Cafasso e Brenda, i morti “casuali”. La vicenda Marrazzo e i delitti imperfetti.

Cafasso è balzato agli onori della cronaca come il pusher di Marrazzo, o il pusher dei trans. Peccato che allo scoppiare dello scandalo che ha deposto il governatore del Lazio, Cafasso fosse già morto. Di infarto, secondo le prime valutazioni. Pare fosse andato in overdose. Qualcuno ha ipotizzato suoi legami con l’ndrangheta e la camorra, se non altro per la zona di approvvigionamento: sud del Lazio, zona Fondi. A Fondi opera l’ndrangheta. Fondi è un centro nevralgico per il mercato ortofrutticolo: vi risiede il secondo più grande centro di smistamento di prodotti ortofrutticoli d’Italia – l’altro è in Sicilia. Marrazzo, lo scorso agosto, decise di rimuovere il presidente del Mof (Mercato Orto-Frutticolo) di Fondi, Giuseppe La Rocca. Subito la protesta del presidente della provincia di Latina,Armando Cusani, secondo il quale la sostituzione è una manovrina per accontentare i Comunisti Italiani e – di fatto – la prosecuzione della colonizzazione della provincia da parte della rappresentanza istituzionale della regione. La sostituzione è stata considerata "uno smacco per tutta la provincia" – sono le parole di Cusani – e male si giudicava l’intenzione manifestata in Regione di acquistare azioni deli’Imof, la società che gestisce gli immobili del mercato per cui negli anni sono stati spesi 75 miliardi della Cassa Mezzogiorno, una vera macchina mangia soldi statali.
Non a caso, a Fondi il consiglio comunale è fortemente influenzato dalla criminalità organizzata. Anzi, la penetrazione dei clan dell’ndrangheta è assolutamente certa. Nota a tutti è la vicenda del mancato scioglimento del consiglio comunale nonostante l’allucinante vicenda che vede coinvolti un ex assessore di Forza Italia, Riccardo Izzi, finito in carcere insieme a diversi dirigenti comunali e a due esponenti della ‘ndrangheta – Venanzio e Carmelo Giovanni Tripodo (reclusi in regime di 41 bis)- che secondo i magistrati antimafia si sono avvalsi delle amicizie politiche e del loro background criminale per imporsi all’interno del mercato ortofrutticolo di Fondi, stabilirne i prezzi e le condizioni di vendita.
E Brenda? Cafasso teneva "per le palle" mezza Roma. Doveva vendere il video di Marrazzo, in fretta, altrimenti lo avrebbero fatto fuori. Poi il video è finito nelle mani dei carabinieri infedeli, di cui Cafasso era informatore. Quei video valevano decine di migliaia di euro. Per Marrazzo si è parlato di cinquantamila. O forse più. Brenda disse di averli cancellati. Forse non era roba sua. Forse li ha cancellati, ma chi li aveva richiesti ora li vuole indietro. Sono andati a bussare alla sua porta, oppure no. L’hanno drogato, derubato del palmare, poi hanno dato fuoco alla sua valigia. Oppure no. La verità è ancora molto lontana, e per Marrazzo si annunciano nuovi scoop.

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Schizzi di fango: la macchina del tritacarne politico. Con il caso Marrazzo il potere si fa violenza.

Un’altra interpretazione del caso Marrazzo, questa, che riprende le intuizioni di Santoro a Annozero e capovolge le suggestive analisi de L’Unità di stamane, riprese da Yes,political! pur non senza qualche dubbio. Oppure, viceversa, le due narrazioni sono collegate. Solo riferite a tempi diversi.
In ogni caso, Repubblica si rifà al modello classico della purga mediatica, quella per così dire alla Watergate. Travaglio ne ha già fatto un altro post molto significativo che specifica meglio le date e prova ardite – ma neppure tanto – sovrapposizioni fra il caso Marrazzo e l’avvicendamento dei direttori al Giornale e a Libero (Feltri in cambio di Belpietro).
La trama vede gli interessi contrapposti, gli editori in conflitto d’interesse, la Tosinvest di Angelucci, editrice di Libero (le giornaliste che entrano in contatto con Cafasso sono guarda caso di Libero), Mondadori e Mediaset, ovviamente, sulle quali agisce incontrastato Alfonso Signorini. Il Deus Ex Machina della stampa scandalistica in Mediaset. Si dice che sia lui a governare tutta l’editoria di Mr b. Lui il fornitore di dossier al veleno. E Angelucci è pure il magnate della sanità privata nel Lazio. Guarda caso Marrazzo era il commissario straordinario alla sanità, nel Lazio. Tolto lui, tolto l’impedimento?
Quel che pare evidente è l’assenza di qualsiasi remora: il video arriva a Milano e viene fatto oggetto di trattativa. L’unico loro dubbio è dove, non se pubblicarlo. I carabinieri gli hanno sottratto il colpo in canna e ora forse riusciranno a ricostruire tutta la vicenda. Fatto è che Marrazzo era scomodo per molti. E molti sapevano delle sue debolezze. E’ bastato poco per metterlo spalle al muro e tirargli già i pantaloni.
Questa macchina del tritacarne politico ha molto a che fare con le purghe staliniste: espone al pubblico ludibrio, mette alla sbarra della moralità con capi d’accusa inventati o estorti con la forza. Loro usano il processo mediatico come l’olio di ricino. Usano la purga per ripulire dagli oppositori, o per ammorbidirli e tenerli sotto scacco.

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    • Le cose stanno così. Quei carabinieri che aggrediscono Piero Marrazzo in un appartamento privato, in compagnia di un viado, non sono canaglie a caccia di un bottino.

    • Non stanno preparando un’estorsione contro il governatore. Stanno raccogliendo il "materiale" per un ricatto che sarà utilizzato da altri, in altro modo, in un’altra città, con un altro obiettivo da quello del denaro

    • Sono canaglie che forse bisognerà cominciare a definire rat-fuckers, come si chiamavano tra loro, orgogliosi, gli operativi dell’affare Watergate

    • Schiacciano con violenza Marrazzo contro un muro. Lo obbligano a calarsi i pantaloni. Lo fotografano. Trasferiscono il video a Milano.

    • E’ Milano, con la sua industria editoriale, la scena del delitto

    • è solo lì che quelle immagini possono trovare la mano che le pubblica

    • Che cosa succede? Qualcosa che – niente di più, niente di meno – si può leggere nei manuali di un "assassino politico"

    • Il political hitman deve uccidere ma non lasciare la sua impronta. Così si deve "provocare una fuga di notizie verso i media rimanendo al di fuori della mischia mentre l’avversario viene tempestato da rispettabili giornalisti"

    • Accade nel nostro caso. Le immagini vengono proposte a Oggi. La direzione (Andrea Monti, Umberto Brindani) le rifiuta. Bisogna venire allo scoperto, allora. Accettare il rischio di compromettersi. È questo il momento in cui la scena s’illumina e appaiono al proscenio i protagonisti, le comparse, il mattatore

    • Nel primo atto, il protagonista assoluto è Alfonso Signorini. Che soltanto una irresponsabile ingenuità potrebbe far definire semplicemente "il direttore di Chi". A leggere le testimonianze di un carabiniere canaglia, di un fotografo, della titolare della Photo Masi che ha l’incarico di commercializzare il video del ricatto, Signorini è il padrone del gioco. Riceve in Mediaset e tratta in Mondadori. Dispone per l’intera gamma dei periodici del gruppo editoriale. Lo dice con chiarezza, nei giorni successivi, informando costantemente Silvio Berlusconi.

    • E’ esplicito uno dei carabinieri canaglia, Antonio Tamburrino: "A me fu detto che Signorini ne avrebbe dovuto parlare con Silvio Berlusconi".

    • E’ un fatto che Signorini è il playmaker in quella compagnia e nell’affaire. Consiglia, indica, sollecita.

    • Combina non soltanto le scelte dei direttori dei media berlusconiani, sovraordinato a Vittorio Feltri, capataz del giornale di famiglia, ma anche delle testate del gruppo Angelucci (Libero, il Riformista).

    • Organizza un incontro di Photo Masi con il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, il 12 ottobre

    • Due giorni dopo, Signorini combina un breafing tra Carmen Masi e Angelucci. Dice la Masi: "Angelucci visiona il filmato, si dimostra interessato, promette una risposta entro le ore 19 della stessa sera. Ho informato Signorini. Verso le 17, mi ha contattato telefonicamente. Mi ha detto di fermare tutto perché Panorama era molto interessato al tutto e dovevano decidere chi doveva pubblicare il tutto".

    • Mente dunque Signorini quando, con voce rotta di falso sdegno, protesta (è storia di qualche giorno fa) che "lui e soltanto lui ha deciso di non pubblicare le immagini di Marrazzo"

    • Sua è la guida della "macchina"

    • Chi ne decide direzione, percorso e velocità non è Signorini. E’, come appare chiaro nel secondo atto di questa vicenda, Silvio Berlusconi, il mattatore

    • Sa del video, lo vede, lo valuta. Misura le convenienze per due settimane (5/19 ottobre)

    • Il 19 ottobre, l’imprevisto. Lo informano che i carabinieri sono a caccia di un "video del presidente". Berlusconi comprende che non può starsene con quelle immagini sul tavolo: il "presidente" non è lui, ma quel disgraziato di Marrazzo

    • Lo chiama, gli dice che deve comprarselo in fretta, il video. Signorini lo aiuterà, ma – se è vero quel che riferisce lo staff del governatore a Esterino Montino (oggi governatore vicario) – aggiunge: "Rivolgiti a Giampaolo Angelucci, ti libererà dai guai"

    • Con quella mossa, sa di poter avere in futuro la piena disponibilità del destino di Marrazzo.

    • consegna il governatore, commissario straordinario alla sanità, al maggiore imprenditore regionale della sanità privata

    • Sempre ci sono anche gli affari, propri e degli amici, nelle manovre del capo del governo

    • Non è il solo contatto del premier con Marrazzo. Il 21 ottobre, il Cavaliere comunica al governatore che è tutto finito, i carabinieri sono ormai in azione, hanno arrestato i furfanti e stanno perquisendo la redazione di Chi

    • Esterino Montino, che è lì accanto a lui, vede Marrazzo sbiancare come per un malore

    • Le immagini, estorte con la violenza in un appartamento privato, vengono consegnate a un alto funzionario (Signorini) di un sistema editoriale (Mondadori, Mediaset e indirettamente Tosinvest di Angelucci) governato direttamente da un proprietario che è anche presidente del consiglio

    • L’affaire Marrazzo non è una storia di sesso e il sesso non è il focus della storia. L’affaire ci espone, nei suoi ingranaggi, una "macchina del fango" di cui già avevamo avvertito la pericolosità.

    • E’ la "macchina del fango", il cuore di questa storia. Il sesso l’alimenta. Le abitudini private di un ceto politico, amministrativo, professionale, imprenditoriale sono o possono diventare il propellente di un dispositivo di dominio capace di modificare equilibri, risolvere conflitti, guadagnarsi un silenzio servile, azzittire e punire chi non si conforma

    • L’affaire Marrazzo svela, come meglio non si potrebbe, le pratiche e le tecniche di un potere che, per volontà e per metodo, abusa di se stesso mostrandosi come pura violenza.

    • Berlusconi in luglio riordina le idee e lancia la "campagna di autunno". Cambia squadra. Vittorio Feltri al Giornale. Belpietro a Libero. Signorini su tutti.

    • Gli avversari, veri o presunti, sono colpiti come birilli. Accade al giudice Mesiano, spiato e calunniato dalle telecamere di Canale5. Accade al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all’imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, minacciato di "uno scandalo a luci rosse" perché responsabile di un civile dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle dipinta come un’adultera. È accaduto ora a Marrazzo, ma quanti ora temono che possa accadere anche a loro?

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Il filo unico. Marrazzo, la scomparsa di un pusher, l’ombra della Camorra, il caso Fondi.

Marrazzo era un abitué, forse non tanto dei trans quanto della coca. ipotesi. In ogni caso, andava in via Gradoli con mazzette di denaro, sino a 15000 euro per volta. Anche in pieno giorno. Era, si dice, in buoni rapporti con un pusher di nome Cafasso, un omone obeso, detto anche “il pusher dei trans”. Cafassi è stato trovato morto in un albergo il 12 Settembre scorso. E’ lui che ha cercato di vendere il video di Marrazzo alle croniste di Libero per 500mila euro. Aveva detto loro di “essere nei guai”. Cafasso è originario del pontino, del basso Lazio. Fondi è il comune mafioso del sud del Lazio. La zona è di competenza della ‘ndrangheta. Forse Cafasso prendeva la droga da loro. Poi qualcosa è andato storto, ha messo in mezzo Marrazzo. O forse i malavitosi del mercato ortofrutticolo si sono visti pestare i piedi da questo politico – Marrazzo ha nominato un nuovo direttore del mercato ortofrutticolo, un tecnico, e sempre a Fondi aveva negato un’altra nomina in una società che gestisce gli immobili dello stesso mercato ortofrutticolo. Sapevano frose delle sue compromissioni con il Cafasso e il mondo parallelo di Via Gradoli. Forse il Cafasso era stato costretto a vendere il video. Della sua fine si sa poco. Arresto cardiocircolatorio. Delle altre due trans non c’è traccia. La storia di Marrazzo è ben più grave di quel che si pensi.

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    • Cercavano la droga e un boss latitante, sono inciampati nel telefono di un collega carabiniere e poi precipitati nel video sex di Marrazzo.

       

    • La rovina dell’ex governatore del Lazio comincia quando gli investigatori del Ros, verso la metà di settembre, seguendo una pista di narcotraffico e di criminalità organizzata ascoltano una frase: “Dobbiamo vendere il video del Presidente

       

    • Da tredici anni i militari del Ros danno la caccia ad Antonio Iovine, 45 anni compiuti meno di un mese fa, vicerè dei Casalesi ancora a piede libero insieme con Michele Zagaria, l’altra primula rossa della criminalità organizzata del casertano.

       

    • A settembre, poco prima che venga intercettata la frase sul «video del Presidente», un’informativa dei carabinieri di Caserta avvisa che ‘o Ninno (Iovine), potrebbe aver trovato rifugio per la sua latitanza nel tratto di territorio che va dal litorale domitio fino al golfo di Gaeta, il sud pontino, il basso Lazio

       

    • originario di Sperlonga, è proprio Gianguarino Cafasso, il pusher dei trans, in stretto contatto con Marrazzo e confidente dei carabinieri della compagnia Trionfale: colui che secondo i verbali degli arrestati aveva soffiato la presenza del Governatore in via Gradoli.

       

    • Cafasso è anche l’uomo che, hanno raccontato le croniste di Libero Brunella Bolloli e Fabiana Ferri, il 18 luglio le contatta e offre il video di Marrazzo per 500 mila euro. «Ho bisogno di questi soldi, la mia vita è in pericolo» dice loro in modo confuso.

       

    • è stato trovato morto il 12 settembre in una stanza d’albergo della Capitale. Arresto cardiocircolatorio, diceva il referto redatto dalla polizia. Overdose, è molto probabile. «Grossi problemi di salute, pesava 200 chili» dicono oggi gli investigatori.

       

    • I quali però hanno deciso, su indicazione dei magistrati, di «fare verifiche sul fasciolo di Cafasso». Andare a vedere meglio e più a fondo di cosa è morto, come, perchè. Anche la sua abitazione sarà analizzata meglio.

       

    • esistevano rapporti tra i Casalesi del basso pontino e Cafasso? Era, per dirla in chiaro, colui che garantiva copertura, ad esempio, nel ricco mercato dei trans? E poi, che rapporti c’erano tra Cafasso e Marrazzo?

       

    • Qualcuno bisbiglia oggi che tra i due ci fosse «un rapporto diretto». Certo è che le visite di Marrazzo in via Gradoli, così frequenti, spesso di mattina, e con così tanti soldi (5 mila ma forse anche 15 mila in mazzette da 500) farebbero ipotizzare visite più legate al bisogno di consumare droga che al sesso.

       

    • Cafasso non può più parlare. Brenda e Michelle, altri due trans frequentati da Marrazzo in via Gradoli, non sono più stati trovati.

       

    • I 4 carabinieri cercano di allontanare da sè il maggior numero di responsabilità: il video, per esempio, lo avrebbe girato Cafasso (il gip non ci crede e lo addebita a loro).

       

    • I trans parlano, anche troppo, ma le loro parole vanno riscontrate una per una. Marrazzo dovrà dire molto perchè finora ha detto poco e in modo confuso.

       

    • torniamo al sud pontino controllato dai clan: il governatore tra agosto e settembre ha dato qualche dispiacere a chi gestisce gli affari in quella zona

       

    • A fine agosto, nonostante le resistenze, ha fatto nominare un nuovo direttore del Mercato ortofrutticolo, un tecnico in grado di tenere i clan lontano dagli affari del mercato

       

    • Due settimane fa, sempre a Fondi, aveva detto no ad un’altra nomina importante che vede coinvolti Mof e Imof, la società che gestisce gli immobili del mercato per cui negli anni sono stati spesi 75 miliardi della Cassa Mezzogiorno

       

    • Il no di Marrazzo è stato ignorato. Dopo pochi giorni lo hanno chiamato i carabinieri. E la sua vita politica è finita per sempre.

       

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Ricatto o killeraggio, Marrazzo può non essere l’unico. Il Corona style applicato ai viados.

Pensate a una piramide. Alla base, la bassa manovalanza, i ricattatori, i violatori di privacy, che nel caso Marrazzo erano pure carabinieri – nei primi giorni scrivevano i giornali di una “banda di carabinieri”, e chi ricorda la Uno bianca ha avuto qualche brivido – e al vertice risiede un grande coordinatore nascosto, in grado di manovrare i dossier scottanti come egli stesso vuole. Una applicazione del modello Corona, oggi alla sbarra, fatto di foto o video frutto di pedinamenti e intrusioni nella sfera privata della persona. Il caso Boffo è stato il primo di una serie di linciaggi a mezzo stampa. Anche in quel caso è stata paventata l’omosessualità del soggetto. Il giudice Mesiano è stato osservato di nascosto mistificandone il comportamento come i nazisti fecero nel ghetto di Varsavia con gli ebrei in un terribile documentario. E infine il caso Marrazzo, certamente facilitato dalla condotta discinta del governatore del Lazio, ma provocato dalla irruzione in un domicilio privato, quindi da un abuso ordito da presunti carabinieri in cerca di soldi facili.
Entrambi i casi hanno aspetti inquietanti e similari, in primis l’effetto di aver fatto fuori dallo scenario pubblico i personaggi colpiti, (Boffo e Marrazzo, nel caso Mesiano questo non è accaduto, ma si presume che l’intento fosse il medesimo). Oppure l’esser riusciti a farli passare per pazzi o sessualmente deviati. Uno scenario che ha a che fare da vicino con le purge staliniste. Il nemico politico veniva annientato sottoponendolo a giudizio in processi farsa. Quella attuale è la variante mediatica della purga: al processo si sostituisce la gogna, all’accusa di essere dei cospiratori la vergogna di veder esposte alla luce del pubblico le proprie miserrime vicissitudini private. Dell’uomo vengono mostrate le meschinità del corpo, e l’effetto di demolirne l’immagine pubblica è raggiunto.

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    • Tra le tante cose che non tornano del caso Marrazzo ci sono anche le date in cui il video è stato visionato dal direttore di “Chi”, Alfonso Signorini

       

    • ha confermato di aver visto le immagini del governatore del Lazio con una trans: “Effettivamente una decina di giorni fa dall’agenzia fotografica Masi mi è stato proposto”

       

    • A Il Fatto risulta che Signorini visiona il filmato il 5 ottobre, almeno dieci giorni prima di quanto dica

       

    • Signorini, come lui stesso ha confermato a Skytg24, avverte Marina Berlusconi e l’amministratore delegato della Mondadori, Maurizio Costa, ma smentisce di aver parlato con il premier

       

    • «Le foto mi sono state offerte dall’agenzia fotografica Masi alla modica cifra di 200 mila euro trattabili e non appena ho visto le immagini – ha spiegato ritenuto che non fosse assolutamente il caso di renderle pubbliche, né di acquistarle…. Credo proprio sia vero che Berlusconi abbia contattato Marrazzo, ma non sono stato io ad avvertire Berlusconi»

       

    • Questa la sua versione ieri, nella giornata in cui uno dei vice direttori di “Chi”, Rita Pinci, è stata licenziata (stessa sorte era capitata nello scorso luglio a Paola Bergna, photoeditor, non proprio in linea con la direzione di Signorini)

       

    • La comunicazione alla Pinci è arrivata a mezzogiorno, un quarto d’ora dopo è stata direttamente “accompagnata” fuori dalla Mondadori

       

    • Chi è l’unico giornale che ha ottenuto una copia del filmato di Marrazzo per visionarlo, non era stato possibile né per Oggi né per Libero

       

    • Il settimanale della Rizzoli è stato il primo giornale a cui la Photo Masi si è rivolta

       

    • Umberto Brindani: “Sono stato contattato nella prima metà di agosto da Carmen Masi

       

    • Ha chiamato subito me perché c’è un rapporto di fiducia, è un’agenzia molto seria con cui lavoro da anni

       

    • mi proponeva un video che ritraeva il governatore Marrazzo con un trans, mi ha detto anche che su un tavolo si vedevano strisce di cocaina e denaro

       

    • Rientrato dalle vacanze il direttore Andrea Monti, decidiamo di comune accordo di mandare il nostro cronista più esperto, Giangavino Sulas

       

    • incontra due dei quattro carabinieri arrestati, ma quel giorno non rivelano certo la loro identità

       

    • va il primo di settembre a Roma

       

    • gli mostrano il video

       

    • Sulas li avverte che deve parlare con Monti e con me prima di qualsiasi decisione

       

    • L’inviato di Oggi torna a Milano il 2 settembre e racconta quanto visto a Monti e Brindani che nel giro di una paio di giorni rifiutano di aprire qualsiasi trattativa

       

    • c’è di mezzo la vita di un uomo

       

    • non era pubblicabile per violazione della privacy e per probabile violazione di domicilio

       

    • non avevamo potuto parlare con il transessuale e non era chiaro che il video fosse autentico

       

    • Per noi la vicenda era archiviata

       

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    • Indagini a tutto campo. Anche e soprattutto per accertare se oltre a Piero Marrazzo, ormai ex presidente della Regione Lazio, sotto ricatto c’erano altri personaggi famosi

       

    • Politici, attori, calciatori, nomi sussurrati dagli stessi trans dell’ormai famoso appartamento di via Gradoli

       

    • Nomi che però non risulterebbero allo stato agli atti dell’inchiesta, nè nelle intercettazioni

       

    • il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Rodolfo Sabelli stanno passando al setaccio almeno tre rapine compiute la scorsa primavera da sedicenti carabinieri ai danni di transessuali

       

    • Verifiche ci sono anche per stabilire chi portava la cocaina nel corso degli incontri, chi la cedeva e chi la comprava

       

    • Altri accertamenti invece riguardano i soldi, tantissimi, usati per pagare i transessuali che, per un rapporto «con coca», chiedevano anche 5.000 euro

       

    • Ma anche i soldi che avrebbero percepito i quattro carabinieri arrestati sempre frutto di altri ricatti

       

    • non ci sono accertamenti in corso su Marrazzo

       

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Marrazzo si è dimesso, Rutelli se ne va, e Mills mai in galera.

L’atto di killeraggio politico che ha colpito Piero Marrazzo ha avuto il suo primo effetto, le sue dimissioni. Signorini, il direttore del MinCulpop berlusconiano, ha avuto il video di Marrazzo fra le mani e ha prontamente avvisato il finto-premier. E Mr b non ha esitato a consigliare a Marrazzo il suo acquisto. Mr b è in grado di vendere qualsiasi cosa.
Marrazzo, si dice, si è rinchiuso in un istituto religioso. Alla ricerca di se stesso. Ora, dice, nello stato in cui è non può essere utile ai cittadini del Lazio. Forse non lo è stato neanche prima.
Intanto è già tempo di "doparie": Rutelli prepara i bagagli, ma neppure oggi ha dato il grande annuncio. Non è ancora ora di far nascere la Kadima italiana (Kadima è il partito di Nethanyau in Israele, partito che fu fondato da Ariel Sharon, famoso per aver rotto il bipolarismo israeliano fra il partito laburista e il Likud, il partito conservatore). Ebbene, Rutelli ha ansia di passare alla storia come colui che ha eliminato ogni ombra e sospetto di bipolarismo in Italia. Come Kadima, anche la Cosa di Rutelli e Casini, forse Fini e Montezemolo, stringerà accordi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Si chiamerà il partito della Convenienza, poiché essa sarà il suo vero principo ispiratore.
Con il suo addio, forse il PD si libererà anche della pletora cleriacale dei cosiddetti "teodem": di fatto si potrà dichiarare conclusa l’esperienza della sintesi fra il socialismo riformatore e la correntona di sinistra della vecchia e arci defunta DC. A sinistra-sinistra si affrettino, poiché sul carrozzone a tre posti che Bersani ci preparerà in vista delle politiche del 2012 (se la Lega e Tremonti non fanno lo sgambetto a Mr b) c’è un posto libero fatto apposta per loro.
Mills. Condannato in appello per corruzione. Difficilmente la Cassazione ribalterà il risultato. Il corruttore? Latita, ma verrà presto prescritto.

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    • Dopo 4 ore di camera di consiglio, la seconda sezione della Corte d’appello ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi nei confronti dell’avvocato inglese David Mills per corruzione in atti giudiziari.

    • Confermato anche il risarcimento alla presidenza del Consiglio, costituitasi parte civile, pari a 250 mila euro.

    • Secondo la sentenza di primo grado, il legale avrebbe ricevuto 600mila dollari da Silvio Berlusconi per essere un testimone reticente in due processi nei quali era imputato il presidente del Consiglio, quello su "All Iberian" e quello sulle tangenti ad uomini della Guardia di finanza.

    • il procedimento a carico di Berlusconi ricomincerà, anche se davanti a un altro collegio rispetto a quello che aveva inflitto a Mills la condanna in primo grado. Questo collegio, infatti, è incompatibile e di conseguenza si dovrà tenere una apposita udienza nella quale i giudici presieduti da Gandus "si spoglieranno" del processo che sarà assegnato ad altri giudici. Difficile che si arrivi a un verdetto definitivo entro aprile 2011, quando anche per il premier scatterà la prescrizione.

    • Mentre i legali di Mills annunciano il ricorso in Cassazione, comincia la corsa contro il tempo per evitare la prescrizione. Per l’avvocato inglese questa scatta nell’aprile del 2010 perchè nel 2000 ebbe la disponibilità dei 600mila dollari ritenuti prezzo della corruzione. Secondo la Corte d’appello, che anche in questo ha accolto le tesi dell’accusa, non decorre da prima che deponesse nei due processi ‘incriminati’, nel ’97 e nel ’98, cosa questa che renderebbe il reato "abbondantemente prescritto".

    • I giudici, proprio per permettere una sentenza definitiva il prima possibile, entro 15 giorni renderanno note le ragioni del verdetto e da quel momento gli avvocati di Mills avranno 30 giorni per presentare ricorso. Anche nel caso di una condanna in via definitiva, grazie all’indulto, Mills non andrà in carcere.

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    • Non dice in modo diretto "me ne vado". Ma di fatto per Francesco Rutelli oggi è il giorno dello strappo dal Pd. Prima sussurrato, poi reso sempre più esplicito.

    • Manca l’ufficializzazione, ma probabilmente non c’è bisogno. Da Milano, durante la presentazione del suo libro, le parole l’ex leader della Margherita che pronuncia non lasciano margini di dubbio: "Occorre iniziare un percorso diverso, con persone diverse. Davanti a noi c’è un altro tragitto". E, si capisce, un altro partito.

    • Per il presidente del Copasir si apre la strada di un raccordo con Casini, Pezzotta e forse con quell’aggregato centrista che sogna Luca Cordero di Montezemolo. Un nuovo partito che non può essere il Pd che, con l’elezione di Bersani, "ripropone strade del passato".

    • Rutelli (che in in 30 anni è passato per quattro partiti, Radicali, Verdi, Margherita e Pd)

    • "Il centrodestra è diventato destra e il centrosinistra con il Pd, alleato con l’Idv, ripercorre strade del passato. C’è poi la Lega al nord ed è prossima la nascita di un partito del Sud, un cambiamento dello scenario politico italiano di fronte al quale un centrosinistra non avrebbe parole da spendere e finirebbe in minoranza"

    • l’interrogativo è questo. Capire quanti si accoderanno alla scelta rutelliana. Quantificare quanti si getteranno nella creazione del "Grande Centro" o "Kadima italiano"

    • Quante truppe hanno Rutelli e i suoi? E’ questa, forse, la vera questione su cui il Pd, alle prese con una campagna elettorale difficile, dovrà interrogarsi

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    • Piero Marrazzo si è dimesso. "Basta, voglio chiudere, non avere più alcun contatto con la mia vita politica", avrebbe detto ai collaboratori annunciando la decisione di lasciare l’incarico di Governatore dopo lo scandalo del video

    • "Le mie condizioni personali di sofferenza estrema non rendono più utile per i cittadini del Lazio la mia permanenza alla guida della Regione. Comunico con la presente le mie dimissioni definitive e irrevocabili"

    • I tempi per il voto. Dalle dimissioni al voto passeranno 135 giorni, 90 per i decreti di indizione dei comizi elettorali e 45 per indire i comizi. Si potrebbe andare alle urne a metà marzo ma non è escluso che le elezioni si tengano il 28-29 marzo in coincidenza con l’Election Day fissato dal governo.

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Da cosa difendersi? Da Marrazzo o dalle bande di carabinieri?

Marrazzo, il governatore del Lazio, si autosospende dalla carica dopo essere stato investito dallo scandalo trans-ricatti e bande di carabinieri. Marazzo paga il non essersi difeso da chi lo voleva già incastrare nel 2005 (ai tempi si trattò di uno spionaggio politico a fini elettorali, con interessi in gioco da parte di Storace e forse anche altri personaggi rimasti in ombra). Paga il fatto di non essere stato in grado di contenere la propria ingombrante sfera privata nell’ambito della normalità, pur triste e scialba che sia. Anziché annunciare che "è tutto falso", avrebbe fatto meglio a dire "mi ricattano, non posso più stare al mio posto, non sono più sereno", e farsi da parte subito, senza indugio. Ha rimediato oggi, con la formula dell’autosospensione, che perlomeno salvaguarda il partito da altre ulteriori prove elettorali, per il momento. Forse non era pienamente consapevole del suo ruolo e della sua posizione. Nessuno qui contesta il fatto che abbia, o abbia avuto, rapporti con trans. Avrebbe dovuto agire nella trasparenza, fare "outing": molti l’avrebbero stimato lo stesso, forse anche di più. Ora ci risparmi piagnistei pubblici, attacchi politici o scuse mediatiche: si impegni, magari, per l’affermazione dei diritti di lesbiche, gay, trans, e bisessuali. Meglio che staccare assegni da ventimila euro.
Della notizia, questo era l’aspetto meno rilevante. Poiché lascia esterrefatti, più che lo scandalo sessuale, sentir parlare di bande di carabinieri, che se ne vanno in giro per i palazzi romani, entrano nelle case private, spargono bustine di cocaina e ti filmano in mutande. Il tutto per ricattarti e vendere il video alle agenzie specializzate in macelleria gossippara (Corona docet). Quale mente criminale li ha ispirati?

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    • Era da quattro anni che Piero Marrazzo rischiava di finire nel mirino di ricatti e spionaggi politici. La colpa è di relazioni sessuali che avrebbero potuto renderlo facilmente ricattabile e gettare la sua carica pubblica nel tritacarne dei dossier, delle intercettazioni e dei video.

    • L’identità del transessuale è ancora tenuta coperta, ma se il suo nome d’arte fosse Veronica, allora si aprirebbero scenari davvero inquietanti. Perché la vicenda di oggi sarebbe un seguito di quanto già emerso nel 2005 dagli atti dell’inchiesta Laziogate. Tra gli obiettivi dello spionaggio politico degli investigatori Pierpaolo Pasqua e Gaspare Gallo c’era anche Piero Marrazzo.

    • Il Fatto Quotidiano ieri ha intervistato l’uomo che si occupò della pratica Marrazzo: Pierpaolo Pasqua

    • come andò allora? “Una nostra fonte che ritenevamo molto credibile ci disse che Marrazzo aveva una relazione abbastanza frequente con un transessuale, che aveva come nome d’arte Veronica.

    • La fonte ci diede anche il suo telefono

    • Incaricai il mio collega Garbelli di chiamarla e lui la contattò fissando un appuntamento spacciandosi per un cliente qualsiasi”

    • l’appuntamento fu dato in una palazzina di Roma, al quartiere Trionfale. A questo punto, siamo sempre nel 2005, succede che il gioco evidentemente si fa troppo sporco, o pericoloso, perfino per questo pugno di arditi fan di Storace. “Effettuare un controllo della palazzina era troppo costoso. Abbiamo deciso di lasciar perdere anche erché si trattava di un’operazione che entrava troppo nella privacy di Marrazzo. Così, io in quella palazzina non ci sono andato e neppure abbiamo fatto appostamenti per vedere se e quanto ci andava Marrazzo”, giura oggi Pasqua.

    • c’è un filo rosso che potrebbe legare la storia di ieri e quella di oggi. “Certamente sono stato indagato a lungo dai Carabinieri”, spiega Pasqua, “e io abito in una zona di competenza della Compagnia Trionfale, la stessa alla quale appartengono i carabinieri che sono stati arrestati ieri. Mi è venuta in mente questa coincidenza quando ho letto i giornali”.

    • Pasqua lascia intendere che proprio qualche carabiniere della compagnia Trionfale, seguendolo, abbia pescato il jolly dell’appartamento di Veronica. E che magari abbia pensato di poterne fare una gallina dalle uova d’oro. Oggi questa è una pura supposizione non ancora suffragata da elementi concreti, ma gli interrogatori previsti per oggi potrebbero far chiarezza su come i quattro carabinieri siano incappati in quella che pensavano potesse diventare la loro fortuna

    • La disinvolta frequentazione di transessuali, se fosse provata, sarebbe certamente un atto imprudente per un politico e ancora di più se reiterato dopo le precedenti esperienze, proprio sotto campagna elettorale, come quattro anni fa

    • L’altra coincidenza davvero impressionante è che il “Quartetto del video” abbia provato a rivendere il materiale ricattatorio allo stesso fotografo dell’agenzia di Corona, che aveva pescato il portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana

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    • Il governatore del Lazio non ha detto di essere stato ricattato né tantomeno ha denunciato l’estorsione, come avrebbe dovuto fare. Non ha detto di aver firmato – ai carabinieri che lo minacciavano – degli assegni per evitare che scoppiasse uno scandalo

    • non dice che cosa è accaduto e non sembra disposto ad ammettere le sue responsabilità

    • Marrazzo sembra non comprendere che gli scandali sono lotte per il potere proprio perché mettono in gioco la reputazione personale di chi governa e la fiducia di chi è governato

    • Marrazzo si protegge da ogni interrogativo agitando le ragioni della privacy. Come se questa formula magica – la mia privacy – potesse evitargli quella che, altrove, chiamano "valutazione di vulnerabilità": quanto le sue decisioni possono essere libere dalle pressioni o dai ricatti ai quali lo espone la sua scapestrata vita privata?

    • È stato Berlusconi a trasformare la sua crisi coniugale e la sua avventata vita privata in affare pubblico. "Chi è incaricato di una funzione pubblica deve chiarire"

    • Va allora dato atto al premier che, all’inizio dello scandalo che lo chiama in causa, è consapevole che in gioco ci sia il significato etico e politico di accountability e quindi del rendiconto di quel che si fa

    • è chiaro a tutti (e anche a quel Berlusconi) che non ci può essere una radicale contrapposizione "tra il modo in cui un uomo di potere tratta coloro che gli sono vicini (la sua morale) e il modo in cui governa i cittadini (la sua politica)"

    • Nel corso del tempo, il capo del governo dimenticherà queste premesse

    • consapevole dell’obbligo alla trasparenza per chi ha una responsabilità di governo, è Berlusconi a sollevare dinanzi all’opinione pubblica lo scandalo che ancora oggi lo stringe

    • Non accade così per il governatore del Lazio. Dal 2006, Piero Marrazzo è il bersaglio di una deliberata azione di killeraggio politico

    • Alla vigilia del voto regionale di tre anni fa, un paio di 007 privati, con la collaborazione di due marescialli della Guardia di Finanza, vanno a caccia di informazioni distruttive che lo liquidino dalla corsa elettorale

    • prelevano informazioni dagli archivi del Viminale e dell’anagrafe tributaria

    • Scrutano le dichiarazioni dei redditi, le disponibilità patrimoniali, i contratti immobiliari

    • Filmano e pedinano il futuro governatore, sua moglie, il suo staff. È un lavoro che consente di ricostruire con le documentazioni delle carte di credito, i tabulati telefonici, le destinazioni e le spese di viaggio, la vita privata e pubblica di Marrazzo

    • reclutano un viado per incastrare il candidato del centrosinistra alla Regione

    • Una "segnalazione" dà l’imbeccata a due carabinieri che in un monolocale della Cassia c’è una carico di cocaina. Nell’appartamentino, trovano Marrazzo in compagnia del trans.

    • Sarà interessante accertare da dove – e per volontà di chi – è partita quella "segnalazione".

    • già in settembre una fonte vicina agli ambienti del governo (oggi chiede l’anonimato) avverte più d’un giornalista che "sta per uscire un filmatino con Marrazzo che sniffa con due trans

    • almeno da un mese, c’era chi prossimo al governo sapeva del guaio in cui s’era cacciato Piero Marrazzo

    • per quel che è accaduto tre anni fa e ancora con le indiscrezioni diffuse alla fine dell’estate, l’affare appare più fangoso di quanto dica la ricostruzione ufficiale

    • quale che sia la natura del ricatto e il volto dei ricattatori, sia l’affare frutto di casualità o di black propaganda, le difficoltà e i doveri pubblici di Piero Marrazzo non mutano

    • non ha deciso di mettere in piazza la sua vita privata come ha fatto Berlusconi in maggio, ma – anche se strattonato e forse incastrato – le sue debolezze sono ora lì, nude, sotto gli occhi di tutti e il governatore ha l’obbligo di affrontarle, in pubblico e a viso aperto

    • Se non può assumersi la responsabilità della verità, farebbe meglio a dimettersi, e presto

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