Ignazio Marino, Roma si prende ciò che il PD ha lasciato

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Una sconfitta di Marino, lo dico onestamente, mi avrebbe francamente sorpreso. Quando qualche giorno prima delle primarie per la scelta del candidato sindaco di Roma, leggevo di improbabili sondaggi attestanti il vantaggio di Sassoli, oppure di improvvisi endorsement per il pur onesto – ma navigato e renziano! – Gentiloni, non riuscivo a credere alle mie orecchie. Ignazio Marino è stato per il PD, per via del Congresso 2009 e del fallimento della Terza Mozione, la grande occasione perduta. Il Partito Democratico nel 2009 soffriva ancora – ancor più di oggi – della dicotomia fra Popolari ed ex DS e personaggi scomodi, impopolari e soprattutto minoritari come Paola Binetti, dettavano la linea del partito sui temi eticamente sensibili, specie quando si spesero mesi a impedire ad un padre, Beppino Englaro, di liberare la propria figlia, in stato vegetativo da più di quindici anni, dalla schiavitù delle macchine.

Marino era là, ad esprimere ciò che tutti volevano fosse detto e che invece nessuno, nel PD, diceva. Spesso si trovava da solo.

Ignazio Marino perse quelle primarie ma il suo progetto politico era un archetipo assoluto: era il primo programma politico democratico, non di mera sintesi fra le posizioni dei diesse e quelle dei popolari, ma di pieno superamento di quella storica contrapposizione su cui si è deciso di fondare il partito. Fu Marino per primo a parlare di ‘salario minimo’ e di flexsecurity e di metodo del layering (idee mutuate dal discusso Pietro Ichino, il giuslavorista renziano e poi transfuga verso Scelta Civica), di peer review e merito nella ricerca, di no al nucleare, di testamento biologico, di unioni civili, di una televisione pubblica non più diretta dai partiti, di antiberlusconismo fatto di argomenti e proposte e non di ospitate televisive. Argomenti e progetti che oggi sono finiti, più per dabbedaggine del PD che per merito degli altri, in mano ai 5 Stelle. E pensare al capitale politico rappresentato dalla Terza Mozione mentre ci troviamo in questo sciocco e inutile stallo, fa un po’ strano.

Il Partito allora non cambiò. Votò Pierluigi Bersani, che era un uomo di apparato, grigio, distante anni luce da quello odierno, a suo dire ultimo baluardo contro l’inciucio PD-Pdl. Allora parlava di centro-sinistra con il trattino o senza il trattino, per dire. Parlava di alleanza con l’UDC, senza mai citare l’UDC. Beppe Grillo cercò di inserirsi in quel dibattito provocatoriamente chiedendo di potersi candidare alle primarie. Gli fu negato. In realtà, stava già preparando il Movimento. All’epoca si chiamava Movimento per la liberazione nazionale. Grillo subodorava di sinistra, raccoglieva consensi dalla sinistra. Di Marino disse che era già compromesso (con il sistema dei partiti). Non si espresse mai sul suo progetto politico. Ma non è un caso se molta parte di quegli argomenti ora costituiscono l’asse portante della retorica grillina.

Voi che vi siete lamentati sinora della politica, pensate che nel 2009 c’era un chirurgo in grado di poter cambiare le cose. Oggi ha vinto le primarie per Roma. Se Roma non vuol fare la fine del PD, è meglio che si accorga del suo valore e lo scelga come sindaco. Ai democratici, specie a quelli che si ispiravano alla Terza Mozione, posso solo dire di continuare a combattere affinché questo partito smetta di essere guidato da tendenze oligarchiche e scelga, pienamente, la via della partecipazione dal basso.

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Bugie, Pietro Ichino e l’Agenda Monti

C’è qualcosa che non torna nella spiegazione data dallo stesso Pietro Ichino sulla strana origine del file pdf dell’Agenda Monti divulgato in prima istanza dal Corriere della Sera. Ichino scrive quanto segue:

IL GIALLO DEL PDF DELL’AGENDA MONTI RECANTE IL MIO NOME
I frequentatori di questo sito sanno bene che Enrico Morando e io, nell’ambito di un’iniziativa politica intitolata L’agenda Monti al centro della prossima legislatura, abbiamo presentato questo memorandum a un’assemblea pubblica che si è svolta a Roma il 29 settembre scorso. Che Mario Monti  stesso abbia attinto, nel capitolo “lavoro”, alcune parti di quel memorandum, lo ha detto lui stesso pubblicamente e risulta anche dalle coincidenze testuali. Che infine, all’origine, il suo staff possa avere scaricato il documento dal mio sito, non sembra possa considerarsi materia per un “giallo” (www.pietroichino.it).

A parte il fatto che è ampiamente legittimo cambiare partito, proprio ora che si è in vista di elezioni, e di esprimere disappunto su una linea politica – che peraltro ha ricevuto il consenso di qualche milione di elettori in primarie aperte, non credo quindi che un uomo come Ichino debba porre delle scuse se ha contribuito a scrivere il programma di un presunto avversario politico. Ma trovo proprio di cattivo gusto nascondersi dietro spiegazioni raffazzonate e che non stanno in piedi, digitalmente parlando. Ichino abbia il coraggio delle proprie scelte.

In ogni caso, qui si parla di un pdf che recava la sua firma digitale, come ampiamente dimostrato altrove. Deve essere chiarite però un paio di faccende tecniche:

  1. esistono due versioni di file Agenda-Monti: una recante la “firma” di Ichino, l’altra di un certo “Nevio”; i due file differiscono fra di loro per dimensione del carattere, elemento che si può modificare non sul pdf ma sulla matrice che potrebbe essere un banalissimo file Office Word;
  2. il file a firma Ichno è stato creato su piattaforma Windows attraverso Acrobat Distiller; i più smanettoni sanno che si tratta dell’applicazione di Adobe che permette di trasformare un qualunque documento di Office in un file pdf. Quando Acrobat crea il file, riprende il nome dell’autore impostato in fase di installazione del medesimo software; il file “Nevio” su Mac Os X;
    copia_ichino

    Pagina autore del file “Ichino”

    ichino_nevio

    Pagina autore del file “Nevio”

  3. il memorandum di Ichino-Morando è pubblicato sul medesimo sito del professore; esso è incluso all’interno di una pagina web (html), quindi il semplice copia e incolla non implica che  siano state copiate anche le informazioni relative all’autore contenute nel documento Office che il prof. Ichino non ha mai pubblicato;
  4. non ho trovato documenti Word o pdf disponibili in download sul sito del giuslavorista, che evidentemente preferisce pubblicare tutto in html; l’unico pdf a cui si fa riferimento è quello dell’Agenda Monti.

Detto ciò, pare evidente che quel file messo online dal Corriere è stato creato circa un’ora dopo la versione “Nevio”, che è poi la versione pubblicata sul sito ufficiale dell’Agenda Monti. Ed è stato modificato nella sua forma (carattere più piccolo). E’ ipotizzabile che Ichino sia venuto in possesso di una copia dell’Agenda Monti, che l’abbia letta e magari anche suggerita, in qualche sua parte, come peraltro dichiarato. Poi ne ha stampato una copia in pdf e l’ha inviata al Corriere.

Ne consegue che Ichino è parte attiva al progetto “Agenda-Monti” e già da qualche tempo. Mentre lo strappo con il PD si è consumato soltanto ieri.

L’Agenda Monti l’ha scritta Pietro Ichino? Epic Troll del Corriere

Tutto nasce da questo tweet:

Paolo Ferrandi ha scaricato il file pdf divulgato da Il Corriere della Sera, ha cliccato su File->Proprietà ed è venuta fuori una finestra simile a quella che segue:

pietroichino_ghostLa questione è stata ripresa da Claudia Vago (@tigella) e pubblicata anche su Facebook. Tigella ha verificato sia il pdf del Corriere che quelli divulgati dalle altre testate e li ha raccolti in questa cartella pubblica:

Agenda Monti su dropbox.com

Nelle altre versioni, e dico in tutte le altre, l’autore è un certo Nevio. Ragion per cui il sospetto che si tratti di una storica trollata del Corriere.it si fa sempre più chiara:

Tigella afferma che ciò non esclude che il file sia stato preparato da Ichino e poi concluso da qualcun altro.

Il boomerang delle pensioni d’oro

La legge italiana tanto spesso diventa insidiosa come sabbie mobili. Parliamo del Decreto sulle commissioni bancarie. Il provvedimento conteneva una norma che salvaguardava le pensioni dei manager pubblici: le cosiddette pensioni d’oro. Il decreto conteneva una norma che prevedeva la salvaguardia dei diritti acquisiti in termini di trattamento pensionistico soggetto al metodo retributivo di quei manager pubblici sottoposti al taglio dello stipendio, calmierato dal tetto di 300mila euro introdotto dal decreto «Salva Italia».

Qualche settimana fa, quando la Lega Nord era nel pieno dello scandalo Belsito & Rosy Mauro e quindi in cerca di un diversivo, il Senato approvò un suo emendamento che abrogava la norma suddetta. Sui giornali si enfatizzò il fatto che il Governo andò sotto sugli emendamenti di Lega e di Idv. In seguito si era meglio compreso la valenza anti-Casta dell’emendamento abrogativo ed esso fu oggetto di ulteriori speculazioni. Alcuni senatori osarono votare contro e “il popolo del web” (che notoriamente non esiste) si è dilettato in un linciaggio a mezzo social network (per una summa sul caso, potete leggere la bacheca del senatore Ignazio Marino, Pd, contrario all’emendamento). Per esemplificare, c’è chi ha pubblicato l’elenco intero dei nomi:

“I nomi: Anna Finocchiaro (capogruppo Pd al Senato). Mauro Agostini (tesoriere del partito). E poi gran parte del gotha del Pd: Teresa Armato, Antonello Cabras, Vincenzo De Luca, Enzo Bianco, Vittoria Franco, Marco Follini, Pietro Ichino, Ignazio Marino, Franco Marini, Mauro Maria Marino, Franco Monaco, Achille Passoni, Carlo Pegorer, Roberta Pinotti, Giorgio Tonini, Luigi Zanda. Tutti membri del direttivo nazionale del partito.

L’alibi dei democratici? “Ce l’aveva chiesto il Governo”, ha detto sommessa la Finocchiaro. Verrebbe da chiedersi cosa farebbe il Pd se l’equo Monti gli chiedesse di gettarsi da un ponte …”.

Marino ha risposto in bacheca affermando di esser stato invitato espressamente a “rispettare la disciplina di partito”. Marino avrebbe già avuto l’ardire di votare contro il governo, qualche settimana fa.

Solo ieri si vociferava che il governo stesse per approntare un emendamento volante che ripristinava il testo originale del decreto. Ma immediato è stato il dietrofront, scrivono le cronache parlamentari. Giarda, Polillo e De Vincenti sarebbero sbarcati in Commissione al Senato nel tentativo di convincere alcuni capigruppo. Ma dal Pd è giunta risposta negativa: non si torna indietro, la misura è “inopportuna” in questo clima politico. Le argomentazioni di Giarda, evidentemente poco convincenti, erano le seguenti:

  • i manager pubblici che hanno già maturato i requisiti per andare in pensione e che sono interessati dalla norma sono molto pochi;
  • ma un loro eventuale ricorso sarebbe facilmente vinto in virtù anche di sentenze della Corte Costituzionale e il relativo costo sarebbe maggiore del costo dei loro trattamenti pensionistici.

L’intento era quindi quello di “evitare di pagare risarcimenti e spese dopo ricorsi che i giudici risolverebbero in cinque minuti a sfavore dello Stato”, sono state le parole di Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato.

Se davvero l’abrogazione delle norme che salvaguardano poche decine di pensioni d’oro sono un boomerang, allora era meglio sforzarsi di comunicarlo meglio. Quanto costano davvero? E’ così reale il rischio di perdere i ricorsi? E’ possibile ottenere lo stesso effetto di contenimento delle pensioni d’oro con altre normative? Invece senatori (del Pd) e Governo si sottopongono al tiro al piccione e seguitano a stare zitti. Se la salvaguardia delle pensioni d’oro è conveniente allo Stato, è necessario dimostrarlo con l’evidenza dei numeri. La trasparenza dovrebbe essere il metodo migliore per farsi capire. Evidentemente essi hanno poca confidenza nel fatto medesimo di farsi comprendere dalle persone.

Allora, per spiegare in punta di diritto lo spirito della norma ci è voluto Pietro Ichino, senatore Pd, fra i contrari alla abrogazione e inserito nella lista della vergogna circolata su Facebook negli scorsi giorni. Ichino spiega che la norma “non incide sulla riduzione delle pensioni che maturano da qui in avanti, ma mira solo ad applicare, agli alti dirigenti come a tutti gli altri lavoratori un orientamento giurisprudenziale costante circa i diritti pensionistici già maturati e acquisiti” (pietroichino.it).

Ichino cita la Corte costituzionale (sent. n. 264/1994), secondo la quale il trattamento pensionistico per il quale una persona ha già maturato i requisiti, ma che non viene attivato poiché essa decide di continuare a lavorare, costituisce un diritto acquisito che non può essere inciso da nuove disposizioni e non può subire decurtazioni per effetto di eventuali successive riduzioni della retribuzione: regola, questa, che vale per le pensioni di tutti i lavoratori.

Questo aspetto mi pare chiaro e non credo siano necessari approfondimenti. La norma del Governo non salvaguardava le pensioni d’oro bensì i diritti dei lavoratori, nella fattispecie lavoratori interessati dalla norma del Salva Italia che sottopone le loro generose retribuzioni a un tetto massimo. Né più né meno. E’ un pasticcio alla stregua di quello degli esodati, soltanto che tocca lavoratori “privilegiati”. Tutto qui.

La mia considerazione è che bisognerebbe cercare di capire meglio piuttosto che sbraitare sempre contro la Casta. Sono anni che tolleriamo pensioni d’oro e altri privilegi. Dovremmo prendercela prima di tutto con noi stessi. In secondo luogo: siamo stati abbindolati da un emendamento della Lega Nord. Una smargiassata di chi ha campato sulla pelle nostra senza alcun merito. Penso che almeno le super retribuzioni dei manager pubblici, in pochi remotissimi casi, possano anche esser meritati. E che il tetto agli stipendi è una norma sacrosanta. Ma i lavoratori hanno tutti gli stessi diritti.

Operai Fiat e Nuovo Modello di Relazioni Industriali

Pietro Ichino, giuslavorista, senatore del PD, insiste: Marchionne ha sollevato una giusta questione. L’arrembaggio del Professore arriva sia dalle colonne del CorSera, che da quelle di Repubblica. Ma è un tentativo solitario: si percepisce – profonda – la distanza fra le sue proposte e la segreteria Bersani, volta esclusivamente alle gestione della fase di crisi di governo.

Ichino ha in mente un nuovo Modello di Relazioni Industriali che attui il superamento della “conflittualità permanente, i cui fasti si sono celebrati negli anni ’70, e che oggi in Italia è praticata ancora soltanto nel settore dei trasporti e in quello metalmeccanico” (La Repubblica, 12/08/10, pag. 9).

Sul caso Fiat, Ichino dà la sua interpretazione sulla sentenza del giudice che ha reintegrato i tre lavoratori di Melfi, accusati di aver interrotto i carrelli automatici, vale a dire di aver operato un sabotaggio nei confronti dell’Azienda:

la Fiat avrebbe potuto anche vincere la causa: il giudice ha ritenuto, in via provvisoria, il licenziamento ingiustificato solo perché ha considerato che l’istruttoria sommaria non avesse dimostrato il dolo dei lavoratori, cioè la loro volontà di ostruire il flusso dei carrelli automatici. Con questo, lo stesso giudice implicitamente avverte che, se invece nel giudizio di merito quella volontà risultasse dimostrata, il licenziamento potrebbe essere convalidato (Repubblica, cit.).

Il suo parere contrasta con quello di Epifani, segretario generale CGIL, secondo il quale la sentenza riporta “verità e giustizia” sul un provvedimento che i lavoratori avevano subito.

Sapevamo che non c’era stato boicottaggio che è un accusa pesante se rivolta a dei lavoratori di un’azienda del Mezzogiorno che lottano per mantenere la produzione e il posto di lavoro. Abbiamo ancora altri due casi di licenziamenti in piedi. Ma spero che intanto l’azienda rispetti la sentenza del Tribunale di Melfi e si torni a discutere in un ambito di correttezza (Corsera, 12/08/2010, p. 29).

Epifani si dice anche disponibile a riaprire il dialogo con Fiat, ma solo su assenteismo e sui 18 turni. E’ evidente che i due punti di vista sopra esposti non collimano. Può Epifani abbracciare il più ampio discorso di riforma delle relazioni Industriali come ipotizzato da Ichino?

Il lavoro del sen. Ichino in Parlamento è fermo in Commissione da un anno. Il motivo è molto semplice: il governo non è interessato a riforme, vuole fare a pezzi ciò che resta del sindacato e lascia pertanto carta bianca a Fiat. Il testo unificato, opera della Commissione Lavoro, doveva esser approvato lo scorso anno. Si componeva di quattro diversi disegni di legge di iniziativa parlamentare sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Ichino si augura che l’iter parlamentare possa riprendere, ma visti i tempi, si può ben credere che il progetto si diriga verso il binario morto e alla decadenza per fine legislatura.

Il testo unificato bipartisan indica nove diverse forme possibili di partecipazione dei lavoratori nelle imprese, da quella più elementare consistente nell’esercizio di diritti di informazione, alla presenza dei lavoratori nel Consiglio di sorveglianza, alla partecipazione agli utili, fino alla partecipazione azionaria, disponendo alcune agevolazioni fiscali per queste ultime ipotesi, in linea con le migliori esperienze straniere (Ichino, Corsera, cit.).

L’idea di base, ispirata al più moderno giuslavorismo, è quello di integrare il lavoratore all’impresa secondo diversi gradi, che sono: l’informazione, la sorveglianza, la codecisione, per finire con il più alto grado di connessione, realizzato con la partecipazione agli utili. Il modello ha trovato ampia applicazione in Germania e Nord Europa. Si vorrebbe realizzare, così, quell’ideale utopico che è la democrazia sindacale/aziendale.

Il progetto di legge non prevedeva alcun obbligo per aziende e sindacati di adottare una o più di queste forme di partecipazione:

il principio cardine è quello della volontarietà, che si concreta nella necessità di un «contratto aziendale istitutivo», stipulato secondo regole di democrazia sindacale. L’obiettivo non è di promuovere questo o quel modello di partecipazione, ma di promuovere la fioritura di una grande pluralità di esperienze in questo campo, lasciando che modelli diversi si confrontino e competano tra loro (ibidem).

E’ chiaro che il modello decentra la responsabilità della contrattazione e le affida ai lavoratori nelle fabbriche, ovvero ai loro organi di rappresentanza. Apre cioè al contratto aziendale, depotenziando il contratto nazionale. Un aspetto che CGIL non accetterà e che Ichino aveva ben previsto, agevolando perciò l’introduzione nel testo di una norma che acconsentirebbe sì a deroghe rispetto al CCNL (come nel caso di Pomigliano), ma attribuendo la facoltà di contrattazione all’organo sindacale più rappresentativo dei lavoratori, che nella maggior parte delle aziende è ancora CGIL (quando invece, con il modello attuale, a Pomigliano CGIL è stata messa in minoranza).

L’efficacia dell’accordo stipulato in quello stabilimento (Pomigliano) da Cisl e Uil senza la Cgil, in mancanza di quel principio di democrazia sindacale, è gravemente in forse per via della deroga al contratto nazionale; per questo la Fiat sta progettando di trasferire lo stabilimento a una nuova società (la «newco») non iscritta a Confindustria, quindi sottratta al campo di applicazione del contratto nazionale dei metalmeccanici, in modo che l’accordo aziendale in deroga possa applicarsi nello stabilimento senza problemi. La Cgil, così, resterebbe esclusa dal sistema di relazioni industriali della nuova impresa (ibidem).

La vicenda appare alquanto controversa. Riforme che conducano verso una effettiva applicazione del principio democratico all’interno delle aziende, per il tramite di organi e responsabilità che concretizzino la partecipazione dei lavoratori al destino aziendale, corrisponderebbero a una idealità fin qui insperata; d’altro canto, se l’alternativa sono le NewCo, pare che non ci sia scampo e che non si possa far altro che procedere verso tale riforma. Il governo ha ceduto il campo a Fiat, la quale è decisa a rompere con Confindustria e a procedere verso la più completa deregulation. E’ questo che necessitiamo? Quale proposta ha CGIL?

Il sindacato è chiamato a un’opera non facile: immaginare il futuro delle relazioni industriali. E a farlo liberandosi il più possibile della logica antagonista. Epifani, nell’intervista al Corsera, devia sulle consuete considerazioni: “il confronto si dovrebbe svolgere su riorganizzazione produttiva, diritti dei lavoratori e piano industriale con gli investimenti per l’innovazione e la nuova offerta di prodotti su cui si gioca la sfida competitiva”. Ma non è solo questione di prodotti; è anche questione di come produrli, di farlo cioè in una forma economicamente competitiva con il resto del mondo. Dove spesso le regole e i diritti non esistono.

Collegato Lavoro, verso il voto definitivo in aula. Ichino: rivedere le relazioni industriali

La vicenda dell’arbitrato, la disposizione di legge che Napolitano ha ritenuto irricevibile tanto da rinviare il testo alle Camere, è in dirittura d’arrivo in aula al Senato. Al momento attuale la discussione finale non è ancora stata calendarizzata. Ma la scorsa settimana è giunto il via libera delle Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro. Con la seduta del 15 Giugno scorso, la maggioranza ha liquidato tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni. Approvati solo gli emendamenti del governo, riferiti all’art. 31 e 32. L’arbitrato, appunto.

Cosa cambia? Poco.

Art. 31, comma 10. In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie insorte in relazione al le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato (XVI Legislatura – Atto Senato n. 1167-B/bis) – [in neretto le modificazioni della Camera al testo originale; in corsivo-neretto le modificazioni operate in sede referente in Commissione Lavoro al Senato].

Le Commissioni di certificazione  accertano la volontà delle parti all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, che non può avvenire prima del termine del periodo di prova di trenta giorni. Da notare la sottigliezza di anteporre “eventuali” a “controversie”, queste ultime non più insorte, o che “dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”, ma “nascenti” dal rapporto di lavoro. Una formulazione che solamente un giurista ci potrebbe aiutare a capire fin nei suoi più intimi risvolti. Quale la differenza fra “nascere da” rispetto a “insorgere in relazione da”? Da profano posso solo dire che si tratta di un sofisma della peggior specie.

C’è chi ha salutato come successo tale modificazione. D’altronde alla vicepresidenza della Commissione Lavoro siede Tiziano Treu (PD). Treu è riuscito a confondere il proprio pensiero con quello del Mnistro del Welfare Sacconi. Per Treu, infatti, l’art. 18 è un freno “alla competitività” ed è proprio ora di “passare dallo statuto dei lavoratori allo statuto dei lavori” (Treu: ”L’articolo 18 freno alla competitività d’impresa”). Treu è diventato il ventriloquo di Sacconi?

Sempre in tema di lavoro, e a margine della vicenda di Pomigliano e della Fiat, oggi Pietro Ichino torna a farsi sentire dalle colonne di ‘Cambia L’Italia’. Secondo Ichino le richieste della Fiat in fatto di tregua sindacale non sono affatto immotivate, anzi, il nostro paese avrebbe a suo dire una legislazione troppo vecchia in fatto di ‘relazioni industriali’. La cosiddetta clausola di responsabilità contenuta in un contratto collettivo vincolerebbe “soltanto il sindacato firmatario e non i singoli lavoratori; può così accadere che un sindacato non firmatario – anche se minoritario – proclami uno sciopero per paralizzare una o più clausole del contratto” (Che cosa può fare davvero la politica per gli operai di Pomigliano- Pietro Ichino). E Ichino si spinge allora a suggerire quali iniziative la politica dovrebbe mettere in atto: 1) una legge ordinaria che contenga il seguente articolo: “la clausola di tregua che sia contenuta in un contratto collettivo vincola le organizzazioni sindacali che lo hanno stipulato e i lavoratori a cui esso si applica”; 2) una ulteriore disposizione che regoli “ragionevolmente la possibilità di deroga del contratto nazionale da parte del contratto aziendale, secondo un elementare principio di democrazia sindacale”, ovvero attraverso il referendum dei lavoratori, emancipati dalla tutela dell’organizzazione sindacale. Ichino ricorda che una norma di questo genere è “contenuta nel testo unificato del disegno di legge sulla partecipazione dei lavoratori nell’azienda elaborato con consenso bi-partisan dalla Commissione Lavoro del Senato, fermo ormai da più di un anno, non è chiaro perché”.

Un’osservazione: sinora, almeno sino alla rottura della triade confederale, non vi è mai stato alcun bisogno di ipotizzare l’impiego di strumenti di democrazia diretta sui luoghi di lavoro. Questa apertura non può definirsi democratica: essa è il sintomo di una più generale (in)(e)voluzione (scegliete voi secondo il vostro orientamento) verso un mondo del lavoro senza lavoratori dipendenti. D’altronde Fiat si trastulla fra Pomigliano e lo stabilimento polacco quando il costo di un lavoratore per unità prodotta è meno del 5%. Stiamo parlando del 5% del prezzo di una Panda al listino italiano. Pensate sia troppo? Questo i lavoratori non lo sanno e nemmeno sono ammessi a saperlo. Dove è finito il modello com-partecipativo dei lavoratori ai destini della propria azienda? La vera rivoluzione democratica nelle relazioni industriali non potrebbe che avvenire “attraverso il salvataggio INTERNO delle aziende, con i lavoratori che diventano soci e proprietari della propria azienda ed artefici del proprio destino” (http://crisis.blogosfere.it/2010/06/pomigliano-darco-verso-la-schiavitu-del-xxi-secolo.html) e non invece limitandosi ad attribuire il potere di smentire il proprio sindacato e derogare al CCNL mediante consultazioni plebiscitarie fra i lavoratori.

(Si apra il dibattito).

Candidati ombra e mancanza di leadership. Se il terzo non è Marino.

Candidato ombra, secondo alcuni. Secondo Scalfari non esiste. Pietro Ichino ha un’inclinazione per lui, forse lo sosterrà al congresso. Ma è un second best. Non è il migliore.

Tralasciando la pratica poco simpatica di non citare Marino fra i candidati (ma ci si chiede se questi scrittori si siano mai alzati dal loro scranno per andarlo a sentire, Marino), qui ci soffermiano sulle parole di Ichino.

In sostanza, il giuslavorista afferma che Franceschini è l’unico a riaffermare con forza la vocazione maggioritaria del PD, vale a dire la carratteristica fondante del partito, l’aspirazione a essere partito guida, di governo, e non solo una parte di una più ampia coalizione. La vocazione maggioritaria è l’aspirazione a poter essere maggioranza relativa nel paese, non solo facendo riferimento all’elettorato di riferimento – la medesima osservazione fatta da Panebianco sul Corriere, post di ieri su questo sito.

Ma per far ciò si deve sussumere sotto la stessa egida tutti i liberal democratici, compresi socialisti e radicali. Franceschini qui si ferma. Per socialisti e radicali, dice, sono necessari accordi programmatici. Che fine fa allora la vocazione maggioritaria se il PD lascia dietro sé queste componenti politche?

Marino stesso ha parlato di partito cerniera. Che riunisca e che non divida. Ma che fa ciò attraverso il principio di maggioranza. Si discute, si delibera democraticamente. Poi la linea politica prevalente diventa quella di tutto il partito.

Per fare ciò, dice Ichino, per unire l’area liberal democratica, serve una forte leadership. Capace di superare le diversità di linguaggio. Se Franceschini rinuncia a unire le diverse espressioni politiche del centrosinistra, allora difetta di leadership.

E’ chiara l’equivalenza?

Rinuncia a unire i liberal democratici = mancanza di leadership.

Ora rileggete i discorsi di Marino. Ignazio Marino sostiene sia stato un errore escludere socialisti e radicali alle precedenti europee. Sostiene di debba applicare il principio di maggioranza. Di dire dei sì e dei no chiari. E sulle grandi questioni – come peraltro previsto dallo Statuto del PD – rivolgersi con dei referendum ai circoli.

Ma cosa dice Ichino di Marino? Marino è un second best, è un politico di complemento. Certo, Marino non è un animale da partito. Non proviene dalla gerarchia. Per i puristi della politica, Marino non è un prodotto del partito, nasce e vive al di fuori di esso, ha una forma mentis che non si addice a un dirigente. Per queste ragioni non lo si cita nemmeno. Per queste ragioni è il terzo uomo. Ed è il terzo uomo colui che parla la lingua della leadership. Quello che si esprime schiettamente, con idee chiare e progetti concreti. L’unico dei tre che è libero di dire, senza essere corretto dai capi corrente.

  • Io, terzo incomodo candidato del Pd- la risposta a Eugenio Scalfari

    CARO direttore, leggo da sempre gli editoriali di Eugenio Scalfari, non me ne perdevo uno neppure quando vivevo negli Usa. Se sento il bisogno di intervenire, è per come Scalfari affronta la situazione del Pd. Non mi offende l’idea che di fatto trasmetta il messaggio di una disfida a due per il Congresso. So che molti opinionisti mi considerano ancora «il terzo uomo» se non «il guastafeste». E però qualunque cronista abbia seguito i miei incontri pubblici non può non avere preso atto che stiamo assistendo a un fenomeno di partecipazione sorprendente, che cresce di giorno in giorno e che io stesso non mi aspettavo di questa incredibile portata. Ecco allora che mi sono convinto che se almeno due milioni di elettori si presenteranno all’appello del 25 ottobre (io penso che dovremmo puntare ad averne almeno tre) una parte del merito andrà anche alla miapresenza, allaforzacon cui vado enunciando i valori della de-mocraziaedellalaicità, lamia contrarietà a dar vita a correnti, l’importanza dell’eredità del Lingotto per la costruzione di un partito a respiro maggioritario e capace di mettere in campo una nuova classe dirigente. Quella che ad alcuni pare lamia debolezza, come ilnon avere apparati di partito che lavorano per me, oppure grandi leader «del secolo scorso» che si sono esposti per appoggiarmi, è in realtà la mia forza: sono libero di dire «sì» oppure «no», senza dover rispettare equilibrismi a cui vedo costretti gli altri due candidati alla segreteria e che in alcuni casi a me sembrano davvero impossibili, segni comunque di poca chiarezza e di molte ambiguità.

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    • Anch’io, come Michele Salvati, “sono convinto che – nonostante le difficoltà, gli errori e le sconfitte di questa prima fase – l’intuizione originaria del PD sia ancora feconda, più feconda della comprensibile nostalgia per il calduccio familiare dei vecchi partiti
    • Dove per “intuizione originaria” intendo la “vocazione maggioritaria” che indusse Veltroni nell’inverno 2008 a realizzare da solo, senza leggi e senza accordi con la controparte, la più grande riforma politica effettiva che il nostro Paese abbia vissuto
    • “Partito a vocazione maggioritaria” significa essenzialmente questo: un partito che cerca voti più e prima che cercare alleanze, confidando di poterli conquistare dovunque, e non soltanto nella propria ristretta “area” di tradizionale appartenenza
    • E’ infatti Franceschini a sostenere, in linea generale, la continuità rispetto a quella scelta, cui consegue l’opzione netta  contro il ritorno al sistema proporzionale
    • Senonché, questa scelta presuppone la capacità del PD di proporsi come (e di essere per davvero) la casa comune di tutte le forze del centrosinistra: da Bruno Tabacci a Emma Bonino, da Savino Pezzotta ai socialisti come Lanfranco Turci e tanti altri. Questo implicherebbe che Franceschini enunciasse esplicitamente quanto meno l’obiettivo di portare Tabacci, Bonino, Pezzotta, Turci e tanti altri dentro al PD.
    • non può ostentare una “vocazione maggioritaria” genuina, nel senso politico dell’espressione che ho sopra precisato, un partito di centrosinistra nel quale, per sua scelta, non ci sia posto, insieme a popolari e cristiano-sociali, anche per socialisti, liberal-democratici, e radicali, che sono fondamentalmente dei liberal-democratici
    • Invece, nel suo discorso iniziale di presentazione della mozione, Franceschini deliberatamente omette l’appello a socialisti e radicali a entrare nel PD
    • risponde che con loro occorre “negoziare alleanze programmatiche”. Come dire: “nella stessa casa non possiamo stare, possiamo tuttavia fare un buon pezzo di strada insieme”
    • Ma se “nella stessa casa non possiamo stare”, dove va a finire l’intuizione originaria del “partito a vocazione maggioritaria”
    • Non è forse questo un andar in giro a cercare alleanze, invece di confidare nella propria capacità di conquistare direttamente voti?
    • La verità è che per realizzare una sintesi politica convincente e avanzata tra popolari, cristiano-sociali, liberali, socialisti e radicali occorre una leadership forte, capace di superare attriti e difficoltà di linguaggio tra questi gruppi politici.
    • Se Franceschini non compie questo passo, evidentemente non si sente in grado di realizzare quel superamento.
    • conosce le risorse di cui dispoone; ma a questo punto io vedo in tutto ciò un difetto di leadership
    • Scrivo questo per spiegare ai miei lettori ed elettori:
      – perché non ho aderito alla mozione Bersani, il quale delimita espressamente l’area in cui il partito si si collocherà, dando per scontato che quel partito non potrà conquistare la maggioranza, quindi cerca fin d’ora gli alleati, e per trovarli deve promettere loro la disponibilità al ritorno al sistema elettorale proporzionale;
      – perché mi sono astenuto anche dal compiere la scelta di campo congressuale in favore di Franceschini
    • non escludo del tutto una possibile opzione per Ignazio Marino
    • E’ una persona che stimo moltissimo, alla quale però – forse sbagliando – riconosco competenze e capacità diverse da quelle di cui deve essere dotato il leader di un grande partito a vocazione maggioritaria; Marino è un politico di complemento, come me; il voto congressuale per lui può forse risultare alla fine la scelta meglio corrispondente alle mie posizioni, ma sarebbe comunque un second best dal punto di vista politico

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