaldini, segretario nazionale della Fiom Cgil, intervenuto al presidio imolese, se la Fiat dovesse continuare a negare il tavolo di trattativa, i lavoratori prenderanno in considerazione altre forme di protesta.

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    • Ignazio Marino, candidato alla segreteria nazionale del PD , e Thomas Casadei, il ricercatore  romagnolo candidato alla segreteria regionale PD, hanno incontrato oggi a Imola i lavoratori della CNH, importante azienda del Gruppo FIAT in  Cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività.
    • ha affermato Marino – lavoratori che non devono pagare le conseguenze di una scelta presa con un metodo inaccettabile, sul piano istituzionale e sindacale
    • Ignazio Marino ha assunto impegno preciso di chiedere al Ministro Scaiola la convocazione immediata delle organizzazioni sindacali.
    • "Siamo qui anche per dar voce ai lavoratori della CNH oscurati dai media, ben sapendo che la questione non è solo locale, ma di interesse nazionale" ha aggiunto Casadei

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Altre forme di lotta. La democrazia diretta degli operai Innse.

Ieri lo sconfortante articolo di Concita Di Gregorio in "Conversardo con Nadia Urbinati", che incitava alla ribellione come in Iran e come in Birmania, ma che fondamentalmente raffigurava questo paese ormai consegnato alla anomia catodica, alla dispersione atomizzata di individui incapaci di tematizzarsi parte di una collettività e intenti solo a consumare immagini distorte della realtà.
Oggi la rinata prospettiva di un ritorno dal basso della lotta come forma di condivisione, di unione, di discussione e deliberazione, insomma di democrazia, fornitaci dal gruppo di operai resistenti della Innse.
In fondo, non tutto è perduto. Laddove le persone ritrovano l’unità, nella modalità di auto rappresentarsi, impiegando anche forme estreme – ma mai violente – di protesta, allora ecco che si sconfigge l’indifferenza del bieco interesse affaristico economico politico.
Si può cambiare questo paese. Basterebbe smettere di accettare passivamente. Basterebbe decidere di partecipare.

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    • Il nucleo operaio dell’Innse, ai cancelli e sul carro ponte, non ha vinto solo per sé e manda un messaggio all’insieme del mondo del lavoro e a una parte di società sconfitta ma non pacificata: si può cambiare lo stato di cose presenti, e si può fare insieme. Persino nella latitanza – quando non ostilità – di gran parte della politica.
    • Hanno bucato il video senza però farsi fagocitare dalla prepotenza mediatica. Non hanno accettato l’accordo all’ora giusta per apparire sul Tg3, hanno preteso di discutere punto per punto la bozza portata dai sindacalisti, hanno fatto notte, hanno «imposto» ai loro rappresentanti di tornare alla trattativa con un mandato: migliorare due o tre punti contestati dell’accordo. Con le armi dell’unità, della lotta e della democrazia, hanno vinto.
    • un pezzo di territorio milanese aggredito da una speculazione edilizia che tutto rade al suolo al suo passaggio, storie, vite, culture, disegnando un futuro senz’anima e senza solidarietà.
    • la vittoria degli operai dell’Innse insegna
    • con gesti tradizionali e con gesti radicali, sempre con scelte generose, collettive, coinvolgenti
    • E’ giusto interrogarsi sulle forme di lotta, sulla spontaneità, sulla radicalità del conflitto, in una stagione in cui la violenza della crisi talvolta spunta la lancia dello sciopero
    • Più urgente sarebbe però interrogarsi sul lavoro e la sua rappresentanza e sulla scomparsa dell’uno e dell’altra dall’agenda dell’«opposizione» parlamentare.
    • Un’opposizione che oggi è capace solo di chiedere alla Cgil di rientrare nei ranghi, firmare accordi indecenti con padroni e governo, diventare finalmente un sindacato complice
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    • Sono stati costretti ad una forma di protesta dura e pericolosa ma alla fine hanno avuto ragione. Molti li hanno derisi e hanno avuto torto: Innse era un’azienda che aveva un futuro.
    • è stata una bella pagina di lotta operaia
    • Si temeva che in Italia accadesse quello che è accaduto in Francia, invece questa forma di lotta è assolutamente pacifica, semmai il rischio lo corrono solo i lavoratori.
    • Certo ci può essere la tentazione ad emulare e quando vedo lavoratori esposti ad un rischio non si può che essere in grande apprensione. Ma gli imprenditori devono avere un maggior senso di responsabilità, non bisogna costringere i lavoratori a queste forme estreme. Non bisogna fare speculazioni sulle aree, bisogna avere un senso alto del dovere dell’imprenditore e della sua responsabilità sociale".

    • Le atmosfere che emergono da questa vicenda ricordano un film di Ken Loach, dalla protesta esemplare, alla desertificazione industriale, al declino della classe operaia.
    • c’è il rischio che la crisi internazionale sia l’occasione per ristrutturazioni ingiustificate o azioni speculative da parte delle imprese.
    • La Lega non ha detto un parola per difendere l’occupazione a Milano: divide il paese e non è così che si difendono i più deboli e si danno risposte giuste ai più forti
    • Il governo ha fatto poco anche in questa crisi della Innse
    • Sull’Innse non esce bene la Regione, e sono stati assenti anche gli altri enti locali.
  • C’è però un punto da tenere presente. Un operaio della Innse, dialogando a Radio Popolare con i compagni della Cim, ha detto che "il vecchio tipo di lotta, lo sciopero, non funziona più. Bisogna utilizzare altre forme di lotta". Per quanto riguarda le grandi vertenze contrattuali, è probabile che al momento la sua previsione sia sbagliata. Ma per molte questioni che hanno a che fare con gli innumeri marchingegni usualmente messi in opera al fine ultimo di tagliare l’occupazione, dalla cessione di rami d’impresa alle fusioni e acquisizioni i quali hanno come risultato che due più due fa sempre tre, è possibile invece che abbia ragione. Nessuno vorrebbe rivedere operai che rischiano la vita restando per giorni interi su strutture alte trenta o quaranta metri. Però bisogna riconoscere che la loro protesta, in questi casi, non ha danneggiato nessun soggetto terzo, ha inciso in misura minima sul reddito dei lavoratori interessati, e neppure ha recato alcuna menomazione agli impianti. Ed ha avuto un rapido successo. In altre parole, è stata una protesta ben inventata quanto efficace. Poiché la crisi delle imprese piccole e medie sarà indubbiamente lunga e severa, e i mezzi per scaricarne i costi anzitutto sui lavoratori sono soprattutto nelle mani della proprietà e delle direzioni, v’è da prevedere, se non anzi da augurarsi nell’interesse generale, che altre forme di protesta parimenti ben concepite – di tipo non-sciopero, e meglio se meno rischiose – emergeranno nel prossimo autunno.

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    • Tutto avviene nel silenzio. C’è un’idea diffusa di impotenza, di rassegnazione. Alla politica si è sostituito il potere. La gestione delle cose, gli affari privati. Tutto è ormai una faccenda privata: di scambi, di soldi, di favori.
    • Tutto avviene nel silenzio. C’è un’idea diffusa di impotenza, di rassegnazione. Alla politica si è sostituito il potere. La gestione delle cose, gli affari privati. Tutto è ormai una faccenda privata: di scambi, di soldi, di favori. Dove sono i cittadini, in questo paese? Dove sono le donne?
    • In tutto il mondo le donne sono in piazza. Alla sbarra a Teheran, massacrate in Iran, prigioniere in Birmania. Volti femminili che diventano icone della protesta.
    • Qui, in questa nostra democrazia in declino, di donne si parla per dire delle escort
    • Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia university. «Avrei voluto far qualcosa, in questi mesi estivi che passo in Italia, ma mi si dice che si deve aspettare l’autunno. Non capisco come mai. Non vedo che altro ci sia da aspettare.
    • Le vittorie di Berlusconi appaiono ormai la conseguenza e non la causa dell’indebolimento della presenza attiva dei cittadini nella vita pubblica.
    • C’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità dell’agire collettivo. Non serve, si dice. Non produce effetti.
    • Ci hanno ingannati, in questi anni, illudendoci che si potesse partecipare stando a casa: davanti allo schermo di una tv, in un blog al computer. Soli davanti al video. È nato un pubblico che si cela al pubblico. Impotente, rassegnato. Si è fatta strada un’idea maggioritarista: quella che dice che chi vince ha ragione per definizione, in quanto vincitore.
    • È un’idea che non prevede il dissenso.
    • Il dissenso infastidisce, non se ne comprende il valore né l’utilità, non si tollera. La voce dell’opposizione è una voce che disturba.
    • L’opposizione d’altra parte non fa che riconoscere la forza dell’avversario
    • Manca un partito capace di parlare con voce forte e chiara. Negli ultimi tre mesi l’Unità e la Repubblica hanno avuto la capacità di far infuriare il tiranno, l’opposizione no.
    • Persa nella sua battaglia interna, persa nell’incapacità di parlare con le parole della politica.
    • Ho sentito Prodi dire: Berlusconi è il vuoto. Putroppo no, non è vuoto, è pieno di linguaggio e di azione. È l’opposizione a non avere linguaggio ed azione
    • Quel che fa questo governo non è ridicolo, non è schifoso come ho sentito dire dai leader negli ultimi giorni. È tragico.
    • Le gabbie salariali sono la rottura di un patto di solidarietà e giustizia tra i cittadini, un piede di porco capace di smembrare il paese. Le ronde sono un pericolo gravissimo, oltre ad essere un modo subdolo per distribuire finanziamenti pubblici.
    • Siamo orfani di politica. Il potere ha preso il suo posto: chi lo detiene lo usa attraverso mezzi privati, conti in banca, soldi, scambi di favori. Berlusconi durerà. Tutto questo non finirà con lui. Questo governo non è Berlusconi, è la visione organica della società che lui rappresenta.
    • Abbiamo imparato a giustificare sempre tutto. Ci sarebbe bisogno di avere una visione morale della politica, invece. Non c’è.
    • anche se non penalmente perseguibili certi atteggiamenti sono moralmente turpi. Bisogna dirlo, ripeterlo, cercare ascolto, pretendere risposta.
    • Dopo anni di partecipazione si è spenta nella mente del cittadini la dimensione pubblica. La democrazia si è fatta docile e apatica.
    • l’Italia non ha più nulla da dire, resta solo un esempio interessante da studiare sul declino della democrazia.
    • Le generazioni del femminismo si sono scollate. Le ragazze che vanno a palazzo Grazioli dal bagno del tiranno telefonano alla madre, contente. Le loro madri hanno la nostra età. Cosa è successo tra quelle madri e queste figlie, tra noi e loro?
    • Le grandi personalità si sono ritirate a scrivere le memorie degli anni d’oro, quasi a rivendicare un’autorità su e insieme un’estraneità da questo tempo. Io l’avevo detto, io l’avevo scritto.
    • non c’è più la capacità di mettere in comune le esperienze, tessere una trama, rinunciare a qualcosa di proprio per l’agire collettivo
    • Tutti che chiedono rivendicano protestano e si lagnano, tutti che pongono problemi e nessuno che offra soluzioni
    • Quello che dà fastidio, poi, è questo continuo lamento
    • Lamentarsi è facile e non costa nulla, invece proporre una soluzione significa assumere una responsabilità, pagare il prezzo di una decisione
    • Lamentarsi, risentirsi, portare rancore: anche queste sono forme private di agire. La dimensione pubblica – quella di chi si attrezza ad unire le forze e costruire gli strumenti per cambiare le cose, insieme – è svanita.
    • Tutto per loro è privato, totalmente privato. Bisogna ripartire da capo. Dalle cose essenziali. Lanciare un appello, per esempio, alcune donne si preparano a farlo: lanciare appelli non è un modo vecchio di agire. È nuovo, oggi. È di nuovo nuovo. Non essere docili, ripartiamo da qui

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