Grillo scarica Pizzarotti

Con un PS, un post scriptum, stesso modus operandi scelto per i vari Ballestrazzi, Tavolazzi, Favia, e via discorrendo, Beppe Grillo ha liquidato l’iniziativa politica di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, prevista per questo mese e che dovrebbe radunare a Parma sindaci e aspiranti tali del Movimento 5 Stelle.

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La grave colpa è non aver concordato l’iniziativa con lo staff del Comico. Un presupposto banale per giustificare questa presa di posizione in un momento in cui Pizzarotti ha osato esprimersi a volte in contrasto con la linea perseguita da Grillo-Casaleggio.

In particolar modo, Pizzarotti si sarebbe esposto in almeno due circostanze: la prima, in occasione dell’espulsione di Orellana, Battista, Campanella e Bocchino, esprimendo alla stampa e in tv le proprie perplessità sul metodo seguito (M5s, Pizzarotti: “Non ho capito il motivo delle espulsioni dei senatori dissidenti”Il Fatto Quotidiano); in secondo luogo, Pizzarotti si è certamente reso colpevole di aver partecipato alla presentazione del libro che narra della sua esperienza come sindaco, tenutasi a Milano venerdì scorso alla presenza di Giuliano Pisapia e persino di Giuseppe Civati, l’uomo delle cene (qui l’inequivocabile video http://bcove.me/y2bq19x5 che dimostra la compromissione del sindaco con il dissidente deputato del Pd).

Civati alla ricerca di un dialogo con il M5S | #Cosemaiviste storify

[Con il contributo di @marcocacchioli @gruggieri @raffoblog  @70RoK @paologandolfi @Mirchen37 @CALentola @Louisebonz]

L’occasione è storica, scrive Andrea Scanzi. Le Quirinarie hanno selezionato dieci nomi per il Colle più alto che possono essere propedeutici a creare una nuova convergenza, una versione delle larghe intese che non sia giocoforza uno sfondamento a Destra, verso gli Impresentabili per antonomasia. Pippo Civati e il PD di Parma hanno provato a intavolare un dialogo con i 5 Stelle della Stalingrado grillina. Stamane, per circa due ore, dal vivo e in diretta streaming dalla sala della Corale Verdi, Civati, Marco Bosio (capogruppo M5S a Parma) e Nicola Dell’olio (capogruppo PD a Parma) hanno parlato dell’inutilità del non dialogo e del rifiuto a prescindere di qualsiasi soluzione allo stallo, creatosi dopo il voto del 24-25 Febbraio. Non si può dire che l’argomento non interessi poiché, per quanto la Corale Verdi sia piccola, la sala era affollata.

Civati ha sdrammatizzato chiamando l’evento ‘Incontri ravvicinati della terza Repubblica’, un titolo che ha un sottotesto notevole, specie se si pensa che la strategia della segreteria PD e dei capigruppo parlamentari, dell’una e dell’altra parte, è stata tutt’altro che conciliante.

In Parlamento non si dialoga, ma il dialogo in questo momento serve perché è inutile trincerarsi dietro le formule propagandistiche ‘calate’ dall’alto. Il dialogo è utile a scoprire che non si è molto diversi, dopotutto. Che se non si comincia da qualcosa, evidentemente non si potrà mai e poi mai fare una sola delle mille riforme che il M5S vuole fare. Civati comincia dal Presidente della Repubblica e ricorda la campagna per porre tetto alle retribuzioni degli Alti Papaveri della Pubblica Amministrazione, il tetto del Quirinale:

Bosi ha replicato con una precisazione che sa di ‘bizantinismo’ e una specie di sviolinata a Civati:

Eppure l’alterità del 5S rispetto al ‘sistema’ non può essere sprecata con l’arroccamento. Bosi ne è consapevole. E’ consapevole che un momento come questo non tornerà. L’occasione è storica. L’ha detto anche Andrea Scanzi.

Bersani non andava bene. Per Bosi il PD doveva fare un altro nome. In fin dei conti, quando Civati scriveva del Piano C, chiedeva proprio questo. Ma il Capo Comico ha portato avanti la linea del no a prescindere. No anche alle ‘foglie di fico’.

Civati spiega perché le larghe intese possono essere meglio di come le ricordiamo. Se non altro, un governissimo con Ignazio La Russa sarebbe la fine del PD per come lo conosciamo.

Venti anni di occasioni perdute e dovremmo aspettare ancora? A quando il governo del cambiamento? Dall’Olio torna sulla critica storica dei Democratici verso i 5 Stelle.  Chi decide nel Movimento? Bosi si è un po’ arrabbiato, ed è stato così tutte le volte che Dall’Olio ha preso parola. Il dibattito è subito scemato dalle cose da fare alle corrispettive contestazioni.

Civati non coglie la provocazione e rilancia sul finanziamento pubblico ai partiti. La proposta Tocci, che con il sistema del 5 per mille metterebbe d’accordo la volontà di eliminare i rimborsi e dall’altro regolerebbe i finanziamenti privati:

A fine dibattito, una domanda di un militante a 5 Stelle scalda di nuovo gli animi.

Il 5 Stelle afferma che Bersani ha sbagliato tutto. Il PD dovrebbe dimissionarlo. Dall’Olio smette per un attimo i panni del moderatore e attacca il 5 Stelle. Bersani ha ricevuto un milione e settecentomila voti! Metà platea applaude.

Beppe Grillo, sindaco ombra di Parma

L’ombra. L’ombra del Comico oscura l’Uomo Qualsiasi, il Pizzarotti sindaco che nessuno ipotizzava potesse vincere il ballottaggio di domenica scorsa. Succede che il reietto Valentino Tavolazzi, il deus ex machina degli Scissionisti riminensi, colpevole del gran tradimento dei precetti del Non-Statuto (comandamento n. 1: non organizzare un bel niente, mentre lui si preoccupava di dare forma e operatività alla democrazia interna del M5S), radiato vita natural durante a mezzo blog dal movimento medesimo, si sia candidato a direttore generale del comune della città (lui smentisce, ma non è escluso che a volergli dare questo ruolo ci stia pensando lo stesso Pizzarotti). Qui sta il bello perché Tavolazzi possiede le competenze per ricoprire quel ruolo e la sua designazione potrebbe definirsi effettivamente “meritocratica”.

Invece. La nuova fatwa grillina è arrivata non appena nel Movimento sono cominciate a palesarsi alcune diatribe interne. Prime fra tutte le lunghe interminabili (e inutili) discussioni sui forum sulle dichiarazioni post voto del medesimo Pizzarotti – io ho vinto! No, replicano le truppe di digitatori di commenti: non tu, ma il Movimento. Allora Grillo ha pensato bene di mettere i puntini sulle i (di Pizzarotti) e ha intimato il no expedit alla candidatura del Tavolazzi.

“A Tavolazzi – scrive il blogger – è stato inibito l’uso congiunto del suo simbolo con quello del Movimento 5 Stelle qualche mese fa”. La sua nomina “è una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente. Mi meraviglio che Tavolazzi si ripresenti ancora sulla scena per spaccare il Movimento 5 Stelle e che trovi pure il consenso di un consigliere dell’Emilia Romagna” (F. Mello, Il Fatto Quotidiano).

Inibito. Tavolazzi è inibito. E quel consigliere (regionale) dell’Emilia-Romagna chi sarebbe? Favia? De Franceschi? Perché Grillo non fa i nomi? Di cosa sarebbero colpevoli costoro? Di pensare con il proprio cervello? Ora che sono state trovate nuove e inedite teste pensanti per il mondo obsoleto della politica, che facciamo? Pretendiamo che essi non pensino. Certo, è il capo a pensare per loro. Loro sono uomini qualsiasi, perfettamente sostituibili l’un l’altro.

Grillo invita “chiunque fosse interessato alla posizione” ad inviare “il suo curriculum a questa mail”. Il link porta ad un form per a segnalazioni su BeppeGrillo.it. Vi sembra normale? Vi sarebbe sembrato normale se appena eletto Luigi De Magistris sindaco di Napoli, Antonio Di Pietro avesse chiesto a chi era interessato ad un assessorato nella giunta del capoluogo partenopeo, di mandare il suo curriculum alla sua mail personale? (F. Mello, cit.).

No, rispondo io. Se l’avesse fatto di Pietro, l’avremmo sommerso di improperi. Avremmo scritto interi papiri di commenti sull’anacronismo del partito personale. Basta leader, avremmo detto. E invece eccoci qui ad assistere impotenti – o quasi –alla distruzione dell’unica opportunità di non precipitare definitivamente nello schifo della politica corrotta e collusa. Ai confini del “tafazzismo”.

Come ho già più volte scritto, è ora che il M5S accantoni Grillo e applichi veramente l’unico precetto possibile del suo statuto non scritto: uno vale uno, ovvero nessuno è indispensabile e l’unico dogma che orienta l’azione politica del movimento è l’interesse generale. Stop. Non aggiungo altre parole.

La Comune di Parma

Pizzarotti è il nuovo sindaco di Parma. L’errore più grande sarebbe quello di far ricadere solo sulla sua persona, anzi su quella di Grillo, la responsabilità del governo della città. Se il Movimento 5 Stelle deve essere davvero ciò che dice di essere, ovvero un movimento nato “dal basso”, dovrebbe fare a meno della ingombrante figura del comico e costituirsi finalmente come entità collettiva dove vige la semplice regola della partecipazione alla discussione pubblica, finalmente scevra della dannosa dicotomia destra-sinistra, della apertura dialettica, della deliberazione diffusa, che rafforza l’istituzione rappresentativa estendendola il più possibile fuori delle mura dei palazzi.

In questo momento Parma rappresenta l’occasione d’oro per l’utopia democratica di realizzarsi rinnovando la forma della Comune parigina di una società in cui il cittadino è immediatamente coinvolto nella Pòlis. Pizzarotti è forse un eroe per caso, forse non è nemmeno strutturato personalmente per il grave compito che gli spetta. O forse no. Dovrà avere la forza di mettere al centro della deliberazione sempre e comunque il benessere comune. La volontà generale dei cittadini di Parma potrà forse materializzarsi, non più interpretata o manipolata o filtrata o sottoposta al vaglio dello strumento statistico, ma lasciandola emergere dalla libera discussione pubblica.

Per queste ragioni, Grillo non serve più. E’ servito a creare il Movimento 5 Stelle e a dargli una immagine. Ma la nascente Terza Repubblica ha i connotati di un rinascimento comunale, come storicamente è quasi sempre capitato dopo i lugubri medioevi che questo paese ha dovuto vivere. In questo senso Grillo è stato il medium (nel senso di mezzo) per l’emanciparsi di questa nuova generazione di cittadino. Il cittadino partecipativo spezza il monopolio del super professionismo politico della società tecnica specializzata. La Rete in tutto questo movimento di competenze, non più monopolizzate bensì liquide poiché condivise, è l’esemplificazione più evidente. Io stesso, mentre scrivo, esercito un ruolo che è a metà fra il cittadino e il giornalista, ma che non è pienamente giornalista, ma certamente cittadino. Da un lato esiste il Netizen, testimone del proprio tempo e al tempo stesso attore nel campo della pubblica dissertazione, dall’altra questa nuova forma di politico che altro non è se non un “cittadino in armi” come lo erano i comunardi parigini: assolutamente temporaneo, non indispensabile, infinitamente sostituibile. In questo risiede la rivoluzione del 5 Stelle: come con Lutero la religione non era più organizzata intorno alla mediazione del sacerdote cattolico (la Riforma luterana pone l’individuo in diretto contatto con il Verbo di Dio attraverso la lettura personale e personalistica delle Scritture), così oggi la Pòlis fa a meno della intermediazione del Professionista, del Tecnico, e sussume in sé l’individuo che è un tutt’uno con la Pòlis medesima.

L’idea quindi che Grillo possa continuare ad essere il leader del Movimento, è anacronistica. Il partito personalistico è finito con Berlusconi e Bossi. E’ venuta invece l’ora del Noi.

Il PdL ridotto a partito di nostalgici

Genova: 8.83%; Verona 5.43%; Parma: 4.79%. Ed erano città che vedevano il Popolo della Libertà sempre sopra il 25-30%. Come commentano i superstiti del PdL? Così Franco Frattini:

Signore e signori, Mara Carfagna:

Prosegue dal blog: Il partito ha resistito ad una prova difficilissima, nella quale si è gettato senza alleati, provato dal sostegno ad un governo che, finora, si è connotato per un pesante aggravio della pressione fiscale. Il Pdl non ha nulla da rimproverarsi: ha affrontato questa sfida esprimendo candidati competitivi, coraggiosi, e pagando lo scoramento dei suoi elettori delusi dalle dimissioni del governo Berlusconi. L’arretramento generale di tutti i partiti che compongono la maggioranza di Mario Monti, il balzo in avanti degli “outsider”, dimostrano che è necessario sterzare le politiche pubbliche sulla crescita, abbandonare il rigorismo, bocciato nelle urne anche in Francia e in Grecia.

Nei mesi che ci separano alla scadenza naturale della legislatura chiederemo al governo di invertire la tendenza e di ascoltare i nostri elettori più di quanto abbia fatto finora: dal canto nostro, come partito, ci impegneremo per approvare la riforma dell’architettura dello Stato, cambiare la legge elettorale restituendo il diritto di scegliere i parlamentari ai cittadini, ridurre e rendere trasparente il finanziamento ai partiti (www.maracarfagna.net).

A botta calda subito si fece sentire l’ex Ministro della Difesa Ignazio La Russa:

Esattamente l’opposto di quanto scritto e pensato dalla Carfagna. Che dire, le analisi sul voto sono il loro forte. Hanno sempre il polso della realtà.

In serata si è fatto vivo Angelino Alfano, il segretario della Storica Sconfitta (che forse sancisce definitivamente il tramonto della Seconda Repubblica e l’inizio della Terza, scandita come fu la seconda dal crollo dello status quo del sistema politico):

Immediate le conseguenze sul governo:

Alcuni commentano lasciando intendere che Alfano non abbia alcun futuro come segretario:

E attenti perché il popolo del web azzurro è in rivolta e per Alfano non c’è scampo:

Eppure se chiedete agli ex notabili berlusconiani, essi vi risponderanno:

Ma nessuno di Voi si è accorto che quelle percentuali sono percentuali da partito di nostalgici? E’ un dato: è stata voltata pagina con un secondo schiaffo (il primo fu la Primavera milanese). Dice il saggio: porgete l’altra guancia, ovvero il 2013 si avvicina.

 

Amministrative 2012: la commissariata Parma, prologo del naufragio del PdL

Green Money, l’hanno chiamata i magistrati. Si tratta dell’inchiesta che ha mandato al tappeto la giunta di Vignali, sindaco di Parma dal 2007, poi dimesso. In italiano diremmo “verdoni”. Nel senso di bei bigliettoni di denaro. In realtà l’inchiesta era relativa alle tangenti nel verde pubblico. Hanno messo tangenti anche sulle aiuole. Basta questa frase per descrivere il mercimonio di soldi pubblici e di tangenti che hanno caratterizzato la giunta Vignali a Parma in poco più di tre anni di mandato. Vignali diventa sindaco vincendo il ballottaggio contro il rivale del centrosinistra, Alfredo Peri. Si dimette ad Ottobre 2011 dopo quasi quattro mesi di crescente protesta culminati con l’occupazione di piazza e il caos nel consiglio comunale.

1. La Stazione è un debito enorme

Parma in questi anni ha esperito un frenetico attivismo della giunta, che si è dipanato soprattutto nella stimolazione di opere edili, spesso faraoniche, costosissime, come la nuova stazione ferroviaria. La società che si occupa della realizzazione dell’opera è la STU Stazione. STU significa Società di Trasformazione Urbana. La società è una S.p.A costituita dal Comune di Parma nel 2008 per ‘gestire la trasformazione dell’area della stazione ferroviaria’. La vicenda della STU si è trasformata presto in una disavventura per la giunta Vignali. Il progetto, a firma degli architetti spagnoli Bohigas e Martorell, è fermo ma ha già creato un debito da 120 milioni di euro a carico della stessa STU, ovvero del Comune di Parma che la detiene al 100%. Ora la società sta affrontando un gravissimo problema di liquidità e non è chiaro se sopravviverà a questa fase di generale stretta del credito oppure se dovrà portare “i libri in Tribunale”.

2. Il PdL dopo Vignali

Il PdL non ha subito scaricato Vignali. Lo ha fatto solo quando la situazione era diventata insostenibile. Allora Vignali ha dovuto dimettersi. Ma che fa il partito di maggioranza relativa? Ha pensato bene di candidare il vice sindaco di Vignali, Paolo Buzzi. Non proprio un segnale di discontinuità.

Sostiene Paolo Buzzi che no, il Pdl non è affatto responsabile del disastro prodotto dall’ex Amministrazione: “E’ un luogo comune” dice il nuovo capo degli “azzurri” parmensi, già vicesindaco di quella Amministrazione. Per Buzzi, golfino turchese a sorriso sbarazzino, “non si può addossare ad un intero partito la responsabilità della malversazione perpetrata da alcuni elementi e sulla quale, comunque, la magistratura farà chiarezza” (La Repubblica – Parma).

E’ un discorso già sentito. Si tratta solo di “mele marce”, di “un mariuolo”, e la magistratura è stata eccessiva con quegli arresti. Che saranno mai delle tangenti.

3. Il PD non rinnova e forse annoia

Il PD, come in altri casi, non è stato così pronto nel segnalare le anomalie nella gestione della giunta PdL. La sua risposta nei confronti della città è stata quella di ‘aprirsi’ al proprio elettorato nella scelta della candidatura a sindaco. Le primarie di coalizione sono state però caratterizzate da:

  • scarsa affluenza (circa 8000 i votanti);
  • una candidatura poco coraggiosa, ovvero quella del presidente di provincia Vincenzo Bernazzoli, vincente ma insidiato da vicino dall’outsider movimentista Nicola Dall’Oglio.