Nuova scomunica di Beppe Grillo. E-democracy e carisma del capo

English: Beppe Grillo in Piazza Castello in Tu...

Image via Wikipedia

In un crescendo rossiniano, si è nuovamente giunti al parossistico annuncio a mezzo blog che chi si occupa del Movimento 5 Stelle ma non è fedele alla linea dell’ispiratore del Movimento 5 Stelle, allora deve essere sbattuto fuori. Valentino Tavolazzi ha avuto l’ardire di convocare una assemblea di movimentisti, più o meno ascrivibili all’area del M5S, a Rimini, ieri e ieri l’altro. Tavolazzi ha voluto mettere in discussione, insieme ad altri, la forma organizzativa del M5S e provare a risolvere i dubbi amletici che affliggono il non-partito fin dalla nascita. Per esemplificare, vi sottopongo questa ottima infografica pubblicata da Linkiesta:

Il gruppo riunitosi a Rimini lo scorso week-end ha cercato di rispondere a questi dilemmi con un metodo pratico che loro chiamano “open space technology”. Certo, per un movimento politico il metodo non può e non deve essere il fine, bensì il mezzo per realizzare la partecipazione dal basso tanto evocata da Grillo. Il gruppo di Tavolazzi ha evidenziato il fatto che la semplice interazione on-line non è sufficiente e che il rapporto umano e politico non si può risolvere in un attivismo da tastiera sempre votato all’indignazione. E’ necessario far compiere al M5S un salto di qualità, e questo si può ottenere solo con l’incontro faccia a faccia e la formulazione di proposte vere e “organiche”. Né più né meno di quello che fanno a Prossima Italia, che in questo senso dimostra di essere avanti anni luce rispetto al M5S.

La risposta di Grillo è stata una nuova scomunica. Della serie: se non sei come me, sei contro di me. Questa frase niente altro è che la riedizione ennesima della coppia dicotomica Amico-Nemico tanto cara a Carl Schmidt. Una logica che sottende sempre all’esclusione dell’altro, se l’altro non la pensa come me. A considerarlo una anomalia e a combatterlo. Ma la politica non è ‘guerra’. La politica è discussione delle regole del viver civile. E’ strano che il movimento politico ispirato dal sostenitore della ‘democrazia dal basso’ sia invece caratterizzato da dinamiche proprie di un partito carismatico. E’ il capo che giudica. E’ il capo che decide le regole (secondo il detto latino quod principi placiut habet legis vigorem) e che le cambia a proprio piacimento. La sua leadership è fondata sull’autorevolezza del proprio nome. Sulle sue gesta. E’ una caratterizzazione simbolica che trascende dalla realtà. Grillo su questo piano non è diverso da Umberto Bossi. Entrambi godono dell’aurea del Capo condottiero. E possono cacciarti, se vogliono. O premiarti con un feudo. A seconda del tuo grado di fedeltà. Valentino Tavolazzi ha tradito il M5S. Ma questa non doveva essere e-Democracy?

Valentino Tavolazzi è consigliere a Ferrara per la lista civica “Progetto per Ferrara” appoggiata a suo tempo da me. Si candidò prima della nascita del M5S (*). Non ha purtroppo capito lo spirito del M5S che è quello di svolgere esclusivamente il proprio mandato amministrativo e di rispondere del proprio operato e del programma ai cittadini. Non certamente quello di organizzare o sostenere fantomatici incontri nazionali in cui si discute dell’organizzazione del M5S, della presenza del mio nome nel simbolo, del candidato leader del M5S o se il massimo di due mandati vale se uno dei due è interrotto. Sarà sicuramente in buona fede, ma Tavolazzi sta facendo più danni al M5S dei partiti o dei giornali messi insieme. A mio avviso ha frainteso lo spirito del M5S, ha violato il “Non Statuto” e messo in seria difficoltà l’operato sul campo di migliaia di persone in tutta Italia. Per questo, anche di fronte ai suoi commenti in cui ribadisce la bontà di iniziative che nulla hanno a che fare con il M5S, è per me da oggi fuori dal M5S con la sua lista “Progetto per Ferrara”. Chi vuole lo segua. Beppe Grillo.
(*) Dopo la costituzione del M5S non è più permesso associarsi ad altre liste

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Ora il bavaglio è per Maroni. Per lui un nuovo partito?

Eccola, la pantomima sentimentale del divorzio Bossi-Maroni. “Non possono cacciare Bobo”, dice Tosi dalla fatal Verona, ma appunto proprio perché Bossi non lo può mandar via, gli mette la mordaccia (antica maschera di tortura che bloccava la bocca, impendendo di parlare). Saranno cancellati tutti gli incontri di Maroni nelle sedi della Lega. Cosentino è divenuto il punto di non ritorno fra maroniani e il Cerchio Magico. La Lega Tanzania è uguale uguale alla vecchia Lega Nord: il dissenso è impossibile, se dissenti sei fuori. Quale democrazia di partito? Nessuna. Non soprendetevi, non è cambiato nulla. L’unica differenza rispetto al passato è che è terminata la stagione dell’unanimismo. Qualcuno sta pensando con la propria testa. E questo è male, nel partito del Capo.

In fondo la Lega Nord è sempre stato questo: non un partito territoriale, come vi hanno fatto credere, ma un partito personalistico fondato sul carisma del leader. Ora il leader è una specie di Forrest Gump padano (cfr. imitazione di Crozza) e il partito va in pezzi. Normale. La Lega è un partito come gli altri, figlio della stagione del ’89, della fine delle ideologie e dell’avvento del partito-persona (come lo sono stati e lo sono tuttora Forza Italia/PdL, Idv, Udc (ex DC, è vero, ma è innegabile che quello sia il partito di proprietà di Casini e della famiglia che lui rappresenta). Non a caso il PD è rimasto nell’anomia, unico partito a non essere identificabile con una persona.

Intanto Maroni è sempre più ai margini e presumibilmente seguirà la medesima sorte di Fini. Ovvero, fonderà un partito-persona pure lui, naturalmente focalizzato sulla sua leadership. A questo si è ridotta la politica italiana: alla competizione fra personalismi. Non ci sono più le politiche per la società, sintetizzate dalle ideologie, bensì solo dei gruppi, dei cartelli, dei trust politici. O delle cosche, se preferite.

A sentire le voci dei leghisti in carriera, «nella Lega non c’è nessuna spaccatura». Lo dice Roberto Cota, governatore del Piemonte. Lo dicono tutti i parlamentari che chiamano la Radio e danno la colpa al Nemico, ai Poteri Forti, alle Massonerie. Lo dice perfino Marco Reguzzoni, il più noto dei Capetti, il capogruppo che, o almeno così sembra, parla con Maroni solo via messaggi indiretti su Facebook. Bobo è deluso e amareggiato? «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». E in ogni caso la Lega è unita, Bossi è il Capo, si fa solo quel che dice il Capo (La Stampa.it).

Come in una configurazione classica medievale, anche il Medioevo partitico vede attorno al Feudatario una pletora di Vassalli e Valvassori, più o meno fedeli, in cerca di prestigio e visibilità al solo scopo di incrementare il proprio potere personale. Questo sono i vari Cota e Reguzzoni e Calderoli eccetera. Maroni ha ricordato in questi giorni la Lega delle origini. Si fa sempre ritorno alle Origini. Della serie, era meglio quando si stava peggio: “la Lega degli onesti, la Lega senza intrallazzi nè conti all’estero, la Lega che mi ha conquistato per i suoi ideali trasparenza, per i suoi valori etici e per i suoi meravigliosi militanti”. Tutto questo fa parte della leggenda. Non della Storia. Gli agiografi potranno sbizzarrirsi sulla vita e le opere di Bossi, ma quel che resta è la parabola di un partito che contestava i corrotti della Prima Repubblica al solo fine di sostituirsi ad essi. Nella corruzione (e nella vergogna).