PD, già finito il sogno di Tricarico a Torino

Con una prova di bizantinismo mai vista prima d’ora, il Partito Democratico ha escluso dalla corsa alle primarie per il candidato sindaco di Tornio uno dei suoi uomini migliori, Roberto Tricarico, oggi assessore all’Ambiente, un’illuminista in fatto di mobilità urbana.

Roberto Tricarico, assessore all’Ambiente e alla Casa, non correrà alle primarie del centrosinistra per designare il candidato sindaco. L’ha deciso ieri, sapendo che la sua richiesta non sarebbe stata accolta, la coalizione non l’avrebbe ammesso. «Per poter correre mi è stato chiesto di uscire dal Pd, pratica adottata in questi anni da molti dirigenti che, come da una porta girevole, uscivano per poi rientrare», spiega. «L’obiettivo era chiaro: pormi fuori dal partito e poi fuori dalla coalizione, attraverso una bocciatura collettiva, ispirata da un solo partito, il mio. Io, però, non ho alcuna intenzione di lasciare il Pd e mettermi fuori dalla coalizione» (La Stampa.it).

Qualcuno ora dovrebbe spiegare perché questo partito fa di tutto per annichilire quanto di buono sorge all’interno di esso. Tricarico era obbligato a raccogliere almeno 700 firme all’interno del suo stesso partito, fatto impossibile se all’improvviso tutti si sono dimostrati ostili. La dirigenza è schierata con Matusalemme Fassino. Che dire: anche questo è un aspetto della gerontocrazia che ci governa.

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Primarie di Torino, Fassino ha un nuovo sfidante: è Roberto Tricarico

La novità odierna è di quelle che cambiano il corso degli eventi. Sebbene l’ipotesi fosse già stata formulata da più parti, in primis nei forum di Civati e di Prossima Italia, resisteva un certo scetticismo sulle reali intenzioni di Roberto Tricarico, giovane brillante assessore all’Ambiente del Comune di Torino dell’attuale giunta Chiamparino. Tricarico è l’assessore più popolare di Torino. Laureato in Giurisprudenza, è Assessore del capoluogo piemontese dal 2001, con delega alle politiche abitative e verde pubblico. Per un periodo si è occupato anche di “rigenerazione urbana, ricoprendo fino al 2007 l’incarico di Segretario Onorario dell’Associazione europea Quartiers en Crise e di rappresentante del Ministero delle Infrastrutture al Comitato di Sorveglianza di Urbact. Dal 2008 è Presidente nazionale della Consulta Casa dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani” (Pagina Fb sostenitori di Tricarico). E’ stato candidato alla segreteria regionale del PD per la mozione Marino ed ha il pieno sostengo dei “rottamatori” di Civati e Renzi. Tricarico ha animo ambientalista, si è impegnato in questi anni per i temi della mobilità sostenibile. Insomma, il suo profilo politico è di quelli che servono al PD per uscire dall’indeterminatezza e dall’inconcludenza della sua classe dirigente.

Torino è il banco di prova. Lo è già stato alle Regionali 2010, e il PD aveva perso già in partenza, inaugurando lo schema dell’allenza allargata all’UDC di Casini. Poi si sono succeduti i lunghi mesi dei ricorsi contro Cota, di Bresso e Chiamparino che si contendono l’eventuale candidatura per le elezioni ex-novo, ancora possibili visti i processi pendenti contro la lista truffaldina di Michele Giovine. Torino è specchio di tutti i mali del PD: le divisioni interne e l’incapacità di prevedere il cambiamento e prevenire le eventuali crisi che esso porta (caso Mirafiori). E la sordità della dirigenza si è palesata in tutta la sua gravità quando è stato deciso di candidare alle primarie di coalizione per l’elezione a sindaco, Piero Fassino, l’ultimo segretario dei DS, archetipo del politico di professione, matusalemme delle aule parlamentari, icona della deriva affaristica della sinistra – celebre quella intercettazione, “abbiamo una banca” – sì, quella sinistra in cashemere che sfila a Cortina oggetto degli strali di Berlusconi dagli schermi amici di Canale  soltanto qualche giorno fa. Quella sinistra, dannatissima, quei comunisti che sono ancora là, che mirano al potere ma sono molto più morbidi che in passato, molto più malleabili (molto più ricattabili?).

Ecco, quella sinistra che non cambia si ritrova a Torino, centro del nuovo scontro. Là, dove la dirigenza Fiat ha deciso di scardinare l’intero corpus delle norme del diritto del lavoro, là dove vige la legge Marchionne – o il lavoro o delocalizzo – circondati da questo scenario di anacronistica lotta di classe, il PD non sa far altro che cedere alla tentazione di schierarsi – con la Fiom o con la Fiat? – procedendo come di consueto in ordine sparso. Mentre Bersani e Fassina elaborano una posizione intermedia che valorizza sia i diritti dei lavoratori che la necessità dell’investimento Fiat, Fassino parla ai giornalisti e dice che lui, se fosse operaio, voterebbe sì al referendum sull’accordo di Mirafiori. In men che non si dica, su di lui tracima il fiume di critiche dell’antipolitica, della mistificazione del PDmenoelle. Fassino operaio? Se non ha mai lavorato! Fassino, diciamolo, è un incandidabile. Qualora vincesse le primarie, la destra si prenderebbe anche la città di Torino. Fassino è il candidato ideale per perderle, le primarie. La teoria di Sartori e di Ceccanti è che alle primarie vince sempre il candidato più radicale. Le primarie mobilitano soltanto coloro che sono più coinvolti nella politica, quindi più radicalizzati: ecco spiegato perché – secondo loro – il PD non ne vince una. A nessuno dei due è venuto in mente che la reale causa è un deficit di percezione degli umori dell’opinione pubblica circa la politica del PD. Candidare Fassino in un momento in cui si chiede rinnovamento è suicidio politico. E’ un atto che dimostra l’autismo politico di cui il PD è affetto.

In questo senso, Tricarico può rappresentare la svolta. Egli stesso è parte del movimento di quelli che chiedono il cambiamento. Il suo ingresso nella disputa torinese viene appena dopo la polemica intervista di Ignazio Marino a La Stampa:

mi viene il dubbio che l’entusiasmo che accompagnò i grandi numeri delle primarie che incoronarono Romano Prodi fosse finto: c’era entusiasmo, forse, perchè l’idea era quella di primarie-plebiscito intorno a un candidato prescelto dal gruppo dirigente. Poi, appena si e’ capito che le primarie potevano anche comportare dei rischi, la musica e’ cambiata (blog Ignazio Marino).

con la nascita del Pd noi avevamo stretto un patto con i cittadini-elettori, promettendo una modernizzazione della politica e una selezione delle classi dirigenti effettuata in base a principi di competenza e con strumenti – le primarie, appunto – che favorissero il massimo della partecipazione. Quel che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti: e si tratta, semplicemente, del tradimento di quell’impegno (Ignazio Marino intervistato da La Stampa, 07/01/2011, p. 7).

Tricarico ha un grande scoglio da superare: le regole. Che per Torino sono diverse da quelle delle altre città e regioni in cui si è votato. Mentre a Milano, Bologna e Napoli i candidati raccolgono adesioni fra la gente, a Torino le 700 firme necessarie per candidarsi devono essere raccolte fra i 3500 iscritti. Un tecnicismo che rende difficilmente scalabile la leadership della coalizione. Tricarico vuol far convergere su di sé tutto il gruppo antitetico alla dirigenza PD: Vendola e le Fabbriche, i Rottamatori, l’area Marino, le Officine Corsare, gli studenti.

E allora mi tocca concludere con questo auspicio: che tutti coloro i quali desiderano, anzi invocano, il cambiamento del PD, tutti quelli che vedono nell’etichetta del pdmenoelle l’esatta rappresentazione del partito, tutti quelli ceh spendono parole e parole nei forum nei blog volendo – sempre a parole – cancellare tutta la dirigenza del PD, agiscano. Ora. Facendo un atto concreto per sostenere Tricarico alle primarie di Torino. Sarebbe, questo, un vero atto rivoluzionario, e agevolerebbe il tramonto di quella classe politica che negli ultimi quindici anni, immutata, ha lisciato il bavero della giacca di Berlusconi.

Segue la lettera di Roberto Tricarico :

LE PRIMARIE A TORINO
Ci sono appuntamenti che non si possono mancare e quello per la scelta del futuro Sindaco della nostra città è uno di quelli che io non intendo perdere. Lo devo prima di tutto alla mia generazione, quella nata nel 1968, quando i nostri padri volevano portare l’immaginazione al potere e oggi insieme ai nostri nonni siedono ancora lì, a spiegarci che siamo ancora troppo giovani. Eppure negli altri Paesi alla mia età si è già in pensione dalla politica ed ha già spazio quella nuova generazione che il Presidente Napolitano ha voluto richiamare come meritevole di attenzione nel suo messaggio di fine anno. Per i nostri ragazzi, il Presidente chiede “nuove possibilità di occupazione, di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale” e dice che in caso contrario “la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia: ed è in scacco la democrazia”. Le persone della mia età possono cedere il passo ed essere al fianco di una candidatura a sindaco che sia espressione della nuova generazione, di un nuovo patto, altrimenti tocca a noi. Lo devo, questo appuntamento, anche a chi, come me, è figlio di immigrati, nato in questa città, quando sui cartelli fuori dalla case stava scritto: “no si fitta ai meridionali”, perché questa ferita si ricucia definitivamente.

Alle primarie intendo presentarmi con la spinta dei cittadini-elettori, iscritti e non iscritti al Pd, con i banchetti, nei mercati e nelle piazze. Molti torinesi già mi conoscono, quelli delle case di via Artom che ho incontrato con il Progetto speciale periferie, come quelli della Falchera, delle Vallette, di San Salvario, di Corso Tazzoli, di via Dina, di Barriera di Milano. Mi conoscono gli inquilini delle case popolari e le associazioni di volontariato che non ci hanno mai lasciato soli. Mi conoscono anche gli altri torinesi, quelli attenti alle tematiche ambientali, alla mobilità sostenibile, all’efficienza energetica, alle nuove tecnologie e alle nuove forme di occupazione. Mi conoscono quelli che mi scrivono in Assessorato e puntualmente ricevono risposta, dalla richiesta di sostituzione dei giochi bimbi nei parchi al disagio dei cantieri.

Comincerò dopo il referendum in Fiat, per religioso rispetto della difficile scelta che gli operai e le loro famiglie stanno per compiere. Ho già avuto modo di dire che comprendo le ragioni del no, perché solo chi è in fabbrica può capire il peso delle nuove richieste dell’Azienda e gli stravolgimenti che possono provocare alla propria vita di relazione. L’investimento promesso dalla Fiat ha certamente una ricaduta positiva in città, ma allora noi tutti dobbiamo essere vicini alla scelta degli operai e non pretendere di riceverne i benefici a totale scapito dei loro diritti.

Io sogno una politica, anche amministrativa, all’altezza delle nuove sfide della tutela dei lavoratori e della produttività delle imprese. Cerchiamo soluzioni per attrarre altri investimenti e consolidare il nostro distretto dell’auto e pensiamo a Torino per un futuro più grande, con più abitanti, con una maggiore quota di popolazione giovanile, con un incremento della conoscenza e dell’uso dell’intelligenza, anche tecnologica, in tutti i settori, dalla mobilità al welfare.

Roberto Tricarico

Afghanistan, Fassino apre sulle bombe. Ma a nome di chi parla? Bersani lo smentisce

Il caso scoppia (è proprio il caso di dirlo) durante il programma di Lucia Annunziata, In 1/2 h. Presenti il ministro della Difesa, La Russa e Piero Fassino (PD). La Russa pare colto da dubbi etici, è giusto o non è giusto negare ai militari italiani in Afghanistan l’uso dei bombardieri? Così il ministro:

In Afghanistan tutti i contingenti internazionali presenti hanno i bombardieri con l’armamento previsto, cioè le bombe. L’Italia no, per mia decisione. Ora, di fronte a quello che sta accadendo, non me la sento più di prendere questa decisione da solo e chiedo alle Camere di decidere (fonte L’Unità).

Il dibattito, anziché orientarsi sulla discussione circa il chiaro malcontento dei militari italiani – “cosa ci stiamo a fare qui”, ha scritto il militare ferito – è incentrato sul solito rimpallo maggioranza-opposizione. Ma Fassino cade nel medesimo errore di sempre, errore che dovrebbe consigliargli una diversa occupazione, piuttosto che questa dannosa perseveranza. Il responsabile Esteri del PD sembra appoggiare La Russa:

È giusto che il Parlamento valuti se l’attuale livello di sicurezza dei nostri soldati in Afghanistan è adeguato o meno (L’Unità, cit.).

Immediata la semplificazione: il PD apre sulle bombe.

Repubblica – Bombe sugli aerei: il PD discutiamone

L’Unità – Fassino: è giusto che il Parlamento valuti la cosa

Corriere della Sera – Disponibilità del Pd: «Pronti a confrontarci, ma vanno esclusi provvedimenti propagandistici»

La Stampa -Fassino: “Sì a dibattito serio in Parlamento”

Possibile che Fassino non abbia pensato prima di parlare? La Guerra in Afghanistan è così incomprensibile per l’opinione pubblica. Si avverte solo che in Afghanistan si muore perché là c’è la guerra. E noi che ci stiamo a fare, che la guerra dovremmo ripudiarla? In Afghanistan non si può parlare più di missione di pace. Basta con questa ipocrisia. Per La Russa non si può nemmeno parlare di ritiro anticipato, poiché si tratterebbe di sciacallaggio politico. Fassino si guarda bene dall’assumere su di sé l’onta dello sciacallaggio, così offre la guancia a La Russa. Ma è davvero così irresponsabile chiedere al governo di rivedere la nostra posizione in Afghanistan? Lo ha detto, con parole non tanto dissimili, ieri Bersani:

Afghanistan/ Bersani:Situazione difficile,riflettere su strategia

Fassino forse durante la diretta si è accorto di aver commesso una grave leggerezza. E cerca invano di correggersi, addirittura ammettendo la sua insipienza in fatto di “cose” belliche:

non essendo in grado di fare una valutazione tecnica non essendo un militare o un esperto di cose militari, mi propongo assieme al mio gruppo parlamentare di fare tutte le valutazioni di merito. Sulla base di queste valutazioni assumeremo in Parlamento al decisione che riterremo più giusta (L’Unità, cit.).

E allora ci è voluto Bersani, intervistato da Fazio per Che Tempo Che Fa, a correggere la mira sbilenca di Fassino. Il rilancio di agenzia è di soli tre minuti fa:

AFGHANISTAN: BERSANI, INVECE CHE BOMBE CHIARIAMO NOSTRO RUOLO

Vorrei che l’Italia invece di decidere su una bomba cercasse di capire meglio la questione e cercasse di decidere l’anno prossimo cosa succede […] I punti fondamentali secondo Bersani sono quattro:

  1. “Quanta credibilita’ ha il ritiro annunciato a meta’ del 2011”
  2. “Cosa succede in Pakistan anche in vista della stabilizzazione dell’Afghanistan”
  3. “Come si coinvolgono i Paesi che in questo momento se ne lavano le mani come la Russia e la Cina”
  4. “Quali sarebbe i compiti degli italiani in una nuova fase di transizione” (AgiNews).

Pur ribadendo che “non si può fuggire dall’Afghanistan”, la posizione espressa dal segretario pare più ragionevole e articolata, più prudente e scettica nei confronti del governo di quella manifestata in maniera scellerata da Fassino, oggi pomeriggio. Il distinguo con le posizioni di Vendola (ritiro subito) rimane, ma con una migliore esposizione comunicativa che invece è mancata a Fassino. Possibile che il PD non riesca a parlare con una sola voce?

Volano i fischi alla festa del PD, vittime Schifani e Marini

Ieri Marini. Oggi Schifani. Se la platea della Festa Democratica Nazionale in svolgimento a Torino è sufficientemente rappresentativa degli umori dell’elettorato del PD, c’è poco da ridere. La base non è arrabbiata, è incazzata (perdonate il linguaggio poco ortodosso).

Capitolo Marini: tutto ha inizio con il botta e risposta con Di Pietro su Dell’Utri fischiato a Como.

“Dell’Utri -sottolinea Marini- ha un problema giudiziario aperto due giudizi ci sono gia’ stati, deve arrivare il terzo, quindi chi decide per lui e’ la magistratura. I politici nelle piazze vanno, vengono fischiati e prendono applausi e devono stare al gioco. Sbagliato e’ dire a uno di destra, di sinistra o che sta inguaiato con la magistratura ‘tu in piazza non ci devi piu’ andare’. Questa e’ una cosa che un partito riformista che vuole andare al governo non puo’ dire. Io ricordo -prosegue- nel ’70 quando si diceva anche a Torino i sindacati non li vogliamo in piazza, questo non si puo’ accettare, non aiuta e non fa diventare maggioranza” (Libero-news).

Naturalmente Di Pietro ha ribadito la propria posizione, ovvero che Dell’Utri deve essere zittito ovunque vada: tu metti sullo stesso piano i sindacati e Dell’Utri, gli ha risposto. Ed è il boato della platea che seguita a prender di mira Marini quando egli espone il progetto del Nuovo Ulivo, aperto a destra (non a sinistra, verso Vendola), aperto all’UDC. Viene da domandarsi se alla festa del PD ci siano tutti – ma proprio tutti – quegli elettori che votarono Bersani alle primarie dello scorso anno: che forse non lo sapevano che il progetto d’alemiano-bersaniano era quello di un’alleanza con Casini? Strano modo di scegliere i propri leader, il non sapere minimamente chee progetto politico portano in dote.

Oggi è toccato a Schifani, ma la contestazione, in questo caso, ha preso una forma diversa. Guardate:

un gruppo di persone, ai margini del palco, ha gridato contro il Presidente del Senato, ma è intervenuta la Polizia e ci sono stati spintoni e prese per i capelli e braccia levate. Opera del Popolo Viola e Grillini, secondo SKYTG24. Ma anche secondo Libero:

Il Popolo Viola e il movimento dei grillini si erano dati appuntamento tramite Facebook alla Festa del Pd di Torino. Obiettivo del raduno: contestare il presidente del Senato, Renato Schifani, atteso in piazza Castello per un dibattito con Fassino, e criticarlo in particolare “sulle sue posizioni sulla mafia vicine a Berlusconi” […] Viola e grillini delusi protestano da dietro le transenne. Urli, fischi e insulti un po’ per tutti: “E’ scandaloso che alla festa di un partito che si definisce democratico – spiega Simonetta, una delle manifestanti – ci lascino fuori. Noi vogliamo semplicemente entrare ed ascoltare e fare delle domande a Schifani sull’attuale situazione politica italiana (Libero-News).

Insomma, la politica italiana si sta trasformando in un tutti contro tutti. E sempre e comunque, la critica diventa insulto, fischio, si trasforma in violenza e privazione, in divisione e denigrazione. Anziché essere il luogo della discussione, la politica diventa lo spazio del conflitto. Conflitto interno alla maggioranza (Berlusconi-Fini), conflitto fra maggioranza e opposizione (Bersani-Berlusconi), conflitto fra le opposizioni (Marini-Di Pietro), conflitto fra le opposizioni (PD-Grillini, Popolo Viola). E se ci pensate bene, il conflitto è sempre implicito alla critica se la politica è intesa come la lotta fra amico e nemico. Una sfera politica, la nostra, ancora affetta da ciò che resta dell’ideologismo in un’epoca in cui l’ideologismo è morto e sepolto, e per questo è arretrata e soffocata nella guerra di bande di privati che lottano per far prevalere il proprio interesse particolare. Al punto che  la volontà generale è sempre più spinta al di fuori di essa, camuffata abilmente mediante la propaganda con l’interesse di uno solo.

Ma l’ipocrisia del potere è tale che l’unica possibilità rimasta per manifestare la propria opinione è l’urlo. Cosa resta della politica in questo paesaggio di rottami post-ideologici? La politica è corruttela, è collusione. L’Italia permette che sullo scranno più alto del Senato sieda un possibile probabile colluso con la Mafia. Un presidente del Consiglio, che in altri paesi sarebbe già condannato per corruzione, fa di tutto per stravolgere l’ordinamento giudiziario e così salvarsi dal giudizio di condanna. L’opposizione organizza teatrini insieme a quel presidente del Senato, appunto sospettato di Mafia, e spiega al proprio elettorato che si deve avere rispetto per la figura istituzionale che esso rappresenta. Di fronte a tutto ciò, di fronte al disfacimento dell’ordine, non solo democratico ma anche valoriale, all’individuo non resta che gridare. Ciò hanno fatto oggi alcuni di essi. Ciò faranno domani, altrove. Finché non basteranno nemmeno più le grida, e allora si sarà già valicato il confine del conflitto civile.

Aggiornamento ore 20.15:

Ame pare un poco modificata, la realtà proposta da Il Fatto Quotidiano. Se Marini è fischiato dal pubblico del PD, Schifani è stato contestato in maniera organizzata da gruppi ben definiti e particolari, soprattutto esterni al PD. E invece loro scrivono ‘rivolta del pubblico ‘. A me pare sbagliato. La base del PD certo non si sarà spellata le mani, e magari avrebbe potuto liberamente fischiare Schifani, senza organizzatori di sorta. Invece, no. Forse che Il Fatto è l’organo di stampa di Grillo? Di fatto, con lo stratagemma di fischiare Schifani mentre siede accanto a Fassino, lo si è spinto nelle braccia del PD, poi, al momento giusto, ecco pronto il titolo che immortala l’abbraccio della vergogna. Il PD sceglie Schifani è un titolo sbagliato (e maligno e furbetto e falloso). Soprattutto perché il PD non finisce con Fassino. E nemmeno comincia.

Il PD: mostro a mille teste. Torna l’opinionismo selvatico.

Ecco di nuovo le mille voci del PD: ognuna parla a nome di tutti pur non conoscendo nessuno.
Per Fassino non dovremmo ricominciare solo da Gramsci. Per Morando il PDL non è una meteora, mentre il PD – che perde voti anche quando non si vota – dovrebbe seguirne la lezione e affrontare il tema del nuovo, abbandonare l’intoccabilità della prima parte della Costituzione, dei sindacati (quindi del lavoro), dovrebbe farsi promotore della contrattazione secondaria (ma certo, aumentando la disparità dei lavoratori e diminuendone il potere contrattuale), adottando la flexsecurity (ma non dice in quale prospettiva, flessibiltà per tutti? vale a dire non dice se della bozza Ichino sia da considerare anche il metodo del layering); dovrebbe smetterla il PD di farsi sostenitore di una magistratura tutt’altro che imparziale. Ma certo, Morando, è esattamente ciò che il PD non ha fatto in questi anni.
E per Nicola Rossi, senatore PD, prodiano, in Italia non c’è spazio per una sinistra liberale, è già fallita, le primarie sono inutili, tutto questo finirà.

Un campionario questo che si offre per meglio indignare e invitare il lettore al cambiamento. Riprendiamoci la politica. Un altro PD è possibile.

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    • cos’è che non l’ha convinta dell’intervista rilasciata da Beppe Vacca a “La Stampa”?
    • «E’ l’affermazione secondo la quale, per fare un forte Pd, dovremmo ripartire da Gramsci, Intendiamoci: per la storia da cui provengo e per il fatto di essere torinese, mi potrebbe anche star bene. Ma noi stiamo costruendo il Pd. E allora, solo per restare a Torino, dico che affianco a Gramsci dobbiamo citare Angelo Tasca e Piero Gobetti, Noberto Bobbio e Vittorio Foa, Piergiorgio Frassati, don Orione e don Cafasso. E’ così, secondo me, che si rilancia e si radica il Pd: unificando una pluralità di culture progressiste».
    • onorevole Fassino: i ministri del governo Berlusconi intendono disertare la vostra festa per la battuta sul “festino” riservata al premier. Non era forse il caso di chiedere scusa e di chiuderla lì?
      «Guardi, mi offre l’occasione per rivolgere un appello ai nostri avversari politici: e l’appello è a recuperare il senso della misura. Una battuta è una battuta, irriverente per definizione. Quella in questione può esser stata più o meno felice, ma non giustifica guerre di religione. Non ci si scusa per una battuta: altrimenti dovremmo pretendere che lo faccia Calderoli, per esempio, che ieri ha definito la nostra festa un funerale. Non è un funerale, naturalmente. Vengano e vedano, partecipino ai nostri dibattiti come è sempre stato: saranno ospiti graditi, accolti con cortesia e ascoltati con attenzione. Ma per favore, con i tanti guai che già ci sono, evitiamo di scatenare tempeste in un bicchier d’acqua».
  • Nicola Rossi. Il senatore Pd è critico sul passato, «Per anni abbiamo infastidito il nostro elettorato», e amaro sul futuro: «Ora la domanda è dove andrà chi come me ha creduto in tutto questo?»

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    • «Romano Prodi spiega puntualmente i problemi culturali della sinistra italiana. Io stesso riconosco di aver commesso questo errore. È assodato: la sinistra italiana ha una cultura impermeabile ai principi liberali. Risulta quindi del tutto ininfluente chi sarà il futuro segretario del Partito democratico. Soffrirà degli stessi problemi di Prodi, perché il centrosinistra, il Pd in primis, non ha mai voluto riempire questo vuoto culturale».
    • Così Nicola Rossi, senatore del Pd e professore di Economia all’Università di Roma
    • Abbiamo commesso un errore. Pensare che questo tipo di cultura si potesse adottare in Italia è stata una speranza mal posta. Da noi una sinistra liberale non era possibile, come lo è ancora meno oggi. Aveva ragione chi ci criticava.
    • Le parole di Prodi dovrebbero essere utili a tutti, non solo a chi ha appoggiato questa via, soprattutto in vista del congresso del Pd.
    • Mi pare però evidente l’invito al Pd a cercare una forma definita, compiuta, che non troverà mai.
    • Nessuna speranza?
      Assolutamente nessuna. Non lo farà perché non lo vuole fare. La sua cultura è sbarrata a ogni possibilità. Lo stesso “grande Liberalizzatore” (Pierluigi Bersani, ndr) dovrebbe farsi qualche domanda a riguardo.
    • A metà degli anni 90 (governo D’Alema, ndr) c’è stata l’illusione di espanderci. La sinistra raccoglieva un 25% dei voti, mentre esisteva un 50% di potenziali elettori. Oggi elettori reali e potenziali hanno la stessa percentuale.
    • è forse il momento, come scrive Piero Sansonetti, di rifondare un centrosinistra?
      Qualsiasi cosa accada, nel caso si aprano nuove alleanze, un nuovo movimento politico di sinistra soffrirà di queste ultime, perché saranno loro a dettare la linea culturale all’interno della coalizione.
    • Mi viene in mente una frase di D’Alema detta durante una trasmissione televisiva a metà degli anni 90. “La sinistra dovrebbe smettere di attaccare i manifesti o organizzare feste, dovrebbe pensare a governare”.
    • La scelta su chi sarà il nuovo segretario del Pd è del tutto ininfluente. Non cambierà le cose. Lo ripeto: il problema è la cultura stessa del Pd. La domanda che dovrebbe pormi ora è dove finiranno coloro che hanno creduto in tutto questo.
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    • Perché il consenso verso Berlusconi e il centrodestra si mantiene stabile, malgrado il discredito provocato dagli scandali di cui il leader del Pdl è protagonista?
    • concentrarsi sul tentativo di rispondere a questa domanda, piuttosto che sull’individuazone del partner “giusto”
    • perché – mentre Berlusconi annaspa nel guano dei suoi scandali – i cittadini delusi non rivolgono con fiducia lo sguardo verso il Pd? E ancora: perché, in un anno, il Pd ha perso quattro milioni di voti, mentre il Pdl non ne ha guadagnati, anzi ne ha persi a sua volta un bel po’?
    • sarà bene riconoscere una volta per tutte che Berlusconi – con la nascita del Pdl, partito egemone alleato della Lega, cui nessun dibattito ferragostano può conferire la centralità che non ha – non è un’anomalia, un incidente di percorso, una parentesi nella storia politica italiana, destinata a chiudersi senza lasciare grande traccia di sé
    • Berlusconi e il centrodestra di cui è leader hanno saputo interpretare la crisi italiana post ’89 meglio di quanto abbiamo saputo fare noi del centrosinistra e hanno fornito una risposta di tipo populistico-conservatore ai principali problemi del Paese
    • È una risposta «confusamente, ma spesso efficacemente vocata al cambiamento
    • Sono parole di De Giovanni (A destra tutta, Marsilio, Maggio 2009), che così conclude questa parte del ragionamento: «… il centrodestra sembra essersi collocato nella corrente giusta, perché cerca di star vigile su tutte le crepe che si sono aperte nel vecchio sistema egemonico
    • Se si vuole che la reazione sia adeguata, è dal cambiamento che vogliamo per l’Italia che dobbiamo ripartire. Le alleanze presenti e future le misureremo con questo metro. Sapendo che – in ogni caso – moltissimo (quasi tutto) dipenderà dal Pd.
    • se quest’ultimo fosse davvero in grado di rompere con quello che De Giovanni chiama «il vecchio sistema egemonico», che «spinge alla conservazione delle sue dominanti: l’intoccabilità della prima parte della Costituzione; … l’insediamento nella varie corporazioni sindacalizzate;… un rapporto con la magistratura che confonde la sua indipendenza con la sua assoluta discrezionalità…; la difesa del parlamentarismo incapace di decidere; il sedersi su sistemi di potere locale che hanno anche dissipato denaro pubblico…».
      • L’intoccabilità della prima parte della Costituzione? Sarebbe questo ciò che frena il PD? Sarebbero le corporazioni sindacalizzate, la magistratura che non è veramente indipendente? Ma cosa scrivono? E’ esattamente questo che è MANCATO. E’ mancata la difesa della costituzione, è mancata la difesa del sindacato – e del lavoro – oggi diviso, è mancata la difesa della magistratura e della giustizia. Su questi temi il PD ha fallito, poiché ha fatto esattamente come si propone in questo – folle e miope – articolo. – post by cubicamente
    • Perché il Pd non riesce ad approfittarne? Perché appare più preoccupato di rappresentare “minoranze” minacciare dagli interventi confusi del Governo che di rappresentare la maggioranza degli italiani, almeno potenzialmente interessata a un cambiamento ispirato ai suoi valori
    • Constatati gli effetti della crisi, è venuto o no il tempo di una radicale riforma del modello contrattuale, che esalti la contrattazione di secondo livello; e dell’adozione di un sistema di flexecurity secondo le precise proposte di Ichino (quelle, non “quasi” quelle, ché non si sa cosa vuol dire)?
    • Il sistema politico-partitico uscito dal voto del 2008 – due coalizioni che competono per il governo, ciascuna organizzata attorno a un partito perno – merita di essere consolidato, con apposite riforme costituzionali e dei partiti, o è un’anomalia da superare?
    • E se si preferisce il suo consolidamento, le necessarie riforme istituzionali debbono essere realizzate in primo luogo attraverso una convergenza tra Pdl e Pd, o costruendo prima un accordo tra “le opposizioni”?

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