Bossi, alleanza Lega-PdL è finita. Alle porte di una crisi di governo?

Crollo verticale, ha detto stamane Bossi. “Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un’alleanza, quella di Pdl e Lega”. Più chiaro di così. Il Senatur teme le imboscate dei finiani sui regolamenti attuativi del federalismo. E alza la cresta. Un disastro per B. che ora pensa seriamente di rovesciare il tavolo e a mandare tutti a nuove elezioni.

Fini, secondo Bossi, avrebbe rinnegato il ‘patto iniziale’. E’ un gattopardo democristiano, tuona il leader della Lega. Sebbene dica di essere per la mediazione, con le sue parole annienta ogni possibilità di dialogo. La gente del Nord, dice, è stufa, vuole le riforme, non se ne può più di rinvii e tentennamenti. Le riforme vanno fatte subito. Chiaro che si riferisce al federalismo, per lui l’unica riforma fattibile. Fini finge di costruire, ma in realtà demolisce, affinché nulla cambi. “In questo modo ha aiutato la sinistra”, tuona. “E’ pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui”. Fini è contro il popolo del Nord. Sarebbe a favore di quello meridionale. E se sei contro il Nord, per Bossi, sei contro il federalismo. Sei un centralista e meridionalista, usurpatore di denari pubblici. Berlusconi? Avrebbe fatto meglio a “sbatterlo fuori subito”. Capite, il dialogo?

L’alternativa? Se il governo va in crisi, per Bossi esiste una sola via, che passa per il superamento del federalismo, “un concetto abbandonato” dal quale non si potrà che ricominciare una nuova e diversa stagione, in cui la Lega farà da sola: “oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare […] Saremo soli […] senza Berlusconi [e] dovremo comportarci di conseguenza”. Un ritorno alla strategia secessionista? Magari, in previsione dei 150 anni dall’Unità d’Italia, visto che hanno messo le mani sui festeggiamenti rimaneggiando tutta la Storia come la si è conosciuta sinora, al fine di esaltare l’origine padana della nazione, potrebbe anche venir bene una dichiarazione di secessione in diretta tv. A parte l’ironia, Bossi ha ragione: la rottura del PdL è rottura di un patto, ma non quello fra Bossi e Fini, che non c’è mai stato, bensì quello datato 1992-’93, il patto segreto con i secessionisti del sud, quelli che misero le bombe al Velabro a Roma, in via dei Georgofili a Firenze e in via Palestro a Milano. Loro, lo Stato nello Stato, la lega del Sud, che lavora nell’occulto, sanno bene che se Bossi fa tanto di tornare a parlare di secessione, si riapriranno i termini di negoziazione di quel vecchio patto, e allora forse sarà un vero grosso guaio per tutti.

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I cosiddetti perdenti sono per la resa dei conti. La mafia pronta a rompere il patto?

La strana frase, "I cosiddetti perdenti sono per la resa dei conti", è contenuta nella lettera di minacce di morte fatta pervenire ieri al Presidente dei Senato, Renato Schifani. Negli articoli pubblicati sui giornali, si attribuisce la provenienza della missiva minatoria a ambienti mafiosi.
Intanto stasera continua lo stillicidio di notizie di dichiarazioni di politici del PdL sulla questione giustizia, fatte sempre senza intervenire direttamente sulla questione che preoccupa più di tutto, ovvero la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza al processo d’appello a Dell’Utri, durante il quale rinnoverà le dichiarazioni rese più volte nel corso delle indagini sui cosiddetti "mandanti occulti" delle stragi del 1992-93. Infatti La Russa ha annunciato che il gruppo parlamentare del PdL ha deciso di ripresentare il lodo Alfano – incostituzionale – per via costituzionale, tenendo in debito conto i rilievi della Consulta, mentre l’ufficio di presidenza del PdL ha emesso un comunicato nel quale si sostiene che la magistratura ha influenzato anche il corso di questa legislatura e che in gioco vi è la democrazia.
Poi quella frase, i cosiddetti perdenti sono per la resa dei conti.
Un messaggio, forse. Un messaggio in codice. Cosa può significare? La mafia dei perdenti era quella capeggiata da Stefano Bontade, ucciso dai corleonesi nel 1981. I Corleonesi, loro sono la mafia vincente. almeno storicamente parlando. Poi, lo stragismo e la caduta di Riina ad opera di un machiavellico Provenzano. Ma i Corleonesi sono ancora là, comandano in Sicilia e altrove. Se i perdenti sono per la resa dei conti, vuol dire che si affaccia una nuova guerra di mafia come quella che avvenne fra il 1977 e il 1986? Forse che il prossimo 4 dicembre sia il giorno in cui si aprirà un nuovo strappo fra mafia e la parte di stato colluso?
Si vocifera che a parlare al processo Dell’Utri verrà chiamato anche il pentito Pietro Romeo. Romeo, come Spatuzza, è un mafioso di secondo piano, però è informato tanto quanto Spatuzza e, nel corso degli anni, ha collaborato facendo arrestare latitanti e facendo ritrovare il tritolo usato per le stragi del 1993. Tritolo che fece 10 morti – cinque a Firenze, fra cui due bambine, cinque a Milano – e una quarantina di feriti. E’ bene ricordarlo quando si parla di queste inchieste. E soprattutto quando se ne parla in certi termini, quasi negazionisti. Teoremi a lungo ripetuti dal finto-premier, il quale anche oggi ha usato parole gravissime, dicendo che si rischia la guerra civile a causa di questa magistratura. Chi scrive di stragi deve rispettare i morti, e la magistratura che nel corso degli anni ha condotto queste indagini impossibili. Marina Bartoccelli, su Il Riformista, prosegue la sua carrellata su quegli anni di sangue, La Bartoccelli si chiede:

In 14 anni le affermazioni di Romeo sono state verificate? Se sì, bisogna allora sapere in che direzione si è proceduto: o Romeo diceva la verità e bisognava tirarne le conseguenze e bloccare Berlusconi. Se invece dalle varie verifiche risultava che le sue erano bugie, bisognava come minimo bloccare lui. Invece dopo 14 anni ridice le stesse cose e si riapre il circuito anti-Berlusconi. Ma la colpa di chi è?

La Bartoccelli forse non sa, ma non esistono solo le dichiarazioni di Romeo, o di Spatuzza. A parlare dei presunti legami fra trattativa stato-mafia e formazione di Forza Italia sono stati nel corso di quindici anni i seguenti mafiosi o pentiti-mafiosi: Antonino Giuffrè, Salvatore Cancemi, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Calogero Pulci, Tullio Cannella, Giovanni Ciaramitaro. Non un pentito, ma otto, più il non-pentito Brusca. Pare poco?

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    • Il nome del presidente del Consiglio è citato 15 volte, Forza Italia 14 volte, 12 quello del senatore Marcello Dell’ Utri, 6 la Fininvest. A farli il capomafia pentito Antonino Giuffrè nelle 86 pagine di verbali in cui, rispondendo alle domande del procuratore della Repubblica Pietro Grasso e dei suoi sostituti, parla dei presunti rapporti tra Cosa nostra e i capi di Forza Italia

    • Rapporti, quelli tra Cosa nostra e Forza Italia, che secondo Giuffrè iniziano a fine ’93, quando si cominciò a parlare della nascita di un nuovo partito, quello poi effettivamente fondato da Berlusconi. Rapporti che si sarebbero materializzati nel settembre-ottobre del 1993 e di cui in Cosa nostra si era già parlato ancora prima, «fin dal giugno 1993 o, addirittura ancora prima»

    • Giuffrè è l’ ottavo pentito di Cosa nostra che parla dell’ interesse della mafia e dei rapporti con i vertici prima della Fininvest e poi di Forza Italia

    • Prima di Giuffrè, altri pentiti (Salvatore Cancemi, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Pietro Romeo, Calogero Pulci, Tullio Cannella, Giovanni Ciaramitaro) avevano parlato di "relazioni pericolose" tra Cosa nostra e Forza Italia

    • Dichiarazioni che portarono all’ iscrizione nel registro degli indagati delle Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo di Berlusconi e Dell’ Utri. La posizione di Berlusconi è stata archiviata. Dell’ Utri è invece diventato imputato a Palermo.

    • prima ancora della nascita di Forza Italia, racconta Giuffrè, Riina e Provenzano attraverso minacce ed attentati ai supermercati Standa ed Upim tentavano di fare venire a patti i loro proprietari. Insomma Cosa nostra puntava in alto, a personaggi di grande spessore

    • «Quello che interessava – ha dichiarato Giuffrè – non era soltanto il pagamento di tangenti o l’ imposizione di forniture, bensì l’ instaurarsi di un rapporto diretto con Berlusconi ed Agnelli, che se non sbaglio erano proprietari di queste strutture»

    • sarebbe stato con Berlusconi e con il suo partito che Cosa nostra riuscì a raggiungere l’ obiettivo di avere un "referente politico" che potesse portare avanti le strategie "politiche" di Cosa nostra: revisione dei processi, abolizione della legge sui pentiti e del 41 bis e altro ancora. Ma per far questo bisognava smetterla con le stragi. Per questo non fu "approvato" l’ attentato che Bagarella aveva messo in atto per fare una strage di carabinieri allo stadio Olimpico di Roma nell’ ottobre del ’93.

    • Quella strage, afferma Giuffrè, avrebbe potuto compromettere i nuovi rapporti con Forza Italia e se quell’ attentato non fosse fallito Bagarella avrebbe rischiato di essere ammazzato. Quell’ attentato doveva essere la "vendetta" di Bagarella contro i carabinieri che avevano arrestato suo cognato Totò Riina.

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    • Cento chili di esplosivo nascosti in una buca, a ridosso di un uliveto, in aperta campagna. Tritolo sepolto sotto un metro di terra da più di un anno. Messo da parte per qualsiasi evenienza. Lo stesso tipo è stato utilizzato per le stragi del ‘ 93

    • E’ stato Pietro Romeo, pentito, 29 anni, Gruppo di Fuoco di Leoluca Bagarella, a raccontare tutto agli investigatori

    • La buca, larga due metri, è circondata dalle canne, seminascosta dalla vegetazione, rovi e alberi secolari. I funzionari dello "Sco", il Servizio Centrale Operativo della polizia diretto da Rino Monaco, quelli della Squadra Mobile di Palermo, setacciano il terreno per tutta la notte di martedì. Scoprono le due scatole di plastica, ben sotterrate, alle 7 di ieri. Gli artificieri della questura di Roma portano i pacchi in laboratorio per esami e perizie. La sostanza è quella delle stragi. Sono gli avanzi di via Fauro, via dei Georgofili, via Palestro.

    • via Fauro, Parioli, 14 maggio ‘ 93: decine di persone ferite, crollo e lesione degli edifici. Poi via dei Georgofili, Firenze, cinque morti tra cui due bambine, danneggiate le sale degli Uffizi, distrutte celebri opere d’ arte. Due mesi dopo, il 27 luglio, è la volta di piazza San Giovanni a Roma, di San Giorgio al Velabro, 22 ricoverati, danni enormi al patrimonio artistico

    • Di notte, via Palestro a Milano, muoiono cinque persone, dieci feriti

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    • "Anche il corso dell’attuale legislatura e’ stato turbato dall’azione di una parte tanto esigua quanto dannosa della magistratura, dimentica del proprio ruolo di imparzialita’", si apre cosi’ il documento finale dell’ufficio di presidenza del Pdl. E’ "una questione che e’ giunta ormai a intaccare la natura stessa della democrazia, che si fonda su un corretto e giusto equilibrio fra i diversi poteri e ordini dello Stato", si legge nel documento. "Questo equilibrio", prosegue il testo, "e’ completamente saltato".

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    • "Abbiamo deciso di riproporre, per via di legge costituzionale, il lodo Alfano, pur tenerdo in debito conto i rilievi giunti dalla Corte costituzionale". Lo annuncia ai giornalisti, al termine dell’ufficio di presidente del Pdl, il ministro della Difesa e coordinatore del partito Ignazio La Russa. Il lodo Alfano bis rientra in un piu’ ampio progetto di riforma costituzionale della giustizia, cui il vertice del partito ha dato oggi il via libera.

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    • Una lettera anonima, contenente minacce di morte nei confronti del Presidente del Senato Renato Schifani e dei suoi familiari – minacce apparentemente riconducibili, in base al testo, ad ambienti mafiosi – è stata recapitata per posta due giorni fa alla Presidenza di Palazzo Madama.

    • Schifani ha subito presentato denuncia alle forze dell’ordine. La lettera ha la data «Reggio Emilia, 21 novembre 2009» ed il timbro postale «Bologna cmp» con la stessa data.

    • Nella lettera, ricca di particolari sulle abitudini e sui movimenti del Presidente del Senato, si sostiene che Schifani sarebbe «nell’occhio dei picciotti»; si afferma che durante «un incontro a Reggio Emilia» ci sarebbe stata una non meglio precisata «telefonata», e si lancia un avvertimento al Presidente del Senato: «Stia attento perchè è in pericolo la sua vita e quella dei suoi familiari»

    • «I cosiddetti perdenti sono per la resa dei conti»

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    • «Il partito decide su tutto a maggioranza, chi non si adegua è fuori»

    • "È in atto un tentativo di far cadere il governo"

    • Una parte della magistratura ha preso una deriva eversiva

    • Il premier ha parlato, riferiscono alcuni presenti, di una guerra civile in atto da parte di frange della magistratura

    • "C’è una persecuzione giudiziaria nei miei confronti, che porta il paese sull’orlo della. guerra civile"

    • Le decisioni sulle riforme, sulla giustizia, sulla immigrazione, si prendono a maggioranza nell’ufficio di presidenza del Pdl e chi non le rispetta si pone fuori, ha ribadito Berlusconi

    • "Ogni giorni vanno in onda sulla Rai, la televisione pubblica, processi contro il governo e la maggioranza, che devono finire"

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L’agente CarloFranco. La teledipendenza di Ciancimino.

Il TG3 delle 19.00 di oggi raccontava che i magistrati già sanno il nome e il numero dell’agente del Sisde che archittettava le trame per la trattativa Stato-Mafia. Non l’ha detto nessun altro telegiornale della tv di stato. Da Nicola Mancino nessun segno di risveglio. La memoria latita. Oppure sta stringendo le chiappe. Forse Ciancimino jr. non vivrà a lungo. Lui dice di temere di essere ucciso. Eppure va in tv e parla alle telecamere. Tutti conoscono il suo volto. Quale pentito rischia la vita andando sempre in tv?

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    • Sono più di una le sim di telefono cellulare ritrovate dai magistrati di Palermo, sequestrate a Massimo Ciancimino il giorno del suo arresto avvenuto nel giugno 2006.

    • I sostituti Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo stanno accertando, con l’aiuto del dichiarante, quale dei numeri registrati si riferisce all’agente dei servizi "Carlo-Franco", che era in contatto con i Ciancimino, padre e figlio. Le schede non erano nella disponibilità della Corte d’appello, davanti alla quale si svolge il processo per riciclaggio a Massimo Ciancimino, ma i sostituti sono riusciti ad acquisirle dopo aver avviato una ricerca fra i documenti che erano stati sequestrati all’indagato il giorno in cui è finito in cella.
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    • stando all’annuncio di Rutelli, il Copasir avrebbe intenzione di convocare il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, e il premier Silvio Berlusconi
    • Quanto al primo, non si capisce quale contributo potrebbe fornire, visto che l’inchiesta appena riaperta su depistaggi e possibili mandanti esterni delle stragi è in pieno svolgimento ed è improbabile che si concluda prima di molti mesi.
    • Quanto al secondo, nel 1992-’93 non era in politica, essendovi entrato l’anno seguente, a stragi concluse: sarebbero molte le domande da porgli sui rapporti suoi e del fido Dell’Utri con la mafia. Ma la sede ideale non è il Copasir, bensì l’Antimafia
    • Il Copasir dovrebbe invece concentrarsi sui rappresentanti di quello scorcio di Prima Repubblica. Per esempio mettendo a confronto Nicola Mancino e Giuseppe Ayala. Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, ha sempre negato di aver incontrato Borsellino, che invece annotò un incontro con lui al Viminale il 1° luglio ‘92, 16 giorni prima di essere assassinato in via d’Amelio. Ayala l’ha smentito a distanza di 17 anni, salvo poi tentare di smentire la smentita (ma, purtroppo per lui, a confermarla c’è la registrazione della sua intervista sul sito Affaritaliani.it).
    • Il Copasir potrebbe poi convocare il generale Mario Mori, all’epoca vicecomandante del Ros impegnato in una sconcertante trattativa con la mafia tramite Vito Ciancimino, dopo Capaci e via d’Amelio. Trattativa di cui Violante, sempre con 17 anni di ritardo, ricorda di essere stato in qualche modo informato dallo stesso Mori

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Mancino e la trattativa che può esserci stata.

Mancino non ricorda di aver incontrato Borsellino, quel giorno, diciannove giorni prima della strage. O forse sì, l’ha incontrato ma di sfuggita, nei corridoi. E della trattativa? La trattativa? Quale trattativa? Non c’è stata alcuna trattativa. Ah, quella fra stato e mafia, quella no, quella trattativa – se c’era- l’abbiamo respinta.

Ulteriori approfondimenti:

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    • Il Comitato parlamentare che vigila sui servizi segreti ha chiesto gli atti dell’omicidio Borsellino
    • Il primo a parlare di una presunta trattiva tra Stato e mafia, è stato un protagonista illustre di quell’estate di 17 anni fa, Nicola Mancino, oggi vice presidente del Consiglio superiore della magistratura e al tempo – dal 1992 al 1994 – ministro dell’Interno.
    • Mancino fece capire che la “trattativa” c’è stata o, comunque, qualcuno l’avrebbe voluta. Però, l’ex ministro precisa: “Noi l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia”
    • L’ex ministro non va oltre, conferma il tentativo fatto da Cosa Nostra di scendere a patti – fermare le stragi in cambio dell’abolizione del carcere duro e della legge sui pentiti – ma sostiene che lo Stato non ha accettato quel ricatto.
    • L’ex capo di Cosa nostra Totò Riina, dal carcere di Opera, dice di non saperne niente del patto, ma il suo legale, riferendo parole del boss, aveva detto: “Riina è stato oggetto e non soggetto della trattativa”
    • Ora che i sospetti sono diventati pubblici, il comitato parlamentare dei servizi segreti vuole metterci il naso. Ma Rutelli chiede che al Copasir venga anche Berlusconi a parlare
    • Le audizioni periodiche del premier davanti al Copasir sono previste, tra l’altro, dalla legge di riforma dei servizi del 2007. “Un incontro ancora più importante – ha aggiunto Rutelli – perchè spetta al presidente del Consiglio dare le indicazioni generali sul lavoro da svolgere”.

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Le mani del Copasir

Il Copasir, nella persona del suo Presidente, Francesco Rutelli, lo stesso Rutelli delle accuse infamanti a Gioacchino Genchi – sì, il Genchi che intercettò gli agenti segreti al Castello Utveggio, lo stesso Genchi la cui indagine è parte provante del ruolo dei servizi segreti nella strage di Via D’amelio – dichiara oggi di volersi occupare dell’inchiesta di Caltanissetta che sta mettendo subbuglio nei Palazzi. L’intento? Mettere a tacere. Insabbiare. Quale altro allora? Perché occuparsi solo ora – solo ora! – del ruolo dei servizi nelle stragi del ’92-’93? L’ombra del Copasir si allunga su Caltanissetta e mette a pregiudizio il lavoro della magistratura, come già successo per Catanzaro. Caltanissetta e Catanzaro: un nome che li accomuna, Nicola Mancino. Mancino è colui che nega di aver incontrato Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale. Mancino è lo stesso uomo che durante il caso della guerra fra procure, affossa Salerno e premia Catanzaro, lo stesso che intima a De Magistriis di lasciare la toga se entra in politica. Lo stesso che paventa trame destabilizzanti mesi prima degli attentati del ’93. Che occupa il Viminale in uno strano – all’epoca dei fatti un cambio ritenuto controproducente – avvicendamento con l’allora ministro Scotti. Lo stesso che giudica un errore storico il solo pensare a qualche coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi.
Si dirà: è un caso.
E intanto a Palermo spariscono le prove.

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    • L’ultimo mistero siciliano è una carta sim, una scheda telefonica scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo. La cercano da molto tempo e non la trovano. Dentro c’è anche il numero del cellulare di “Carlo”, l’agente segreto che ha trattato con Vito Ciancimino prima e dopo le stragi del 1992.
    • Il suo nome è sconosciuto agli investigatori, la sola via per identificarlo era quella carta sim requisita nel giugno del 2006 a Massimo, il figlio di don Vito, al momento dell’arresto. C’è il verbale di sequestro di uno dei suoi telefonini, c’è anche il verbale di sequestro della scheda ma la carta è sparita.
    • Dalla procura di Palermo sono partite più richieste e “sollecitazioni” alla Corte di Appello
    • O qualcuno l’ha sottratta o qualcun altro l’ha infilata in un posto sbagliato.
    • E “Carlo”, se non ci sarà nessuno che dirà chi è, resterà nell’ombra.
    • E’ il personaggio centrale di tutta l’inchiesta siciliana sugli avvenimenti di quell’estate del 1992. Più dello sfregiato, quell’altro agente segreto con la “faccia da mostro” che i magistrati di Palermo e di Caltanissetta stanno inseguendo da mesi.
    • E’ “Carlo” l’uomo cerniera di più “alto livello” fra Mafia e Stato prima e dopo le stragi di diciassette anni fa. E’ lui – lo racconta Massimo Ciancimino – che aveva materialmente in mano il famigerato “papello” alla vigilia del massacro di via D’Amelio mentre discuteva con suo padre sulle prossime mosse per far contento Totò Riina.
    • Ha fra i sessanta e i sessantacinque anni, Vito Ciancimino aveva una frequentazione con lui dal 1980. Un vero “intermediario” fra pezzi dello Stato e poteri criminali. Uno che poteva entrare e uscire dalle carceri italiane quando voleva. Uno che ha fatto avere a Vito Ciancimino anche un passaporto turco subito dopo l’uccisione di Salvo Lima, all’inizio del 1992. E’ stato “Carlo” a portarglielo a casa sua, a Roma in via San Sebastianello. “Se dovesse averne bisogno, se avesse necessità di allontanarsi in fretta dall’Italia”, gli disse “Carlo”. La foto che servì per quel passaporto, don Vito l’ha fatta in uno studio a pochi passi dalla sua abitazione. Si è messo in posa con una barba finta.
    • E’ un potente “Carlo”. Con “licenza” di fare scorribande dappertutto. Quando andava da don Vito arrivava sempre in auto blu e chaffeur.
    • Capita anche che “Carlo” prova a usare come “postini” i figli di Vito Ciancimino per mandargli a dire: “Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda”.
    • dopo la morte di don Vito e dopo le disavventure del figlio Massimo arrestato per riciclaggio, “Carlo” non ha mai voluto abbandonare i contatti con i Ciancimino. Soprattutto con Massimo. E’ stato lui a fargli avere le aragoste vive il giorno di Ferragosto del 2007, quando Massimo era agli arresti domiciliari.
    • E’ stato lui a presentarsi come “un carabiniere” sotto la sua casa di Palermo qualche mese fa. E’ stato sempre lui il 10 luglio scorso, nel primo pomeriggio, a entrare segretamente nell’appartamento bolognese di Ciancimino jr per lasciare un messaggio: “Ma chi te lo fa fare? Perché ti sei messo in questa situazione? Non pensi alla tua famiglia?”
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    • Il Comitato di controllo sull’ attività dei Servizi segreti (Copasir) si occuperà delle novità che stanno emergendo dall’inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla strage di via d’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino.
    • Lo ha annunciato il presidente del Copasir Francesco Rutelli sottolineando di aver già incontrato il presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Pisanu per coordinare i lavori.
    • ho concordato che una volta completata l’analisi della documentazione che ha nei suoi uffici, per la quale ci vorranno alcune settimane, tutte le eventuali informazioni riguardanti nel passato funzionari dei Servizi segreti, saranno oggetto di una sua informativa e di una sua audizione al Copasir

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Join the dots. Unisci i puntini. Poliziotti indagati, cani sciolti?

"Io non contesto la possibilità che uomini o schegge dei servizi possano aver fatto questo", anche se è "un errore storico attribuire ai servizi la paternità di tutti i mali, la regia di ogni strage"
19/02/1992
Questo diceva Nicola Mancino relativamente ai cosiddetti poteri occulti che lo stavano minacciando. Parlava di errore storico. Il quadro che emerge oggi potrebbe far dire che l’errore storico lo aveva commesso lui. Da Ministro dell’Interno avrebbe dovuto sapere della manipolazione dei pentiti sul caso Borsellino. Se non sapeva, vuol dire che non aveva la Polizia sotto controllo, quindi vi erano settori della forza pubblica, non già del servizio segreto, del Sidse, ma funzionari di polizia alle dipendenze del Viminale, che agivano per conto proprio. Viceversa, se invece fosse stato informato dei fatti e non avesse agito di conseguenza, avrebbe mantenuto un comportamento omissivo fortemente colpevole. Nella terza ipotesi, quella che fa tremare il Palazzo, la direttiva era partita proprio dal Ministro, come complemento di una strategia occulta che oggi passa al nome di "trattativa stato-mafia": le dichiarazioni dei pentiti suggerite dai poliziotti, e le conseguenti indagini pilotate, avrebbero costituito una copertura per l’altra operazione, quella condotta del Generale Mori.

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    • C’è l’inchie­sta sulla strage e c’è l’inchiesta sul­le indagini svolte 17 anni fa, per la stessa strage. A questo sdoppia­mento è giunto il lavoro dei magi­strati di Caltanissetta intorno all’ec­cidio del 19 luglio 1992
    • strage con alcuni col­pevoli condannati da sentenze defi­nitive, ma forse non tutti davvero colpevoli
    • le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza – boss del quar­tiere palermitano di Brancaccio, che riempie verbali su verbali da un anno, dopo averne trascorsi 11 a regime di «carcere duro» – hanno portato ad almeno un nuovo inda­gato; su di lui sono in corso accerta­menti e riscontri alle accuse del nuovo collaboratore di giustizia
    • ipotiz­zate collusioni e del ruolo di possi­bili «apparati deviati dello Stato», compresi esponenti dei servizi se­greti
    • si continua a scavare su coinci­denze, parentele, contatti telefoni­ci sospetti emersi nei processi già celebrati, per tentare di arrivare a conclusioni più concrete.
    • Ora una parte di quella verità giudi­ziaria potrebbe essere riscritta, pro­prio a partire dalle dichiarazioni di Spatuzza, dai riscontri effettuati e dalle conseguenti ritrattazioni di al­meno un altro pentito
    • Il neo-collaboratore — autore tra gli altri delitti dell’omicidio di padre Pino Puglisi, il parroco anti­mafia di Brancaccio ucciso nel 1993 — ha svelato di essere l’auto­re del furto della Fiat 126 utilizzata per fabbricare l’auto-bomba esplo­sa in via D’Amelio
    • Del furto s’era accusato, nel 1992, tale Salvatore Candura, mez­zo balordo e mezzo mafioso che og­gi, di fronte alle rivelazioni di Spa­tuzza, confessa di essersi inventato tutto
    • O meglio, di aver ripetuto ciò che alcuni investigatori lo ave­vano costretto a riferire ai magi­strati
    • Di qui la nuova indagine aperta dalla Procura di Caltanisset­ta a carico di quegli investigatori: i nomi di due o tre poliziotti che fa­cevano parte del Gruppo investiga­tivo Falcone-Borsellino, creato al­l’indomani delle stragi, sono già fi­niti sul registro degli indagati. Ipo­tesi di reato, calunnia.
    • si ipotizza un possibile depistaggio messo in atto con le fal­se dichiarazioni di Candura, che hanno portato alle confessioni del­l’altro «pentito» Vincenzo Scaranti­no, su cui sono fondate parte delle condanne confermate in Cassazio­ne; confessioni false, se sono vere quelle di Spatuzza e ora di Candu­ra
    • Indotte dagli investigatori, se­condo la nuova ricostruzione di quest’ultimo
    • uno dei riscontri alle dichiarazioni del neo-pentito consiste proprio nella ritrattazione di Candura
    • ha formulato pesanti accuse nei confronti di al­cuni esponenti della Polizia di Sta­to, a suo dire responsabili di averlo indotto a dichiarare il falso
    • il depistaggio, qualora fosse re­almente stato organizzato come fa credere Candura, dovrebbe avere un movente
    • il frutto di una decisione presa a tavolino nel­le settimane immediatamente suc­cessive all’eliminazione di Paolo Borsellino
    • Per coprire quale realtà alternativa? E con l’avallo, o su mandato, di chi? A quale livello po­litico o investigativo?

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Join the dots. Unisci i puntini. Retrospettiva della destabilizzazione. Quando parlava Brusca.

Borsellino morì per un complotto – Repubblica.it » Ricerca

Il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino fu ucciso perché voleva fermare la trattativa tra pezzi dello Stato e i Corleonesi avviata dopo la strage di Capaci. Cosa nostra fu informata da una «talpa» e «accelerò» la morte del magistrato […] la mafia fu «costretta» ad un altro attentato libanese […] le rivelazioni del «pentito» Giovanni Brusca:

«Il giudice Paolo Borsellino era contrario alla trattativa che Riina aveva intrapreso con lo Stato e rappresentava quindi un ostacolo, per questo è stato assassinato». Il «pentito» però non ha fatto nomi, evitando di specificare chi fosse l’ interlocutore di Totò Riina nella trattativa. «Non lo so con certezza», ha ammesso.

Brusca ha raccontato ai magistrati che l’ uccisione di Paolo Borsellino, che era in progetto da anni «subì un’ improvvisa accelerazione» subito dopo la strage di Capaci. «Dopo Falcone, Riina – ha raccontato Brusca – aveva programmato di uccidere l’ ex ministro dc, Calogero Mannino, dandomi l’ incarico di eseguirlo. Improvvisamente cambiò decisione, e mi disse che c’ era un lavoro più urgente da fare, l’ assassinio del giudice Paolo Borsellino»

L’ «accelerazione» dell’ attentato a Paolo Borsellino è stata confermata anche da un altro capomafia pentito, Salvatore Cancemi

Brusca ha rivelato di avere appreso della «trattativa» direttamente da Totò Riina che aveva preparato un «papello» (richieste allo Stato ndr) per interrompere la strategia stragista in cambio di vantaggi per i mafiosi.

una riunione ristretta della «Commissione» alla quale parteciparono anche, Salvatore Cancemi e Salvatore Biondino, braccio destro di Riina

Biondino fece vedere a Totò Riina i verbali di un interrogatorio del pentito Gaspare Mutolo che era stato ascoltato dal giudice Paolo Borsellino due giorni prima della strage dicendo: “Quando Mutolo dice le cose vere nessuno gli crede”

Gaspare Mutolo raccontava che 48 ore prima della strage di via D’ Amelio, si era incontrato con il magistrato a Roma perché aveva deciso di pentirsi.

Io dissi al giudice Borsellino – raccontò Gaspare Mutolo dopo la strage di via D’ Amelio – che non volevo verbalizzare niente su quello che sapevo su alcuni giudici e su alcuni funzionari dello Stato collusi

mentre m’ interrogava Borsellino interruppe la conversazione e mi disse: “Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, manco una mezz’ oretta e ritorno”. E quando il giudice ritornò era tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, fumava così distrattamente che aveva due sigarette accese in mano. Gli chiesi cosa avesse ed il giudice Borsellino mi rispose dicendo che invece d’ incontrare il ministro si era incontrato con il dottor Parisi (il defunto capo della Polizia) e con il dottor Contrada (l’ ex funzionario del Sisde accusato di mafia ed assolto nel processo di secondo grado ndr) e mi disse di mettere subito a verbale quello che gli avevo detto

L’ incontro fu smentito dal senatore Nicola Mancino che s’ era insediato al ministero dell’ Interno proprio quel giorno

Brusca mette in relazione quell’ incontro al ministero con la «trattativa»

Ma nell’ agenda di Paolo Borsellino, sparita subito dopo la strage di via D’ Amelio e ritrovata qualche tempo dopo, il magistrato aveva scritto che il primo luglio del 1992, alle ore 19.30, aveva avuto un incontro con il ministro dell’ interno, una visita della durata di 30 minuti.

Brusca non ha dubbi: la trattativa ci fu, Borsellino tentò di ostacolarla e una «talpa» lo fece sapere a Cosa nostra che accelerò la sua morte.

  • MINISTRI IN GIOSTRA SCOTTI AGLI ESTERI E MARTELLI RESTA SOLO – Repubblica.it » Ricerca
  • Era il 29 Giugno 1992: l’avvicendamento fra Scotti e Mancino al Viminale. Dopo Capaci e prima di Via D’Amelio.

    Lavoravano in due e lavoravano bene o almeno in perfetto accordo. Ora sono stati divisi: uno è rimasto ministro della Giustizia, l’ altro lascia gli Interni e guiderà gli Esteri. […] grande è lo stupore per il dirottamento di Enzo Scotti dal Viminale alla Farnesina. Il loro asse sembrava uno dei punti fermi del nascente governo […] Che cosa sia successo, non lo so – dice Martelli -. E perchè Scotti sia stato dirottato dall’ Interno agli Esteri è interrogativo che andrebbe posto alla Dc. Enzo Scotti non nega sia stato proprio un certo suo atteggiamento a determinare l’ addio al Viminale e l’ interruzione del consolidato rapporto con Claudio Martelli […] E così, sabato sera sono andato a dormire sapendo di non essere più ministro. Poi in nottata è successo qualcosa che mi ha cambiato la vita…”  […] Attendibilissime ricostruzioni forniscono questa versione dell’ accaduto. Forlani e De Mita che insistono con Scotti perchè resti nel governo, e gli propongono – allora – il passaggio alla Farnesina […] E Mancino? “E’ un compito non facile, quello che mi aspetta – ammetteva domenica pomeriggio subito dopo il giuramento -. Dovrò incontrare Scotti e poi subito incominciare”



micromega – micromega-online » Memento Mori

In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini.

Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante.

A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò.

Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi.

Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa».

E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo».

Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no».

Mafia, nuovi indagati per le stragi – LASTAMPA.it

I magistrati di Caltanissetta di ritorno venerdì scorso da un faccia a faccia di tre ore con Salvatore Riina, dicono che il padrino «è sempre lo stesso»

avrebbe detto di non sapere nulla del presunto patto tra Stato e mafia, ma ci sono nuovi indagati per la stagione stragista di Cosa nostra

uno per l’attentato all’Addaura del giugno del 1989 contro Giovanni Falcone

un altro per la strage di Capaci – un nome nuovo, organico ai clan, ma mai coinvolto nell’indagine sull’eccidio, già detenuto e che avrebbe avuto un ruolo di organizzatore

una decina gli indagati per quella di via D’Amelio. Personaggi, in quest’ultimo caso, che avrebbero avuto ruoli diversi: mandanti, favoreggiatori, organizzatori ed esecutori. Nessuno parla, ma non è escluso che nell’elenco vi siano anche alcuni agenti dei servizi segreti.

avrebbe detto più cose Angelo Fondana «U miricano», il pentito che ha fatto trovare un «bunker della morte» della mafia e disvelato nuovi scenari della strage, come l’altro collaboratore, Gaspare Spatuzza che ha sconvolto verità processuali e alimentato nuove piste

Fontana avrebbe confermato la presenza di 007 al Castello Utveggio