Il Brasile e l’attacco alla Giustizia

La rivolta in Brasile, è scritto, è iniziata per un aumento del biglietto dell’autobus. Un aumento di pochi centesimi. Può questo fatto aver spinto migliaia di manifestanti a scendere nelle piazze? E’ stato detto che la protesta ha preso di mira gli investimenti spropositati per i Mondiali di Calcio 2014. E’ stato detto che il calcio deve prevalere sui problemi del popolo brasiliano.

Ma i giornali, specie quelli stranieri, hanno smarrito il quadro d’insieme. C’è qualcosa di più serio, qualcosa che prende il nome di PEC 37. Il congresso brasiliano è in procinto di discutere e votare un emendamento alla Costituzione. Il progetto di legge costituzionale prevede modifiche al sistema giudiziario, modifiche che prevedono di sottrarre ai Pubblici Ministeri il potere di avviare indagini investigative. Il Pubblico Ministero, in Brasile, opera indipendentemente dai tre poteri dello Stato. Il PEC 37 disarma il PM impedendo ai procuratori (che in Brasile si chiamano State’s attorney e generalmente, nei sistemi di common law, sono eletti dai cittadini), al COAF, il Consiglio di Controllo delle Attività Finanziarie, alla IRS (l’agenzia delle entrate, Internal Revenue Service), all’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali), al Social Security (sorta di Inps) nonché alla Polizia Militare, di avviare autonomamente indagini.

Nel paese il provvedimento è considerato un attacco alla democrazia. E’ di fatto un tentativo di mettere la giustizia sotto il controllo del potere esecutivo. Il sistema politico, come in altre parti del globo, difende i suoi afferenti dal pericolo di essere messi sotto inchiesta con accuse gravi come quella della corruzione. Ci sono stati pesanti scandali che hanno coinvolto politici e uomini d’affari. Persino Inacio Lula Da Silva, l’amato ex presidente, pare essere coinvolto nel cosiddetto scandalo del mensalão. Il mensalão è una sorta di “rimborso mensile: nel 2005 il deputato Roberto Jefferson denunciò che il Partido dos Trabalhadores stava pagando 30000 reais al mese ad alcuni suoi colleghi deputati e senatori per far sì che votassero progetti di legge proposti dallo stesso PT. Sostenne inoltre che il denaro per il pagamento di queste ingenti somme (30000 reais erano circa 10000 € ai tempi) provenisse dal budget pubblicitario di alcune società statali, e che venisse pagato ai deputati corrotti tramite l’agenzia pubblicitaria di Marcos Valério” (europinione.it).

Il PEC 37 è già stato votato nelle Commissioni ed è pronto per la deliberazione in aula. Il voto finale era previsto in questi giorni ma è stato posticipato, anche in conseguenza delle rivolte. Stasera la presidente Dilma Rousseff si è incontrata con il ministro della Giustizia, Cardoso, ufficialmente per “analizzare” la situazione dell’ordine pubblico. Sui giornali online come O Globo e Jornal do Brasil compaiono inviti a ‘isolare’ i violenti e condanne degli atti di vandalismo. In ogni caso, se PEC 37 verrà approvato definitivamente, alle manifestazioni pacifiche seguirà certamente il caos.

La nuova resistenza: Saviano candidato governatore in Campania?

Forse Saviano non accetterà, e non posso dargli torto. Ma la proposta di Claudio Fava – Sinistra e Libertà – di proporre Roberto Saviano, lo scrittore di Gomorra, che vive da anni nell’isolamento con una taglia della camorra sulla testa, alla candidatura di governatore della Campania, induce a una riflessione.
Ovvero, non posso non essere d’accordo con Fava sulla esigenza di una risposta alla deliquenza organizzata che si costituisce in potere pubblico sostituendosi a quello legittimo occupandone le istituzioni. In una parte del paese, lo Stato ha abdicato. Laddove non c’è legalità, lo Stato ha compiuto passi indietro. Insieme ad esso, anche la società civile si è ritratta, impaurita dalle possibili ritorsioni, ha smesso di essere partecipe della cosa pubblica, lasciando che essa sia tradotta in mero fatto privato e criminoso. Il passo decisivo, in cui la fine dello Stato sarà cosa fatta, verrà compiuta alle Regionali. Il voto in Campania, in assenza di un forte candidato del centro-sinistra, potrà premiare colui che passa al nome di Mr. Gomorra. L’uomo dei Casalesi.
Ma al centro-sinistra un candidato forte come può esserlo Saviano potrebbe non bastare. Il centro-snistra deve porre al centro la questione della legalità in primis al proprio interno. In particolar modo, deve farlo il PD. Il PD non può continuare a fare finta di nulla. Bersani non può farlo. Al Sud – ma non solo, anche al Nord per molti suoi amministratori si pone la questione del conflitto di interessi – per il PD è emergenza legalità: i casi della giunta Vendola in Puglia, di personaggi scomodi come Agazio Loiero in Calabria, che con tutta probabilità verrà ricandidato, di Bassolino in Campania, sono sotto gli occhi di tutti e impediscono di risolvere la questione con la semplice assunzione di un candidato simbolo della lotta alle mafie. Bersani deve aprire il partito al rinnovamento, o sarà la fine, che porta il nome di Mr. Gomorra. Occorre rompere il patto di non belligeranza fra Stato e Mafie. Occorre dare un segnale, introdurre una discontinuità con il passato. Abbiamo detto del PD. Abbiamo parlato in altre circostanze dell’Italia dei Valori. Di De Magistris e dell’istanza di legalità che esso raccoglie. Scegliere i candidati regionali di coalizione attraverso le primarie può essere quel segno. Per una nuova resistenza, ispirata ai giovani partigiani del ’43 che scelsero la lotta contro il nazifascismo anziché l’ignavia, servono innazitutto persone al di fuori di qualsiasi dubbio. Serve il coraggio di aprirsi al nuovo e di abbandonare logiche politiche di spartizione di cariche e di regalie attraverso le nomine. Serve anche ritrovare una nuova unità a sinistra. Serve ritrovarsi tutti sotto l’unica egida di un Partito dei Lavoratori, che sussuma in sé le istanze ecologiste, socialiste e radicali. Serve abbandonare il campanilismo delle sigle e dei partiti personali, e in questo modo riprenderci la politica.

    • ho chiesto pubblicamente la tua disponibilità a candidarti

    • Non è stato uno sgarbo né una forzatura ma una necessità civile. Perché a Napoli, fra qualche mese, ci giochiamo non solo il destino della tua regione ma un’idea di nazione.

    • se pensa cioè di potersi riscattare dal giogo delle mafie e dei sospetti, dai furti di verità e di memoria, dall’impunità che s’è fatta sistema. O, altrimenti, se questo paese si è ormai arreso alla forza degli eventi, al corso inevitabile delle peggiori cose

    • Il candidato che la destra quasi certamente presenterà si chiama Nicola Cosentino, sottosegretario del governo Berlusconi, uomo forte del PDL in Campania e «uomo a disposizione dei Casalesi», secondo le dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia, acquisite dalla Procura di Napoli. Falso, dice Cosentino. Vero, dicono i suoi accusatori.

    • Chiunque al posto suo avrebbe fatto un passo indietro

    • Chiunque: non Cosentino. Che continua a fare il sottosegretario e oggi si candida a governare la sua regione. Io c’ho i voti, fa sapere: e noi gli crediamo.

    • Che si fa, dunque, se Cosentino e il suo partito sceglieranno di sfidare il senso della decenza? Gli si contrappone un notabile di segno politico contrario? Si va in cerca d’un candidato comunque, purché abbia il cartellino penale pulito? Si derubrica questa elezione come un fatto locale, una cosa di periferia?

    • caro Saviano, se Cosentino dovesse candidarsi, ti chiedo di fare la tua parte accettando di candidarti anche tu

    • Conosco già la tua obiezione che è stata anche la mia per molti anni: che c’entro io con la politica? Quando ammazzarono mio padre, pensai la stessa cosa: la mia vita è qui, mi dissi, continuare il mestiere suo e mio, scrivere, dire, capire.

    • la scrittura, una scrittura disposta a mettere in fila nomi e fatti, è un impegno civile capace da solo di riempire una vita

    • però arrivano momenti della vita in cui capisci che ti tocca far altro. E fare altro, fare di più, a volte vuol dire la fatica della politica, affondare le mani e la vita in questa palude per provare a portarci dentro un po’ d’alito tuo, un po’ della tua storia

    • Ci fu una generazione di ragazzi, nel ’43, costretti dalla notte all’alba a improvvisarsi piccoli maestri delle loro vite. Lasciarono le case, le donne, gli studi e per un tempo non breve si presero sulle spalle il mestiere della guerra. Se siamo usciti dalla notte di quella barbarie, lo dobbiamo anche a loro.

    • che c’entra la resistenza con la lotta alle mafie? Che centrano i nazisti? Che c’entra Casal di Principe? Io invece credo che tu capisca. In gioco è il diritto di chiamarci ancora nazione. Quel diritto oggi passa da Napoli, dalle cose che diremo, dalle scelte che faremo. O dai silenzi in cui precipiteremo.

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