Scandalo Ior, si dice il peccatore ma non il peccato

Lo Ior, l’Istituto Opere di Religione, è letteralmente decapitato. Si sono dimessi sia il direttore Paolo Cipriani che il suo vice Massimo Tulli, seconda e terza carica per importanza nella gerarchia dell’organizzazione. Seguono l’arresto, avvenuto venerdì scorso, di Nunzio Scarano, sacerdote ed contabile noto con il soprannome di Don 500, per il suo ‘amore’ verso le banconote di grosso taglio.

Riciclaggio, corruzione, truffa, ma quel che non si dice è di chi erano effettivamente i 20 milioni di euro che Scarano, Giovanni Zito (la spia del servizio segreto italiano) e il broker Giovanni Carenzio untendevano recuperare dalla Svizzera e perché. Quel che è certa è la destinazione: i riciclatori operato presso UBS e tramavano per riportare i denari in patria. Secondo l’accusa, i fondi erano di proprietà degli armatori napoletani Paolo, Maurizio e Cesare D’Amico.

Le indagini avviato presso la procura di Palermo indicherebbero che Scarano, interpellato dagli armatori suoi amici per far rientrare i capitali in Italia, avrebbe organizzato il trasferimento dei fondi con un aereo privato che avrebbe dovuto partire da Lugano.
L’operazione sarebbe stata organizzata dall’agente dei servizi segreti italiani Giovanni Maria Zito. Per ragioni ancora da appurare, il trasferimento è stato mandato a monte da un terzo indagato, il brooker Giovanni Carenzio (ticinolive).

Scarano è accusato di aver corrotto Zito al fine di rimpatriare i 20 milioni dei D’amico. Zito doveva caricare il tesoro su un aereo privato e trasportarlo in Italia. Scarano è in affari con i D’amico? Scarano possiede un ingente patrimonio immobiliare a Salerno.

Uno dei suoi conti correnti presso la filiale Unicredit di via della Conciliazione, a Roma presenta un saldo attivo nel settembre 2011 di 455 mila euro. E ancora: acquisisce partecipazioni in società immobiliari come la “Prima Luce srl” cui vengono intestati due mutui da 600 mila euro ciascuno (uno acceso con Unicredit, l’altro con il Monte dei Paschi) per l’acquisto di un immobile a Paestum (altrimondi.gazzetta.it).

Ma, mentre di Scarano cominciamo a sapere tutto, dei D’amico cosa sappiamo? Poco o nulla. Sui giornali l’attenzione è focalizzata sulle parole di Papa Francesco (“San Pietro non aveva un conto in banca”). I ‘Fratelli D’amico Armatori’ si sono chiamati fuori: noi non c’entriamo, hanno detto alla stampa. Venti milioni che dovevano tornare, limpidi, limpidissimi, valgono bene una messa.

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Francisco I come Francisco Jales (e Orlando Yorio)?

bergoglio

Jorge Mario Bergoglio è papa Francesco I. Ha settantasette anni, troppi per non aver potuto avere un ruolo nella Chiesa argentina durante la dittatura di Jorge Rafael Videla, fra il 1976 e il 1981. Non è retroscenismo o complottismo. La storia è stata scritta da un giornalista, Horacio Verbitsky, in un libro dal titolo L’isola del silenzio – Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, Fandango Libri, collana Documenti.

Vi rimando all’ampia trattazione in rete. Qui riporto due fonti, una del 2006 e l’altra, più recente, del 2011. In una di esse si racconta molto sommariamente la storia di due preti gesuiti, che disobbedirono alla Chiesa e continuarono ad aiutare i poveri nelle barrios, sorta di ghetti di Buenos Aires, e che per questa ragione furono denunciati ai militari golpisti. Uno di essi si chiamava Francisco.

Gli oscuri legami tra i militari e la «chiesa nera» di Bergoglio

HORACIO VERBITSKY – Il Manifesto, 24 marzo 2006

La prima edizione di questo libro, alla quale ho lavorato per oltre quindici anni, è andata in stampa a Buenos Aires nel febbraio del 2005, quando a Roma era ricoverato in ospedale papa Giovanni Paolo II, che poi morì il 2 aprile. Secondo i quotidiani italiani, il cardinale argentino Jorge Bergoglio fu l’unico serio avversario del tedesco Joseph Ratzinger, che venne eletto il 19 aprile e assunse il nome di Benedetto XVI. In quegli stessi giorni, il vescovo castrense di Buenos Aires disse che il ministro argentino della salute meritava di essere gettato in mare con una pietra da mulino al collo per aver distribuito preservativi ed essersi espresso a favore della depenalizzazione dell’aborto.(…) Quando il vescovo Baseotto appese la biblica pietra da mulino al collo ministeriale, il presidente Néstor Kirchner invitò il Vaticano a designare un nuovo titolare della diocesi militare. Quando il Nunzio apostolico comunicò che non ve n’era motivo, il governo revocò l’assenso prestato alla nomina di Baseotto e lo privò del suo emolumento da segretario di Stato per aver rivendicato i metodi della dittatura. Il Vaticano disconosce sia «l’interpretazione che si è voluto dare alla citazione evangelica» sia l’autorità presidenziale di revocare la designazione del vescovo castrense.
Di motivi per dubitare che Baseotto abbia scelto ingenuamente una citazione biblica riguardante persone gettate in mare, ve ne sono in abbondanza. Il suo primo atto da Vicario fu la visita alla Corte suprema di Giustizia nella quale sostenne la necessità di chiudere i processi relativi alla guerra sporca dei militari contro la società argentina. Il suo segretario generale nell’Episcopato castrense (lo stesso incarico che nel 1976 rivestiva Emilio Grasselli) è il sacerdote Alberto Angel Zanchetta, che fu cappellano della Esma negli anni della dittatura e del quale è comprovata la conoscenza dettagliata di quanto vi accadeva. (…) Dopo aver acceso la polemica pubblica con le sue parole, Baseotto si riferì ai voli come a uno dei «fatti avvenuti, a quanto si dice, durante la famosa dittatura militare». Nessun membro dell’Episcopato ebbe da eccepire su quella frase provocatoria, perché tutta la Chiesa argentina continua a trincerarsi nell’isola del suo silenzio.

[…]

Come scrive Verbitsky, tra le nefandezze di cui Bergoglio si rese complice, ci fu la denuncia ai militari golpisti di due gesuiti vicini alle idee della Teologia della liberazione, che avevano avuto la colpa di continuare ad aiutare e difendere i diritti della gente dei barrios più poveri di Buenos Aires, nonostante la chiesa argentina avesse ordinato loro di abbandonarli al proprio destino. Orlando Yorio e Francisco Jales furono rapiti da militari in borghese, portati alla famigerata Scuola di Meccanica della Marina, centro clandestino di detenzione e tortura durante la dittatura militare, oggi Museo della Memoria, dove vennero torturati per mesi e lasciati incatenati al suolo in mezzo alle loro feci. Se conosciamo questa storia è solo perché i due si sono salvati, probabilmente da qualcuno che nella Chiesa argentina, non aveva perso completamente l’identità umana (Dazebao.it)