Giustificare il dissenso

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Secondo Marco Revelli la forma partito che conosciamo è in profonda trasformazione. I partiti non sono sempre esistiti e, a seconda del sistema politico, possiamo trovare partiti cosiddetti pesanti e partiti meno strutturati, in cui formule più o meno codificate presiedono alla selezione della leadership. Per Revelli, il partito pesante è in crisi poiché è in crisi il sistema della fiducia che regge il rapporto governati-governanti. In questo scenario, colloca il partito a 5 Stelle, fatto senz’altro di una miscela di populismo e carisma del Capo.

Il partito a 5 Stelle è liquido innanzitutto perché non ha regole né strutture. Dice bene Stefano Feltri, oggi su il Fatto Q:

se io chiedo qualcosa a un deputato del Movimento 5 stelle, quello di solito risponde citando “Beppe” oppure dice che decide la Rete o cose così. Non c’è altra informazione ufficiale che non i post del leader. E, non essendoci alcun processo decisionale esplicito, è impossibile avere informazioni se non dal sito (blog di Feltri su il Fatto Q).

L’assenza di procedure e di regole per la discussione e la deliberazione (non tanto dei gruppi parlamentari quanto degli stessi iscritti e militanti) renderebbe ingestibile qualsiasi forma di dissenso interno, figurarsi quel che accade nel caso di dissenso proveniente dalla base elettorale. Quest’ultima – avendo il massimo grado di ‘liquidità’ – è subito pronta a voltare le spalle. A lamentarsi, a non capire una scelta che non li ha coinvolti. Se da un lato una disciplina di partito è pressoché impossibile, dall’altro la narrazione Casta-Popolo viene a infrangersi sulla poliedricità di opinioni che dal Popolo sgorga come una fontana. Così, se si prospetta di una fronda di venti senatori pentastellati carichi di dubbi sulla strategia delle ‘alleanze con nessuno’, il blog-organo ufficiale viene sovraccaricato di messaggi a favore del governo con il PD. Grillo da un lato deve spaventare deputati e senatori agitando il pugno della espulsione e della messa all’Indice dei Traditori dei 5 Stelle; dall’altro deve impiegare mezz’ora del suo tempo per scrivere un post in cui suggerisce l’idea che tutto il dissenso ricevuto in forma di commento sul blog altro non è che il frutto di una strategia di quei soloni della Casta, i quali sono pronti a tutto pur di dividere il granitico 5 Stelle, anche costruire migliaia di utenti bot e falsi nickname.

Grillo, nel più classico dei partiti carismatici, è obbligato a negare il dissenso. Non c’è altra opinione se non quella del capo e pertanto tutto ciò che si disallinea è tradimento o opera del nemico. In questa evoluzione che molti credono di vedere, in realtà si celano tutti i mali dei sistemi politici occidentali quando le forme e le regole non sono scritte – e non sono democratiche perché negano l’alterità – ma promanano dalla suprema fonte che è la volontà del Capo Kaiser Duce. Forse ha ragione Revelli quando dice che in questa crisi è forte la tendenza ad “una rifeudalizzazione delle nostre società in un crepuscolo delle forme statali forti”.

Più che di antipolitica, ci troviamo spesso di fronte a forme nuove di pratica politica in un contesto di democrazia mutato, proprio perché non più mediato dai partiti. Smetterei di usare il termine in modo spregiativo, perché rischiamo di non capire nulla rispetto ai processi in atto. Subpolitica è invece un concetto introdotto da Ulrich Beck, non per sminuire il valore di quest’altra politica, ma per sottolinearne il carattere basilare. [..]

Diciamocelo sinceramente, se vogliamo andare al di là degli aspetti della cronaca e della statistica, dobbiamo ammettere che la crisi dei partiti si inserisce in una più generale crisi dell’Occidente, che è poi crisi del nostro stile di vita. Crisi epocale che attraversa tutti i livelli, arrivando persino a lambire persino la Chiesa. Una crisi che – mi e vi chiedo – non ha forse a che fare con questo cedimento strutturale dei meccanismi di produzione di senso condiviso? Si sono inceppati i meccanismi di produzione di un noi,  nel passaggio dalla solitudine di un “io” a alla condivisione di un “noi”. Un’apocalisse del senso che rende vuoti tutti i troni, da quelli secolari fino a quelli spirituali. I luoghi si sono dissolti nei flussi. È un horror vacui, quello che ci coglie. Proprio perché si avverte che la rottura di questi meccanismi di produzione di un senso condiviso ricade in termini di una conflittualità molecolare. Non ci sono più conflitti che organizzano il campo, ma una diffusa competitività aggressiva che rende inoperanti tutti i meccanismi di decisione collettiva e ha colpito, in particolare, i partiti. Ma non solo i partiti. Non è diverso per i sindacati, non è diverso per le imprese e non è diverso per la Chiesa (Democrazia senza partiti, Communitas, 24/03/13).

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