La crisi dell’Euro usata per demolire lo Stato sociale

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English: Paul Krugman at the 2010 Brooklyn Book Festival. (Photo credit: Wikipedia)

Signori, questa è la stessa strategia seguita dal Fondo Monetario Internazionale. Il FMI risponde a logiche ultraliberiste dettate dagli Stati Uniti d’America, che ne è il principale azionista. E’ così che fanno: cancellano i diritti acquisiti per aprire i mercati alle loro corporations. E’ colonialismo. O imperialismo che dir si voglia. Viene da credere seriamente al fatto che il sud Europa liberalizzato sia un toccasana per le aziende tedesche ed olandesi. Un’ottima area entro la quale produrre a minor costo e rivendere – il tutto seduti comodamente al centro del mercato unico. Che ve ne pare? Con questo non si vuol negare che i bilanci pubblici dei cosiddetti PIIGS fossero alquanto malmessi. In realtà, se volete, la crisi finanziaria del dopo Lehman ha spaventato i fautori della new economy. E la crisi dell’euro è lo strumento più utile per rivedere i propri assets finanziari e trasformarli in comode attività manufatturiere “fuori porta”.

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/giovine-europa-now/cittadini-non-sudditi#ixzz221D9Lv00

Ora lo dice anche Paul Krugman:

L’AGENDA DELL’AUSTERITY

“Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Questo dichiarava John Maynard Keynes 75 anni fa, ed aveva ragione. Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione.

Allora come mai la Gran Bretagna (e l’Italia, la Grecia, la Spagna, ecc. NDR) sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare? Al contrario di paesi come la Spagna, o la California, il governo britannico può indebitarsi liberamente, a tassi storicamente bassi. Allora come mai sta riducendo drasticamente gli investimenti, ed eliminando centinaia di migliaia di lavori nel settore pubblico, invece di aspettare che l’economia recuperi?

Nei giorni scorsi, ho fatto questa domanda a vari sostenitori del governo del primo ministro David Cameron. A volte in privato, a volte in TV. Tutte queste conversazioni hanno seguito la stessa parabola: sono cominciate con una metafora sbagliata, e sono terminate con la rivelazione di motivi ulteriori (alla ripresa economica NDR).

La cattiva metafora – che avrete sicuramente ascoltato molte volte – equipara i problemi di debito di un’economia nazionale, a quelli di una famiglia individuale. La storia, pressappoco è questa: Una famiglia che ha fatto troppi debiti deve stringere la cinghia, ed allo stesso modo, se la Gran Bretagna ha accumulato troppi debiti – cosa che ha fatto, anche se per la maggior parte si tratta di debito privato e non pubblico – dovrebbe fare altrettanto!

Cosa c’è di sbagliato in questo paragone?

La risposta è che un’economia non è come una famiglia indebitata. Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito.

E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora.

Questo meccanismo non è di recente comprensione. Il grande economista americano Irving Fisher spiegò già tutto nel lontano 1933, e descrisse sommariamente quello che lui chiamava “deflazione da debito” con lo slogan:”Più i debitori pagano, più aumenta il debito”. Gli eventi recenti, e soprattutto la spirale di morte da austerity in Europa, illustrano drammaticamente la veridicità del pensiero di Fisher.

Questa storia ha una morale ben chiara: quando il settore privato sta cercando disperatamente di diminuire il debito, il settore pubblico dovrebbe fare l’opposto, spendendo proprio quando il settore privato non vuole, o non può. Per carità, una volta che l’economia avrà recuperato si dovrà sicuramente pensare al pareggio di bilancio, ma non ora. Il momento giusto per l’austerity è il boom, non la depressione.

Come ho già detto, non si tratta di una novità. Allora come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?

Beh, qui è dove le cose si fanno interessanti. Infatti, quando gli “austeri” vengono pressati sulla fallacità della loro metafora, quasi sempre ripiegano su asserzioni del tipo: “Ma è essenziale ridurre la grandezza dello Stato”.

Queste asserzioni spesso vengono accompagnate da affermazioni che la crisi stessa dimostra il bisogno di ridurre il settore pubblico. Ciò e manifestamente falso. Basta guardare la lista delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi. In cima alla lista troviamo nazioni con grandissimi settori pubblici, come la Svezia e l’Austria.

Invece, se guardiamo alle nazioni così ammirate dai conservatori prima della crisi, troveremo che George Osborne, ministro dello scacchiere britannico e principale architetto delle attuali politiche economiche inglesi, descriveva l’Irlanda come “un fulgido esempio del possibile”. Allo stesso modo l’istituto CATO (think tank libertario americano) tesseva le lodi del basso livello di tassazione in Islanda, sperando che le altre nazioni industriali “imparino dal successo islandese”.

Dunque, la corsa all’austerity in Gran Bretagna, in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali. Naturalmente, la stessa cosa sta succedendo negli Stati Uniti.

In tutta onestà occorre ammettere che i conservatori inglesi non sono gretti come le loro controparti americane. Non ragliano contro i mali del deficit nello stesso respiro con cui chiedono enormi tagli alle tasse dei ricchi (anche se il governo Cameron ha tagliato l’aliquota più alta in maniera significativa). E generalmente sembrano meno determinati della destra americana ad aiutare i ricchi ed a punire i poveri. Comunque, la direzione delle loro politiche è la stessa, e fondamentalmente mentono alla stessa maniera con i loro richiami all’austerity.

Ora, la grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un “piano B”. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché il recupero dell’economia non è mai stato l’obiettivo; la spinta all’austerity è per usare la crisi, non per risolverla. E lo è tutt’ora.

Paul Krugman

via @violapost

Qui l’articolo originale

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Presto sarà #Spanic – il panico da banche

L’annuncio del Financial Times di ieri circa l’ansia da default che ha colpito i greci, accorsi in massa a ritirare agli sportelli, sommata alla isteria odierna che ha interessato Bankia, la banca spagnola nazionalizzata in fretta e furia dal governo Rajoy, prima assalita dai correntisti e poi no (ma nel frattempo questa “indiscrezione” è costata moltissimo, a tutti, in fatto di crolli in borsa e di spread) non fanno altro che alimentare la spirale del gorgo muto in cui siamo finiti tutti, accompagnati per manina dalla inflessibile accoppiata Sarkozy-Merkel. Per analogia, più si parla dei suicidi più gente si suicida; più si parla del panico da default, più aumenta il panico per tutti. Gli psicologi la chiamano “spirale suicidogena” ed è quel fenomeno che passa sotto il nome di “effetto Werther”, dal nome del protagonista del libro “I dolori del Giovane Werther”, di Goethe.

L’effetto Werther (che per la cronaca, alla fine del libro si suicida) si sta diffondendo sui mercati e nei comportamenti di noi singoli individui: il panico significa fuga dalla banche, significa suicidio sociale. Di fatto equivale a dire che il sistema è prossimo al collasso, che siamo a un mese dall’Armageddon. La fine dell’Euro. Caduta la Grecia, sarà la volta di Spagna, Italia, Portogallo. Alla fine dell’estate, al più tardi nel primo autunno, ci ritroveremo con la Lira in tasca: una Lira deprezzatissima, il cui valore cambia dalla notte al giorno.

Lo schema argomentativo è sempre il medesimo: la Grecia esce dall’euro a Giugno e l’Italia assisterà ad una fuga di capitali, tanto che il governo Monti sarà obbligato a bloccare i conti correnti (vulgata dello scenario evocato da Paul Krugman sul New York Times). Insomma, ci suicideremo uno ad uno, fino ad arrivare alla Germania. Detto ciò, nessuno ci dice che dinanzi all’Armageddon dell’Euro, i governanti europei non diventino improvvisamente federalisti e creino nell’arco di qualche mese una cooperazione rafforzata in materia economico-finanziaria. Lo scenario è favorevole? Con Monti, Hollande, Cameron, Merkel non si potrà mai dire. Solo Washington può effettivamente esercitare una pressione affinché si reagisca al disfacimento totale dell’Unione. Non avete idea del gigantesco, iperbolico bubbone dei derivati che è cresciuto “sotto le palle del Toro”. Travolgerà Wall Street senza che quest’ultima abbia il tempo di accorgersene. Il mercato dei derivati ha decuplicato il Pil mondiale e il crac della Grecia potrebbe condurre Wall Street anch’essa al suicidio. Sì, si tratta di un bing bang pericolosissimo, che se innescato distruggerà questo porco mondo (e non so dirvi dove finisca la dannazione e dove cominci la liberazione).

Lo #Spanic è l’hashtag che descrive i fatti di oggi: Spagna e panico. E un terribile profondissimo vuoto politico, sia a livello europeo che a livello nazionale. Lo #Spanic è una forma di isteria prodotta dalla sfiducia totale. Siamo al totalitarismo della sfiducia. La sfiducia produce altra sfiducia e i governi, qualunque cosa faranno, sbaglieranno. Per bloccare il diffondersi del panico, i governi bloccheranno il flusso di denaro. E sarà – involontariamente e comicamente – la fine. Poiché, mentre accade tutto ciò, noi disquisiamo di paghette da 5.000 euro.

Crisi del Debito, The New York Times indica la road map ai mercati: attaccare Belgio e Italia

Per il secondo giorno, The New York Times si ricorda del debito italiano e si mostra preoccupato per le nostri sorti. In un’analisi pubblicata anche sul sito web viene disegnato un prospetto politico-economico del nostro paese che riflette per intero le riflessioni di ieri di Paul Krugman, nonché quelle fatte dal Financial Times e le considerazioni della Frankfurter Allgemeine Zeitung: più che le condizioni macroeconomiche, ciò che è apertamente un fattore negativizzante per il nostro paese è la classe politica. E in Europa non siamo soli in quanto a masochismo politico, poiché anche in Belgio la sfera pubblica è allo sfascio e l’ingovernabilità di fiamminghi e valloni sembra endemica:

Italia e Belgio hanno molto in comune: entrambi sono meno dipendenti da creditori esteri di Grecia o Irlanda. Ma ognuno è afflitto da una grave disfunzione politica, che ha sollevato la questione se possano mai ripagare una montagna di debiti, rispettivamente, il secondo e il terzo debito più pesante nell’unione monetaria europea dopo la Grecia (Worries About Italy and Belgium in Euro Zone, By LIZ ALDERMAN, The New York Times).

Sia in Italia che in Belgio ci sono tendenze centripete che sono volte alla dissociazione della comunità politica: fiamminghi e valloni in Belgio, Nord e Sud in Italia. Le riforme istituzionali sono ben lungi dal calmare il dibattito politico sempre più infiammato. A coronare tutto ciò, debiti pregressi che pesano più del PIL di circa il 18% (debito/pil Italia 118%). Nell’articolo non si tralasciano i pochi dati positivi, fra cui il tasso di crescita del debito italiano, inferiore persino a quello tedesco nel biennio 2008-2010.

L’Italia ha fatto un lavoro migliore di Grecia a mantenere la sua finanza in ordine durante la crisi del debito. Il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, prudentemente ha tagliato la spesa pubblica e ha revisionato il costoso sistema pensionistico con la benedizione del governo del primo ministro Silvio Berlusconi […] il debito emesso dal governo è diviso quasi equamente tra investitori stranieri e italiani […] Le banche italiane, a differenza dell’Irlanda, sono relativamente sane e non hanno bisogno di un salvataggio (ibidem).

Ma il guaio italiano è che manca la crescita. Il PIL è fermo. E ciò non può certo fare del bene ai mercati. In primis, gli sforzi fatti dai governi “nel corso degli anni per migliorare la crescita hannofallito”; la crisi finanziaria globale si è quindi trasformata in crisi della produzione industriale, “un pilastro dell’economia italiana”; infine, “i datori di lavoro non sono riusciti a migliorare la competitività, limitando i salari o aumentare la produttività”. L’Italia nemmeno può ricorrere alle svalutazioni competitive che negli ani ottanta salvarono capra e cavoli. Abbiamo aderito all’Euro, non siamo più liberi “di svalutare la propria moneta per rilanciare la crescita”.

Le preoccupazioni sono aggravate da una persistente crisi politica che verrà a una testa in un paio di settimane per il signor Berlusconi, la cui capacità di resistenza possono essere testati a seguito di una serie di scandali sessuali e l’economia rifluisce. Egli deve affrontare una fiducia voto di questo mese che potrebbe portare al collasso del suo governo conservatore (ibidem).

Ecco, questa rinnovata attenzione per il nostro paese da parte dei giornali americani può essere lo spettro della prossima tappa della crisi del debito, crisi che si muove nei mercati a ondate di irrazionalità. Certo, gli USA non hanno alcun interesse nel danneggiare l’Euro; grazie al dollaro debole, hanno finanziato un deficit del 14% sul PIL e non hanno certo bisogno che il dollaro si apprezzi, anzi, la FED prega affinché i verdoni rimangano pari alla carta straccia. Viceversa, i big dei mercati finanziari devono puntare il loro fucile verso ciò che dell’Euro non li convince, ovvero la politica economico-finanziaria slegata, lasciata ai governi dei vari paesi. La crisi del debito si risolverà solo con un’altra delega di sovranità verso l’Unione Europea, che avverrà fose con un nuovo trattato che unifica le politiche finanziarie. E’ ciò a cui stanno puntando le mani invisibile che stanno dietro ai mercati. La ragione è che devono esser sicuri di dove mettono i loro soldi, e se ci fossero dei bond europei, questi farebbero loro molto comodo, per cambiare quei dollari che non contano più nulla di cui hanno le tasche piene. Ma per fare ciò devono demolire la grandeur della Germania. Lo diceva ieri Krugman: la Germania deve smettere di essere il dominus dell’unione monetaria. Difficile che ciò accada, almeno finché governa la Merkel. Allora, meglio puntare in alto, al debito dei debiti, quello dell’Italia: poiché l’Euro non esisterebbe senza l’Italia, e l’Italia allora non potrà mai fallire, sennò fallisce l’Unione, e con essa la Germania.

Crisi del debito: per Paul Krugman ora anche l’Italia è sotto pressione

Tasso Btp Italia a 10 anni

Oggi anche Paul Krugman, nobel per l’economia nel 2008, guru economico dei democrats USA, si è accorto del “caso” Italia. Dalle colonne del The New York Times, di cui è autorevole editorialista, ha scritto un post in cui tenta un approccio alla nostra condizione di debitori incalliti mostrandosi cautamente ottimista sul futuro dell’euro, che non può esistere senza i paesi del sud Europa, come Italia e Spagna. Un pensiero diametralmente opposto a quello di Loretta Napoleoni, economista italiana di fama mondiale, secondo la quale l’euro non sopravviverà a una crisi che coinvolga l’Italia e che la soluzione all’effetto domino del rischio default è proprio quello di una fuoriuscita dalla moneta unica dei paesi insolventi. Ma tant’è, oggi persino l’asta dei Bund tedeschi non ha registrato il tutto esaurito.

Questo il pensiero di Krugman:

The Italian job.

OK, gente, questo sta diventando davvero serio. La Spagna è già abbastanza grave, ma l’Italia …

L’Italia mi ha un po’ perplesso. Da un lato, ha un sacco di debiti (al netto 99 per cento del PIL), e se si guarda ai prezzi e ai salari sembra quasi sopravvalutata come la Spagna. D’altra parte, il deficit in Italia non è così cattivo (5,1 per cento nel 2010, secondo FMI), e l’economia non sembra soffrire tanto quanto ci si aspetterebbe.

Ma ora anche l’Italia è sotto pressione.

Non riesco ancora a vedere una rottura a livello dell’euro. Ma credo che valga la pena di pubblicare un post, ora, a memoria futura, un pensiero che ho adesso: e cioè, che una zona euro ‘dimagrita’, senza l’Europa del Sud, non mi sembra praticabile. Non si tratta di economia di per sé: è l’economia politica.

Una cosa che è davvero essenziale per l’euro per essere trattato come una questione politica è che la Germania non sia troppo dominante. Non si può davvero avere una Unione monetaria nordamericana, perché gli Stati Uniti sono troppo dominanti: o è solo egemonia monetaria americana, o l’America si accolla una inaccettabile perdita di sovranità a favore di soci minori. L’Europa, invece, ha quattro/cinque grandi economie; la Gran Bretagna ha scelto di non esserci, ma ci sono ancora la Francia, l’Italia e la Spagna che condividono la gestione della cosa. Ma la Francia, la Germania, e un paio di fiamminghi e valloni non fanno per niente un partenariato equo.

Solo per dirlo.

E poi, che dire dell’impreparazione dell’Europa? Che dire della pasticciona Angela Merkel e della spoccia del FMI? Un articolo che ho reperito in rete mostra il penoso teatrino dei politicanti europei nonché dei tecnocrati del FMI che stanno ballando ora sul cadavere dell’Irlanda:

– DI GONZALO LIRA – gonzalolira.blogspot.com

La scorsa primavera è stata la Grecia a dichiarare la crisi, poi la scorsa settimana è stata l’Irlanda, e il prossimo sarà il Portogallo.

Ma tutti questi impallidiscono in confronto alla Spagna.

Se dovessi scommettere su quale paese porterà alla fine dell’Euro e forse anche alla fine dell’Unione Europea, dovrei dire che è la Spagna.

Al momento, nessuno parla di Spagna, gli spread spagnoli sono tranquilli come un colpevole in un confronto all’americana in un posto di polizia, sono tutti troppo preoccupati per l’Irlanda, e per la prossima situazione portoghese.

Ma la Spagna è la chiave. La Spagna è ciò a cui si dovrebbe prestare attenzione se volete scoprire cosa accadrà alla Unione Monetaria Europea (EMU), e alla stessa Unione europea (UE).

In primo luogo, un riassunto dell’emozionante episodio della scorsa settimana di Sono una Nazione insolvente –Buttatemi fuori da qui!:

L’Irlanda è stata messa nei guai dagli Euro-bond dopo che il cancelliere tedesco Angela Merkel ha fatto alcune osservazioni non molto intelligenti sulla necessità per i detentori delle obbligazioni irlandesi di dover subire un taglio con la ristrutturazione del debito. I mercati obbligazionari sono andati nel panico e i rendimenti sul debito irlandese hanno cominciato ad allargarsi e poi, ancora una volta, è PanicTime ™ (brevetto in corso) da debito sovrano.

L’Unione europea in collaborazione con la Banca centrale europea (BCE) e il Fondo monetario internazionale (FMI) ha messo insieme un pacchetto di salvataggio, ma gli irlandesi si sono rifiutati di accettarlo, rendendosi conto che avrebbero dovuto rinunciare a parte della loro sovranità conquistata a fatica in cambio di questo salvagente. Per aderire a questo pacchetto, dovrebbero probabilmente tagliare la spesa pubblica, intraprendere “misure di austerità” e probabilmente aumentare la loro preziosa aliquota  del 12,5% di imposta sul reddito, che è stata la carota che hanno utilizzato gli irlandesi per ottenere tanti investimenti esteri negli ultimi dieci anni.

Ma il deterioramento irlandese nei mercati obbligazionari ha cominciato a prendere velocità, infine, nella notte di domenica, dopo una settimana di tentennamento, il primo ministro irlandese Brian Cowen ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di essere tirato fuori dai guai.

(Una breve spiegazione per il profano, il motivo per cui i mercati obbligazionari sono così importanti è perché l’Irlanda ha un disavanzo in corso e ha bisogno di vendere titoli, cioè prendere in prestito denaro per finanziare il suo deficit fiscale. Se i mercati obbligazionari non hanno molta fiducia che l’Irlanda rimborsi le obbligazioni che emette, allora il prezzo delle obbligazioni irlandese si abbassa, il che significa che il loro rendimento si alza. In altre parole, l’Irlanda sarà costretta a pagare di più per i soldi che sta prendendo a prestito. Più deve pagare per prendere in prestito denaro, maggiore è il deficit, finché alla fine, si arriva al punto in cui non si può prendere in prestito denaro sufficiente a coprire il deficit: In altre parole, si va in rovina. Questo era quello che stava succedendo all’Irlanda, in parole povere.)

Proprio come con la Grecia, i funzionari europei hanno fatto una colossale cazzata con il pacchetto di salvataggio per l’Irlanda. Si scopre che, lungi dall’aver messo insieme un pacchetto dettagliato che possa essere rapidamente attuato e quindi ristabilire la fiducia, la troika UE/BCE/FMI ha soltanto una struttura fragile per il salvataggio irlandese. La decantata Infrastruttura di Stabilità Finanziaria Europea (European Financial Stability Facility)? Non è ancora nemmeno completamente finanziata!

Così lunedi i mercati erano giubilanti: “L’Irlanda è salva!La crisi è scongiurata! “. Tuttavia oggi, martedì, sono giù di corda, in quanto è sempre più chiaro come siano impreparati i funzionari europei. Il loro “pacchetto di salvataggio” è vago sui dettagli, per usare un eufemismo.

Abbinato a questo, l’annuncio di una richiesta di salvataggio ha scatenato una tempesta di fuoco politica nei partner della coalizione di Cowen in Irlanda, il Partito dei Verdi è uscito dal governo, e le elezioni sono ora in programma per gennaio. Ci sono anche appelli dal partito di Cowen per le sue immediate dimissioni.

Come se questo non fosse già abbastanza grave il FMI che cosa si prepara a fare? Perché mai, con squisita cecità politica invia il chiaro messaggio che l’Irlanda è costretta a strisciare se vuole il salvataggio? John Lipsky, un tipo arrogante al FMI, dichiara alla Reuters che “Il nostro lavoro lì [in Irlanda] è tecnico, non politico. Le decisioni devono essere fatte dal governo [irlandese]“. In altre parole, il FMI non ha intenzione di negoziare con l’Irlanda, sta andando a dettare legge.

O in altre parole, il FMI sta dicendo: Chiedete la carità, puttane irlandesi!

Quindi, qualsiasi pulizia efficace della situazione irlandese  sta prendendo  un po’di tempo, assumendo effettivamente che essa abbia luogo. E proprio come il salvataggio greco della primavera scorsa, sarà disordinato disordinato disordinato: mezze misure, tentennamenti, dati “aggiustati”, fino a che i funzionari europei liquideranno  il problema gettandoci dentro due volte i soldi originariamente previsti. Potremmo anche chiamare il film ora interpretato a Dublino: Farlo alla Greca, Parte II: Irlanda!

Per aggiungere beffa al danno, tutto questo teatro politico-economico non ha arrestato l’onda che più preoccupa l’UE e la BCE: il Contagio.

Tutti le più piccole e più deboli economie europee nel UEM sono nella stessa barca, come l’Irlanda: sono tutti insolventi. Non solo il PIIGS-Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, ma anche in Belgio, e forse anche la Francia, se ci facciamo animo e guardiamo i numeri.

Proprio ora, però, il contagio ha raggiunto Portogallo, il prossimo anello più debole nella catena europea:

I rendimenti del debito portoghese si stanno ampliando di circa 50 punti base questa mattina, al 4,328% rispetto a bund tedeschi (a 10 anni), anche dopo che il governo portoghese ha attuato un secondo pacchetto di austerità lo scorso ottobre, a seguito dei tagli di spesa che a maggio non ha convinto i mercati obbligazionari.

Questo perché i portoghesi hanno un enorme deficit di bilancio: il 9,4% del PIL. Stanno tagliando la spesa, e stanno anche aumentando le tasse, ma ancora troppo, i loro rendimenti obbligazionari sono in aumento: Il mercato non crede che il Portogallo ce la farà ad attraversare questa crisi intatta. Proprio come la Grecia, così come l’Irlanda, il Portogallo avrà bisogno di essere salvato.

E così ciò prepara la strada per le ansie del mercato obbligazionario che può concentrarsi sul reale elefante in salotto:

La Spagna.

Secondo i numeri del FMI per il 2009, il prodotto interno lordo della Grecia è stato di 331 miliardi dollari, dell’Irlanda era 221 miliardi dollari, e per il Portogallo è stato 233 miliardi dollari.

Ma il PIL della Spagna nel 2009 è stato di 1468  miliardi di dollari. Circa due volte la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo combinato. In altre parole, quasi la metà del PIL della Germania.

E quanto vale il deficit di bilancio della Spagna? L’anno scorso, è stata ufficialmente pari al 7,9% del PIL, il doppio del limite UE. Numeri non irlandesi o portoghesi o molto meno di quelli greci, ma ancora lassù, ufficialmente.

Perché dico “ufficialmente”? E ora put “ufficialmente” in virgolette? A causa di un anonimo documento molto preoccupante, pubblicato lo scorso 30 settembre.

Scritto da un economista locale, ha detto in sostanza che i numeri del PIL spagnolo per il 2009 sono stati manipolati, poi è andato avanti e ha mostrato i perché e i come di questa analisi. FT Alphaville [un servizio di notizie e commenti creato dal Financial Times. N.d.T.] ha originariamente lanciato il pezzo che fu poi raccolto da tutti, facendoli andare fuori di testa. Ma poi quelli di Alphaville hanno ritrattato il documento sotto pressione politica, Scusandosi della loro viltà, dicendo “la vita è troppo breve”.

(A proposito, qualcosa di simile è accaduto a me con Insider Business di Henry Blodget, Quando ho fatto notare che Paul Krugman stava essenzialmente sostenendo la guerra come soluzione di stimolo fiscale, hanno messo il mio pezzo, salvo poi ritirarlo come farebbe un marito tenuto per le palle dalla propria moglie. Un sacco di siti di blog rivendicano se stessi  come “senza paura nel dire la verità”, ma quando arriva il momento critico, un sacco di gente che opera in questi blog non mostra di avere le palle.)

Il documento anonimo spagnolo ha fornito un’analisi credibile, a cui io per primo credo. E considerando la merda della situazione greca per quanto riguarda i dati falsi sul PIL, e conoscendo quella spagnola non sarei molto sorpreso che i dati relativi al PIL spagnolo siano stati falsificati a Madrid, al fine di far apparire tutto in ordine.

Ma anche se così non fosse, non è che i numeri ufficiali dipingono un quadro roseo: la Spagna ha quasi il 20% di disoccupazione, quasi il 10% del disavanzo annuale di bilancio al PIL, e non è chiaro in che modo uscire fuori da un tale buco. Gran parte della crescita spagnola negli ultimi dieci anni è stata alimentata dallo bolla immobiliare, che non può continuare ad essere una buona strada per gli spagnoli.

Ora, la Spagna ha una crisi  in stile greco/irlandese, in altre parole se vi è una fuga dal debito spagnolo, Quanto denaro devono sborsare UE / BCE e FMI per salvare la Spagna?

Diamo un’occhiata a Grecia e Irlanda:

Originariamente si pensava che 45 miliardi di euro sarebbero stati sufficienti per salvare la Grecia, ma il conteggio finale per la sagra paesana sembra essere qualcosa di simile a 90 miliardi (circa 122 miliardi di dollari). In questo momento, il salvataggio di Irlanda sta diventando qualcosa di simile nei prossimi 3 anni a  90 miliardi di euro, supponendo, naturalmente, che non ci siano incubi nascosti nel settore bancario irlandese, che è la ragione per cui l’Irlanda sta andando sotto.

In entrambi i casi, in sostanza, tre volte il deficit annuale è stata la cifra approssimativa per i salvataggi europei.

Pertanto, per salvare la Spagna e colmare il suo buco fiscale di bilancio nei prossimi tre anni costerebbe 450 miliardi di euro minimo. Che sono circa 600 miliardi di dollari.

Guardate la cifra di nuovo, guardatela da vicino, senza fretta:

€ 450.000.000.000.

Questo è il doppio del PIL irlandese totale per il 2009.

Al fine di capire quanto avrebbe dovuto addossarsi ciascuna delle parti di questi 450 miliardi, Bruce Krasting, in alcuni scambi di e-mail private, pensava che le percentuali che l’Unione europea, la BCE e il FMI si stavano caricando sulle spalle per i salvataggi greco e irlandese avrebbero potuto servire da modello.

Abbastanza corretto: se andiamo alle percentuali greche e irlandesi, allora circa un terzo di quel costo di 45 miliardi per salvare la Spagna sarebbe sulle spalle del FMI e come tutti sanno, gli Stati Uniti contribuiscono per il 20% ai soldi del FMI.

Così gli Stati Uniti sarebbero in lista per 30 miliardi di € (40 miliardi dollari), per salvare la Spagna.

Allora Then Bruce ha espresso il suo verdetto: “Gli Stati Uniti stanno per dire ‘Sì’ a quello e ‘No’ alla California? In nessun modo. Non succederà con questo nuovo Congresso”.

BK è un tipo sveglio. Sono completamente d’accordo con la sua analisi: in nessun caso gli USA tireranno fuori 40 miliardi dollari per salvare la Spagna.

Pertanto, la partecipazione del FMI ad un salvataggio spagnolo sarà fortemente ridotta, se non marginale. Quindi, il salvataggio della Spagna sarà un affare strettamente europeo.

L’Europa ha 450 miliardi per salvare la Spagna? Cioè, la Germania ha 450 miliardi di € per salvare la Spagna?

No non è così. Non ha i soldi per un salvataggio, e anche se lo facesse, non ha la volontà politica di far passare un tale piano di salvataggio.

Punto.

Ma anche se, per qualche monumentale miracolo finanziario accoppiato ad un altrettanto monumentale miracolo politico, l’Europa in qualche modo riuscisse a trovare i soldi per salvare la Spagna senza deprezzamento dell’euro?

Che cosa allora?

L’economia spagnola non potrà migliorare in tempi brevi, e neppure le economie degli altri paesi più piccoli come Grecia, Irlanda, Portogallo e Belgio. Non fino a quando sono bloccati nell’Euro, e sono quindi impossibilitati a svalutare, al fine di stimolare la crescita e gli investimenti.

Pertanto, credo che se e quando vi sarà una fuga dal debito sovrano spagnolo, e la Spagna si troverà nella condizione di dover essere salvata come Grecia e Irlanda, quello sarà il momento cruciale  per l’Europa: che porterà ad un inevitabile riallineamento dell’economia europea, e del continente europeo.

Nel migliore dei casi?

Anche se rimangono all’interno dell’Unione europea, le economie più deboli escono dall’UEM per tornare alla moneta locale, che ben presto svalutano, mentre i loro debiti sovrani in euro sono ristrutturati e ripagati nel tempo. L’euro diventa la valuta di Francia, Germania, Olanda, Finlandia e Austria. Caso peggiore?

Posso immaginare un certo numero di casi più gravi, tutti diversi, tranne che per una cosa in comune: saranno tutti malvagi.

Gonzalo Lira
Fonte: http://gonzalolira.blogspot.com
Link: http://gonzalolira.blogspot.com/2010/11/for-europes-future-spain-is-all-that.html
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ETTORE MARIO BERNI

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7713