Legge elettorale, Violante: il milione del referendum? Sono firme, non cittadini

 

Legge elettorale. Si aprono prospettive positive, dice Luciano Violante dalle colonne del Corriere della Sera. La spiegazione di questa affermazione è molto semplice: il PdL si sta convincendo a cedere sulla questione del premio di maggioranza, uno degli aspetti più deleteri del Porcellum. Non c’è da stupirsi che proprio ora il PdL voglia fare a meno del bonus aggiuntivo di seggi: se venisse meno l’alleanza con Bossi, non sarebbe più in grado di vincere le elezioni e rischierebbe di essere confinato in una nicchia dell’opposizione, ridotto a comparsa in un parlamento prossimo venturo diviso sul duopolio PD-Udc. Anzi, sembra proprio che la tendenza sarà quella di una saldatura al centro fra due dei partiti sostenitori di Monti, con isolamento a destra di PdL e Lega divisi, in collera fra di loro e dentro di loro, e con isolamento a sinistra dei vendoliani e di Di Pietro. Eccolo il futuro. Si presenta con il volto mascherato di una nuova/vecchia Democrazia Cristiana.

La prospettiva deve proprio piacere a Violante, al punto da lanciarsi in una previsione: la Lega senza PdL non trarrà alcun beneficio dal Porcellum. Idem il PdL senza Lega non trarrà nessun beneficio dal Porcellum. Se ne deduce che, a meno di successive redenzioni del popolo leghista, essendo impraticabile il vecchio legame dei leghisti con i berlusconiani, i tempi per la revisione del Porcellum sono più che mai maturi. Strano, poiché solo una settimana fa tutto taceva, in attesa del giudizio della Consulta sui quesiti referendari.

E che dire, la formula proposta sarà quella del doppio turno di collegio, come afferma Violante? ” Se si volesse invece il sistema proporzionale”, dice Violante, “bisognerebbe correggerlo con due misure fondamentali” (Corsera, 16.01.12, p. 21). Quali? La soglia di sbarramento al 5% e una norma costituzionale sulla sfiducia costruttiva. Per quei partiti che si trovano sotto la soglia minima del 5% ma che superano il 3%, verrebbe assegnato loro un ‘diritto di tribuna’ pari a tre seggi ciascuno.

E il bipolarismo? E il maggioritario? E soprattutto quel milione e duecentomila firme? “Sono firme, non cittadini”. Firme. Non cittadini.

Superato lo sgomento dinanzi a una frase del genere, apprendiamo che Violante è pure contro al reintegro delle preferenze per adottare un sistema come quello ‘spagnolo’ (che funziona con restrizioni al numero di candidati per collegio – 2, 3 – e con collegi dalle dimensioni molto piccole) oppure con primarie per la scelta del candidato da proporre nel singolo collegio.

Il PdL non vorrebbe che venisse meno l’opportunità per gli elettori di scegliere il candidato premier. Cosa che di fatto non avviene nemmeno ora. Alfano ha le idee confuse dallo stereotipo berlusconiano della elezione diretta del premier. Il Porcellum non prevede esattamente questo. La vulgata dell’indicazione del premier nasce dall’incapacità della classe politica di riformare il sistema istituzionale. Questi politici non hanno mai avuto il coraggio di riformare davvero, e si sono accontentati di una parvenza di riforma come quella che si è prodotta con la modifica della legge elettorale del ’93.

E’ pur chiaro che senza una vera riforma dei regolamenti parlamentari, una qualsivoglia riforma elettorale avrebbe ben pochi effetti sui fenomeni del trasformismo e del micropartitismo. Nemmeno agevolerebbe la governabilità del paese e la stabilità dei governi. Dalle parole di Violante emerge che allo studio ci sarebbero delle modifiche dei regolamenti parlamentari. In particolare, l’ex magistrato del PD prevede:

  1. abolire alcune fasi inutili della fase legislativa, come la discussione generale;
  2. fissare l’obbligo delle Camere di discutere le leggi di iniziativa popolare entro 90 giorni;
  3. diritto del premier di chiedere il voto in una data fissa per taluni provvedimenti del governo;
  4. fissare un range dei senatori fra 200 e 250; dei deputati fra 400 e 450.

Sul Corsera danno per certo l’avvio di una riforma triplice: modifiche dei regolamenti parlamentari; riduzione del numero dei parlamentari; superamento del bicameralismo perfetto. Ancora non si sa come, ma – come sembra dire Gasparri (Corsera, 16.01.12, p. 21, “è un complesso di leggi che vanno fatte”) – queste riforme sono inderogabili. Viene chiaramente da ridere poiché tutto ciò sembrava impossibile fino alla scorsa settimana, e ora viene dato per imminente. Sarà la solita strategia usata più volte in passato affinché non cambi assolutamente nulla.

Legge elettorale fra referendum e inciucio. Intervista al senatore Belisario.

Felice Belisario presidente senatori idv

Qualche settimana fa, il senatore Belisario (IDV), sul suo blog, aveva ventilato l’ipotesi di un accordo sulla legge elettorale fra Pd, Terzo Polo e PdL. Un inciucio che farebbe saltare la consultazione referendaria e vanificare il milione di firme raccolte. Certo, stando ad alcuni commentatori, il verdetto di ammissibilità sui due quesiti, atteso a settimane da parte della Corte Costituzionale, non è affatto scontato. In ogni caso, il post di Belisario è diventato una occasione per porre al senatore alcune domande sulla legge elettorale e sul futuro di Italia dei Valori. Questa l’intervista che ne è scaturita.

1) Senatore Belisario, siamo arrivati al collo di bottiglia di questa legislatura. A Gennaio la Consulta deciderà sull’ammissibilità dei referendum sulla legge elettorale. La decisione, per taluni costituzionalisti, potrebbe non essere scontata e quindi propendere per la non ammissibilità. Secondo lei, l’effetto ‘pistola alla tempia’ paventato da Bersani, funzionerà e spingerà il parlamento ad adottare un provvedimento – nella direzione suggerita dai quesiti e suffragata dal milione di firme – oppure no?

Sono praticamente certo che il Parlamento non tornerà al Mattarellum senza referendum. Sono ben altre le soluzioni che si stanno prospettando. Se la Corte, come io credo, dichiarerà l’ammissibilità del referendum ci troveremo davanti alla possibilità di una svolta storica e non credo che ci sarà la possibilità di una riforma per evitare la consultazione popolare. Ma non è detto. Nel Palazzo gli inciuci sono sempre più frequenti.

 2) Sul suo blog ha parlato di trame sotterranee – mi passi il termine – fra propaggini del PD e altre propaggini del PdL. Un inciucino mascherato da accordo-per-il-bene-del-paese ma che produrrebbe una legge elettorale fortemente diversa da quella che si produrrebbe altrimenti con il referendum. E’ così? E’ questo che sta per accadere?

Esattamente. Invito a leggere questo articolo (http://www.unita.it/italia/legge-elettorale-e-dialogo-tra-i-pd-pdl-e-terzo-polo-1.364293), ma sul web ne troverà tanti altri che raccontano le stesse cose. Il Pdl propone un sistema elettorale sul modello spagnolo, un proporzionale con collegi relativamente piccoli, che tenderebbe a sovrastimare i partiti grandi (Pd e Pdl) e quelli con una connotazione territoriale molto radicata (la Lega), tende a mantenere la proporzionalità di partiti intorno al 12-15 per cento (Terzo Polo) e tende a sottostimare i partiti medio piccoli (Idv, Sel, 5stelle). Il Pd sta riflettendo perché un’ipotesi del genere rischierebbe di regalare di nuovo all’alleanza Pdl-Lega il Paese e solo con un’alleanza con il Terzo Polo potrebbe competere, senza peraltro avere alcuna certezza della vittoria che tutti i sondaggi gli assegnano ormai da qualche mese. Insomma, se si verificasse questo scenario passeremmo dal Porcellum a una nuova porcata nei confronti degli italiani che non sarebbero rappresentati neanche con questo sistema.

Di questo si parla con sempre maggiore insistenza e soltanto il referendum può disinnescare questa minaccia. Di fronte a un successo referendario resterebbero pochissimi margini per una ulteriore modifica della legge elettorale perché questo significherebbe andare contro la volontà della maggioranza degli elettori. Per questo è fondamentale che la consultazione referendaria abbia buon esito.

 3) Se invece il progetto di legge elettorale a mezzo inciucio fosse accettabile (che dire, qualunque legge elettorale a confronto con il Porcellum è accettabile), Italia dei Valori lo potrebbe votare o scegliete senza esitazioni per il referendum? La riesumazione del Mattarellum non è forse la migliore delle soluzioni. Lei cosa ne pensa?

Noi abbiamo raccolto le firme proprio perché i tentennamenti del Parlamento rispetto alla cancellazione del Porcellum erano diventati insopportabili. Tecnicamente il Mattarellum era l’unica proposta possibile con un referendum perché se si abroga una norma rientra in vigore quella precedente. Ritengo, comunque, il Mattarellum un sistema che funziona, mantiene il bipolarismo che per noi è una condizione imprescindibile, consente di avere alleanze solide e restituisce ai cittadini il diritto sancito dalla Costituzione di scegliersi i propri rappresentanti. Se arrivassero altre proposte di legge in materia (quelle che sono state presentate sono pessime) non ci sottrarremmo comunque alla discussione. Ma è chiaro che abbiamo intrapreso una strada precisa: vogliamo che i cittadini si esprimano su una scelta netta: Porcellum o Mattarellum.

 4) In caso di riesumazione del Mattarellum, per Italia dei Valori ritornerà ad essere indispensabile alla propria sopravvivenza una coalizione di centro-sinistra. La sussitenza del governo Monti – con il PD terza gamba della maggioranza – ha invece messo in forte crisi gli stilemi classici delle alleanze: come ricomporre l’abusato ritratto di Vasto quando emergono ancor oggi pesanti differenze fra IDV, Sel e PD, anche a voler prescindere dalle manovre del governo?

L’ho scritto anche sul mio blog, la foto di Vasto non è sbiadita e l’attuale alleanza parlamentare anomala è figlia della situazione di emergenza attuale. Credo che il Pd resti più vicino alle nostre posizioni, nonostante la divergenza attuale, piuttosto che al Pdl o al Terzo polo con cui vota insieme i provvedimenti di Monti. In una situazione di normalità democratica, fuori dall’emergenza, l’alleanza naturale non possa che partire da un centrosinistra formato da Pd, Idv e Sel, a cui, ovviamente, sulla base di un programma condiviso, possono aggiungersi altri soggetti della società civile, ma tenderei ad escludere un’alleanza allargata al Terzo Polo che mi sembra oggettivamente molto diverso dall’idea di centrosinistra che ha in mente anche la maggioranza del Partito Democratico.

5) Si è scritto e detto che il Porcellum è l’emblema del deficit di democrazia – il default politico – che ci accompagna oramai da troppo tempo. Non crede che la sola riproposizione delle preferenze di lista sia insufficiente a colmare questo profondo debito (che è ben più grave di quello finanziario)?

Il Porcellum è il figlio prediletto del deficit di democrazia. E’ stato creato dal centrodestra (compresi Fini e Casini) proprio per svuotare la Costituzione e la democrazia, un tentativo che a Berlusconi è riuscito molto bene grazie al controllo di quello che finora è stato il principale mezzo di comunicazione, la televisione. Riproporre soltanto le preferenze ovviamente non basta. L’Italia dei Valori si batte da tempo per l’estinzione dei privilegi di tutte le caste. Purtroppo nei 20 anni di berlusconismo è stata attuata una controrivoluzione culturale che ha portato a un disinteresse generico per tutti i problemi legati alla democrazia. Nei 20 anni precedenti abbiamo assistito all’individualismo sfrenato e all’egoismo di casta e di razza portati rispettivamente avanti da Berlusconi e da Bossi. Mi sembra che finalmente stiamo cominciando a invertire la rotta, ma il cammino sarà lungo.

6) Non pensa che una maggiore democratizzazione della vita dei partiti potrebbe rappresentare una svolta? IDV ancora fa fatica a prendere in esame la propria forma di partito personale. Il carisma di Di Pietro non è servito ad evitare di imbarcare nel partito personaggi come Scilipoti e Razzi. Una discussione pubblica più partecipata potrebbe servire a selezionare meglio l’élite del partito e a scongiurare compravendite in aula al momento del bisogno. A che punto è il vostro utilizzo del web e dei social network? Lei avrà inteso che sul web è vitale il confronto e il dibattito. Esserci ma estraniarsi da esso è controproducente. Berlusconi ha risolto inviando messaggi preregistrati, come un tempo faceva con le cassette. Invece altri politici si affidano a strampalate campagne pubblicitarie su Youtube (vedi Formigoni). Come collocare IDV in mezzo a questi eccessi?

Potrei dire che questo è il prezzo da pagare per la trasformazione di un piccolo movimento a un partito che aspira a diventare di massa ma sarebbe una risposta troppo semplicistica. L’Idv due anni fa ha tenuto il suo primo congresso nazionale, a cui sono seguiti congressi regionali, provinciali e comunali. Soltanto il questo modo, dandoci cioè una struttura democratica a tutti i livelli, il mio partito potrà crescere. Errori ce ne sono sicuramente stati, ma fanno parte tutti della vita precongressuale dell’Idv. E’ anche vero che soltanto con il ritorno delle preferenze, chiedendo cioè ai cittadini da chi vorranno essere rappresentati, questi errori potranno essere evitati. Ricordo, inoltre, che la compravendita si fa in due. Se Scilipoti e Razzi si sono fatti comprare è perché c’è qualcuno che li ha corrotti. Su questo, grazie a un esposto di Antonio Di Pietro, sta indagando la magistratura.

Per quanto riguarda il web sono assolutamente d’accordo. Ovviamente, per me che sono nato quando ancora non c’era la televisione, nel 1949, è stato complicato adattarmi alle nuove tecnologie, ma sapevo e sono sempre più convinto che in esse c’è il futuro della comunicazione e della politica. Sono attivo su facebook, su twitter, su google+, ho un blog e, da qualche settimana, proprio per utilizzare pienamente le potenzialità del web, e lontano dalla campagna elettorale per evitare strumentalizzazioni, ho aperto un sito, www.politicaevalori.it, in cui chiedo a chiunque un contributo di idee e queste idee possono essere votate. E’ un tentativo, appunto, di non utilizzare il web passivamente e fatto per ridurre la distanza tra politica e società civile. Spero solo, perché non è questa l’intenzione, che non sia scambiato per uno strumento di propaganda. Se così fosse stato lo avrei fatto in piena campagna elettorale. E’ un laboratorio, spero abbastanza innovativo, di programma partecipato. Un work in progress e decideremo insieme cosa fare in futuro. Anche il mio partito ha puntato sul web per la comunicazione. Ha rinunciato ad avere un giornale di partito con i soldi pubblici e ha come canali di comunicazione soltanto il sito dell’Idv, i blog degli esponenti politici a partire da Di Pietro, una web tv e i social network.

7) Per concludere, parliamo di digitale e di internet: abbiamo visto nascere il progetto del Movimento 5 Stelle, pur con qualche difficoltà interna. Alcuni sondaggi lo attestano al 7%. Si tratta di un movimento politico nato dal web. Tutto ciò è clamoroso ed è ancor più clamoroso se si pensa che accade in un paese in cui hanno accesso a internet circa il 58% delle famiglie. Molto meno della Svezia, per esempio. L’Agenda Digitale era lettera morta con Berlusconi. Digitale all’epoca significava solo digitale terreste – e televisioni sue, naturalmente. Abbiamo per anni ignorato che investimenti nella banda larga produrrebbero benefici per 1, 1.5 punti del PIL. Si può dire che abbiamo già completamente superato la Videocrazia? E’ bastata la defenstrazione del suo padrone? Oppure dobbiamo evolvere una cultura del digitale e di internet che invece ancora non abbiamo?

L’intuizione di Grillo è stata geniale perché forse è stato il primo a capire le potenzialità del web. Se quel 7 per cento dei sondaggi dovesse essere confermato credo che la loro presenza in Parlamento possa essere uno stimolo e un pungolo ulteriore. Quello che non mi piace è fare politica vestendo i panni dell’antipolitica, scimmiottando il Berlusconi dei primi tempi. Io diffido dell’antipolitica che è la negazione della politica e che, storicamente, sfocia sempre nell’avvento dell’uomo forte, autoritario, che arriva promettendo di risolvere tutti i problemi. Considero invece la politica, in astratto, alta e nobile. Ma è con la politica, non con l’antipolitica, che si risolvono i problemi del paese. Il mio sforzo è che si ritorni all’onestà e alla considerazione di una volta. Mi sento molto più vicino all’idea di politica di Aristotele, Montesquie o Croce che a quella di Beppe Grillo.

La cultura del digitale, per passare alla seconda parte della sua domanda, è ancora molto di là da venire. Ma non c’è dubbio che sia questa la strada da seguire sia per superare le anomalie della videocrazia sia perché, ne sono convinto, attraverso investimenti in questo senso si può creare maggiore occupazione. Non c’è dubbio che il web sia la forma più democratica degli attuali strumenti di comunicazione perché consente un’interazione che negli altri media è limitatissima.

Mi lasci concludere con una battuta. Tutta la campagna elettorale di Berlusconi, nel 2001, fu caratterizzata dallo sviluppo delle tre ‘i’, impresa, inglese e internet. Anche su questo il fallimento è stato totale. Berlusconi ha mantenuto solo un terzo della promesse, quella relativa alle imprese, ma solo le sue.

Prima gli elettori: così comincia #OccupyPD

E’ chiaro che il referendum sul Porcellum non ci sarà tempo per farlo. B. cadrà questa settimana, più precisamente mercoledì. Ed evidentemente non ci saranno i numeri alla Camera o al Senato per fare un governo di salvezza nazionale o un post- B. con Letta presidente del Consiglio.

Bersani ieri non ha fatto alcun cenno a primarie aperte, né al fatto che questa legge elettorale anti democratica si possa aggirare chiedendo ai propri elettori di partecipare alla formazione delle liste elettorali.

Prossima Italia ha lanciato #OccupyPD. La prima delle iniziative si chiama ‘Prima gli elettori’. Andiamo da Bersani con il peso di un bel po’ di firme. Chiunque può raccogliere le firme. Chiunque. Fatelo. Ecco come:

Andate e raccogliete (le firme)Scarica il modulo

Il temino di Matteo Renzi, titolo “Il mio PD”

Matteo Renzi si avvia a rispolverare la manifestazione della Leopolda con idee molto chiare. Le ha elencate in un temino, sì esatto, un temino il cui titolo potrebbe essere “Il mio PD”. Ora, sia chiaro, il PD non è suo. Abbiamo scritto pagine e pagine sprecando il ‘nostro’ tempo dicendo che il PD è ‘nostro’ e poi arriva il sognante Renzi a parlarci di qualcosa che non è più nostro ma suo.

Il testo del temino lo potete leggere su Il Post: Il PD che sogno.

Prima di Renzi e della riedizione della Leopolda, sabato e domenica scorsi si è svolto ‘Il nostro tempo’, la manifestazione di Prossima Italia, il gruppo di Pippo Civati. Rileggete il discorso finale di Civati e confrontatelo con quello di Renzi e capirete l’abisso che si è aperto fra i due. Vedrete le immense differenze che dividono i rottamatori dai costruttori del PD.

Provo ad elencarle:

  1. Renzi: [il mio PD] Vuole che tutti abbiano una casa ma non delega l’urbanistica alle cooperative dei costruttori o ai professionisti del mattone; Civati: Politica del paesaggio, affinché il paese non più umiliato;
  2. Renzi: [il mio PD] Si organizza dentro ai circoli ma cerca di vivere soprattutto fuori, a contatto con le persone vere; Civati: il circolo deve diventare il fulcro attraverso cui realizzare la partecipazione dell’elettore cittadino;
  3. Renzi: [il mio PD] Scende in piazza una volta ogni tanto; Civati: il PD vero è quello “che si confronta con la società civile, anzi, civilissima“, “un PD che non perde tempo, che scende dal piedistallo, che partecipa senza indugio ai movimenti
  4. Renzi: [il mio PD] Manda in pensione i cittadini due anni dopo; Civati: Prendere distanze dai luoghi comuni – per esempio sulle pensioni, quando si dice che non si devono toccare le pensioni senza ricordare che esse sono già state toccate;
  5. Renzi: qualunque sia la legge elettorale, in Parlamento ci deve andare chi prende voti, non chi prende ordini; Civati: Al di là della forma della prossima legge elettorale, il PD dovrebbe scegliere i propri candidati di lista con le primarie.
  6. Renzi: questo è “il mio PD”; Civati: questo è “il nostro tempo“.
Diversi i contenuti, diverso il metodo: Renzi ha scelto una via personalistica, Civati quella collegiale pur connotata dalla sua forte e riconoscibilissima impronta. Renzi parte da un canovaccio minimo fatto dalle sue enunciazioni, Civati ha un vero e proprio programma, articolato in cinque proposte che sono in realtà delle ‘risposte’, ovvero

1 – Prima gli elettori: primarie libere per la scelta dei parlamentari, in tutti i collegi e con qualsiasi legge elettorale, contro lo scilipotismo e a favore della partecipazione democratica, quella della primavera arancione, per far scegliere ai cittadini chi li rappresenta a Roma, proprio come si scelgono i sindaci.

2 – Con disciplina e onore: una legge feroce contro la corruzione, che cancelli tutti i lodi ad personam di questi anni, la lotta ai conflitti d’interessi ad ogni livello, e nuove forme di trasparente e accessibile rendiconto finanziario degli incarichi politici o comunque determinati dalla politica.

3 – Terra! Suolo bene comune: rivedere i criteri sugli oneri di urbanizzazione, coinvolgendo i cittadini e regolando le nuove costruzioni in base alle effettive richieste del mercato, bloccando le realizzazioni a fine speculativo; vietare l’uso degli oneri per la parte di spesa corrente dei bilanci degli enti locali, e fermare le compensazioni monetarie, anche attraverso nuovi sistemi di controllo. Censire il patrimonio utilizzato, sia quello produttivo che quello residenziale, e incentivarne l’utilizzo.

4 – Il fisco, dai mobili agli immobili: nel Paese primatista della pressione fiscale su chi lavora e produce, nel Paese in cui il mattone è la speculazione più redditizia e meno tassata, bisogna invertire la tendenza: abbassare le tasse sul lavoro con un rimborso contante annuo andando a prenderlo da chi ricava rendita dagli immobili. Inoltre, a proposito del fisco: riduzione delle scritture contabili e semplificazione dei calcoli delle imposte; ampliamento della gamma degli oneri deducibili; emissione e ricezione elettronica di fatture e corrispettivi, e tracciabilità del pagamento di costi deducibili; inversione del rapporto tra Fisco/controllore e contribuente/controllato, con l’assegnazione al Fisco della compilazione di tutte le dichiarazioni dei redditi, dipendenti e autonome.

5 – Per tutte e tutti: superare la condizione di precarietà di questi anni estendendo l’indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori, inclusi i titolari di contratti atipici: si può fare, e va fatto parificando i contributi sociali. Ogni tipo di contratto, subordinato o para-subordinato, dovrà prevedere il versamento dei relativi contributi: si tratta di somme assolutamente contenute e sostenibili per l’impresa (fonte Prossima Italia).

Prendete per esempio il punto 5: Civati dice espressamente che il problema del paese è la disoccupazione e la divisione del mercato del lavoro. Sostiene che una delle misure da prendere assolutamente sia quella dell’estensione dell’indennità di disoccupazione a tutti, compresi i precari. Sullo stesso tema, e con una formula ben più ambigua, Renzi scrive:

[il mio PD] vuole che lo Stato sia compagno di viaggio non ostile burocrate per chi fa impresa e per chi vi lavora. Non si preoccupa solo di chi è già tutelato, ma anche e soprattutto di chi ha trenta anni e non trova lavoro. O di chi ne ha cinquanta e l’ha appena perso. Crede nella formazione permanente ma non nei burocrati della formazione. E riduce le cattedre universitarie, ma aumenta la qualità dell’insegnamento.

Notate innanzitutto la distinzione fra impresa e lavoro e l’ordinamento che Renzi dà alle due parole nella frase. Notate come sia quasi stigmatizzata la figura del lavoratore che ‘è già tutelato’. Renzi, poi, non indica alcuna ricetta per la maggior tutela dei precari, se non la formazione permanente.

In coda al pezzo, Renzi spiega che la sua visione circa la rottamazione della vecchia classe dirigente del PD:

[il mio PD] Ringrazia chi ha servito per tanti anni le Istituzioni. Ringrazia davvero, senza ironie. Ma non crede offensivo chiedere il ricambio per chi da qualche lustro occupa gli scranni del Parlamento: si può far politica anche senza una poltrona, anche rimettendosi in gioco. Chi ha causato il problema in questi anni non può proporsi come la soluzione

Renzi sembra qui voler metter l’accento sulla vecchia generazione che è di troppo e se ne deve andare. Una generazione responsabile di un fallimento politico, la mancata spallata a B. Quindi, si intuisce, il modo per metterla da parte è stabilire un limite di età, o di legislature. Ma è sbagliato ridurre la questione generazionale in un mero conteggio di mandati elettivi o di anni di carriera: la questione generazionale è implicita alla mancata circolazione delle élite di questo paese. I meccanismi di selezione sono bloccati, o ingolfati da criteri quali la fedeltà o i clientelismo. Il risultato è una generazione di donne e uomini messi ai confini della sfera pubblica. La vera sfida, dice Civati, è portare questa generazione al governo del paese, non rottamare quella vecchia. E’ una prospettiva leggermente diversa da quella di Renzi, ma è decisiva.

Dev’essere questo il nostro Civati – il discorso conclusivo de Il Nostro Tempo

Il discorso di Giuseppe Civati ha concluso la due giorni bolognese di Prossima Italia. E contrassegna il suo movimento con una mutazione genetica: il passaggio da Rottamatori (definizione più coerente con il personalismo di Renzi) a Costruttori del PD. Un mutamento che è in realtà la riaffermazione di alcuni principi base che dovrebbero essere fondamento del Partito Democratico e che troppo spesso latitano. Non si rottama più, perché già viviamo nel degrado e nelle macerie. Invece si costruisce, con il cemento delle idee e della loro condivisione.

Civati, nella sua arringa finale, cita Saramago, “non bisogna avere fretta ma non bisogna perdere tempo”. Questo è il nostro tempo, questo è il nostro PD, un partito che smette di essere quella congrega di soliti noti persa nei dibattiti dell’assurdo eterno dilemma dell’antiberlusconismo. Viceversa il PD vero è quello “che si confronta con la società civile, anzi, civilissima“, “un PD che non perde tempo, che scende dal piedistallo, che partecipa senza indugio ai movimenti anziché chiedersi morettianamente se “mi si nota di più se vengo o se non vengo?”.

Il PD deve coltivare le relazioni, dice Civati; il PD deve muoversi senza imbarazzo, parlare a tutti la stessa lingua, rivolgersi di persona, personalmente, non con le teorie astratte, o con formule da alchimista, ma con le proposte che sono in realtà risposte alle domande della società civile.

Dev’essere questo il nostro posto, come la canzone dei Talking Heads che dà il nome al film di Sorrentino. Il nostro posto è quello di una politica ‘nuova’, che ha uno sguardo lucido verso il futuro. E per affrontare il futuro bisogna prima rovesciare il quadro politico italiano. I cittadini vogliono poter scegliere.

Le risposte:

  1. Al di là della forma della prossima legge elettorale, il PD dovrebbe scegliere i propri candidati di lista con le primarie;
  2. Uguaglianza fra chi lavora e chi guadagna dalla rendita;
  3. Legge feroce contro corruzione;
  4. Lotta culturale e tecnologica, alla ‘brasiliana’, contro l’evasione fiscale;
  5. Politica del paesaggio, affinché il paese non più umiliato;
  6. Prendere distanze dai luoghi comuni – per esempio sulle pensioni, quando si dice che non si devono toccare le pensioni senza ricordare che esse sono già state toccate;
  7. La sinistra è timida sul mercato del lavoro, che è già riformato anzi deformato. Bisogna tornare a parlare di salario, parola che oggi non pronuncia più nessuno.
  8. Non esiste la famiglia, ma ‘le famiglie’, che sono diverse fra loro e devono ugualmente esser sostenute.
  9. Non crediamo che la politica sia un mestiere a vita.

Il PD ha invece paura di non piacere, di non essere abbastanza ‘cool’, quasi che esso abbia dei sensi di colpa. Il PD non può continuare a cercare sé stesso laddove non si troverà mai. Siamo stanchi delle divisioni, dice Civati, stanchi dei personalismi e di esser fraintesi. Basta con il “si è sempre fatto così”, come è stato detto quest’estate a Nardò, parlando di sfruttamento dei braccianti stranieri.

Poi esclama, “abbiamo perso diciassette anni della nostra vita, questa si che è una questione generazionale!”; queste sono le nostre idee, le metteremo nel cartone della pizza e le porteremo a Roma. Soprattutto, seguito dall’ovazione della platea che era in realtà una piazza, ha detto “dobbiamo portare questa generazione al governo del paese, e lo facciamo senza paura!“. E cita l’amico Luca Sofri, “lo facciamo con costanza”, giorno dopo giorno, non ad intermittenza ma quotidianamente, come una missione.

Molise, l’ovvia colpa di Grillo e le circonlocuzioni di Bersani

Bersani sul Molise fa un passo di danza e una capriola, smarcandosi da Franceschini che stamane figurava come il principale – e frettoloso e superficiale – commentatore del risultato delle elezioni regionali. Se Franceschini sostiene che la sconfitta in Molise è tutta “colpa di Grillo” che avrebbe sottratto – rubato? – i voti al centrosinistra nella configurazione a tre inaugurata a Vasto (che novità!). Per il segretario, invece, “si può sempre intercettare meglio ma basta guardare i dati, abbiamo rimontato di venti punti, un risultato che avrei preferito fosse migliore, certo, ma francamente non se me l’aspettavo, insomma ci siamo andati vicino”.

Eh, quel ci siamo andati vicino sa proprio di beffa, non è vero? Il vicino che intende Bersani è vero solo in termini percentuali, poiché in termini assoluti il centrosinistra, rispetto alle precedenti elezioni regionali svoltesi nel 2006, è passato dai 95.010 voti agli 87.637, che significa -8% (stesso discorso vale per il PdL – non festeggiare troppo, Alfano – che passa dai 112.152 voti del 2006 agli 89.142 di quest’anno, -20%).

“Un risultato”, continua Bersani, “che è stato compromesso dalla dispersione, di questo bisogna prendere atto e farcene carico”. La dispersione è, nel favoloso mondo di Bersani, il voto andato al Movimento 5 Stelle: 10.650 elettori che, anziché scegliere l’astensione, hanno deciso di far valere il proprio voto al di fuori della dicotomia candidato PdL e candidato ex PdL. E la profonda analisi del segretario continua con questo formidabile pensiero:

“I grillini hanno pescato da tutti i lati, ribadisco che quel movimento ha elementi di cui vogliamo tenere conto. Sono importanti sia le ragioni che di chi vota, sia di chi non vota e anche chi per disaffezione disperde il proprio voto. Io voglio confrontarmi con tutti ma dico anche, a chi ha voce in capitolo, che c’è Cota in Piemonte e Iorio in Molise non mi sembra un gran risultato per questo movimento”.

Segretario, Cota in Piemonte e Iorio in Molise sono il risultato della stessa medesima coazione a ripetere: quando il PD rimane chiuso in sé stesso, non fa le primarie, non s’apre alla discussione pubblica, non incontra la domanda di partecipazione dei cittadini, allora il PD perde. Guarda caso il M5S ha successo in Emilia-Romagna, dove il PD è egemone nelle istituzioni politiche ed economiche da quarant’anni; in Piemonte, dove la presidente uscente Bresso esprimeva una politica vecchia e incapace di farsi carico della domanda di partecipazione alla deliberazione che proviene dalla Val Susa e dai cancelli di Mirafiori; e in Molise, dove il centrosinistra ha organizzato delle elezioni Primarie per scegliere un ex PdL.

Proprio così: Paolo Di Laura Frattura, imprenditore, attuale presidente di Unioncamere, è stato candidato nelle liste di Forza Italia, al fianco di Iorio, prima nel 2000 e poi nel 2005. Se poi pensiamo che in Molise l’Idv di Di Pietro ha candidato il figliol prodigo dell’ex magistrato di Mani Pulite, Cristiano, allora vien da chiedersi se il problema non sia più generale e non investi tutto l’asse della coalizione molisana di centrosinistra, troppo simile nella pratica politica a quella del centrodestra per potersi distinguere e farsi riconoscere.

 

 

 

 

 

Disintossicarsi dal sampietrino

Ne ferì più la penna che la spada. Ce n’è da imparare da questa frase. Me la ripeto all’eccesso da sabato.

Che scrivere dopo gli scontri del 15 Ottobre? Val la pena commentare l’ennesimo fallimento del movimentismo? Val la pena rispolverare i testi di Rosa Luxemburg, capire il perché del ricorso alla violenza, immedesimarsi nell’anarchismo più puro e oscuro?

Dopo un lungo tergiversare, mi sono detto che no, non ne vale la pena. Il movimentismo, così come lo abbiamo visto sinora, così come lo abbiamo interpretato sinora, è fallito. Lo scontro di piazza è fine a sé stesso, non serve, come poteva servire in passato, a far cadere i regimi o i governi. E’ utile invece alla controparte, che ha così l’alibi per far approvare a un imbarazzato parlamento leggi illiberali e contro la libertà individuale. Grazie ai casseur di sabato, per esempio, la prossima manifestazione di FIOM, così come quella altrettanto legittima dei poliziotti, è ridotta a un miserevole sit-in. La protesta è stata utilissima a condannare al silenzio tutte le altre proteste. Un bel modo per fronteggiare il malcontento crescente della crisi.

A giugno, con la partecipazione ai referendum, abbiamo dimostrato che ne ferisce veramente più la penna che la spada. Qualcuno aveva osato scrivere della originalità della ‘primavera’ italiana, che partecipa in massa al voto referendario e amministrativo, non occupa o invade i ministeri o le piazze, ma spinge il cambiamento del metodo democratico della rappresentanza chiedendo più partecipazione e praticandola, la partecipazione.

Devo ammetterlo, eravamo sulla buona strada. Occuparsi, in maniera rivoluzionaria (e non violenta) del Noi, che è poi la quintessenza della politica, quell’interesse generale oggi calpestato dell’ego ipertrofico dell’interesse di uno solo.

Disintossicarsi, è la parola d’ordine, adesso. Disintossicarsi dal sampietrino. Ditelo anche a Di Pietro, così frettoloso nell’invocare manette e pistola facili. Occorre prendere una buona dose di buona politica. Invadere, nel senso buono del termine, ovvero praticare con la partecipazione, le istituzioni democratiche e le organizzazioni che sottendono alle funzioni istituzionali, che si chiamano ancora partiti.

Qualche giorno fa, Stefano Boeri, ha rivolto un appello ai semplici elettori del PD affinché essi non abbandonino il partito alle sue trame e alle sue nomine e alle sue gerarchie ma invece lo occupino, ritornino a confrontarsi con esso e a imporne la linea politica contribuendo a riportare il dibattito sul piano della concretezza e dei problemi reali. Si potrà non esser d’accordo, si potrà obiettare con il fatto che il PD è un partito omologo a quelli dell’attuale governo, si potrà dire tutto e il contrario di tutto, ma Boeri ha ragione quando dice quanto segue:

È triste dircelo, ma nonostante questo successo, il Partito che esiste oggi a Milano sembra un piccolo mondo chiuso, parallelo e indifferente a quanto succede nel governo della città. Il partito che di fronte alle vicende giudiziarie di un suo dirigente si produce in un complicato riassetto della sua Segreteria invece che affrontare con coraggio un serio approfondimento politico sul rapporto tra interessi, governo locale e trasformazioni del territorio; il partito che oggi discute e si divide parlando di riorganizzazione per componenti, di nomine equilibrate sulle correnti, è lontano mille miglia dalla tensione propulsiva della nostra campagna elettorale. E lo è in un momento in cui, lo ripetiamo, avremmo bisogno come ossigeno di quella tensione ideale. Noi che stiamo a Palazzo Marino, voi che ci avete eletto – e tutta la città intera.[…]

Iscrivetevi a una comunità che ha bisogno come il pane delle vostre idee e che per questo deve rigenerarsi, uscire dalle logiche piccole e ottuse delle consorterie legate alle leadership nazionali o locali. Iscrivetevi per rifondare una comunità di milanesi che sappia ripensare e rilanciare la propria identità di movimento collettivo di idee e progetti e – solo in conseguenza a questa identità rigenerata- sappia anche rimettere in discussione la propria formula organizzativa […]

Siamo in molti a volere questa invasione rigenerante. Cominciamo, oggi, a farla diventare realtà (Il Post).

Il cambiamento, io credo, deve passare per questo cambio di prospettiva. Non è solo questione di passato e futuro e non è vero del tutto vero che la violenza è una risposta vecchia a problemi nuovi poiché la violenza è sempre una opzione possibile – forse l’unica praticabile – nel quadro estremo di una resistenza all’ingiustizia, una resistenza alla violenza pubblica di un potere privato che si è fatto pubblico in maniera illegittima violando la sfera del diritto universale dell’individuo. Ma la nostra realtà è pur sempre una realtà democratica e il conflitto è combattuto con mezzi pacifici e nell’alveo del metodo democratico. Prender armi contro l’ingiustizia significa far prevalere il proprio argomento tramite la parola e l’azione, manifestandosi nella sfera pubblica, partecipando. Invadere in senso buono le istituzioni, pretendere da esse che si occupino del Noi e non di un Io Potente e prevaricatore. Questo dobbiamo fare. Prendersela con i bancomat e le camionette dei Carabinieri è inutile nonché dannoso.

Lasciate cadere il sampietrino e impugnate la penna. Non lasciatevi incasellare nell’astensionismo. Scegliete la vostra parte.

Rosy Bindi, quei radicali erano ininfluenti

Rosy Bindi, sapendo che i cinque deputati radicali in quota PD, già in fase di sospensiva, erano entrati in aula facendo così raggiungere il numero legale alla maggioranza, ha dato loro degli stronzi. Oggi dovrebbe – suo malgrado – dare loro delle scuse. A scagionarli, il segretario d’aula del PD, Roberto Giacchetti, in una lettera a Valigia Blu. Eccola:

La notizia è che Berlusconi perde 4 deputati della maggioranza e scende a quota 316 cosa che gli renderà ancora più impossibile governare fuori dai voti di fiducia.

Siccome però noi siamo la reincarnazione di Tafazzi il punto centrale del nostro dibattito (si fa per dire) è l’ennesima querelle con i radicali. Bene allora le cose stanno così:tutti noi sapevamo che l’impresa di far mancare il numero legale era un’impresa quasi impossibile.
Occorreva che al netto di tutte le defezioni dichiarate nella maggioranza, altri tre deputati non votassero la fiducia. Tutti sapevamo che gli unici tre che avrebbero potuto farlo (perché in numerose sedi avevano manifestato tale dubbio) erano Milo, Pisacane e Sardelli. Occorreva che tutti e tre non votassero la fiducia (non uno o due, ma tutti e tre). La sorte ha voluto che fosse sorteggiata per la chiama la lettera “S”. Quindi dopo pochi minuti il primo ad essere chiamato è stato Sardelli che non ha votato. Ho sperato davvero che tra i tre ci fosse un accordo ed ho atteso il momento di Milo. Purtroppo Milo alla chiamata ha risposto votando “Sì”. A quel punto a tutti coloro che conoscevano la situazione è stato chiaro che la partita era chiusa.
La chiama è andata avanti e, a pochi voti dalla fine della prima chiama, sono arrivati i radicali e poi le minoranze linguistiche che hanno votato no. Dopo il voto del primo radicale (Beltrandi) ci sono stati 17 deputati della maggioranza che hanno votato “Sì”. Erano tutti deputati che certamente avrebbero votato sì, tra cui molti membri del governo.
Alla fine della prima chiama, sono entrato in Aula mi sono recato dagli uffici della Presidenza (che sono, ovviamente, neutri e che non contano a mano ma leggono il risultato elettronico i quali mi hanno comunicato l’esito del voto al termine della prima chiama: 322 votanti. 315 “sì” e 7 “no” (5 radicali e 2 minoranze linguistiche). Questo vuol dire che al termine della prima chiama la maggioranza aveva ottenuto il numero legale da sola a prescindere da coloro che avevano votato “no”.
Nella seconda chiama un solo deputato si aggiunge a quelli che avevano votato nella prima chiama: Pisacane (irrilevante ai fini del numero legale) e così la maggioranza sale a 316. Questi sono i numeri ed i fatti veri, ufficiali.
Conosco i radicali. So perfettamente che se si riuniscono per decidere su una questione di tale importanza lo fanno ben consapevoli di cosa potrebbe comportare il loro voto, quindi sono certo che avrebbero votato (magari non tutti convinti) anche se invece fosse stato chiaro che il loro voto sarebbe stato determinante. Ritengo questa scelta come quella sulla fiducia a Romano una cazzata assoluta ma in questa come nell’altra occasione è evidente che la cazzata non è stata in alcun modo decisiva.
Aggiungo che ho trascorso (e non da solo) circa trenta ore (notte compresa) a organizzare tutto fin nei minimi dettagli per garantire una possibile vittoria e che questa decisione dei radicali ha reso la circonferenza delle mie palle ben più ampia dell’asteroide che doveva colpire la terra. Ma facciamo tutti politica (o almeno così dovrebbe essere…) ed abbiamo il dovere di guardare i fatti.
I fatti dicono in modo incontrovertibile che la scelta dei radicali è stata del tutto ininfluente. Alla luce di questo avrei sperato in un coro di dichiarazioni che mettessero in risalto l’ulteriore indebolimento di Berlusconi. Ed invece no. È partita, guidata dalla solita Bindi la caccia al radicale (chissà se dopo questa nota non toccherà anche a me da parte del Presidente del Partito…).
La delegazione radicale (che è tale per accordo convenuto ad inizio legislatura con i vertici del Partito e che quindi si presuppone abbia già in origine un suo livello di autonomia) si è autosospesa dal gruppo (aggiungendo un ulteriore grado di autonomia nelle scelte) in attesa di un chiarimento politico con i vertici del PD. Questo chiarimento non c’è mai stato.
Come ricorderete subito dopo il caso Romano, dopo un incontro con la Presidenza del Gruppo, sia i radicali sia Franceschini avevano ritenuto indispensabile che maturasse, attraverso un incontro con i vertici del PD, tale chiarimento politico. Questo non è mai accaduto. Se questo impegno assunto con loro vi fosse stato forse, ripeto forse, oggi le cose sarebbero andate diversamente. Invece siamo qui di nuovo ad ascoltare il moltiplicarsi di labbra che pronunciano la parola “espulsione”.
No chi pensa di risolvere i problemi politici con le scorciatoie regolamentari e con le punizioni esemplari non solo non troverà mai il mio consenso ma dimostra pochezza in termini di lungimiranza politica e mette a serio rischio il disegno originario del PD. Ho detto questo quando la questione riguardava una delle persone più lontane dalle mie idee politiche, come la Binetti, lo ribadisco a maggior ragione in questa occasione. Oggi sono i radicali e con lo stesso sistema domani potrebbe essere il dissidente Follini, il rottamatore Renzi, il conservatore Ichino e magari anche molto più modestamente il sottoscritto…

Abbiamo iniziato la legislatura che eravamo più di 220, oggi siamo 205. Mi torna in mente quella filastrocca che fa: se prima eravamo in dieci a cantare mapin mapon ora sono rimasto solo a cantare mapin mapon…. Spero che la notte porti un generale rinsavimento! Sono stanco… Me ne vado a letto e…. “l’ultimo chiuda la prota!”

Roberto Giachetti – Deputato e Segretario d’Aula Gruppo PD
@valigiablu – riproduzione consigliata

Il referendum abrogativo del Porcellum è inammissibile. A che servono le firme?

La teoria bersaniana del referendum abrogativo del Porcellum come di “una pistola sul tavolo” rischia di essere la bufala del secolo. Fallito il tentativo di Passigli, che tendeva ad abrogare le norme del Porcellum contenenti il cosiddetto abnorme ‘premio di maggioranza’ e quindi a ripristinare un proporzionale puro con le indicazioni di preferenza, il PD ha sposato non senza tentennamenti i quesiti abrogativi – in toto e parziali – di Arturo Parisi. Peccato che la giurisprudenza costituzionale in merito implichi l’inammissibilità di quei quesiti referendari sulle leggi elettorali poiché è inammissibile la vacatio legis in materia elettorale. Lo spiega bene Cesare Salvi su Il Riformista di qualche giorno fa. Articolo che vi ripropongo qui di seguito. Una domanda, però, vorrei rivolgere a Bersani e ai “nostalgici” del Mattarellum: a che servono le firme?

Per qualche approfondimento: Sentenza corte costituzionale n. 47/1991

Il Riformista 09-09-2011

 L’inammissibilità dei referendum elettorali

di Cesare Salvi

La serietà nell’iniziativa politica, in un momento nel quale purtroppo cresce la sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti, è più che mai necessaria. Vorrei quindi sottoporre ai sostenitori del referendum, che dicono di voler abrogare l’attuale legge elettorale per sostituirla con la precedente legge Mattarella, se hanno riflettuto sulle conseguenze che si determineranno tra i cittadini, chiamati in questi giorni a firmare, quando la Corte Costituzionale dichiarerà inammissibili i quesiti.

Allo stato attuale della giurisprudenza della Consulta, questo esito negativo sarà infatti inevitabile.

Fin dalla sua prima sentenza (29/1987), che riguardava la legge elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, la Corte Costituzionale affermò che «l’organo, a composizione elettiva formalmente richiesta dalla Costituzione, non può essere privato, neppure temporaneamente, del complesso delle norme elettorali contenute nella propria legge di attuazione. Tali norme elettorali potranno essere abrogate nel loro insieme esclusivamente per sostituzione con una nuova disciplina, compito che solo il legislatore rappresentativo è in grado di svolgere».

Questo principio è ribadito da tutta la giurisprudenza successiva.

Il primo dei due quesiti sottoposto in questi giorni alle firme dei cittadini, che prevede l’abrogazione in toto della legge Calderoli, dunque palesemente inammissibile. Né si può sostenere, come pure ho avuto purtroppo occasione di leggere, che l’abrogazione dell’attuale legge fa rivivere quella precedente. Come dovrebbe essere noto, «la natura del referendum abrogativo nel nostro sistema costituzionale è quello di atto-fonte dell’ ordinamento dello stesso rango della legge ordinaria». E, come si insegna al primo anno di giurisprudenza, «l’abrogazione di una norma, che a sua volta aveva abrogato una norma precedente, non fa rivivere quest’ultima» (cito dal noto manuale che adotto per i miei studenti, il Torrente-Schlesinger).

Naturalmente, se uno studente rispondesse all’esame sostenendo il contrario, sarebbe subito bocciato.

Probabilmente non ignari di ciò, i promotori hanno proposto anche un secondo quesito, che abroga solo parzialmente la Legge Calderoli. La Corte costituzionale ha affermato, infatti, che il referendum in materia elettorale è ammissibile se dal “ritaglio” della legge vigente emerge una normativa immediatamente applicabile: se cioè si può andare a votare senza bisogno di ulteriori interventi legislativi. In passato, proprio perché questo esito non era garantito dal quesito, la Corte costituzionale (sent. 47/1991) dichiarò inammissibile il referendum sulla legge elettorale del Senato; mentre, avendo i promotori riformulato il quesito, la Corte lo ritenne questa volta ammissibile (sent. 32/1993) appunto perché la normativa di risulta avrebbe consentito l’operatività del sistema elettorale, senza alcun ulteriore intervento del legislatore.

Per cercare di infilarsi in questo spiraglio, i promotori hanno provato a ritagliare la legge Calderoli, per far emergere una normativa direttamente applicabile.

Ma non ci sono riusciti. Diversi punti del quesito numero 2, infatti, contengono abrogazioni di legge abrogate (mi si scusi il bisticcio). Il quesito prevede in particolare l’abrogazione delle norme della legge vigente, che a loro volta avevano abrogato i decreti legislativi sulla determinazione dei collegi uninominali della Camera e del Senato. Ma, come si ricordava, l’abrogazione non può far rivivere norme abrogate, e quindi l’eventuale approvazione del quesito produrrebbe una legge priva della normativa che riguarda il suo punto centrale, cioè l’adozione dei collegi uninominali. Ne risulterebbe una legge non immediatamente operativa, in contrasto con quanto richiesto dalla Corte costituzionale.

Chiedo scusa per i tecnicismi. Sono anch’io contrario al “porcellum”, e comprendo le ragioni di un’iniziativa referendaria. Per esempio, quella promossa da Passigli (il quesito sull’abolizione del premio di maggioranza è sicuramente ammissibile). Ma, come dicevo all’inizio, il problema è un altro: quando nei talk show televisivi sento promettere che con i referendum si tornerà alla legge elettorale Mattarella, mi indigno, come si dice adesso. Da giurista e da politico di altri tempi.

 

Legge elettorale: per Bersani, il “referendum è come una pistola sul tavolo”

Un’altra delle similitudini azzardate di Bersani nasconde in verità il totale endorsment del PD per il referendum sulla Legge Elettorale. La spiegazione la fornisce D’Alema, principale oppositore di un ritorno del Mattarellum (l’uninominale a turno unico made in Italy), a sorpresa diventato favorevole alla consultazione elettorale. Cosa ha fatto cambiare idea al Lidér Massimo e al tentennante Bersani?

Corriere della Sera, 13/09/11, p. 19

Pensate che mente sopraffina ha potuto partorire un ragionamento simile. Non già l’interesse pubblico dinanzi alla strategia di sostenere i referendari e il bistrattato Parisi, bensì una machiavellica teorizzazione di un annichilimento della Lega Nord, obbligata a smarcarsi da B. per poter esistere ancora ‘sul territorio’ e quindi pronta a far saltare il governo davanti alla prospettiva di un referendum che ripristini l’uninominale. Mi pare puerile, ma anche diabolico.

Più esplicito Bersani, che oltre alla metafora, aggiunge: noi – la pistola – la teniamo lì, e vedrete che pur di non pronunciarsi su questi temi, la maggioranza farà terminare la legislatura.

Dalla lettera di Veltroni ai riformisti: affinità e divergenze fra l’ex compagno Walter e me

Torna dall’ombra del suo ex governo ombra il Walter. Perché qui in Italia le sconfitte elettorali non pensionano mai nessuno, i fallimenti politici men che meno. Si resta sempre, in sella, si ritorna in “vita”, come fece il buon vecchio Scajola, defenestrato per quella casa regalata e ora novello capo corrente nel derelitto PdL.

Veltroni, più che pretendere per sé nuove poltrone, cariche onorifiche, ruoli di responsabilità nel partito, scrive. Scrive ai giornali incitando al nuovo ‘riformismo’. Cerca invano, cioè, di tornare alla fase più alta – ma fugace – della sua vita politica: il discorso del Lingotto.

Comincio con il dire che della sua lettera a Repubblica non condivido in primis l’analisi iniziale. Leggete:

CARO direttore, ci sono momenti, nella storia collettiva, in cui la campana suona per tutti. Il disordine, figlio dei cambiamenti, spaventa e mette alle corde. Ma costringe anche a fare salti e a riprogettare, a pensare in grande , a ritrovare profondità. Solo vent’anni fa nelle case non esistevano i computer ed invece esistevano l’Urss e la Jugoslavia e , in Italia, la Dc e il Psi. La fabbrica era ancora il centro del ciclo produttivo e la struttura sociale era solida e "aggregata". E’ nata una nuova dimensione del sapere e del comunicare, la rete, che ha completamente mutato le dinamiche delle relazioni umane e sociali. Si è fatta strada , in Occidente, la precarizzazione del lavoro e della vita di intere generazioni per le quali- come la mano di uno di loro ha scritto furtiva -" non c’è più il futuro di una volta" (LA LETTERA – Il riformismo può salvare l’Italia ecco i punti del cambiamento, di Walter Veltroni).

Vent’anni fa non esistevano i computer. O meglio, esistevano ma non erano diffusi a livello massivo. E’ vero, la rete ha cambiato il mondo. Ma non è vero che la struttura sociale si sia disaggregata per essa. Anzi, la rete, oggi, ha innescato un processo di nuova aggregazione. Non più basata sulla consapevolezza dell’appartenenza di classe, bensì sull’agire comunicativo. Io scrivo sul blog, parlo in rete, mi esprimo e interagisco con altri come me, su un piano di assoluta parità (questo almeno finché la rete resterà “neutrale”). Secondo Veltroni, il mondo “ha negato a una intera generazione la possibilità di raggiungere persino la minima sicurezza sociale”: non è stato il mondo, no. Dire che è colpa del “mondo” è fare i fatalisti. Coloro i quali hanno tagliato le gambe alla nuova generazione sono tutti lì, sono ancora tutti al governo, più o meno. Alcuni sono morti, altri si sono dimessi. Altri ancora sono passati di casacca. I più si tengono abbarbicati al loro privilegio, al loro scranno. Hanno disegnato questo mondo terribile e senza futuro agli inizi degli anni novanta, quando il muro di Berlino era caduto, la Germania riunificata e l’Unione sovietica fallita. Hanno messo al centro un sistema di mercato basato sullo scambio del nulla. Hanno venduto aria fritta. I nomi? Le banche, per esempio. Italiane o straniere che siano. Poco importa. Loro hanno truffato il globo intero. Hanno decuplicato il debito. Le industrie hanno delocalizzato, ma soltanto perché a Bruxelles si è deciso di aprire indiscriminatamente il mercato ai prodotti cinesi, di aprire il mercato all’Est Europa, non in vista di una effettiva liberalizzazione, ma soltanto per consentire utili facili a imprenditori senza alcuna visione del futuro.

Bisogna cambiare, dice Walter. Non bisogna dire “no” al cambiamento: “il no è anche la parola preferita dei conservatori” […] “oggi prevalgono movimenti che sembrano fare del no la ragione stessa della propria identità. Il no si diffonde più velocemente e facilmente dei si, è rassicurante e identitario. Ma finisce col concorrere al caos e ai pericoli che il caos genera”. E invece coloro che dicono no (penso alla Val Susa) sono coloro che vogliono contare nel processo decisionale. Vogliono riprendere in mano il proprio destino, che è stato delegato per voto a degli incompetenti. Vogliono – in poche parole – riprendersi la politica. Ovvero riprendere e governare e poter determinare quel sistema di regole che sottende alla vita comune. Riprendersi la politica equivale a riprendersi quel futuro che lo stesso Veltroni afferma sia stato sottratto a una intera generazione.

Ma lui vuole propagandare la sua ricetta politica. Tende cioè a commettere l’errore che contesta agli altri: la ricerca della “popolarità di un momento”. Farà chiasso questa ennesima uscita del primo segretario del Pd. Afferma che il riformismo non è una passeggiata di salute. Sciorina la sua proposta politica, che non è esattamente quella del suo partito. Fa, ancora una volta, il segretario ombra di Bersani. Una forma di controcanto. Alcuni progetti sono persino condivisibili (unioni civili). Ma nel complesso, questa enfasi nel Riformismo come medicina per tutti i mali, pare essere una scorciatoia comoda. Bisogna sì riformare, ma aver anche l’onesta intellettuale di ammettere le proprie colpe, che sono le colpe del riformismo degli anni novanta, del blairismo, del mercatismo e della globalizzazione. Bisogna avere il coraggio di riaffermare i diritti sociali, messi a dura prova dai tagli di bilancio pubblico. Perché la salvezza passa per Noi.

Giallo al Senato: chi ha salvato Tedesco?

AGGIORNAMENTO: leggete i commenti. I fatti non sono andati come racconto in questo post – scritto troppo a ridosso degli eventi… Pare che fra l’altro la tastiera per il voto al Senato sia diversa da quella della Camera e quindi non si potesse in alcun modo rendere evidente la votazione nonostante il segreto imposto – parola di Legnini, segretario d’aula del gruppo PD.

Se fosse vera le tesi del Pd secondo cui i 23 voti che hanno salvato Tedesco provengono dagli scranni leghisti, perché la Lega, dopo aver defenestrato Papa, ha salvato Tedesco?

Anna Finocchiaro, capogruppo PD al Senato, la pensa così:

(Corriere della Sera, 21/07/11, p. 6)

Riassumendo l’ipotesi del PD: la Lega scarica Papa approfittando del voto segreto poi mette in scena il salvataggio di Tedesco per far ricadere sul PD la responsabilità del primo voto. E’ logico, secondo voi?

E Tedesco come l’ha presa? Con gioia e letizia, direi:

In coda all’intervista Tedesco confida al giornalista del Messaggero la sua nuova mission:

Bè, certo, di tutti i mali meglio cancellare la cura che pure fa star male. Via la custodia cautelare! Cosa ne pensano i leghisti?

[seguito del post di ieri, parzialmente errato]

Così Paniz stasera: la sinistra ha avuto due pesi e due misure. La sinistra ha salvato Tedesco. Così ci raccontano. Al Senato, nel derby delle autorizzazioni all’arresto, Tedesco è stato salvato da 151 voti contro l’arresto vs. 127 a favore.

Senatori presenti 290; Senatori votanti 289; Maggioranza 145; Favorevoli 127; Contrari 151; Astenuti 11.

Nonostante l’esplicita richiesta del senatore Tedesco, l’aula ha deciso di mantenere segreto il voto. Tedesco ha anche chiesto ai colleghi senatori di votare all’unanimità per il suo arresto per “sgomberare il campo da tutti gli inceppi” e per “arrivare rapidamente al processo”, ribadendo comunque la propria “estraneità ai fatti che mi vengono contestati”. Insomma, quella furbizia tutta del PD di accoppiare la votazione su Tedesco a quella di Papa alla Camera, ha creato il presupposto per salvare il senatore pugliese con le “mani degli altri”. Dico questo perché i numeri non sono diversi dalle votazioni consuete del Senato: qui la maggioranza il governo ce l’ha e vota quasi sempre compatta. Ecco, allora: è il PdL ad aver salvato Tedesco, auspicando il soccorso del PD alla Camera per Papa. Soccorso che non c’è stato. Alla Camera il PD ha votato in maniera palese ad alzata di mano. Al Senato è rimasto nei ranghi. Una difformità inspiegabile se non con l’ipotesi che i senatori guidati dalla Finocchiaro abbiano “simulato” l’interesse allo scambio di prigionieri – Tedesco per Papa – per far maturare l’idea a qualche leghista dissidente di votare contro l’indicazione di Bossi – non quella esternata in pubblico, “la galera”, bensì quella confidata in gran segreto che si è poi consolidata nella formula della libertà di coscienza, tradotta dai più in “votare conformemente al PdL”.

Leggete il Resoconto in Corso di Seduta del Senato (qui). In coda alle votazioni, è riportato quanto segue:

Con votazione a scrutinio segreto, ai sensi dell’articolo 113, comma secondo, del Regolamento, il Senato respinge la domanda di autorizzazione all’esecuzione della misura della custodia agli arresti domiciliari decisa dal tribunale del riesame nei confronti del senatore Alberto Tedesco. (Applausi dal Gruppo PdL).

Sono le 18,45 di oggi e il Senato ha già deliberato su Tedesco mentre alla Camera la seduta è sospesa.

Applausi del PdL. Per il salvataggio di Tedesco. E’ fin troppo chiaro. Il PdL è caduto nel trappolone del PD, che incassa anche il salvataggio di un suo ex (mai dimenticarsi degli amici). Poi accade quello che sapete alla Camera: il dibattito riprende alle 19, si chiama il voto e… La richiesta per Papa è passata grazie a 30 voti di 30 leghisti che non la pensano come Bossi e i soci del cerchio magico. La Lega, scriveva ieri La Padania, sta dalla parte del popolo (e di Papa). Oggi si può dire che la Lega è finita. Insieme alla sua maggioranza. La corrente dei Maroniani è oramai un partito a se stante. Domani si voterà il rifinanziamento delle missioni all’Estero e Castelli ha già preannunciato il suo – personale – voto contrario. La disciplina di partito è saltata. La maggioranza è al capolinea.

Decreto Omnibus, un tranquillo pomeriggio di paura. In gioco il referendum sul nucleare

Domani dalle ore 15 verrà discusso e votato il Decreto Omnibus. Un decretono milleproroghe bis, che però contiene l’abrogazione delle norme del ritorno del nucleare in Italia. La furbata per cancellare il referendum di giugno. Se non passa il decreto, il governo si gioca la faccia e B. l’immunità zoppa di quel che resta del legittimo impedimento. Ecco perché è stata posta la fiducia. In un’aula di Montecitorio deserta, oggi il rappresentante del governo ha annunciato il ricorso allo strumento del voto di fiducia, extrema ratio in una Camera distratta dalla campagna elettorale e con gli occhi rivolti anzitutto a Milano. Pare di capire che il mercato delle vacche sia fermo da un bel pezzo e che non tira aria di sottosegretariati in regalo. Anzi, il clima è di quelli tesi, tutti contro tutti, a suon di pernacchie e di mirabolanti promesse. Milano val bene una messa (nera), si direbbe.

Certo, per domani potrebbero ripetersi gli schemi già visti in passato: una maggioranza a pezzi però salvata da un’opposizione altrettanto a pezzi, sfilacciata, distratta, incapace di prevedere per tempo l’importanza delle votazioni in aula. Ma domani ci si gioca il referendum sul nucleare. Non poco. Ci si gioca la possibilità di mobilitare l’opinione pubblica riallacciandosi ad essa, attraverso i temi dell’acqua pubblica e del no al nucleare. Per l’opposizione, e per il PD, il referendum significa capitalizzare – grazie al lavoro di altri – un consenso che si fa fatica ad intercettare, sempre troppo piegato verso sinistra, sia essa la versione vendoliana, sia essa la versione giustizialista dipietrista.

Ecco perché domani è bene che il PD faccia squillare i telefoni dei propri deputati. Domani è “voto chiave”. Aleggia come una nebbia la domanda: cosa faranno i responsabili?

Per chi avesse tempo di contare le poltrone vuote fra le file dell’opposizione, questa è la diretta streaming della Camera: http://bit.ly/l8prfb

Libia, la Lega bombarderebbe a tappeto, il PD non sa dove stare

Attenti a non farvi ingannare: le ragioni profonde dell’opposizione della Lega Nord alla decisione del governo di bombardare in Libia non è dovuta a questioni di pacifismo. Fosse per la Lega si bombarderebbe a tappeto tutta la Libia, pur di non avere un solo profugo in Padania. Ci sono sottosegretari che hanno ipotizzato di sparare ai barconi di disperati. Questa la loro forza, l’idiozia.

La Lega lamenta il lassismo di Berlusconi dinanzi alla Grandeur di Sarkozy. Il Nostro si è ammosciato davanti al presidente francese. Berlusconi è uscito dal vertice con Parigi a mani vuote. Soprattutto sui respingimenti francesi, Berlusconi nulla ha potuto se non firmare una lettera congiunta con Sarkozy il cui valore è prossimo a zero. In più il governo ha calato le braghe con Lactalis – troppo alta la sua offerta per i modesti investitori italiani – e sul nucleare non ha potuto rompere in alcun modo i contratti con EDF, la società elettrica francese. Insomma, una disfatta. Evidentemente le barzellette non hanno fatto ridere nessuno. Ridevano i francesi, e soprattutto i loro portafogli.

La Lega avrebbe detto sì ai bombardamenti in cambio di una 2contropartita tecnica” all’altezza: niente accoglimenti degli immigrati tunisini, niente aerei. Ma Berlusconi si è trovato conle spalle al muro. Chissà quale il tono di chiamata di Obama, l’altro giorno. Un governo veramente debole in politica estera. I cablogrammi svelati da Wikileaks hanno mostrato come il governo già nel 2009 fosse genuflesso dinanzi all’amministrazione Obama quando venne richiesta collaborazione per lo smistamento dei carcerati di Guantanamo. L’Italia dovette gestire due tunisini, poi espulsi, e per fare ciò Frattini fece carte false con la Lega. La Lega era ritenuta dall’ambasciatore USA una vera incognita, un elemento che poteva gettare i rapporti con Roma nell’incertezza.

Questo il capitolo “Lega”. Non sta meglio il PD. Sappiate sin da ora che la spaccatura nella maggioranza sulla Libia sarebbe avvenuta anche a parti invertite, ovvero con una coalizione PD-IDV-SeL. Insomma, un problema cronico fra atlantistismo e pacifismo che attanaglia il centro-sinistra sin da quando esso stesso ha cominciato a prefigurarsi come maggioranza di governo. I governi Prodi, D’Alema hanno vissuto sulla loro pelle tensioni terribili. E i governi di allora, quando si trattò di rifinanziare le missioni in Iraq o di bombardare la Serbia, impiegarono acrobazie verbali non dissimili da quelle impiegate dai berluscones in queste ore.

Ecco perché anche oggi il PD sulla Libia non ha una linea politica: gli inviati di Bersani non fanno che evidenziare le incongruenze della maggioranza ma dimenticano di dire quel che pensano sulle bombe. Da che parte sta Bersani? Le bombe sono il naturale sbocco della strategia adottata a Marzo? Oppure abbiamo alternative?

Soro (PD): intercettazioni, ci vuole un codice deontologico per la stampa

Lo scorso 20 Aprile, Antonello Soro, deputato del PD, ha annunciato un ddl che introduca, nell’ambito legislativo che regolamenta il trattamento dei dati personali relativi a indagini di polizia e a procedimenti giurisdizionali, un codice deontologico per la stampa.

Nella relazione di Antonello Soro si sottolinea che le intercettazioni sono utili per l’attività investigativa, ma non si possono ‘disconoscere gli effetti perversi della diffusione su stampa e tv’. ‘Occorre porre un limite e tuttavia, la risposta non puo’ venire da soluzioni meramente repressive’ (ANSA.it).

No alla repressione, sì alla censura? In attesa di commentare il testo di questa nuova proposta legislativa farlocca del PD – ma Bersani cosa ne pensa? qualcuno glielo domanda? – ricordate che Soro era capogruppo PD alla Camera in quella disgraziatissima votazione sullo Scudo Fiscale nel 2009, quando il testo del governo passò grazie alle assenze del PD.